Mentre le trattative sulla guerra in Ucraina e la possibile pacificazione tra Kiev e Mosca mediata dagli Stati Uniti si fanno sempre più complesse, e il presidente Usa Donald Trump promuove un approccio a tutto campo che mira a fare della guerra in Est Europa il banco di prova di una profonda distensione con Mosca, l’Europa si interroga sul proprio futuro strategico e geopolitico. All’ombra della trattativa russo-americana e della nuova National Security Strategy di Trump, l’Unione Europea sembra messa ai margini. La “pace” pensata da Trump è un accordo imperiale a tutto campo, preludio di una “Nuova Yalta” con Mosca (e Pechino) o è una chimera? E che scenari si aprono per la sicurezza e la difesa dell’Europa? Ne abbiamo parlato con Paolo Capitini, generale di brigata in riserva dell’Esercito e attento osservatore degli scenari internazionali, autore con Mirko Campochiari, del volume “Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito” (edizioni Parabellum).
Si parla di prospettive di pace per l’Ucraina, ma che scenari si aprono? Quali sono, secondo lei, i limiti e i pericoli di un approccio di “pace a ogni costo” per l’Occidente?
“Il tema della pace, di come mantenerla o ripristinarla, è tema ricorrente nel pensiero politico e nel dibattito filosofico. Già nel 1979 Norberto Bobbio, nel suo celebre saggio “Il problema della guerra e le vie della pace”, aveva individuato tre possibili percorsi per raggiungerla. Il primo si fonda sulla presunzione che la pace derivi dal mantenimento di un equilibrio militare tra le potenze, una sorta di Peace through the Strenght annunciata nel recente National Security Strategy a firma Trump. Appare evidente che, oltre al Presidente americano, anche Putin condivida l’idea che la pace non sia altro che l’assenza della guerra. Come vittima del sopruso subito con l’invasione, l’Ucraina non può certo sottoscrivere questa visione, preferendo di gran lunga quella che immagina la pace come affermazione del diritto. Sul terzo tipo di percorso, quello che intende la pace come capacità delle comunità in conflitto di rinnovare i propri valori morali, né Mosca né Kiev sembrano riporre speranze e altrettanto dimostrano Washington o Bruxelles.
Che sia il percorso imposto dalla forza o quello garantito dal diritto, guardando oggi alla situazione in Ucraina viene comunque da chiedersi di quale pace si tratterà. Al momento gli aggettivi si concentrano su pace giusta, pace sporca, pace di compromesso o, peggio ancora, pace ad ogni costo. Per meglio comprendere in quali possibili direzioni si sta procedendo è opportuno rendersi conto che proprio sugli aggettivi da attribuire alla prossima pace si confrontano ferocemente due schieramenti. Il primo di questi eterogeni blocchi punta ad una pace che permetta di ricostruire un nuovo ordine, in primo luogo, riconoscendosi reciprocamente come potenze certo in competizione ma non in guerra e quindi ridefinendo gli equilibri e le reciproche aree di influenza per come il nuovo contesto li ha determinati”.

E l’Europa?
“In questo dialogo o accordo tra super-potenze non c’è posto né necessità di ascoltare o recepire le istanze, anche legittime, né dell’Europa nella sua attuale forma di Unione, né dell’Ucraina. Quest’ultima verrebbe verosimilmente mantenuta in vita come entità statale, ma privata di gran parte della propria autonomia in tema di politica estera e di difesa. Deprivata del 25% del suo territorio, l’Ucraina post-bellica e pacificata non apparterrebbe né alla sfera russa, né a quella occidentale; una vasta area grigia, impoverito ostaggio di questo nuovo equilibro tra potenze. In questo scenario sarebbe (o si immagina dovrebbe essere) l’Unione Europea ad accollarsi i costi della ricostruzione del Paese”.
Cosa comporterebbe una pace nata con tali premesse?
“Una pace di questo tipo garantirebbe agli USA e alla Federazione russa un lungo periodo di relativa sicurezza, durante il quale i primi si potrebbero concentrare sulle due aree di loro maggiore interesse così come indicate nel National Security Strategy: l’emisfero occidentale e il quadrante indo-pacifico. Mosca vedrebbe finalmente riconosciuto dal suo competitor il rango di superpotenza, anche se di rango inferiore e come tale in diritto di vantare una primazia sullo spazio ex-sovietico e una sicura rilevanza nei confronti dell’Europa. Questa visione di pace armata vede accumunati oltre Putin e la maggioranza dei suoi più importanti sostenitori, anche Donald Trump, gran parte della piattaforma MAGA e una considerevole porzione del governo americano; considerevole ma non totale. Contrari a questo approccio che potrebbe essere letto come una “nuova Yalta” troviamo non solo gli oltranzisti russi come Dugin o Karaganov, ma anche gran parte delle élite di governo europee, in primo luogo quella britannica seguita da Francia e Germania. Una simile pace, decisa tra Russia e USA, sarebbe, infatti, costruita non solo sulla testa e sul sangue dell’Ucraina, ma anche sulle velleità di potenza dei principali stati europei che ne risulterebbero sepolte per i prossimi quarant’anni”.
Una prospettiva che anche a Washington non ha conquistato tutti…
“Si, anche oltre oceano troviamo fieri oppositori della pax trumpiana. In primo luogo, molti dei cosiddetti “neocon” i quali vedono come fumo negli occhi un qualsiasi accordo con la Russia che non preveda gli USA in posizione di assoluta dominanza. Questa fazione è trasversale sia al partito democratico come a quello repubblicano e vanta illustri rappresentanti anche all’interno della stessa amministrazione Trump, vedasi, ad esempio Marco Rubio. Tra i fieri oppositori vanno citati anche i gruppi nazionalisti ucraini, alcuni dei quali potentemente armati, i quali associano questo tipo di pace alla pietra tombale sul sogno di un’Ucraina indipendente e “diversa” dal suo ingombrante vicino. Al momento non è dato comprendere se prevarrà la pace di Trump o quella più debole immaginata da Zelensky, dai suoi alleati europei e da parte dell’establishment americano. Quale che sia la direzione che verrà intrapresa c’è da ricordare che una pace ad ogni costo è solo una tregua“.
Nel contesto della trattativa russo-ucraino-americana sulla fine della guerra, quale sarà, secondo lei, il principale rischio militare per l’Europa nel “giorno dopo” il conflitto?
“Come si è accennato, molto dipenderà dall’esito dello scontro tra le due visioni di una possibile pace: quella di lungo respiro immaginata da Mosca e Trump che non preveda alcuna partecipazione dell’Europa oppure un di compromesso che ponga fine alla carneficina e che, pur tenendo aperti molti dei temi a fondamento della guerra, consentirebbe all’Europa di mantenere una residuale voce in capitolo. A quale prezzo? Ovviamente compromettendo ancor di più i rapporti con l’attuale amministrazione americana che, d’altra parte, non sembra nutrire alcuna stima verso di noi, auspicando addirittura la fine dell’Unione Europea e il ritorno alla vecchia Europa degli Stati se non addirittura a quella del “sacro egoismo” di Salandra. Vista dalla sponda europea si tratta di puntare sul rosso o sul nero. In particolare, qualcuno nell’establishment europeo avrà pensato o sperato che Trump e il suo movimento MAGA siano un accidente della storia, un fenomeno passeggero incapace di incidere davvero sulle dinamiche profonde dei rapporti tra Stati Uniti e resto del mondo, in primo luogo con noi europei, da oltre settant’anni pigri ma fedelissimi alleati. A chi confida in questo scenario non sarà certo sfuggito come manchi poco meno di un anno alle elezioni di metà mandato che potrebbero restituire un Trump molto meno in forma e feroce di quanto sia ora e, con un po’ di fortuna, anche le elezioni presidenziali del 2028 potrebbero fornire l’occasione per un ritorno al passato; sia che nello Studio ovale sieda un democratico oppure un repubblicano, purché vecchio stampo”.
Che scenari si aprirebbero se lo scenario si concretizzasse?
“Qualora l’auspicio s’avverasse l’Europa potrebbe sperare sull’ammorbidimento del diktat imposto dall’amministrazione Trump in tema di difesa e sicurezza: spesa militare elevata al 5%, acquisto di materiali e armi americane, autosufficienza delle forze e delle capacità militari e presa in carico del mantenimento della sicurezza nel Vecchio Continente. D’altra parte in un clima rasserenato da una pace stabile tra USA e Russia questo potrebbe essere un compito non così gravoso. Se però la scommessa fosse perduta e sulla roulette uscisse ancora il numero del movimento MAGA, magari nelle vesti di J.D.Vance, allora lo scenario per l’Europa potrebbe essere addirittura peggiore. Con un’Ucraina in qualche modo pacificata e una Federazione Eussa in buoni rapporti con gli Stati Uniti all’Europa mancherebbe la ragione primaria per giustificare la ricostruzione rapida di una propria credibilità militare. Per l’appunto l’esistenza di un nemico credibile. In tal caso sia i piani per potenziare numericamente le forze armate dei Paesi membri dell’Unione, sia quelli per dotarle di mezzi e tecnologie “Made in Europe” subirebbero un severo scossone. Si potrebbe, infatti, immaginare che finita la “tempesta ucraina” gli eserciti del vecchio continente rimarrebbero più o meno come ora, forse appena ingranditi da qualche forma di riserva o di guardia nazionale e con gli arsenali ormai quasi vuoti riempiti in gran parte da materiali a stelle e strisce”.
In caso di un’Ucraina “neutralizzata” o comunque non pienamente integrata nelle strutture occidentali, quale architettura di sicurezza dovrebbe essere costruita intorno a Kiev per impedire che il Paese diventi di nuovo la linea del fronte tra Russia e Occidente?
“Per parlare di architettura di sicurezza sarebbe necessario avere certezza di cosa resterà dell’Ucraina dopo la guerra. Solo il tempo, che peraltro sta scorrendo molto velocemente, potrà fornire una qualche indicazione che non sia puro esercizio di scienza politica. Allo stato attuale alla leadership ucraina si sta presentando un tragico dilemma: scegliere tra sconfitta e disfatta. Ad oggi la realtà ucraina è di un Paese che sopravvive unicamente grazie agli aiuti finanziari dell’Occidente, con una parte del territorio devastata dalla guerra, un quinto della popolazione rifugiata all’estero, infrastrutture quasi completamente da ricostruire e nessuna certezza sulla solidità e tenuta nel tempo della rete di amicizie e solidarietà che l’ha sostenuta finora, prima fra tutte quella degli Stati Uniti. D’altra parte, l’esperienza di Iraq e Afghanistan non fa ben sperare nell’appoggio di Washington. Se questa è dunque la situazione tentare una via di pacificazione entro breve tempo potrebbe portare ad un’Ucraina, certamente provata e ridimensionata, ma ancora esistente come Paese altro dalla Russia, in grado di sopravvivere e determinare le proprie scelte se pur tra gravissime difficoltà. Una disfatta, prima militare e poi politica, aprirebbe invece a scenari tanto torbidi che preferisco non immaginarli. Nel caso si decidesse verso l’accettazione di una sconfitta e il mantenimento dello Stato ucraino l’appoggio politico ma soprattutto finanziario degli alleati sarebbe determinante, forse ancor più che durante la guerra. Purtroppo, è noto che mentre la vittoria ha molti padri, la sconfitta è sempre orfana e quell’appoggio così tanto sbandierato e che finora è costato all’Unione Europea oltre 180 miliardi di euro potrebbe non essere scontato. Per tornare con il pensiero all’ipotesi peggiore è del tutto plausibile che prima o poi i territori ucraini rientreranno nell’ambito della sfera russa, senza trascurare che un’Ucraina-non-Ucraina potrebbe altresì scatenare inconfessati appetiti come la Volinia per i polacchi o la Transcarpazia per gli ungheresi. Meglio non pensarci”.
L’Europa sta accelerando sul riarmo, ma resta frammentata in dottrine, sistemi d’arma e command structure. Crede che dopo la guerra ci sarà finalmente lo spazio politico per una vera integrazione militare europea, anche sotto il cappello Nato?
“Credo sia bene ricordare che dei 27 paesi dell’Unione Europea ben 22 sono anche membri dell’Alleanza Atlantica. Questo basta per comprendere che dal punto di vista organizzativo, procedurale, dottrinale e d’impiego l’Europa dispone già di una struttura rodata e pronta: quella della NATO. Tuttavia, questo porta a riflettere sul fatto che utilizzare la NATO come pilastro della ipotizzata difesa europea priverebbe l’Europa di gran parte della sua autonomia strategica. Siamo infatti sicuri che l’azionista di maggioranza consentirebbe al pilastro europeo di far forza sulle sue capacità strategiche di difesa e sicurezza per perseguire una sua strategia? Molto, molto difficile. Parafrasando un vecchio detto la NATO serve agli USA per tenere l’America dentro, l’Europa sotto e la Russia fuori. Gli Stati Uniti non hanno dunque alcun interesse a che l’Europa si doti di un proprio strumento militare autonomo. Meglio per Washington che siano i singoli Stati europei a rinforzare i propri eserciti e ancor meglio se lo fanno acquistando armi e materiali made in USA purché si mantengano in assoluto vassallaggio rispetto a quella Trump definisce la nazione di maggior successo nella storia dell’umanità e la patria della libertà sulla Terra. Tuttavia, al riguardo gli Stati Uniti possono dormire sonni tranquilli. Il fatto di disporre di un unico carro armato o di equipaggiare le aeronautiche europee con un solo tipo di velivolo anche se made-in-Europe è di per sé una questione di politica industriale”.
E infatti proprio politico è il nodo della questione…
“La questione dell’esercito e della difesa europea non risiedono infatti nella capacità o meno degli attuali eserciti dei singoli stati dell’Unione di combattere fianco a fianco, ma dalla completa assenza di una realtà politica unica e riconosciuta per cui farlo. In termini più crudi la Nazione Europa non esiste e ancor meno l’Europa come Stato. Come sottolineato da alcuni giuristi tedeschi “l’Unione Europea è solo un trattato intergovernativo con il quale Stati sovrani hanno deciso di delegare all’esercizio di alcune competenze nazionali” Ne discende che oltre a non avere una politica fiscale comune, un Codice penale e civili comuni, una polizia comune e tanto meno un governo comune, l’Unione Europea non ha neppure una politica estera comune la cui difesa dovrebbe essere affidata ad un esercito comune. La guerra russo-ucraina, prima e più che davanti ai limiti di difesa&sicurezza dell’Unione, ha messo in assoluta evidenza cosa significhi aver sviluppato solo l’aspetto economico-finanziario dell’Unione a scapito di quello politico. Parlare di esercito europeo senza parlare di riforma complessiva del concetto di Unione è molto più che prematuro. Per ora accontentiamoci dunque del pilastro europeo della NATO”.
L’industria della difesa europea è sotto forte pressione: i decisori strategici danno la priorità a munizioni, capacità produttiva e interoperabilità. Qual è, secondo lei, la priorità assoluta per evitare che l’Europa arrivi impreparata alla prossima crisi?
“Certamente munizioni, mezzi, materiali, droni e difesa satellitare sono importanti. L’Europa lamenta in questo campo un ritardo pluridecennale in parte spiegabile con l’idea che la fine della contrapposizione tra Est e Ovest avesse generato tout court la fine della guerra sostituita dal peace keeping e in parte dalla convinzione che gli USA avrebbero comunque provveduto in tutto e per tutto alla difesa del Vecchio Continente qualora se ne fosse paventata la necessità. La guerra russo-ucraina ci ha svegliati da questo sogno dorato ed evidentemente siamo ancora intorpiditi se pensiamo che armi&munizioni siano sinonimo di difesa&sicurezza. In altri termini, ancora con gli occhi chiusi e infastiditi dalla luce delle esplosioni, siamo convinti che basti pagare per sentirci sicuri. Quando avremo preso un caffè forse inizieremo a renderci conto che la sicurezza passa innanzi tutto attraverso la consapevolezza di ogni cittadino e di ogni popolo di poter essere chiamato a pagare un prezzo per il mantenimento della sicurezza, dell’indipendenza e del benessere della propria comunità. La sicurezza ha quindi un costo personale oltre che materiale ed è un costo alto. Oltre a una simile consapevolezza e altresì necessario che quelle comunità siano disposte a pagare quel prezzo. Senza questo preliminare ragionamento parlare di difesa europea o di ReArm Europe è solo un costoso spot”.
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