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Un’icona che da regionale diventò nazionale. Il simbolo del perfetto gentiluomo-guerriero americano. Un soldato che si distinse nell’onore, nella vittoria, nella sconfitta e nella vita privata. Tutto questo era Robert Lee. O almeno così diceva la narrazione prevalente, fino a qualche anno fa. Già, perché Lee è stato ritenuto per molto tempo uno dei più grandi eroi militari americani pur avendo ottenuto le sue grandi vittorie con un’uniforme nemica del governo statunitense.

Negli ultimi anni però la sua figura è stata il principale bersaglio delle proteste di Black Lives Matter, anche grazie all’adozione di una sua statua da parte di un altro movimento giovanile nato su web, l’alt-right dei meme ironici che prendeva in giro la sinistra usando sottili sfottò antisemiti, in occasione della parata a Charlottesville tenuta nel 2017, finita con un morto tra i manifestanti di sinistra.

Al netto degli abbattimenti violenti, pochi, la maggior parte delle statue di Lee è stata rimossa mediante l’approvazione di ordinanze regolari, come nel caso della statua di Richmond, ex capitale confederata. Negli ultimi mesi però Lee ha resistito alla cancellazione in un luogo simbolo per la costruzione del suo Mito: la Washington & Lee University. Dopo una discussione durata 11 mesi, il consiglio di amministrazione dell’ateneo di Lexington, in Virginia, ha deciso di mantenere il nome del suo presidente più famoso dopo il fondatore George Washington. Ma ci arriviamo tra poco. Concentriamoci sul generale Lee.

La storia dopo la guerra

Se le sue gesta durante la guerra sono molto note, le vittorie ma soprattutto le sconfitte, in special modo la battaglia di Gettysburg, quello che accadde nel dopoguerra lo è meno.

A differenza di molti suo ex compagni d’arme, come il suo braccio destro Jubal Early o l’ex presidente della Confederazione Jefferson Davis, che nel dopoguerra si erano concentrati nel costruire un mito revanscista combattendo attivamente l’integrazione razziale degli ex schiavi e il partito repubblicano visto sempre come “nordista”, Lee ha sin dal primo momento parlato di riconciliazione. Il professor Gaines Foster, storico e autore del libro Ghosts of Confederac, ha raccontato a InsideOver che “Lee ha sempre puntato sul voler chiudere in fretta il capitolo della guerra civile in favore di un ritorno il più rapido possibile all’unità prebellica”.

Ma quale tipo di unità? Foster aggiunge: “Ovviamente solo quella tra bianchi. Per tutta la vita ha sempre creduto all’inferiorità razziale dei neri”. Durante un’audizione al Congresso nel 1866 infatti dichiarò che secondo lui sarebbe stato meglio se la Virginia si fosse potuta sbarazzare di tutta la sua popolazione afroamericana. A differenza di alcuni suoi ex colleghi, come James Longstreet, che Lee chiamava “il mio vecchio cavallo da guerra” e il leggendario comandante della guerriglia John Singleton Mosby, chiamato “il fantasma grigio” per l’efficienza con cui colpiva i reparti unionisti dietro le linee nemiche, non sposò però mai la causa egualitaria del partito repubblicano.

Riteneva fosse necessario mantenere la vecchia struttura di potere e fu sempre molto blando nel punire i suoi studenti accusati di violenza razziale. Eccettuato un caso, nel quale salvò un afroamericano, Caesar Griffin che era stato accusato di aver sparato a Francis Brockenbrough, figlio diciassettenne del rettore dell’università John Brockenbrough, ex giudice federale. Due fratelli maggiori della vittima organizzarono una spedizione punitiva per andarlo a catturare insieme ad altri studenti dell’università. La folla sembrava stesse per linciare Griffin quando apparve Lee dicendo: “Lasciate che la legge faccia il suo corso”. Salvandogli la vita.

Ciò però non deve far pensare che Lee usasse la mano dura contro tutti gli episodi di violenza razziale, anzi. Il college non godette di buona stampa in quegli anni. I “ragazzi di Lee” spesso disturbavano le riunioni tanto che emanò una diffida rivolta agli studenti che sconsigliava di partecipare a riunioni di ex schiavi. Quando però venne interpellato per esprimere una parola chiara contro la violenza in generale, scelse di tacere. Quando anche il fondatore (pentito) del Ku Klux Klan, l’ex generale di cavalleria Nathaniel Bedford Forrest, disse che voleva aiutare il governo federale contro quei “codardi” che usavano violenza sui nostri “amici di colore”.

In altre circostanze poi Lee si mostrò ben capace di usare la mano dura contro i suoi studenti, come quando chiesero di anticipare le vacanze natalizie. Chi si fosse allontanato anzitempo, Lee specificò, sarebbe stato passibile di espulsione. Ma che tipo di educatore fu quindi Robert Lee?

Verso il culto del generale

Secondo il giudizio dello storico Emory Thomas, professore emerito all’università della Georgia, e autore di una sua biografia, Lee fu un educatore pragmatico, che rimosse un farraginoso codice d’onore e di segnalazioni sostituendolo con il più semplice “comportatevi come gentlemen”. Abbiamo visto che non fu sempre così, ma ottenne un indubbio risultato e nel comunicato stampa di giugno l’università che porta il suo nome glielo riconosce: “Ha trasformato l’istituzione dopo la guerra civile”. Soprattutto per la sua capacità di raccolta fondi.

Dopo la sua morte però, l’università non sfruttò la sua immagine di educatore efficace. Sfruttò quella di generale confederato. Venne costruita una cappella con cripta dove al centro si trova tuttora un sarcofago di Lee in uniforme confederata, circondato dalle bandiere con la croce di Sant’Andrea dell’Armata della Virginia del Nord che Lee guidò in battaglia.

L’università divenne il centro del suo culto. Abbiamo chiesto al professor Gaines Foster come mai la sua immagine si sia diffusa poi in tutto il Paese: “Con la riconciliazione tra bianchi Lee venne reso la versione sudista di Lincoln: un combattente nobile, un gentiluomo cristiano che aveva dato tutto sia pur per una causa sbagliata”. Già, la causa, la Lost Cause, quella narrazione revisionista che ridimensionava la difesa della schiavitù dei confederati, mettendo in luce il loro valore nel combattere un nemico superiore nel numero. La causa quindi quale sarebbe stata? La difesa dei “diritti degli stati”. E pazienza se Lee e altri leader confederati durante la guerra avessero sempre difeso la “peculiare istituzione”, mettendo in un articolo della Costituzione la sua inamovibilità. Ma questa è un’altra storia.

Concentriamoci su Lee. La sua icona ha subito varie trasformazioni. Prima l’icona sudista, il santo laico della Virginia. Il generale di brigata e storico militare Ty Seidule, autore del libro Robert Lee and me ha scritto: “Per me era sopra Gesù”. Nessuno avrebbe mai osato contestare questa espressione, soprattutto dopo che proprio in questa cappella Charles Francis Adams, discendente degli Adams del Massachusetts, tenne un discorso in occasione del centesimo compleanno di Lee, il 19 gennaio 1907. Lui, discendente di una famiglia di abolizionisti, elogiò lo spirito di Lee, convenendo con gli astanti che i neri non erano pronti per il voto. Era il segnale che ormai Lee aveva valicato i confini del Sud per diventare un simbolo dell’America tutta. A rafforzare questo mito, la biografia pubblicata da un giornalista virginiano, Douglas Southall Freeman, in quattro volumi dal 1933 al 1935, vincitrice del Pulitzer. Estremamente dettagliata, la biografia consolidava l’immagine di Lee come nuovo Washington, fondatore autentico della nuova nazione riunificata sotto la bandiera della riconciliazione per ritrovare un posto nel mondo, messaggio che risuonava particolarmente positivo in quegli anni.

Il revisionismo degli anni 70

Infine, due messaggi da parte di due presidenti repubblicani come Theodore Roosevelt nel 1907 e Dwight Eisenhower nel 1960, mandavano Lee nell’Empireo degli eroi americani. Finché, tutto questo cadde con la lotta per i diritti civili degli afroamericani. La parte più oscura del generale, lontana da quell’uomo di marmo decantato negli anni precedenti, emerse negli anni del revisionismo storico anni ’70. Non solo. Anche i suoi demeriti come comandante militare vennero alla luce: a differenza del comandante unionista Ulysses Grant, a Lee mancava la visione strategica globale necessaria per vincere il conflitto, concentrandosi più che altro sullo scenario virginiano.

Infine, il post-revisionismo del già citato Emory Thomas e di Allen Guelzo, storico del Gettysburg College, autore di una biografia in uscita a settembre: la loro visione è più complessa e sfaccettata. Per farla breve: Lee era un geniale stratega militare e una persona dalle alte qualità morali. Ma anche una persona che aveva giurato di servire gli Stati Uniti e li ha traditi nel momento del bisogno per una ragione assai spicciola: difendere i propri schiavi, sui quali aveva investito molto. Non bisogna farsi ingannare dalle lettere nelle quali esprimeva disgusto per la schiavitù. Semplicemente, non gli piaceva gestirli in prima persona. Nei suoi scritti non c’è traccia di una sola parola a favore dell’abolizione.

Per il professor Foster quindi “Il compromesso della Washington & Lee University è ampiamente accettabile. Il problema è quando il nome di Lee è su una base militare americana. Per spiegarla brevemente, è come ci fosse una base dedicata a Lord Cornwallis, comandante delle forze britanniche durante la guerra per l’indipendenza o una statua dell’ammiraglio Yamamoto, che progettò l’attacco di Pearl Harbour”.

Non si pensi che la scelta di mantenere il nome di Lee sia stata unanimente condivisa. Il professore di diritto Brandon Hasbrouck ha scritto sul magazine progressista Slate che “la supremazia dei bianchi è stata assolta”. A dimostrazione che la situazione è molto più complessa.

L’ateneo di Lexington, invece, si è imbarcato in una difficile operazione: scindere il Lee comandante confederato dal Lee presidente del college. Non un’operazione facile. Ma in tempi di cancellazioni frettolose, non è poco.

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