La cancel culture “è segno della crescente intolleranza. Un ruolo decisivo lo gioca la tecnologia: i social media danno infatti la possibilità di isolare le opinioni, abolire il contesto e abdicare a una conversazione civile. Basta un tweet per trasformare un commento in un’onda anomala”. Parola di Francis Fukuyama, politologo e celebre studioso della democrazia liberale, intervistato dal Corriere della Sera. Secondo Fukuyama, la crisi contemporanea del liberalismo, soprattutto negli Stati Uniti, nasce per due motivi, due “differenti distorsioni”. La prima, spiega, è venuta dal neoliberalismo degli anni’80 e dai “Chicago Boys”, mentre l’altra è venuta da sinistra e dalla “politica dell’identità” dei liberal.

Fukuyama contro cancel culture e politica dell’identità

L’insistenza sull’inclusione dei diversi gruppi, spiega il teorico della “fine della storia”, ha portato al paradosso “per cui non si può parlare di lavoratori perché bisogna parlare dei neri o delle donne. Il focus cioè è diventato la specifica identità delle diverse categorie”. Il liberalismo tradizionale è un “progetto naturalmente inclusivo” ma se “l’identità del gruppo diventa più importante dell’identità individuale – e si viene giudicati per appartenenza a una certa razza, religione o genere – ecco che si ricade nell’illiberalità”. Un duro monito, quello dello studioso, contro le derive del politically correct e dell’isteria “woke” della sinistra americana, ossessionata dalla rappresentazione e dai diritti delle minoranze. Istanze portate all’esasperazione e al grottesco.

Il risultato di quest’isteria non è una solidarietà su larga scala ma è quello di atomizzare la società in tanti piccoli gruppi in competizione fra loro. Dopotutto, non è la prima volta che il celebre politologo si scaglia contro la politica identitaria. Nel saggio Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet) pubblicato nel 2019, il docente della Stanford University osserva come il problema con la sinistra odierna stia nelle “particolari forme di identità” che questa ha deciso sempre di più di esaltare. “Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati – afferma Fukuayma si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità”. Questo fa parte di una più ampia vicenda riguardante la “sorte del liberalismo moderno”, in cui il principio di riconoscimento universale e paritario si è mutato nello specifico “riconoscimento di gruppi particolari”.

“Il vero pericolo? È la Cina”

Il politologo statunitense non ha dubbi su quale sia il vero pericolo per le democrazie occidentali, fra il modello russo e quello cinese: la minaccia arriva da Pechino. Motivo? La Russia non è un problema, afferma, “il problema è Putin, uno che ha commesso errori enormi, mandando truppe in tutto il mondo, dal Venezuela alla Siria, fino a questa assurda invasione di un paese sovrano come l’Ucraina”. I cinesi, sottolinea, sono “molto più consapevoli nell’uso del loro potere e soprattutto hanno un’economia più sofisticata, più tecnologia, più differenziazione, non solo gas e petrolio”, e nel lungo termine possono porre “più problemi alle democrazie occidentali di quanto non possa fare la Russia”.

E per quanto riguarda l’Ucraina e la possibilità che Kiev possa entrare nell’Unione europea, Francis Fukuyama sottolinea quali sono le vere priorità per Zelensky e il suo esercito: “Non penso che la cosa più importante per l’Ucraina in questo momento sia l’ingresso nell’Ue. Ha più bisogno di assistenza militare“. Quanto alla divisione fra autocrazie e democrazie, particolarmente sostenuta dall’amministrazione Biden, lo studioso sottolinea che oggi vediamo la Russia “che ai miei occhi è un paese fascista, sostenere il Venezuela, che ha la pretesa di essere un paese di sinistra”. Cos’ hanno in comune? Per Fukuyama, è “l’opposizione alle democrazie occidentali. Per cui sì, è giusto che le democrazie si alleino tra di loro. Non penso ad esempio che gli interessi di Russia e Cina siano molto convergenti, ma potrebbero allinearsi proprio nell’ideologia anti-occidentale”. La domanda per lo studioso, a questo punto, potrebbe essere questa: non è stato dunque un errore strategico quello di spingere la Russia tra le braccia di Pechino? Quesito che interrogherà molti studiosi occidentali – e non – nei prossimi anni.