Nel mondo in cui la guerra torna affare di dominio pubblico anche in un Occidente svegliato dal torpore post-storico degli ultimi anni, saper parlare, e bene, dell’arte militare è oggi necessità ineludibile. Paolo Capitini, generale di brigata in riserva dell’Esercito, è sul tema autore con Mirko Campochiari, del volume “Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito” (edizioni Parabellum) in cui è al centro la necessità di discutere, appropriatamente, dei conflitti evitando fraintendimenti e una comunicazione errata che possa produrre infodemia. Con lui parliamo del tema di come raccontare oggi la guerra, da sempre caro a InsideOver.
Generale, il saggio è centrato sulle “parole” della guerra. Ovvero sul parlare, con proprietà, dei moderni conflitti. Quanto è – oggigiorno – fragile sul tema l’opinione pubblica e soprattutto quanto lo è il mondo dell’informazione, in una fase in cui servirebbe informare correttamente e attivamente?
Si potrebbe dire che è il vecchio tema del racconto, cioè del descrivere per comprendere cosa accade fuori da noi. Senza le parole questo meccanismo di semplificazione, razionalizzazione e infine interpretazione della realtà è semplicemente impossibile. Ecco perché individuare le parole, ma soprattutto interiorizzare il loro esatto significato è premessa indispensabile per essere parte attiva nella narrazione e non bersaglio inerte esposto alle parole della propaganda. Queste si mistificate, poste fuori contesto e deprivate del loro significato per parlare non più alla mente ma alla pancia del pubblico. Il pericolo di non possedere il significato delle parole, non solo quelle della guerra, è nei paesi a democrazia avanzata particolarmente grave. Da noi infatti è richiesto a tutti un ruolo attivo di partecipazione alla formazione del sentire comune. Ogni opinione è quindi importantissima, ma proprio per questo deve essere quanto più informata e oggettiva possibile, proprio per non deprivare il popolo di uno dei suoi strumenti più importanti di controllo del potere, quello cioè della critica. In questo senso l’intero sistema dell’informazione, anche se non dovrebbe svolgere un ruolo puramente pedagogico come fu nei decenni del boom economico e in quelli immediatamente successivi, deve però, a mio parere, mantenere una certa vocazione educativa e non certo manipolativa. Ecco perché nel campo della guerra come in tutti gli altri campi il sistema dell’informazione non può accontentarsi di un vocabolario approssimativo, sensazionalistico, emotivo che poco spiega e molto spaventa. Certo i tempi dell’informazione specie quella televisiva non consentono grandi approfondimenti, ma almeno si può tentare di rifuggire da semplificazioni a volte imbarazzanti. Credo sia anche opportuno fare un cenno alla presunta disaffezione del pubblico dall’informazione e il suo virare verso l’intrattenimento. Questo può essere vero proprio se riferito ai media tradizionali come la televisione e, in misura leggermente minore, i giornali, ma è molto meno vero se si considera l’informazione che viaggia sulla rete. Non è questa la sede per discutere sulla qualità e sull’attendibilità di questa informazione, né dei toni o delle parole che usa, ma di certo i numeri degli utenti e delle visualizzazioni testimoniano di un grande bisogno di informazione percepita come non manipolata e libera, soprattutto da parte del pubblico più giovane. Fornire al pubblico e agli operatori uno strumento per iniziare a comprendere le parole della guerra è quindi, almeno nell’idea mia e di Mirko, non solo un contributo per potersi muovere con maggiore competenza all’interno di questo argomento, ma anche uno strumento per incrementare la consapevolezza e con essa la capacità di comprendere, valutare e quindi decidere consapevolmente.
Si parla spesso di “ritorno” della guerra. Ma verrebbe da pensare: la guerra non se ne è mai andata. Come cambia, ai giorni nostri, la guerra e come sta cambiando la sua narrazione?
La guerra, è facile intuire, non se ne è mai andata, né mai se ne andrà perché, volenti o nolenti, è parte della nostra natura umana. Nessun altro animale infatti combatte guerre contro i suoi simili. Certo combatte per il cibo e il territorio, ma non è in grado di pensare ad un sistema di violenza organizzata che lo porterà ad affrontare un tempo di dolore e sofferenza con l’unico scopo di causarne di maggiori al nemico. In questo senso la guerra non cambia e non cambierà. Si tratta in sintesi del ricadere sempre nella antica illusoria scommessa che questa volta le cose andranno diversamente dall’ultima guerra e che, soprattutto, tutto si svolgerà come si è immaginato. Purtroppo una volta scatenato il demone della guerra vive di vita propria, prendendo strade inattese e perseguendo fini non immediatamente palesi. In questa la guerra di oggi non differisce molto da tutte quelle che l’hanno preceduta e che di certo la seguiranno. Ciò che cambia perché legato al tempo e al periodo è la tecnica, vale a dire gli strumenti e i sistemi che si utilizzano per combatterla. In questo riferirsi alla seconda guerra mondiale come termine di paragone di un grande conflitto regolare e simmetrico è inevitabile ma fuorviante. Quel mondo è infatti scomparso in gran parte con Hiroshima e a seppellirlo hanno contribuito l’era della elettronica e quella della cibernetica che hanno dilatato il campo di battaglia in spazi inimmaginabili. È infatti molto difficile per noi tutti accettare che non esista più una netta separazione tra lo spazio della guerra e quello della pace ma che tutti noi viviamo in un unico spazio della competizione permanente che, talvolta, si esprime anche attraverso la violenza armata e organizzata del conflitto. Quella che segue non è mai una pace, ma il ritorno del conflitto sotto soglie di violenza più o meno accettabili. In questo senso la sintesi proposta da Papa Francesco quando parla di Terza Guerra mondiale a pezzi non è lontana dalla realtà. Come narrare quindi questo mondo in cui tutti siamo soldati e nello stesso tempo vittime civili? Credo non sia facile, ma un buon inizio credo sia tentare come primo passo di raccontare quel che accade cercando di comprenderne le ragioni e i motivi e, soprattutto, senza voler imporre un proprio punto di vista ritenuto giusto e per questo prevalente. Siamo proprio sicuri, ad esempio, che tutto il mondo interpreti la propria realtà in chiave economicista? Che ponga il denaro al di sopra di tutto? Sorprenderà sapere che per molti questo non è vero. Potere, prestigio, credo religioso sono per molte comunità valori di gran lunga superiori al denaro, all’economia e alla finanza e per questi valori sono disposti a combattere. La guerra quindi impone di riflettere sulla nostra società, su quella che è e su che cosa davvero sia per essa importante. In questo senso la narrazione può aiutare.
Nel saggio parlate anche delle dimensioni spaziali della guerra. I conflitti si combattono ormai in luoghi fisici, ma anche nella rete e nello spazio cyber. Come devono evolvere le forze armate in quest’ottica per prepararsi a scenari sempre più complicati?
Certo, si tratta, come detto, di una iper estensione del campo di battaglia. Lontanissimi ormai i tempi di Campaldino, delle Termopili e persino di Stalingrado dove il rumore del cannone e la polvere marcavano il luogo dello scontro. Oggi questo si è espanso, in primo luogo, nella dimensione immateriale del cyberspazio che avvolge ormai l’intero pianeta e in cui galleggia non senza qualche pericolo l’intero Occidente industrializzato e progredito. Il secondo ambiente operativo è quello dello spazio extraatmosferico. Oltre i 100 km dal suolo, dove non è possibile alcun volo sostenuto dall’aerodinamica terrestre, si apre un territorio del tutto nuovo. È innegabile che con l’avvento dell’era digitale con le sue espansioni verso le reti di dati e l’interconnessione globale il cyperspazio, questo dominio immateriale, si è trasformato in un concreto campo di battaglia. Assolutamente concreti ed affatto immateriali sono infatti i danni che un’azione ostile provocherebbe alla rete dati globale. Mercati finanziari, reti energetiche, controllo del traffico marittimo e aereo, sistemi amministrativi di interi stati dipendono infatti dalla capacità ormai data per scontata di scambiare un’enorme mole di dati in tempi brevissimi. Interrompere o comunque degradare questa capacità vitale è di per sé stesso un obiettivo pagante per qualsiasi potenza in guerra con un’altra. Aggiungerei che non si deve poi essere apertamente in guerra per ricorrere a questo tipo di aggressioni. E’ questo infatti il contesto in cui si sviluppa parte della cosiddetta “guerra ibrida” che prevede una serie di misure ostili, estremamente dannose che però non sfociano in vere e proprie azioni cinetiche. La Federazione russa in questo è stata un precursore e uno degli Stati che più di altri si affida a questo nuovo tipo di confronto, ma non è certo l’unica. Il nuovo ambiente operativo, per semplicità denominato cyberspazio, impone a tutti di adottare misure, costituire unità specializzate e sviluppare una precisa dottrina di impiego espressamente dedicate al contrasto di questa minaccia immateriale ma sempre incombente. Un discorso a parte merita invece il quinto dominio operativo: lo spazio extra-atmosferico. È questa la dimensione dei satelliti. Ce ne sono di tutti i tipi e in grandissimo numero; da quelli meteorologici ai satelliti per telecomunicazioni, da quelli per le misurazioni a terra ai satelliti, è ovvio, militari. Si tratta in gran parte di sistemi per la sorveglianza di ampie aree, dedicati alla funzione intelligence. Il numero e la sofisticazione di questi apparati in pratica ha quasi completamente privato chiunque della possibilità di mantenere qualcosa veramente segreta. Si potrebbe dire che si tratta della fine del principio clausewitziano della sorpresa, ma ecco perché si sta sviluppando una serie di possibilità per accecare la rete satellitare avversaria a vantaggio della propria. Certamente questa è ancora una possibilità nelle mani di poche potenze tecnologicamente molto avanzate, ma niente esclude che nel futuro si possa assistete ad una certa “democratizzazione” degli armamenti anche in questo settore.
Due anni di guerra in Ucraina, la guerra a Gaza, le crisi internazionali sempre più attive nel mondo stanno chiamando a una nuova mobilitazione l’economia e la politica nei Paesi più avanzati. Che scenari si preparano?
Stiamo tutti vivendo la fine della globalizzazione almeno come la si era intesa nei primi decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica. Negli anni ’90 e per tutta la prima decade di quelli duemila ci si era illusi che la fine della contrapposizione bipolare tra USA e URSS avesse rappresentato l’inizio del “secolo americano”, altro termine con cui si poteva definire la globalizzazione. Una sola super potenza finanziaria, economica e soprattutto militare in grado di dettare l’agenda ad un intero pianeta; questo almeno nell’illusione degli Stati Uniti. Sono gli anni in cui si annunciava la fine della storia, l’integrazione mondiale e la riduzione della guerra a piccole e marginali questioni di potere locale tra signori della guerra e stati falliti. Sarebbe stata la Comunità Internazionale, questa immateriale entità fatta di bontà e saggezza a garantire la pace mondiale attraverso limitate e chirurgiche operazioni di pace che anche nei termini rifuggivano dalla parola “guerra”. Già a partire dagli inizi del secondo decennio degli anni duemila il risveglio è stato brusco e amaro. Senza qui ripercorrere le tappe di questo ritorno alla realtà mi limiterò a ricordarne gli effetti. Mentre l’America delocalizzava gran parte della sua catena produttiva in Cina non si era resa forse conto di come e quanto la grande potenza asiatica stava crescendo e non solo economicamente. Il progetto della nuova via della seta, soprattutto nella sua declinazione marittima, imponeva infatti alla Cina di uscire dai suoi mari litoranei e proiettarsi verso l’indo-pacifico. Ciò significa che, prima o poi, Cina e Stati Uniti si troveranno a competere per il dominio su quest’area vitale e potrebbe non essere un confronto pacifico e indolore. C’è poi la Federazione russa, resuscitata dall’abisso degli anni di Eltzin e ora più che mai decisa a riprendersi uno spazio sulla scena internazionale. L’improvvida definizione che della Russia diede il presidente Obama quando la relegò a una potenza regionale evidentemente sta molto stretta a Putin e al gruppo di potere che da due decenni governa la Russia. E poi c’è l’India che sta facendo passi avanti giganteschi sia sul piano economico sia su quello militare e che prima o poi dovrà confrontarsi con il suo competitor più vicino: la Cina. Anche l’Africa sta cambiando ad una velocità difficilmente percepita qui in Europa. La Francafrique sembra ormai tramontata e anche se in apparenza potrebbe essere presto sostituita da Cina e Russia quello che emerge sempre più chiaramente è la volontà dei popoli africani a governarsi da soli, senza più il tutoraggio di qualche potenza extra-africana. A questo scenario confuso si aggiungono poi i movimenti di altre potenze regionali come la Turchia che con la sua politica di Mavi Vatan – la “patria blu” punta a ritagliarsi uno spazio esclusivo nel Mediterraneo e a ricostituire un’area di influenza neo-ottomana estesa a tutti i vecchi domini della Sublime Porta. Si potrebbe continuare con la crisi interna agli stessi Stati Uniti, sempre più polarizzati al loro interno o con le difficoltà dell’Europa a costituirsi come vera Unione superando l’attuale configurazione di unione finanziaria e mercantile e diaspora politico-militare. Crisi climatica e demografia fuori controllo completano un quadro più che pericoloso. Quali scenari si preparano? Non lo so, ma tutti quelli che mi vengono in mente sono uno peggiore dell’altro.
L’Europa, in quest’ottica, torna a parlare di guerra. Ma è attrezzata a competere in scenari bellici? Abbiamo digerito definitivamente il mito della “fine della storia”?
Credo che sia bene sfatare un mito. L’Europa come entità politica non esiste. Quello che ci ostiniamo a credere lo sia, vale a dire l’Unione Europea è in realtà un forum in cui gli Stati del continente negoziano tra loro i propri interessi nazionali ben felici di portare a casa un risultato positivo per loro anche quando questo avviene a scapito e danno di qualcun altro. L’avere una moneta unica non ha certo significato l’essere una sola nazione, in altri termini l’Euro non è il Dollaro. In assenza di un governo comune, di un parlamento europeo con pieni e veri poteri, di una politica estera comune non ha quindi senso parlare di difesa comune. E’ bene infatti ricordare che una difesa comune protegge sempre una politica comune e qui siamo molto, molto lontani. La guerra in Europa, quindi, sarà affrontata non certo dall’Unione Europea ma dagli Stati che amministrano questa prospera penisola del continente asiatico. Al limite in caso di conflitto si potrà far conto sulla NATO, vale a dire sugli Stati Uniti che, almeno in questo, non possono permettersi di perdere il pilastro europeo. Non sarà però un aiuto indolore sia in termini economico-finanziari sia umani e materiali. Gli Stati europei membri dell’Alleanza Atlantica da oggi in avanti saranno infatti chiamati a destinare sempre maggiori risorse alla Difesa e non solo in termini economici, ma anche come qualità e quantità di truppe. Insomma l’era della pace universale e duratura sembra declinare velocemente.

