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La guerra in Medio Oriente, da Gaza estesasi alla regione, infuria da un anno e gli scenari militari che la contraddistinguono sono complessi. A un anno dai massacri del 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Hamas è deragliato in una colluttazione generalizzata che rende una polveriera la regione, dal Libano al potenziale scontro tra Tel Aviv e l’Iran. Che scenari si aprono? InsideOver ne discute con Paolo Capitini, generale di brigata in riserva dell’Esercito, autore con Mirko Campochiari, del volume “Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito” (edizioni Parabellum).

Ad un anno dai massacri del 7 ottobre, la guerra scoppiata tra Israele e Hamas ha acquisito una portata regionale. Che scenari si possono leggere dopo 365 giorni di scontri?

Viene da chiedersi se il 26 ottobre, quando il primo carro armato di Tshal è entrato nel nord della Striscia, qualcuno a Tel Aviv immaginava che dopo un anno l’avrebbe ritrovato ancora là, tra le macerie di quella che era stato il secondo pezzo di quell’embrione di Palestina non ancora israeliana. In molti, me compreso, guardando ai precedenti delle guerre arabo-israeliani e delle svariate operazioni che l’IDF aveva fino ad allora condotto contro Gaza e contro il Libano immaginavamo che si sarebbe trattato di un’operazione dura, violenta ma dalla durata limitata. E invece dopo un anno si combatte ancora e la prospettiva di una soluzione è ben lontana.


7 OTTOBRE, UN ANNO DOPO – LEGGI LO SPECIALE DI INSIDEOVER


Perché allora quasi tutti gli analisti militari sono caduti nell’errore?

? Per diversi fattori. Il primo riguarda proprio Hamas. Nessuno e quel che è grave neppure Israele aveva ben compreso il grado di preparazione della difesa che Hamas aveva predisposto per rispondere all’inevitabile reazione dello Stato ebraico. Una reazione che tutta la dirigenza del movimento poteva facilmente immaginare vista la portata e l’efferatezza dell’offesa che proprio un anno fa stavano per portare contro Israele. Anzi, la violenza dell’attacco di Hamas puntava proprio a scatenare una reazione rabbiosa e muscolare da parte di Tel Aviv. Non voleva solo colpire il territorio, né solo terrorizzare la popolazione israeliana, no. Quel che Hamas si prometteva era di provocare la belva, indurla a farla uscire per condurla nel terreno che con cura aveva predisposto e dove avrebbe potuto se non abbatterla almeno ferirla ulteriormente. E così è stato. Malgrado l’incredibile numero di vittime civili e la quasi completa distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture di Gaza, Hamas ancora è ben lungi dall’essere stata eliminata, sia come entità politica sia come forza militare. Certo, la pressione che deve sopportare è eccezionale e le possibilità di controbattere ridotte al minimo, tuttavia Hamas a Gaza c’è ancora e continua a combattere. Varrebbe a questo punto riflettere sul significato della parola Jahad che non è quello che comunemente si attribuisce di “guerra santa”, ma di resistenza al male, anche quando questo sembra prevalere.

Con queste premesse cambiamo molto anche i termini di “vittoria” e “sconfitta”…

Ad Hamas quindi non interessa vincere, almeno non nel senso che noi occidentali attribuiamo al termine vittoria, ma vuole resistere, tenere alta la testa. In questo senso Hamas ha vinto, almeno nei confronti del mondo arabo. Qui è necessario spendere due parole per chiarire cosa si intende per mondo arabo. Non certo quello dei governi delle petromonarchie del golfo o dei regimi come quello di Al Sisi o di Habdallah di Giordania. Non, quindi, quello delle elite di governo, ma alle masse povere della galassia mediorientale alle quali la resistenza di Hamas contro Israele suona una vittoria. La prima dopo tanto tempo, la sola che finora è stata conseguita. Si è detto come questo anno di guerra si poggia su diversi fattori. Il secondo, a mio avviso, riguarda proprio Israele e la sua leadership e forse Hamas non l’aveva considerato. La violenza e la crudeltà dell’affronto subito hanno infatti minato alcune delle certezze su cui si fondava lo Stato di Israele, in particolare l’efficienza e pervasività dei propri servizi di sicurezza e in secondo luogo la potenza soverchiante delle forze armate.

Ritiene importante il danno subito dallo Stato Ebraico sotto questo punto di vista?

Dietro questi due baluardi per oltre settant’anni Israele ha tentato di costruire la sua normalità, svegliandosi dall’illusione proprio il 7 ottobre scorso. L’eventualità che nel futuro si potesse ripresentare una simile situazione ha indotto il governo israeliano, ma soprattutto la maggioranza della popolazione a spingere per una soluzione definitiva del problema della sicurezza dello stato. Quindi non si chiedeva solo di chiudere i conti con Hamas, ma di farla finita una volta e per tutte con Hezbollah e con tutta la miriade di formazioni minori che ancora e sempre inneggiavano alla cancellazione dello stato di Israele e allo sterminio di tutti gli ebrei. Chiudere per sempre i conti con le formazioni terroristiche significava automaticamente prendere di petto la questione iraniana.

Che scenari apre per l’Iran l’escalation recente del conflitto?

L’Iran che affannosamente cercava di accreditarsi come nuova potenza nucleare del Golfo, che si era impadronito di buona parte dell’Iraq e di ampie porzioni della Siria e che spaventava sempre di più i propri vicini, in primo luogo l’Arabia Saudita. Non ostante i suoi legami con Mosca, Teheran doveva comunque fronteggiare non solo una crescente insofferenza popolare, ma anche una fronda interna allo stesso establishmet della Repubblica islamica. Per Israele l’Iran era quindi certamente un nemico robusto, ma non invincibile, soprattutto se si poteva far conto sull’appoggio di Washington. Questo è il terzo fattore da considerare. Nella storia degli ultimi quarant’anni mai la leadership americana era stata così debole e messa in discussione così spesso. Le ragioni sono note a tutti, ma per Tel Aviv ciò che contava e che conta ancora che proprio perché così debole Washington non sarebbe stata in grado di negoziare serie alternative alla “madre di tutte le guerre” che Netanhyau aveva in mente per regalare ad Israele una pace duratura, un prestigio accresciuto e, perché no, anche per salvarsi dalla possibilità di passare qualche mese in prigione. Alla luce di quanto è accaduto e sta ancora accadendo in questi mesi va precisato che l’Iran, pur se ha abbandonato la linea definita della “pazienza strategica” che aveva caratterizzato gli anni precedenti, soprattutto quelli della presidenza Trump, oggi non è ancora disposta a scendere apertamente in campo contro Israele. Al di là delle reazioni tutto sommato contenute del 13 aprile e di qualche giorno fa contro Israele, Teheran sa benissimo che il tempo lavora a suo favore.

In che maniera secondo lei?

Il lancio di qualche centinaio tra missili e droni ha infatti dimostrato a Israele due semplici concetti: il primo che il triplice scudo formato da Arrows 3, Fionda di Davide e Iron Dome non è impenetrabile e quindi che tutto Israele è concretamente a rischio. Il secondo è che senza l’aiuto americano e in genere occidentale la difesa israeliana non è affatto impenetrabile. Tutto questo senza causare vittime tra la popolazione civile. Vale a dire in diretta opposizione al massacro da parte dell’aeronautica israeliana sia a Gaza come in Libano. Intendiamoci, non si tratta di spirito umanitario. Nella scala delle possibili reazioni Israele ha infatti deciso da subito di iper reagire, opponendo il massimo della forza e della violenza seguendo una linea strategica decennale di cui Israele sembra sempre persuasa, quella cioè di garantire la propria sicurezza diffondendo attorno a sé stesso un clima di paura se non addirittura di terrore. Giocare sempre al rialzo priva però la leadership israeliana di una ampia gamma di possibili scelte alternative. Avendo deciso di agire con il massimo della forza essa non è cioè in grado di modulare ogni altra risposta. Al contrario Teheran si è lasciata aperta ogni porta. L’Iran può, infatti, agire e reagire contro Israele avendo davanti un’ampia gamma di possibili interventi: dalle proteste di piazza, al lancio di droni con ampio preavviso fino a quello di missili contro obiettivi militari. Tutto questo permette a Teheran di muoversi sulla linea del tempo con maggiore efficacia di quanto si possa permettere Tel Aviv che inizia a soffrire dall’aver tenuto quasi al massimo dei giri il motore della propria sicurezza.

Quali sono i fattori di logoramento dell’apparato israeliano?

Richiamo di migliaia di riservisti; usura massiccia di materiali e armamenti e consumi da tempo di guerra iniziano a pesare su Israele che a questo punto non può che rilanciare ancora in avanti la palla con interventi sempre più duri e violenti. Iran può invece permettersi di attendere e vedere Israele consumarsi per iper-attivismo.  Dopo un anno, possiamo quindi dire che il piano è in pieno svolgimento e a giudicare da quanto accade a Gaza e dalle prime difficoltà che si stanno incontrando in Libano è evidente che non tutto procede speditamente verso l’inevitabile vittoria finale. A questo gioco Tel Aviv non può che puntare alla vittoria completa. In alternativa, vale a dire una impasse su qualche fronte, una robusta reazione iraniana e non ultimo un appoggio americano poco più che tiepido, esporrebbero lo stato nato per dare una patria a tutti gli ebrei del mondo ad un rischio esiziale. E questo Netanhyau lo sa.

In quest’ottica, esistono delle lezioni militari che si possono apprendere da un anno di guerra a Gaza e dintorni?

È ancora presto per poter dare un giudizio complessivo sull’impiego delle varie componenti dello strumento militare israeliano nel contesto della battaglia per Gaza. Troppo pochi sono infatti gli indizi e i documenti in grado di far comprendere, ad esempio, quel è stato l’impiego dell’intelligence operativo, o quello della artiglieria convenzionale per non parlare delle operazioni condotte dalle forze speciali. Una cosa però emerge già con chiarezza ed è che il combattimento urbano moderno non permette più di separare i contendenti dalla popolazione. Si combatte non più dietro i civili, ma dentro di essi. Come prima conseguenza assistiamo alla crisi dei cardini del diritto umanitario e dei conflitti armati e spesso non per cattiva volontà, ma per impossibilità di applicarlo. Forse, se all’inizio della operazione si fosse deciso di seguire la strada di interventi mirati piuttosto che quella della forza bruta, sarebbe stato ancora possibile limitare i danni, ma è stato lo stesso premier israeliano a chiudere a questa possibilità nel momento in cui ha dichiarato l’intera popolazione di Gaza complice e sostenitrice delle formazioni di Hamas. L’ammaestramento che se ne può trarre è quindi più tipo politico-strategico che operativo-militare. Chi governa deve infatti essere ben attento a decidere chi è nemico e chi è invece semplice vittima delle circostanze e adeguare lo strumento militare a combattere o primi e proteggere i secondi. Una volta che si è dichiarato che tutti sono nemici non ha molto senso agire in punta di fioretto, ma si impugna la clava.

Mentre il mondo commemora i morti degli attentati di Hamas, il fronte più caldo resta quello libanese: che prospettive prevede nel Paese dei Cedri?

Rispetto a Gaza il Libano è tutt’altra faccenda. In primo luogo, è molto più vasto della piccola striscia di sabbia di Gaza, in secondo luogo gli attori che operano in quel teatro sono diversi, ciascuno dei quali in grado di facilitare, ma soprattutto mettere in pericolo ogni operazione militare. Detto questo c’è da capire quale sia il reale obiettivo di Israele. Si tratta infatti di imporre a Hezbollah il rispetto della risoluzione ONU 1701 del 14 agosto 2006? Vale a dire lo sgombero armi e bagagli di quella striscia profonda una trentina di chilometri compresa tra il confine israelo-libanese e il fiume Litani oppure c’è dell’altro. A ben guardare sembra un po’ poco per Netanhiau accontentarsi di un semplice ridislocamento. D’altra parte, i bombardamenti su Beirut come contro il nord del Libano e in Siria, così come la campagna dei pager e dei walkie-talkie esplosivi per non parlare delle ottanta tonnellate di esplosivo destinate a sopprimere Nasrallah sembrano indicare qualcosa di più ambizioso. Davvero Tel Aviv punta alla cancellazione di Hezbollah? Se si prende a raffronto cosa sta succedendo con Hamas verrebbe da pensare che questa volta si tratterebbe di vaporizzare gran parte del Libano. Peraltro Hezbollah ha una forza numerica, un addestramento e mezzi incomparabilmente superiori a quello di Hamas e, per giunta gode del sostegno non solo dell’Iran, ma di gran parte della popolazione che in questi anni ha potuto usufruire del lavoro, dell’assistenza sanitaria, del sistema amministrativo e dei servizi offerti proprio da Hez-bollah visto che il legittimo governo di Beirut non era in grado di svolgere quei compiti. Per quel che fu il Paese dei Cedri non si apre però un periodo facile, sia che Israele riesca a ridimensionare Hezbollah, sia che sia costretto a tornarsene indietro con una parziale vittoria, così come accadde nel 2006

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