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	<title>Paolo Capitini Archives - InsideOver</title>
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	<title>Paolo Capitini Archives - InsideOver</title>
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		<title>Russia-Ucraina, il generale Capitini: &#8220;Nell&#8217;idea di pace di Putin e Trump non c&#8217;è posto per l&#8217;Europa&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Dec 2025 09:24:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1203" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-1024x642.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-768x481.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-1536x962.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-600x376.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre le trattative sulla guerra in Ucraina e la possibile pacificazione tra Kiev e Mosca mediata dagli Stati Uniti si fanno sempre più complesse, e il presidente Usa Donald Trump promuove un approccio a tutto campo che mira a fare della guerra in Est Europa il banco di prova di una profonda distensione con Mosca, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/russia-ucraina-il-generale-capitini-nellidea-di-pace-di-putin-e-trump-non-ce-posto-per-leuropa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1203" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-1024x642.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-768x481.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-1536x962.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/PUTIN-RUSSIA-UE-Russia-Ucraina-il-generale-Capitini-lidea-di-pace-di-Putin-e-Trump-non-tiene-in-considerazione-lEuropa-600x376.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre le <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/ucraina-la-linea-trump-scenario-coreano-e-cessate-il-fuoco-entro-natale-il-papa-spinge-lue-nei-negoziati.html">trattative sulla guerra in Ucraina</a></strong> e la possibile pacificazione tra Kiev e Mosca mediata dagli Stati Uniti si fanno sempre più complesse, e il presidente <strong>Usa Donald Trump</strong> promuove un approccio a tutto campo che mira a fare della guerra in Est Europa il banco di prova di una profonda distensione con Mosca, l&#8217;Europa si interroga sul proprio futuro strategico e geopolitico. All&#8217;ombra della <strong>trattativa russo-americana e della nuova National Security Strategy</strong> di Trump, l&#8217;Unione Europea sembra messa ai margini. <a href="https://it.insideover.com/guerra/oltre-lucraina-lo-scenario-di-alberto-pagani-ecco-perche-la-russia-vede-leuropa-come-una-minaccia.html">La &#8220;pace&#8221; pensata da Trump</a> è un accordo imperiale a tutto campo, preludio di una &#8220;Nuova Yalta&#8221; con Mosca (e Pechino) o è una chimera? E che scenari si aprono per la sicurezza e la difesa dell&#8217;Europa? Ne abbiamo parlato con <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-generale-capitini-lora-della-verita-per-leuropa-al-crocevia-tra-gaza-e-lucraina.html"><strong>Paolo Capitini,</strong> </a>generale di brigata in riserva dell’Esercito e attento osservatore degli scenari internazionali, autore con <strong>Mirko Campochiari</strong>, del volume “<em>Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito</em>” (edizioni Parabellum).</p>



<p><strong>Si parla di prospettive di pace per l’Ucraina, ma che scenari si aprono? Quali sono, secondo lei, i limiti e i pericoli di un approccio di “pace a ogni costo” per l’Occidente?</strong></p>



<p>&#8220;Il tema della pace, di come mantenerla o ripristinarla, è tema ricorrente nel pensiero politico e nel dibattito filosofico. Già nel 1979 <strong>Norberto Bobbio</strong>, nel suo celebre saggio “Il problema della guerra e le vie della pace”, aveva individuato tre possibili percorsi per raggiungerla. Il primo si fonda sulla presunzione che <strong>la pace derivi dal mantenimento di un equilibrio militare tra le potenze</strong>, una sorta di <em>Peace through the Strenght</em> annunciata nel recente <em>National Security Strategy</em> a firma Trump. Appare evidente che, oltre al Presidente americano, anche Putin condivida l’idea che la pace non sia altro che l’assenza della guerra. Come vittima del sopruso subito con l’invasione, l’Ucraina non può certo sottoscrivere questa visione, preferendo di gran lunga quella che immagina <strong>la pace come affermazione del diritto.</strong> Sul terzo tipo di percorso, quello che intende <strong>la pace come capacità delle comunità in conflitto di rinnovare i propri valori morali</strong>, né Mosca né Kiev sembrano riporre speranze e altrettanto dimostrano Washington o Bruxelles. </p>



<p>Che sia il percorso imposto dalla forza o quello garantito dal diritto, guardando oggi alla situazione in Ucraina viene comunque da chiedersi di quale pace si tratterà. Al momento gli aggettivi si concentrano su <em>pace giusta</em>, <em>pace sporca</em>, <em>pace di compromesso</em> o, peggio ancora, <em>pace ad ogni costo</em>. Per meglio comprendere in quali possibili direzioni si sta procedendo è opportuno rendersi conto che proprio sugli aggettivi da attribuire alla prossima pace si confrontano ferocemente due schieramenti. <strong>Il primo di questi eterogeni blocchi punta ad una pace che permetta di ricostruire un nuovo ordine</strong>, in primo luogo, riconoscendosi reciprocamente come potenze certo in competizione ma non in guerra e quindi ridefinendo gli equilibri e le reciproche aree di influenza per come il nuovo contesto li ha determinati&#8221;. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="1024" height="428" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente-1024x428.jpg" alt="" class="wp-image-497292" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente-1024x428.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente-300x125.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente-768x321.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente-600x251.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/paolo_capitini_controcorrente.jpg 1212w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Paolo Capitini</figcaption></figure>



<p><strong>E l’Europa?</strong></p>



<p>&#8220;In questo dialogo o accordo tra super-potenze non c’è posto né necessità di ascoltare o recepire le istanze, anche legittime, né dell’Europa nella sua attuale forma di <em>Unione</em>, né dell’Ucraina. Quest’ultima verrebbe verosimilmente mantenuta in vita come entità statale, ma privata di gran parte della propria autonomia in tema di politica estera e di difesa. Deprivata del 25% del suo territorio, l’Ucraina post-bellica e pacificata non apparterrebbe né alla sfera russa, né a quella occidentale; una vasta area grigia, <strong>impoverito ostaggio di questo nuovo equilibro tra potenze.</strong> In questo scenario sarebbe (o si immagina dovrebbe essere) l’Unione Europea ad accollarsi i costi della ricostruzione del Paese&#8221;.</p>



<p><strong>Cosa comporterebbe una pace nata con tali premesse?</strong></p>



<p>&#8220;Una pace di questo tipo garantirebbe agli USA e alla Federazione russa un lungo periodo di relativa sicurezza, durante il quale i primi si potrebbero concentrare sulle due aree di loro maggiore interesse così come indicate nel <em>National Security Strategy</em>: <strong>l’emisfero occidentale e il quadrante indo-pacifico.</strong> Mosca vedrebbe finalmente riconosciuto dal suo competitor il rango di superpotenza, anche se di rango inferiore e come tale in diritto di vantare una primazia sullo spazio ex-sovietico e una sicura rilevanza nei confronti dell’Europa. Questa visione di pace armata vede accumunati oltre Putin e la maggioranza dei suoi più importanti sostenitori, anche Donald Trump, gran parte della piattaforma MAGA e una considerevole porzione del governo americano; considerevole ma non totale. Contrari a questo approccio che potrebbe essere letto come una “nuova Yalta” troviamo <strong>non solo gli oltranzisti russi come Dugin o Karaganov, ma anche gran parte delle élite di governo europee</strong>, in primo luogo quella britannica seguita da Francia e Germania. Una simile pace, decisa tra Russia e USA, sarebbe, infatti, costruita non solo sulla testa e sul sangue dell’Ucraina, ma anche sulle velleità di potenza dei principali stati europei che ne risulterebbero sepolte per i prossimi quarant’anni&#8221;. </p>



<p><strong>Una prospettiva che anche a Washington non ha conquistato tutti…</strong></p>



<p>&#8220;Si, anche oltre oceano troviamo fieri oppositori della pax trumpiana. In primo luogo, <strong>molti dei cosiddetti “<em>neocon</em>” i quali vedono come fumo negli occhi un qualsiasi accordo con la Russia </strong>che non preveda gli USA in posizione di assoluta dominanza. Questa fazione è trasversale sia al partito democratico come a quello repubblicano e vanta illustri rappresentanti anche all’interno della stessa amministrazione Trump, vedasi, ad esempio <strong>Marco Rubio</strong>. Tra i fieri oppositori vanno citati anche i gruppi nazionalisti ucraini, alcuni dei quali potentemente armati, i quali associano questo tipo di pace alla pietra tombale sul sogno di un’Ucraina indipendente e “diversa” dal suo ingombrante vicino. Al momento non è dato comprendere se prevarrà la pace di Trump o quella più debole immaginata da Zelensky, dai suoi alleati europei e da parte dell’establishment americano. Quale che sia la direzione che verrà intrapresa c’è da ricordare che <strong>una pace ad ogni costo è solo una tregua</strong>&#8220;.  </p>



<p><strong>Nel contesto della trattativa russo-ucraino-americana sulla fine della guerra, quale sarà, secondo lei, il principale rischio militare per l’Europa nel “giorno dopo” il conflitto?</strong></p>



<p>&#8220;Come si è accennato, molto dipenderà dall’esito dello scontro tra le due visioni di una possibile pace: quella di lungo respiro immaginata da Mosca e Trump che non preveda alcuna partecipazione dell’Europa oppure un di compromesso che ponga fine alla carneficina e che, pur tenendo aperti molti dei temi a fondamento della guerra, consentirebbe all’Europa di mantenere una residuale voce in capitolo. A quale prezzo? Ovviamente compromettendo ancor di più i rapporti con l’attuale amministrazione americana che, d’altra parte, non sembra nutrire alcuna stima verso di noi, auspicando addirittura la fine dell’Unione Europea e il ritorno alla vecchia Europa degli Stati se non addirittura a quella del “sacro egoismo” di Salandra. Vista dalla sponda europea si tratta di puntare sul rosso o sul nero. In particolare, <strong>qualcuno nell’establishment europeo avrà pensato o sperato che Trump e il suo movimento MAGA siano un accidente della storia</strong>, un fenomeno passeggero incapace di incidere davvero sulle dinamiche profonde dei rapporti tra Stati Uniti e resto del mondo, in primo luogo con noi europei, da oltre settant’anni pigri ma fedelissimi alleati. A chi confida in questo scenario non sarà certo sfuggito come manchi poco meno di un anno alle elezioni di metà mandato che potrebbero restituire un Trump molto meno in forma e feroce di quanto sia ora e, con un po’ di fortuna, anche le elezioni presidenziali del 2028 potrebbero fornire l’occasione per un ritorno al passato; sia che nello Studio ovale sieda un democratico oppure un repubblicano, purché vecchio stampo&#8221;.  </p>



<p><strong>Che scenari si aprirebbero se lo scenario si concretizzasse?</strong></p>



<p>&#8220;Qualora l’auspicio s’avverasse l’Europa potrebbe sperare sull’ammorbidimento del diktat imposto dall’amministrazione Trump in tema di difesa e sicurezza: spesa militare elevata al 5%, acquisto di materiali e armi americane,  autosufficienza delle forze e delle capacità militari e presa in carico del mantenimento della sicurezza nel Vecchio Continente. <strong>D’altra parte in un clima rasserenato da una pace stabile tra USA e Russia questo potrebbe essere un compito non così gravoso</strong>. Se però la scommessa fosse perduta e sulla roulette uscisse ancora il numero del movimento MAGA, magari nelle vesti di J.D.Vance, allora lo scenario per l’Europa potrebbe essere addirittura peggiore. Con un’Ucraina in qualche modo pacificata e una Federazione Eussa in buoni rapporti con gli Stati Uniti all’Europa mancherebbe la ragione primaria per giustificare la ricostruzione rapida di una propria credibilità militare. P<strong>er l’appunto l’esistenza di un nemico credibile</strong>. In tal caso sia i piani per potenziare numericamente le forze armate dei Paesi membri dell’Unione, sia quelli per dotarle di mezzi e tecnologie “Made in Europe” subirebbero un severo scossone. Si potrebbe, infatti, immaginare che finita la “tempesta ucraina” gli eserciti del vecchio continente rimarrebbero più o meno come ora, forse appena ingranditi da qualche forma di riserva o di guardia nazionale e con gli arsenali ormai quasi vuoti riempiti in gran parte da materiali a stelle e strisce&#8221;.</p>



<p><strong>In caso di un’Ucraina “neutralizzata” o comunque non pienamente integrata nelle strutture occidentali, quale architettura di sicurezza dovrebbe essere costruita intorno a Kiev per impedire che il Paese diventi di nuovo la linea del fronte tra Russia e Occidente?</strong></p>



<p>&#8220;Per parlare di architettura di sicurezza sarebbe necessario avere certezza di cosa resterà dell’Ucraina dopo la guerra. Solo il tempo, che peraltro sta scorrendo molto velocemente, potrà fornire una qualche indicazione che non sia puro esercizio di scienza politica. <strong>Allo stato attuale alla leadership ucraina si sta presentando un tragico dilemma: scegliere tra sconfitta e disfatta.</strong> Ad oggi la realtà ucraina è di un Paese che sopravvive unicamente grazie agli aiuti finanziari dell’Occidente, con una parte del territorio devastata dalla guerra, un quinto della popolazione rifugiata all’estero, infrastrutture quasi completamente da ricostruire e nessuna certezza sulla solidità e tenuta nel tempo della rete di amicizie e solidarietà che l’ha sostenuta finora, prima fra tutte quella degli Stati Uniti. D’altra parte, <strong>l’esperienza di Iraq e Afghanistan non fa ben sperare nell’appoggio di Washington</strong>. Se questa è dunque la situazione tentare una via di pacificazione entro breve tempo potrebbe portare ad un’Ucraina, certamente provata e ridimensionata, ma ancora esistente come Paese altro dalla Russia, in grado di sopravvivere e determinare le proprie scelte se pur tra gravissime difficoltà. Una disfatta, prima militare e poi politica, aprirebbe invece a scenari tanto torbidi che preferisco non immaginarli. Nel caso si decidesse verso l’accettazione di una sconfitta e il mantenimento dello Stato ucraino l’appoggio politico ma soprattutto finanziario degli alleati sarebbe determinante, forse ancor più che durante la guerra.  Purtroppo, è noto che mentre la vittoria ha molti padri, la sconfitta è sempre orfana e <strong>quell’appoggio così tanto sbandierato e che finora è costato all’Unione Europea oltre 180 miliardi di euro potrebbe non essere scontato. </strong>Per tornare con il pensiero all’ipotesi peggiore è del tutto plausibile che prima o poi i territori ucraini rientreranno nell’ambito della sfera russa, senza trascurare che un’<em>Ucraina-non-Ucraina </em>potrebbe altresì scatenare inconfessati appetiti come la Volinia per i polacchi o la Transcarpazia per gli ungheresi. Meglio non pensarci&#8221;.</p>



<p><strong>L’Europa sta accelerando sul riarmo, ma resta frammentata in dottrine, sistemi d’arma e </strong><strong><em>command structure</em></strong><strong>. Crede che dopo la guerra ci sarà finalmente lo spazio politico per una vera integrazione militare europea, anche sotto il cappello Nato?</strong></p>



<p>&#8220;Credo sia bene ricordare che <strong>dei 27 paesi dell’Unione Europea ben 22 sono anche membri dell’Alleanza Atlantica.</strong> Questo basta per comprendere che dal punto di vista organizzativo, procedurale, dottrinale e d’impiego l’Europa dispone già di una struttura rodata e pronta: quella della NATO. Tuttavia, questo porta a riflettere sul fatto che utilizzare la NATO come pilastro della ipotizzata difesa europea priverebbe l’Europa di gran parte della sua autonomia strategica. Siamo infatti sicuri che l’azionista di maggioranza consentirebbe al pilastro europeo di far forza sulle sue capacità strategiche di difesa e sicurezza per perseguire una sua strategia? Molto, molto difficile. <strong>Parafrasando un vecchio detto la NATO serve agli USA per tenere l’America dentro, l’Europa sotto e la Russia fuori.</strong> Gli Stati Uniti non hanno dunque alcun interesse a che l’Europa si doti di un proprio strumento militare autonomo. Meglio per Washington che siano i singoli Stati europei a rinforzare i propri eserciti e ancor meglio se lo fanno acquistando armi e materiali made in USA purché si mantengano in assoluto vassallaggio rispetto a quella Trump definisce <em>la nazione di maggior successo nella storia dell’umanità e la patria della libertà sulla Terra.</em> Tuttavia, al riguardo gli Stati Uniti possono dormire sonni tranquilli. Il fatto di disporre di un unico carro armato o di equipaggiare le aeronautiche europee con un solo tipo di velivolo anche se <em>made-in-Europe</em> è di per sé una questione di politica industriale&#8221;. </p>



<p><strong>E infatti proprio politico è il nodo della questione…</strong></p>



<p>&#8220;La questione dell’esercito e della difesa europea non risiedono infatti nella capacità o meno degli attuali eserciti dei singoli stati dell’Unione di combattere fianco a fianco, ma dalla completa assenza di una realtà politica unica e riconosciuta per cui farlo. In termini più crudi la Nazione Europa non esiste e ancor meno l’Europa come Stato. Come sottolineato da alcuni giuristi tedeschi “<em>l’Unione Europea è solo un trattato intergovernativo con il quale Stati sovrani hanno deciso di delegare all’esercizio di alcune competenze nazionali</em>” Ne discende che oltre a non avere una politica fiscale comune, un Codice penale e civili comuni, una polizia comune e tanto meno un governo comune, <strong>l’Unione Europea non ha neppure una politica estera comune la cui difesa dovrebbe essere affidata ad un esercito comune.</strong> La guerra russo-ucraina, prima e più che davanti ai limiti di <em>difesa&amp;sicurezza</em> dell’Unione, ha messo in assoluta evidenza cosa significhi aver sviluppato solo l’aspetto economico-finanziario dell’Unione a scapito di quello politico. Parlare di esercito europeo senza parlare di riforma complessiva del concetto di Unione è molto più che prematuro. Per ora accontentiamoci dunque del pilastro europeo della NATO&#8221;.</p>



<p><strong>L’industria della difesa europea è sotto forte pressione: i decisori strategici danno la priorità a munizioni, capacità produttiva e interoperabilità. Qual è, secondo lei, la priorità assoluta per evitare che l’Europa arrivi impreparata alla prossima crisi?</strong></p>



<p>&#8220;Certamente munizioni, mezzi, materiali, droni e difesa satellitare sono importanti. L’Europa lamenta in questo campo un ritardo pluridecennale in parte spiegabile con l’idea che la fine della contrapposizione tra Est e Ovest avesse generato <em>tout court</em> la fine della guerra sostituita dal <em>peace keeping</em> e in parte dalla convinzione che gli USA avrebbero comunque provveduto in tutto e per tutto alla difesa del Vecchio Continente qualora se ne fosse paventata la necessità. La guerra russo-ucraina ci ha svegliati da questo sogno dorato ed evidentemente siamo ancora intorpiditi se pensiamo che armi&amp;munizioni siano sinonimo di difesa&amp;sicurezza. In altri termini, ancora con gli occhi chiusi e infastiditi dalla luce delle esplosioni, <strong>siamo convinti che basti pagare per sentirci sicuri.</strong> Quando avremo preso un caffè forse inizieremo a renderci conto che la sicurezza passa innanzi tutto attraverso la consapevolezza di ogni cittadino e di ogni popolo di poter essere chiamato a pagare un prezzo per il mantenimento della sicurezza, dell’indipendenza e del benessere della propria comunità. <strong>La sicurezza ha quindi un costo personale oltre che materiale ed è un costo alto.</strong> Oltre a una simile consapevolezza e altresì necessario che quelle comunità siano disposte a pagare quel prezzo. Senza questo preliminare ragionamento parlare di difesa europea o di ReArm Europe è solo un costoso spot&#8221;.</p>
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		<title>7 ottobre, un anno dopo &#8211; La guerra senza limiti in Medio Oriente e le sue lezioni. Parla il generale Capitini</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-la-guerra-senza-limiti-in-medio-oriente-e-le-sue-lezioni-parla-il-generale-capitini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2024 16:01:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Hezbolla]]></category>
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		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Medio Oriente, da Gaza estesasi alla regione, infuria da un anno e gli scenari militari che la contraddistinguono sono complessi. A un anno dai massacri del 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Hamas è deragliato in una colluttazione generalizzata che rende una polveriera la regione, dal Libano al potenziale scontro &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-la-guerra-senza-limiti-in-medio-oriente-e-le-sue-lezioni-parla-il-generale-capitini.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-la-guerra-senza-limiti-in-medio-oriente-e-le-sue-lezioni-parla-il-generale-capitini.html">7 ottobre, un anno dopo &#8211; La guerra senza limiti in Medio Oriente e le sue lezioni. Parla il generale Capitini</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240604080747950_35f73828d03ac7b4a0e21475753d5a6a-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La <strong>guerra in Medio Oriente</strong>, da Gaza estesasi alla regione, infuria da un anno e gli scenari militari che la contraddistinguono sono complessi. A un anno dai massacri del 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Hamas è deragliato in una <strong>colluttazione generalizzata</strong> che rende una polveriera la regione, dal Libano al potenziale scontro tra Tel Aviv e l&#8217;Iran. Che scenari si aprono? <em>InsideOver</em> ne discute con <a href="https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html"><strong>Paolo Capitini</strong>,</a> generale di brigata in riserva dell’Esercito, autore con <strong>Mirko Campochiari</strong>, del volume “<em>Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito</em>” (edizioni Parabellum).</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Ad un anno dai massacri del 7 ottobre, la guerra scoppiata tra Israele e Hamas ha acquisito una portata regionale. Che scenari si possono leggere dopo 365 giorni di scontri?</strong></h4>



<p>Viene da chiedersi se il 26 ottobre, quando il primo carro armato di Tshal è entrato nel nord della Striscia, qualcuno a Tel Aviv immaginava che dopo un anno l’avrebbe ritrovato ancora là, tra le macerie di quella che era stato il secondo pezzo di quell’embrione di Palestina non ancora israeliana. In molti, me compreso, guardando ai precedenti delle guerre arabo-israeliani e delle svariate operazioni che l’IDF aveva fino ad allora condotto contro Gaza e contro il Libano immaginavamo che si sarebbe trattato di un’operazione dura, violenta ma dalla durata limitata. E invece dopo un anno si combatte ancora e la prospettiva di una soluzione è ben lontana.</p>



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<p class="has-medium-font-size"><strong><a href="https://it.insideover.com/topic/7-ottobre-un-anno-dopo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO – LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER</a></strong></p>



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<h4 class="wp-block-heading"><strong>Perché allora quasi tutti gli analisti militari sono caduti nell’errore?</strong></h4>



<p>? Per diversi fattori. Il primo riguarda proprio Hamas. Nessuno e quel che è grave neppure Israele aveva ben compreso il grado di preparazione della difesa che Hamas aveva predisposto per rispondere all’inevitabile reazione dello Stato ebraico. Una reazione che tutta la dirigenza del movimento poteva facilmente immaginare vista la portata e l’efferatezza dell’offesa che proprio un anno fa stavano per portare contro Israele. Anzi, la violenza dell’attacco di Hamas puntava proprio a scatenare una reazione rabbiosa e muscolare da parte di Tel Aviv. Non voleva solo colpire il territorio, né solo terrorizzare la popolazione israeliana, no. Quel che Hamas si prometteva era di provocare la belva, indurla a farla uscire per condurla nel terreno che con cura aveva predisposto e dove avrebbe potuto se non abbatterla almeno ferirla ulteriormente. E così è stato. Malgrado l’incredibile numero di vittime civili e la quasi completa distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture di Gaza, Hamas ancora è ben lungi dall’essere stata eliminata, sia come entità politica sia come forza militare. Certo, la pressione che deve sopportare è eccezionale e le possibilità di controbattere ridotte al minimo, tuttavia Hamas a Gaza c’è ancora e continua a combattere. Varrebbe a questo punto riflettere sul significato della parola Jahad che non è quello che comunemente si attribuisce di “guerra santa”, ma di resistenza al male, anche quando questo sembra prevalere.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Con queste premesse cambiamo molto anche i termini di &#8220;vittoria&#8221; e &#8220;sconfitta&#8221;&#8230;</strong></h4>



<p>Ad Hamas quindi non interessa vincere, almeno non nel senso che noi occidentali attribuiamo al termine vittoria, ma vuole resistere, tenere alta la testa. In questo senso Hamas ha vinto, almeno nei confronti del mondo arabo. Qui è necessario spendere due parole per chiarire cosa si intende per mondo arabo. Non certo quello dei governi delle petromonarchie del golfo o dei regimi come quello di Al Sisi o di Habdallah di Giordania. Non, quindi, quello delle elite di governo, ma alle masse povere della galassia mediorientale alle quali la resistenza di Hamas contro Israele suona una vittoria. La prima dopo tanto tempo, la sola che finora è stata conseguita. Si è detto come questo anno di guerra si poggia su diversi fattori. Il secondo, a mio avviso, riguarda proprio Israele e la sua leadership e forse Hamas non l’aveva considerato. La violenza e la crudeltà dell’affronto subito hanno infatti minato alcune delle certezze su cui si fondava lo Stato di Israele, in particolare l’efficienza e pervasività dei propri servizi di sicurezza e in secondo luogo la potenza soverchiante delle forze armate.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Ritiene importante il danno subito dallo Stato Ebraico sotto questo punto di vista?</strong></h4>



<p>Dietro questi due baluardi per oltre settant’anni Israele ha tentato di costruire la sua normalità, svegliandosi dall’illusione proprio il 7 ottobre scorso. L’eventualità che nel futuro si potesse ripresentare una simile situazione ha indotto il governo israeliano, ma soprattutto la maggioranza della popolazione a spingere per una soluzione definitiva del problema della sicurezza dello stato. Quindi non si chiedeva solo di chiudere i conti con Hamas, ma di farla finita una volta e per tutte con Hezbollah e con tutta la miriade di formazioni minori che ancora e sempre inneggiavano alla cancellazione dello stato di Israele e allo sterminio di tutti gli ebrei. Chiudere per sempre i conti con le formazioni terroristiche significava automaticamente prendere di petto la questione iraniana.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Che scenari apre<a href="https://it.insideover.com/difesa/7-ottobre-un-anno-dopo-iran-e-israele-alla-resa-dei-conti-gli-arsenali-a-confronto.html"> per l&#8217;Iran</a> l&#8217;escalation recente del conflitto?</strong></h4>



<p>L’Iran che affannosamente cercava di accreditarsi come nuova potenza nucleare del Golfo, che si era impadronito di buona parte dell’Iraq e di ampie porzioni della Siria e che spaventava sempre di più i propri vicini, in primo luogo l’Arabia Saudita. Non ostante i suoi legami con Mosca, Teheran doveva comunque fronteggiare non solo una crescente insofferenza popolare, ma anche una fronda interna allo stesso establishmet della Repubblica islamica. Per Israele l’Iran era quindi certamente un nemico robusto, ma non invincibile, soprattutto se si poteva far conto sull’appoggio di Washington. Questo è il terzo fattore da considerare. Nella storia degli ultimi quarant’anni mai la leadership americana era stata così debole e messa in discussione così spesso. Le ragioni sono note a tutti, ma per Tel Aviv ciò che contava e che conta ancora che proprio perché così debole Washington non sarebbe stata in grado di negoziare serie alternative alla “madre di tutte le guerre” che Netanhyau aveva in mente per regalare ad Israele una pace duratura, un prestigio accresciuto e, perché no, anche per salvarsi dalla possibilità di passare qualche mese in prigione. Alla luce di quanto è accaduto e sta ancora accadendo in questi mesi va precisato che l’Iran, pur se ha abbandonato la linea definita della “pazienza strategica” che aveva caratterizzato gli anni precedenti, soprattutto quelli della presidenza Trump, oggi non è ancora disposta a scendere apertamente in campo contro Israele. Al di là delle reazioni tutto sommato contenute del 13 aprile e di qualche giorno fa contro Israele, Teheran sa benissimo che il tempo lavora a suo favore.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>In che maniera secondo lei?</strong></h4>



<p>Il lancio di qualche centinaio tra missili e droni ha infatti dimostrato a Israele due semplici concetti: il primo che il triplice scudo formato da Arrows 3, Fionda di Davide e Iron Dome non è impenetrabile e quindi che tutto Israele è concretamente a rischio. Il secondo è che senza l’aiuto americano e in genere occidentale la difesa israeliana non è affatto impenetrabile. Tutto questo senza causare vittime tra la popolazione civile. Vale a dire in diretta opposizione al massacro da parte dell’aeronautica israeliana sia a Gaza come in Libano. Intendiamoci, non si tratta di spirito umanitario. Nella scala delle possibili reazioni Israele ha infatti deciso da subito di iper reagire, opponendo il massimo della forza e della violenza seguendo una linea strategica decennale di cui Israele sembra sempre persuasa, quella cioè di garantire la propria sicurezza diffondendo attorno a sé stesso un clima di paura se non addirittura di terrore. Giocare sempre al rialzo priva però la leadership israeliana di una ampia gamma di possibili scelte alternative. Avendo deciso di agire con il massimo della forza essa non è cioè in grado di modulare ogni altra risposta. Al contrario Teheran si è lasciata aperta ogni porta. L’Iran può, infatti, agire e reagire contro Israele avendo davanti un’ampia gamma di possibili interventi: dalle proteste di piazza, al lancio di droni con ampio preavviso fino a quello di missili contro obiettivi militari. Tutto questo permette a Teheran di muoversi sulla linea del tempo con maggiore efficacia di quanto si possa permettere Tel Aviv che inizia a soffrire dall’aver tenuto quasi al massimo dei giri il motore della propria sicurezza.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Quali sono i fattori di logoramento dell&#8217;apparato israeliano?</strong></h4>



<p>Richiamo di migliaia di riservisti; usura massiccia di materiali e armamenti e consumi da tempo di guerra iniziano a pesare su Israele che a questo punto non può che rilanciare ancora in avanti la palla con interventi sempre più duri e violenti. Iran può invece permettersi di attendere e vedere Israele consumarsi per iper-attivismo. &nbsp;Dopo un anno, possiamo quindi dire che il piano è in pieno svolgimento e a giudicare da quanto accade a Gaza e dalle prime difficoltà che si stanno incontrando in Libano è evidente che non tutto procede speditamente verso l’inevitabile vittoria finale. A questo gioco Tel Aviv non può che puntare alla vittoria completa. In alternativa, vale a dire una impasse su qualche fronte, una robusta reazione iraniana e non ultimo un appoggio americano poco più che tiepido, esporrebbero lo stato nato per dare una patria a tutti gli ebrei del mondo ad un rischio esiziale. E questo Netanhyau lo sa.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>In quest&#8217;ottica, esistono delle lezioni militari che si possono apprendere da un anno di guerra a Gaza e dintorni?</strong></h4>



<p>È ancora presto per poter dare un giudizio complessivo sull’impiego delle varie componenti dello strumento militare israeliano nel contesto della battaglia per Gaza. Troppo pochi sono infatti gli indizi e i documenti in grado di far comprendere, ad esempio, quel è stato l’impiego dell’intelligence operativo, o quello della artiglieria convenzionale per non parlare delle operazioni condotte dalle forze speciali. Una cosa però emerge già con chiarezza ed è che il combattimento urbano moderno non permette più di separare i contendenti dalla popolazione. Si combatte non più dietro i civili, ma dentro di essi. Come prima conseguenza assistiamo alla crisi dei cardini del diritto umanitario e dei conflitti armati e spesso non per cattiva volontà, ma per impossibilità di applicarlo. Forse, se all’inizio della operazione si fosse deciso di seguire la strada di interventi mirati piuttosto che quella della forza bruta, sarebbe stato ancora possibile limitare i danni, ma è stato lo stesso premier israeliano a chiudere a questa possibilità nel momento in cui ha dichiarato l’intera popolazione di Gaza complice e sostenitrice delle formazioni di Hamas. L’ammaestramento che se ne può trarre è quindi più tipo politico-strategico che operativo-militare. Chi governa deve infatti essere ben attento a decidere chi è nemico e chi è invece semplice vittima delle circostanze e adeguare lo strumento militare a combattere o primi e proteggere i secondi. Una volta che si è dichiarato che tutti sono nemici non ha molto senso agire in punta di fioretto, ma si impugna la clava.</p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Mentre il mondo commemora i morti degli attentati di Hamas, il fronte più caldo resta quello libanese: che prospettive prevede nel Paese dei Cedri?</strong></h4>



<ol class="wp-block-list">
<li></li>
</ol>



<p>Rispetto a Gaza il Libano è tutt’altra faccenda. In primo luogo, è molto più vasto della piccola striscia di sabbia di Gaza, in secondo luogo gli attori che operano in quel teatro sono diversi, ciascuno dei quali in grado di facilitare, ma soprattutto mettere in pericolo ogni operazione militare. Detto questo c’è da capire quale sia il reale obiettivo di Israele. Si tratta infatti di imporre a Hezbollah il rispetto della risoluzione ONU 1701 del 14 agosto 2006? Vale a dire lo sgombero armi e bagagli di quella striscia profonda una trentina di chilometri compresa tra il confine israelo-libanese e il fiume Litani oppure c’è dell’altro. A ben guardare sembra un po’ poco per Netanhiau accontentarsi di un semplice ridislocamento. D’altra parte, i bombardamenti su Beirut come contro il nord del Libano e in Siria, così come la campagna dei <em>pager</em> e dei <em>walkie-talkie</em> esplosivi per non parlare delle ottanta tonnellate di esplosivo destinate a sopprimere Nasrallah sembrano indicare qualcosa di più ambizioso. Davvero Tel Aviv punta alla cancellazione di Hezbollah? Se si prende a raffronto cosa sta succedendo con Hamas verrebbe da pensare che questa volta si tratterebbe di vaporizzare gran parte del Libano. Peraltro Hezbollah ha una forza numerica, un addestramento e mezzi incomparabilmente superiori a quello di Hamas e, per giunta gode del sostegno non solo dell’Iran, ma di gran parte della popolazione che in questi anni ha potuto usufruire del lavoro, dell’assistenza sanitaria, del sistema amministrativo e dei servizi offerti proprio da Hez-bollah visto che il legittimo governo di Beirut non era in grado di svolgere quei compiti. Per quel che fu il Paese dei Cedri non si apre però un periodo facile, sia che Israele riesca a ridimensionare Hezbollah, sia che sia costretto a tornarsene indietro con una parziale vittoria, così come accadde nel 2006</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/7-ottobre-un-anno-dopo-la-guerra-senza-limiti-in-medio-oriente-e-le-sue-lezioni-parla-il-generale-capitini.html">7 ottobre, un anno dopo &#8211; La guerra senza limiti in Medio Oriente e le sue lezioni. Parla il generale Capitini</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il generale Capitini: l&#8217;ora della verità per l&#8217;Europa al crocevia tra Gaza e l&#8217;Ucraina</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-generale-capitini-lora-della-verita-per-leuropa-al-crocevia-tra-gaza-e-lucraina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jul 2024 10:34:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Due guerre sono in corso ai confini dell&#8217;Europa e per il Vecchio Continente è tempo di scelte decisive. Del tema discutiamo con Paolo Capitini, generale di brigata in riserva dell’Esercito, autore con Mirko Campochiari, del volume “Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito” (edizioni Parabellum). Il quale legge la situazione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-generale-capitini-lora-della-verita-per-leuropa-al-crocevia-tra-gaza-e-lucraina.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-generale-capitini-lora-della-verita-per-leuropa-al-crocevia-tra-gaza-e-lucraina.html">Il generale Capitini: l&#8217;ora della verità per l&#8217;Europa al crocevia tra Gaza e l&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/OVERCOME_20240617150812958_34f6a26f7e7cd012709de9d73b4256a2-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Due guerre sono in corso ai confini dell&#8217;Europa e per il Vecchio Continente è tempo di scelte decisive. Del tema discutiamo con <a href="https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html"><strong>Paolo Capitini</strong>,</a> generale di brigata in riserva dell’Esercito, autore con <strong>Mirko Campochiari</strong>, del volume “<em>Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito</em>” (edizioni Parabellum). Il quale legge la situazione sul campo nei due conflitti e parla della necessità per l&#8217;Europa di scegliere cosa voler essere, sul fronte della Difesa, un domani per contare davvero nel mondo sempre più competitivo di oggi.</p>



<p><strong>Ucraina e Gaza, due guerre che sono sempre in corso e non sembrano avviate verso una fine. Siamo di fronte a delle potenziali &#8220;endless war&#8221;?</strong></p>



<p>&#8220;Credo sia necessario un distinguo significativo tra i due conflitti. A differenza del secondo, la prima – e mi riferisco a quella russo-ucraina &#8211; non può dirsi una guerra infinita. Essa, infatti ha un fine ben individuato e, realisticamente raggiungibile vuoi con l’impiego della forza, vuoi con la diplomazia se questa non risultasse alla fine decisiva. Per la Russia si tratta di ristabilire un proprio spazio vitale e contemporaneamente lanciare un chiaro segnale al mondo, ma anche all’interno, che essa non è più disposta ad accettare cessioni di sovranità. Per Kiev si tratta invece di affrancarsi una volta e per tutte dalla sudditanza dall’enorme vicino. Questi due fini, sebbene contrapposti, fanno rientrare il conflitto russo-ucraino nell’ambito del possibile, o per dirla in termini clausewitziani, nell’alveo della prosecuzione di una politica con altri mezzi&#8221;. </p>



<p><strong>E per Gaza?</strong></p>



<p>&#8220;Si può dire lo stesso per il conflitto israelo-palestinese? Credo di no. Da un lato Hamas e in genere la diaspora palestinese proclama e persegue l’irrealistico obiettivo della cancellazione dello Stato di Israele, da sostituire con una Palestina “…<em>dal mare</em> (il Mediterraneo) <em>al fiume</em> (il Giordano)..”. Sull’altro versante Israele sembra perseguire l’obiettivo diametralmente opposto, quello cioè di un grande Israele in cui la questione palestinese si sia risolta come per magia permettendo finalmente a Israele di uscire dallo stato di guerra permanete in cui vive dal luglio del 1949. Entrambi gli obiettivi sono assolutamente irrealizzabili e questo fa di quella guerra un conflitto infinito perché senza un fine, almeno non un fine conseguibile. Senza un fine e quindi senza una fine&#8221;.<strong> </strong></p>



<p><strong>Quanto è turbato l&#8217;ordine internazionale dal contemporaneo perdurare di questi conflitti?</strong></p>



<p>&#8220;Spero di essere smentito a breve ma mi sento di rispondere assai poco. Credo infatti che il pianeta da oltre una decina d’anni si sia ormai abituato a convivere con una situazione di rissosità permanente e di leadership contestata in cui Ucraina e Israele rappresentano solo episodi, gravi senza dubbio, ma episodi&#8221;.</p>



<p><strong>Ha citato il problema della guerra di Gaza. In questa fase Israele con Netanyahu sta tirando dritto sull&#8217;operazione di terra, e non si è chiusa la porta all&#8217;attacco su Rafah, mentre nelle scorse settimane diversi casi di di massacri di civili hanno alienato parte del sostegno occidentale. Esiste uno sbocco militare a questa crisi?</strong></p>



<p>&#8220;In parte ho già accennato alla situazione che Israele e Gaza stanno vivendo ormai da mesi. Si possono aggiungere a questo punto alcuni elementi complementari che forse potrebbero aiutare a comprendere meglio il quadro generale. Il primo e più significativo di questi elementi è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che vive la paradossale situazione di guidare un Paese in guerra nel momento in cui è a capo di un Governo dalla maggioranza risicata (2 voti), permanentemente sotto ricatto della componente estremista xenofoba e visceralmente antipalestinese incarnata da personaggi come Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich o Avi Maoz, rispettivamente leader di Potere ebraico, Sionismo religioso e Noam che non accettano altra soluzione se non la prosecuzione di quello che, ai loro occhi, non è un massacro ma una guerra di liberazione. A questo va poi aggiunto che di certo Netanyahu non vorrà passare alla storia come il primo capo di Governo israeliano a essere stato sconfitto in guerra e per di più da una specie di esercito palestinese. Quindi, la guerra dal lato israeliano continua, anzi si estenderà con ogni probabilità ai territori del Nord di Israele o del Sud del Libano&#8221;. </p>



<p><strong>E i palestinesi?</strong></p>



<p>&#8220;Da parte palestinese, dopo dieci mesi di combattimento, con l’intera opinione pubblica mondiale dalla loro parte e con l’appoggio di un importante alleato come l’Iran, quale ragione ci sarebbe per arrendersi e consegnarsi a un controllo israeliano ben più asfissiante e continuo di quello patito finora? Ancora una volta in assenza di un concreto fine politico la guerra è priva del suo scopo fondamentale: creare una situazione stabilmente diversa da quella di partenza e quindi, no, la soluzione militare non rappresenta una soluzione ma solo un metodo di confronto tra due parti che, in realtà, non vogliono parlarsi&#8221;.</p>



<p><strong><strong>Quanto, in prospettiva, si sedimenteranno delle crisi legate alla guerra a Gaza che impatteranno sulla sicurezza regionale?</strong></strong></p>



<p>&#8220;È notizia di questi giorni l’aumento delle attività militari a cavaliere della blue-line. Hezbollah sta intensificando il lancio di razzi contro gli insediamenti israeliani nell’alta Galilea e Tel Aviv risponde con incursioni sempre più pesanti sulle basi hezbollah sia a Sud del Libano sia a Nord, sul confine con la Siria&#8221;.</p>



<p><strong>Potrebbe essere questo il preludio di una nuova guerra israelo-libanese? </strong></p>



<p>&#8220;Può darsi, ma non credo immediatamente. Almeno non finché l’operazione su Gaza non sarà conclusa. A quel punto viene da chiedersi se Israele avrà la forza e anche la necessità di proseguire la guerra contro un nemico ben più organizzato, armato, addestrato e numericamente importante dei miliziani di Hamas. In più c’è da considerare anche la possibilità che un’eventuale guerra in Libano costringa l’Iran ad intervenire direttamente nel conflitto. Un simile scenario aprirebbe sbocchi davvero imprevedibili. Non dimentichiamo, infine, che a novembre negli Stati Uniti si voterà per il nuovo presidente che potrebbe riconfermare Biden, assai tiepido nei confronti delle politiche di Netanyahu, oppure sancire il ritorno di Trump con tutta l’imprevedibilità di cui la leadership di The Donald ammanta la politica internazionale. A questo punto mi viene più facile pensare a una crisi interna del gabinetto Netanyahu e a un nuovo Governo, ma non prima che l’operazione su Gaza sia terminata. È dunque paradossale pensare che sia Hamas a tenere in piedi Netanyahu&#8221;.</p>



<p><strong>Su un altro fronte, continua la guerra in Europa orientale. In questo 2024, verso che direttrici si sta sviluppando il sostegno occidentale all’Ucraina? Come gestire la sfida del mantenimento della situazione sul campo, contenendo Mosca?</strong></p>



<p>&#8220;Sulle pianure ucraine assistiamo a una guerra combattuta su piani diversi. Il primo, più evidente, coinvolge la Repubblica Ucraina nel suo sforzo vitale per affrancarsi una volta e per tutte dallo spazio ex-sovietico o comunque russo e quindi tentare di avvicinarsi a quell’Occidente al quale, almeno per la sua parte occidentale, ha appartenuto per un lungo periodo di tempo. Il secondo piano, di gran lunga più importante, è quello del confronto diretto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati e la Federazione russa. Scopo di questo livello della guerra, almeno da parte di Washington, è frustrare o almeno limitare ogni possibile ripresa russa che in qualche modo la riporti ad essere una potenza di primo livello, senza però causare il pericolosissimo collasso dello spazio russo e magari la dissoluzione della stessa Federazione in una costellazione di repubbliche dal nome per ora indefinibile ma quasi tutte dotate di armi atomiche. Una volta considerati questi due livelli è facile comprendere come la natura, la quantità e anche la tempistica degli aiuti occidentali a Kiev sono subordinati al conseguimento degli obiettivi del secondo livello, quello internazionale- e solo subordinatamente alla difesa della patria ucraina. Insomma, armare Kiev quel tanto che basta a renderla un nemico duro per Mosca, ma senza fornire a Zelensky la concreta possibilità di prevalere. In questa prospettiva il sostegno occidentale non è poi molto cambiato dall’inizio della guerra, se non in senso deteriore. Meno materiali, meno armamenti, meno munizioni e in tempi sempre più dilatati. D’altra parte, i russi non sembrano saper approfittare della situazione, preferendo mantenere una pressione costante lungo tutto il fronte nella speranza, chissà, di provocare prima o poi il collasso dell’esercito ucraino e con esso quello della leadership di Zelensky&#8221;.</p>



<p><strong>La Russia porta avanti da oltre un anno una continua guerra di logoramento. Quali sono i limiti della sua capacità di condurla? Fin dove si può spingere?</strong></p>



<p>&#8220;Della Russia e del suo esercito s’è detto tutto il bene e tutto il male possibile. Quel che appare evidente è che esso non ha finora dimostrato di saper mettere in campo quelle capacità di manovra a lungo raggio che aveva fatto dell’Armata Rossa un avversario davvero temibile per la NATO. La supremazia occidentale nella sorveglianza del campo di battaglia, un’intelligence sviluppatissima ed efficiente mette le forze ucraine al riparo da ogni possibile sorpresa che vada al di là del semplice livello locale. In altri termini Mosca non può realizzare in segretezza quelle grandi concentrazioni di uomini, mezzi e materiali, indispensabili a realizzare locali sfondamenti e successivi sfruttamenti del successo in profondità. In assenza di questa possibilità propria della guerra manovrata classica, si è optato per un’infinita serie di locali punture di spillo, in grado di far guadagnare qualche centinaio di metri o al massimo un paio di chilometri, ma sufficienti per infliggere alla controparte ucraina un tasso di logoramento delle truppe e dei materiali che Kiev non potrà sostenere per sempre. Da questo punto di vista non si vedono grandi limiti per Mosca a proseguire su questa linea, soprattutto ora che l’intero apparato industriale è ormai convertito alla produzione di guerra e che il reclutamento di nuovi soldati non incontra severi problemi&#8221;.</p>



<p><strong>Chi è pressato da queste guerre è l&#8217;Ue. Le Europee sono passate avendo all’ordine dell’agenda un tema critico come quello della Difesa del Vecchio Continente. Tornerà all&#8217;ordine delle priorità politiche l’idea di un’Europa capace di giocare da potenza un domani?</strong></p>



<p>&#8220;Le elezioni europee sono ormai alle spalle e con esse sembra esserlo anche la questione della sbandierata difesa europea. Poco male. L’attuale struttura dell’Unione Europea non consente infatti di dotare questo “consorzio tra nazioni” di un reale esercito. Un esercito infatti difende una politica e un territorio e l’Europa non ha né l’una né l’altro. Questo non vuol però dire che l’Unione non dovrà prima o poi prendersi carico della “questione ucraina”, soprattutto se e quando gli Stati Uniti decideranno di diminuire il loro coinvolgimento. Quest’ultimo aspetto è tutt’altro che improbabile nell’eventualità dell’elezione di Donald Trump che ha fatto del diminuito impegno americano verso l’Europa uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali. Riuscirà l’Europa a ripresentarsi come potenza di primo piano? Innanzi tutto, c’è da chiedersi se realmente lo voglia. Essere una potenza innanzi tutto significa esserlo in campo militare, non solo per la quantità e le capacità operative delle forze armate, ma anche per la possibilità più che concreta di utilizzarle in difesa dei propri interessi. Qui si ritorna all’assunto iniziale. Esistono davvero interessi definibili come “europei”? Credo di no. Quello che vediamo sono invece interessi tedeschi, italiani, spagnoli, polacchi e via così. Interessi spesso in contrasto tra loro e talvolta neppure percepiti come tali. Insomma, la strada non solo è ancora lunga, ma non è neppure tracciata&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-generale-capitini-lora-della-verita-per-leuropa-al-crocevia-tra-gaza-e-lucraina.html">Il generale Capitini: l&#8217;ora della verità per l&#8217;Europa al crocevia tra Gaza e l&#8217;Ucraina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Generale Capitini: &#8220;Che cosa vuol dire, davvero, la parola guerra&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 May 2024 14:09:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La terza guerra mondiale a pezzi, il cyberspazio, il cosmo. Il generale Capitini sottolinea le nuove realtà della guerra e la necessità di parlarne con consapevolezza e corretta informazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html">Generale Capitini: &#8220;Che cosa vuol dire, davvero, la parola guerra&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Nel mondo in cui la guerra torna affare di dominio pubblico </strong>anche in un Occidente svegliato dal torpore post-storico degli ultimi anni, saper parlare, e bene, dell&#8217;arte militare è oggi necessità ineludibile.<strong> Paolo Capitini</strong>, generale di brigata in riserva dell’Esercito, è sul tema autore con Mirko Campochiari, del volume “<em>Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito</em>” (edizioni Parabellum) in cui è al centro la necessità di discutere, appropriatamente, dei conflitti evitando fraintendimenti e una comunicazione errata che possa produrre infodemia. Con lui parliamo del tema di come <a href="https://it.insideover.com/eventi/raccontare-la-guerra-oggi-quarantanni-di-conflitti-visti-con-gli-occhi-dei-giornalisti-italiani.html"><strong>raccontare oggi la guerra</strong>, da sempre caro a <em>InsideOver</em>.</a></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Generale, il saggio è centrato sulle “parole” della guerra. Ovvero sul parlare, con proprietà, dei moderni conflitti. Quanto è &#8211; oggigiorno &#8211; fragile sul tema l’opinione pubblica e soprattutto quanto lo è il mondo dell’informazione, in una fase in cui servirebbe informare correttamente e attivamente?</strong></h4>



<p>Si potrebbe dire che è il vecchio tema del racconto, cioè del descrivere per comprendere cosa accade fuori da noi. Senza le parole questo meccanismo di semplificazione, razionalizzazione e infine interpretazione della realtà è semplicemente impossibile. Ecco perché individuare le parole, ma soprattutto interiorizzare il loro esatto significato è premessa indispensabile per essere parte attiva nella narrazione e non bersaglio inerte esposto alle parole della propaganda. Queste si mistificate, poste fuori contesto e deprivate del loro significato per parlare non più alla mente ma alla pancia del pubblico. Il pericolo di non possedere il significato delle parole, non solo quelle della guerra, è nei paesi a democrazia avanzata particolarmente grave. Da noi infatti è richiesto a tutti un ruolo attivo di partecipazione alla formazione del sentire comune. Ogni opinione è quindi importantissima, ma proprio per questo deve essere quanto più informata e oggettiva possibile, proprio per non deprivare il popolo di uno dei suoi strumenti più importanti di controllo del potere, quello cioè della critica. In questo senso l’intero sistema dell’informazione, anche se non dovrebbe svolgere un ruolo puramente pedagogico come fu nei decenni del boom economico e in quelli immediatamente successivi, deve però, a mio parere, mantenere una certa vocazione educativa e non certo manipolativa. Ecco perché nel campo della guerra come in tutti gli altri campi il sistema dell’informazione non può accontentarsi di un vocabolario approssimativo, sensazionalistico, emotivo che poco spiega e molto spaventa. Certo i tempi dell’informazione specie quella televisiva non consentono grandi approfondimenti, ma almeno si può tentare di rifuggire da semplificazioni a volte imbarazzanti. Credo sia anche opportuno fare un cenno alla presunta disaffezione del pubblico dall’informazione e il suo virare verso l’intrattenimento. Questo può essere vero proprio se riferito ai media tradizionali come la televisione e, in misura leggermente minore, i giornali, ma è molto meno vero se si considera l’informazione che viaggia sulla rete. Non è questa la sede per discutere sulla qualità e sull’attendibilità di questa informazione, né dei toni o delle parole che usa, ma di certo i numeri degli utenti e delle visualizzazioni testimoniano di un grande bisogno di informazione percepita come non manipolata e libera, soprattutto da parte del pubblico più giovane. Fornire al pubblico e agli operatori uno strumento per iniziare a comprendere le parole della guerra è quindi, almeno nell’idea mia e di Mirko, non solo un contributo per potersi muovere con maggiore competenza all’interno di questo argomento, ma anche uno strumento per incrementare la consapevolezza e con essa la capacità di comprendere, valutare e quindi decidere consapevolmente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Si parla spesso di “ritorno” della guerra. Ma verrebbe da pensare: la guerra non se ne è mai andata. Come cambia, ai giorni nostri, la guerra e come sta cambiando la sua narrazione?</h4>



<p>La guerra, è facile intuire, non se ne è mai andata, né mai se ne andrà perché, volenti o nolenti, è parte della nostra natura umana. Nessun altro animale infatti combatte guerre contro i suoi simili. Certo combatte per il cibo e il territorio, ma non è in grado di pensare ad un sistema di violenza organizzata che lo porterà ad affrontare un tempo di dolore e sofferenza con l’unico scopo di causarne di maggiori al nemico. In questo senso la guerra non cambia e non cambierà. Si tratta in sintesi del ricadere sempre nella antica illusoria scommessa che questa volta le cose andranno diversamente dall’ultima guerra e che, soprattutto, tutto si svolgerà come si è immaginato. Purtroppo una volta scatenato il demone della guerra vive di vita propria, prendendo strade inattese e perseguendo fini non immediatamente palesi. In questa la guerra di oggi non differisce molto da tutte quelle che l’hanno preceduta e che di certo la seguiranno. Ciò che cambia perché legato al tempo e al periodo è la tecnica, vale a dire gli strumenti e i sistemi che si utilizzano per combatterla. In questo riferirsi alla seconda guerra mondiale come termine di paragone di un grande conflitto regolare e simmetrico è inevitabile ma fuorviante. Quel mondo è infatti scomparso in gran parte con Hiroshima e a seppellirlo hanno contribuito l’era della elettronica e quella della cibernetica che hanno dilatato il campo di battaglia in spazi inimmaginabili. È infatti molto difficile per noi tutti accettare che non esista più una netta separazione tra lo spazio della guerra e quello della pace ma che tutti noi viviamo in un unico spazio della competizione permanente che, talvolta, si esprime anche attraverso la violenza armata e organizzata del conflitto. Quella che segue non è mai una pace, ma il ritorno del conflitto sotto soglie di violenza più o meno accettabili. In questo senso la sintesi proposta da Papa Francesco quando parla di Terza Guerra mondiale a pezzi non è lontana dalla realtà. Come narrare quindi questo mondo in cui tutti siamo soldati e nello stesso tempo vittime civili? Credo non sia facile, ma un buon inizio credo sia tentare come primo passo di raccontare quel che accade cercando di comprenderne le ragioni e i motivi e, soprattutto, senza voler imporre un proprio punto di vista ritenuto giusto e per questo prevalente. Siamo proprio sicuri, ad esempio, che tutto il mondo interpreti la propria realtà in chiave economicista? Che ponga il denaro al di sopra di tutto? Sorprenderà sapere che per molti questo non è vero. Potere, prestigio, credo religioso sono per molte comunità valori di gran lunga superiori al denaro, all’economia e alla finanza e per questi valori sono disposti a combattere. La guerra quindi impone di riflettere sulla nostra società, su quella che è e su che cosa davvero sia per essa importante. In questo senso la narrazione può aiutare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nel saggio parlate anche delle dimensioni spaziali della guerra. I conflitti si combattono ormai in luoghi fisici, ma anche nella rete e nello spazio cyber. Come devono evolvere le forze armate in quest’ottica per prepararsi a scenari sempre più complicati?</h4>



<p>Certo, si tratta, come detto, di una iper estensione del campo di battaglia. Lontanissimi ormai i tempi di Campaldino, delle Termopili e persino di Stalingrado dove il rumore del cannone e la polvere marcavano il luogo dello scontro. Oggi questo si è espanso, in primo luogo, nella dimensione immateriale del cyberspazio che avvolge ormai l’intero pianeta e in cui galleggia non senza qualche pericolo l’intero Occidente industrializzato e progredito. Il secondo ambiente operativo è quello dello spazio extraatmosferico. Oltre i 100 km dal suolo, dove non è possibile alcun volo sostenuto dall’aerodinamica terrestre, si apre un territorio del tutto nuovo. È innegabile che con l’avvento dell’era digitale con le sue espansioni verso le reti di dati e l’interconnessione globale il cyperspazio, questo dominio immateriale, si è trasformato in un concreto campo di battaglia. Assolutamente concreti ed affatto immateriali sono infatti i danni che un’azione ostile provocherebbe alla rete dati globale. Mercati finanziari, reti energetiche, controllo del traffico marittimo e aereo, sistemi amministrativi di interi stati dipendono infatti dalla capacità ormai data per scontata di scambiare un’enorme mole di dati in tempi brevissimi. Interrompere o comunque degradare questa capacità vitale è di per sé stesso un obiettivo pagante per qualsiasi potenza in guerra con un’altra. Aggiungerei che non si deve poi essere apertamente in guerra per ricorrere a questo tipo di aggressioni. E’ questo infatti il contesto in cui si sviluppa parte della cosiddetta “guerra ibrida” che prevede una serie di misure ostili, estremamente dannose che però non sfociano in vere e proprie azioni cinetiche. La Federazione russa in questo è stata un precursore e uno degli Stati che più di altri si affida a questo nuovo tipo di confronto, ma non è certo l’unica. Il nuovo ambiente operativo, per semplicità denominato cyberspazio, impone a tutti di adottare misure, costituire unità specializzate e sviluppare una precisa dottrina di impiego espressamente dedicate al contrasto di questa minaccia immateriale ma sempre incombente. Un discorso a parte merita invece il quinto dominio operativo: lo spazio extra-atmosferico. È questa la dimensione dei satelliti. Ce ne sono di tutti i tipi e in grandissimo numero; da quelli meteorologici ai satelliti per telecomunicazioni, da quelli per le misurazioni a terra ai satelliti, è ovvio, militari. Si tratta in gran parte di sistemi per la sorveglianza di ampie aree, dedicati alla funzione intelligence. Il numero e la sofisticazione di questi apparati in pratica ha quasi completamente privato chiunque della possibilità di mantenere qualcosa veramente segreta. Si potrebbe dire che si tratta della fine del principio clausewitziano della sorpresa, ma ecco perché si sta sviluppando una serie di possibilità per accecare la rete satellitare avversaria a vantaggio della propria. Certamente questa è ancora una possibilità nelle mani di poche potenze tecnologicamente molto avanzate, ma niente esclude che nel futuro si possa assistete ad una certa “democratizzazione” degli armamenti anche in questo settore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Due anni di guerra in Ucraina, la guerra a Gaza, le crisi internazionali sempre più attive nel mondo stanno chiamando a una nuova mobilitazione l’economia e la politica nei Paesi più avanzati. Che scenari si preparano?</h4>



<p>Stiamo tutti vivendo la fine della globalizzazione almeno come la si era intesa nei primi decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica. Negli anni ’90 e per tutta la prima decade di quelli duemila ci si era illusi che la fine della contrapposizione bipolare tra USA e URSS avesse rappresentato l’inizio del “secolo americano”, altro termine con cui si poteva definire la globalizzazione. Una sola super potenza finanziaria, economica e soprattutto militare in grado di dettare l’agenda ad un intero pianeta; questo almeno nell’illusione degli Stati Uniti. Sono gli anni in cui si annunciava la fine della storia, l’integrazione mondiale e la riduzione della guerra a piccole e marginali questioni di potere locale tra signori della guerra e stati falliti. Sarebbe stata la Comunità Internazionale, questa immateriale entità fatta di bontà e saggezza a garantire la pace mondiale attraverso limitate e chirurgiche operazioni di pace che anche nei termini rifuggivano dalla parola “guerra”. Già a partire dagli inizi del secondo decennio degli anni duemila il risveglio è stato brusco e amaro. Senza qui ripercorrere le tappe di questo ritorno alla realtà mi limiterò a ricordarne gli effetti. Mentre l’America delocalizzava gran parte della sua catena produttiva in Cina non si era resa forse conto di come e quanto la grande potenza asiatica stava crescendo e non solo economicamente. Il progetto della nuova via della seta, soprattutto nella sua declinazione marittima, imponeva infatti alla Cina di uscire dai suoi mari litoranei e proiettarsi verso l’indo-pacifico. Ciò significa che, prima o poi, Cina e Stati Uniti si troveranno a competere per il dominio su quest’area vitale e potrebbe non essere un confronto pacifico e indolore. C’è poi la Federazione russa, resuscitata dall’abisso degli anni di Eltzin e ora più che mai decisa a riprendersi uno spazio sulla scena internazionale. L’improvvida definizione che della Russia diede il presidente Obama quando la relegò a una potenza regionale evidentemente sta molto stretta a Putin e al gruppo di potere che da due decenni governa la Russia. E poi c’è l’India che sta facendo passi avanti giganteschi sia sul piano economico sia su quello militare e che prima o poi dovrà confrontarsi con il suo competitor più vicino: la Cina. Anche l’Africa sta cambiando ad una velocità difficilmente percepita qui in Europa. La Francafrique sembra ormai tramontata e anche se in apparenza potrebbe essere presto sostituita da Cina e Russia quello che emerge sempre più chiaramente è la volontà dei popoli africani a governarsi da soli, senza più il tutoraggio di qualche potenza extra-africana. A questo scenario confuso si aggiungono poi i movimenti di altre potenze regionali come la Turchia che con la sua politica di Mavi Vatan – la “patria blu” punta a ritagliarsi uno spazio esclusivo nel Mediterraneo e a ricostituire un’area di influenza neo-ottomana estesa a tutti i vecchi domini della Sublime Porta. Si potrebbe continuare con la crisi interna agli stessi Stati Uniti, sempre più polarizzati al loro interno o con le difficoltà dell’Europa a costituirsi come vera Unione superando l’attuale configurazione di unione finanziaria e mercantile e diaspora politico-militare. Crisi climatica e demografia fuori controllo completano un quadro più che pericoloso. Quali scenari si preparano? Non lo so, ma tutti quelli che mi vengono in mente sono uno peggiore dell’altro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’Europa, in quest’ottica, torna a parlare di guerra. Ma è attrezzata a competere in scenari bellici? Abbiamo digerito definitivamente il mito della “fine della storia”?</h4>



<p>Credo che sia bene sfatare un mito. L’Europa come entità politica non esiste. Quello che ci ostiniamo a credere lo sia, vale a dire l’Unione Europea è in realtà un forum in cui gli Stati del continente negoziano tra loro i propri interessi nazionali ben felici di portare a casa un risultato positivo per loro anche quando questo avviene a scapito e danno di qualcun altro. L’avere una moneta unica non ha certo significato l’essere una sola nazione, in altri termini l’Euro non è il Dollaro. In assenza di un governo comune, di un parlamento europeo con pieni e veri poteri, di una politica estera comune non ha quindi senso parlare di difesa comune. E’ bene infatti ricordare che una difesa comune protegge sempre una politica comune e qui siamo molto, molto lontani. La guerra in Europa, quindi, sarà affrontata non certo dall’Unione Europea ma dagli Stati che amministrano questa prospera penisola del continente asiatico. Al limite in caso di conflitto si potrà far conto sulla NATO, vale a dire sugli Stati Uniti che, almeno in questo, non possono permettersi di perdere il pilastro europeo. Non sarà però un aiuto indolore sia in termini economico-finanziari sia umani e materiali. Gli Stati europei membri dell’Alleanza Atlantica da oggi in avanti saranno infatti chiamati a destinare sempre maggiori risorse alla Difesa e non solo in termini economici, ma anche come qualità e quantità di truppe. Insomma l’era della pace universale e duratura sembra declinare velocemente.</p>
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