Due guerre sono in corso ai confini dell’Europa e per il Vecchio Continente è tempo di scelte decisive. Del tema discutiamo con Paolo Capitini, generale di brigata in riserva dell’Esercito, autore con Mirko Campochiari, del volume “Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito” (edizioni Parabellum). Il quale legge la situazione sul campo nei due conflitti e parla della necessità per l’Europa di scegliere cosa voler essere, sul fronte della Difesa, un domani per contare davvero nel mondo sempre più competitivo di oggi.
Ucraina e Gaza, due guerre che sono sempre in corso e non sembrano avviate verso una fine. Siamo di fronte a delle potenziali “endless war”?
“Credo sia necessario un distinguo significativo tra i due conflitti. A differenza del secondo, la prima – e mi riferisco a quella russo-ucraina – non può dirsi una guerra infinita. Essa, infatti ha un fine ben individuato e, realisticamente raggiungibile vuoi con l’impiego della forza, vuoi con la diplomazia se questa non risultasse alla fine decisiva. Per la Russia si tratta di ristabilire un proprio spazio vitale e contemporaneamente lanciare un chiaro segnale al mondo, ma anche all’interno, che essa non è più disposta ad accettare cessioni di sovranità. Per Kiev si tratta invece di affrancarsi una volta e per tutte dalla sudditanza dall’enorme vicino. Questi due fini, sebbene contrapposti, fanno rientrare il conflitto russo-ucraino nell’ambito del possibile, o per dirla in termini clausewitziani, nell’alveo della prosecuzione di una politica con altri mezzi”.
E per Gaza?
“Si può dire lo stesso per il conflitto israelo-palestinese? Credo di no. Da un lato Hamas e in genere la diaspora palestinese proclama e persegue l’irrealistico obiettivo della cancellazione dello Stato di Israele, da sostituire con una Palestina “…dal mare (il Mediterraneo) al fiume (il Giordano)..”. Sull’altro versante Israele sembra perseguire l’obiettivo diametralmente opposto, quello cioè di un grande Israele in cui la questione palestinese si sia risolta come per magia permettendo finalmente a Israele di uscire dallo stato di guerra permanete in cui vive dal luglio del 1949. Entrambi gli obiettivi sono assolutamente irrealizzabili e questo fa di quella guerra un conflitto infinito perché senza un fine, almeno non un fine conseguibile. Senza un fine e quindi senza una fine”.
Quanto è turbato l’ordine internazionale dal contemporaneo perdurare di questi conflitti?
“Spero di essere smentito a breve ma mi sento di rispondere assai poco. Credo infatti che il pianeta da oltre una decina d’anni si sia ormai abituato a convivere con una situazione di rissosità permanente e di leadership contestata in cui Ucraina e Israele rappresentano solo episodi, gravi senza dubbio, ma episodi”.
Ha citato il problema della guerra di Gaza. In questa fase Israele con Netanyahu sta tirando dritto sull’operazione di terra, e non si è chiusa la porta all’attacco su Rafah, mentre nelle scorse settimane diversi casi di di massacri di civili hanno alienato parte del sostegno occidentale. Esiste uno sbocco militare a questa crisi?
“In parte ho già accennato alla situazione che Israele e Gaza stanno vivendo ormai da mesi. Si possono aggiungere a questo punto alcuni elementi complementari che forse potrebbero aiutare a comprendere meglio il quadro generale. Il primo e più significativo di questi elementi è il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che vive la paradossale situazione di guidare un Paese in guerra nel momento in cui è a capo di un Governo dalla maggioranza risicata (2 voti), permanentemente sotto ricatto della componente estremista xenofoba e visceralmente antipalestinese incarnata da personaggi come Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich o Avi Maoz, rispettivamente leader di Potere ebraico, Sionismo religioso e Noam che non accettano altra soluzione se non la prosecuzione di quello che, ai loro occhi, non è un massacro ma una guerra di liberazione. A questo va poi aggiunto che di certo Netanyahu non vorrà passare alla storia come il primo capo di Governo israeliano a essere stato sconfitto in guerra e per di più da una specie di esercito palestinese. Quindi, la guerra dal lato israeliano continua, anzi si estenderà con ogni probabilità ai territori del Nord di Israele o del Sud del Libano”.
E i palestinesi?
“Da parte palestinese, dopo dieci mesi di combattimento, con l’intera opinione pubblica mondiale dalla loro parte e con l’appoggio di un importante alleato come l’Iran, quale ragione ci sarebbe per arrendersi e consegnarsi a un controllo israeliano ben più asfissiante e continuo di quello patito finora? Ancora una volta in assenza di un concreto fine politico la guerra è priva del suo scopo fondamentale: creare una situazione stabilmente diversa da quella di partenza e quindi, no, la soluzione militare non rappresenta una soluzione ma solo un metodo di confronto tra due parti che, in realtà, non vogliono parlarsi”.
Quanto, in prospettiva, si sedimenteranno delle crisi legate alla guerra a Gaza che impatteranno sulla sicurezza regionale?
“È notizia di questi giorni l’aumento delle attività militari a cavaliere della blue-line. Hezbollah sta intensificando il lancio di razzi contro gli insediamenti israeliani nell’alta Galilea e Tel Aviv risponde con incursioni sempre più pesanti sulle basi hezbollah sia a Sud del Libano sia a Nord, sul confine con la Siria”.
Potrebbe essere questo il preludio di una nuova guerra israelo-libanese?
“Può darsi, ma non credo immediatamente. Almeno non finché l’operazione su Gaza non sarà conclusa. A quel punto viene da chiedersi se Israele avrà la forza e anche la necessità di proseguire la guerra contro un nemico ben più organizzato, armato, addestrato e numericamente importante dei miliziani di Hamas. In più c’è da considerare anche la possibilità che un’eventuale guerra in Libano costringa l’Iran ad intervenire direttamente nel conflitto. Un simile scenario aprirebbe sbocchi davvero imprevedibili. Non dimentichiamo, infine, che a novembre negli Stati Uniti si voterà per il nuovo presidente che potrebbe riconfermare Biden, assai tiepido nei confronti delle politiche di Netanyahu, oppure sancire il ritorno di Trump con tutta l’imprevedibilità di cui la leadership di The Donald ammanta la politica internazionale. A questo punto mi viene più facile pensare a una crisi interna del gabinetto Netanyahu e a un nuovo Governo, ma non prima che l’operazione su Gaza sia terminata. È dunque paradossale pensare che sia Hamas a tenere in piedi Netanyahu”.
Su un altro fronte, continua la guerra in Europa orientale. In questo 2024, verso che direttrici si sta sviluppando il sostegno occidentale all’Ucraina? Come gestire la sfida del mantenimento della situazione sul campo, contenendo Mosca?
“Sulle pianure ucraine assistiamo a una guerra combattuta su piani diversi. Il primo, più evidente, coinvolge la Repubblica Ucraina nel suo sforzo vitale per affrancarsi una volta e per tutte dallo spazio ex-sovietico o comunque russo e quindi tentare di avvicinarsi a quell’Occidente al quale, almeno per la sua parte occidentale, ha appartenuto per un lungo periodo di tempo. Il secondo piano, di gran lunga più importante, è quello del confronto diretto tra gli Stati Uniti e i suoi alleati e la Federazione russa. Scopo di questo livello della guerra, almeno da parte di Washington, è frustrare o almeno limitare ogni possibile ripresa russa che in qualche modo la riporti ad essere una potenza di primo livello, senza però causare il pericolosissimo collasso dello spazio russo e magari la dissoluzione della stessa Federazione in una costellazione di repubbliche dal nome per ora indefinibile ma quasi tutte dotate di armi atomiche. Una volta considerati questi due livelli è facile comprendere come la natura, la quantità e anche la tempistica degli aiuti occidentali a Kiev sono subordinati al conseguimento degli obiettivi del secondo livello, quello internazionale- e solo subordinatamente alla difesa della patria ucraina. Insomma, armare Kiev quel tanto che basta a renderla un nemico duro per Mosca, ma senza fornire a Zelensky la concreta possibilità di prevalere. In questa prospettiva il sostegno occidentale non è poi molto cambiato dall’inizio della guerra, se non in senso deteriore. Meno materiali, meno armamenti, meno munizioni e in tempi sempre più dilatati. D’altra parte, i russi non sembrano saper approfittare della situazione, preferendo mantenere una pressione costante lungo tutto il fronte nella speranza, chissà, di provocare prima o poi il collasso dell’esercito ucraino e con esso quello della leadership di Zelensky”.
La Russia porta avanti da oltre un anno una continua guerra di logoramento. Quali sono i limiti della sua capacità di condurla? Fin dove si può spingere?
“Della Russia e del suo esercito s’è detto tutto il bene e tutto il male possibile. Quel che appare evidente è che esso non ha finora dimostrato di saper mettere in campo quelle capacità di manovra a lungo raggio che aveva fatto dell’Armata Rossa un avversario davvero temibile per la NATO. La supremazia occidentale nella sorveglianza del campo di battaglia, un’intelligence sviluppatissima ed efficiente mette le forze ucraine al riparo da ogni possibile sorpresa che vada al di là del semplice livello locale. In altri termini Mosca non può realizzare in segretezza quelle grandi concentrazioni di uomini, mezzi e materiali, indispensabili a realizzare locali sfondamenti e successivi sfruttamenti del successo in profondità. In assenza di questa possibilità propria della guerra manovrata classica, si è optato per un’infinita serie di locali punture di spillo, in grado di far guadagnare qualche centinaio di metri o al massimo un paio di chilometri, ma sufficienti per infliggere alla controparte ucraina un tasso di logoramento delle truppe e dei materiali che Kiev non potrà sostenere per sempre. Da questo punto di vista non si vedono grandi limiti per Mosca a proseguire su questa linea, soprattutto ora che l’intero apparato industriale è ormai convertito alla produzione di guerra e che il reclutamento di nuovi soldati non incontra severi problemi”.
Chi è pressato da queste guerre è l’Ue. Le Europee sono passate avendo all’ordine dell’agenda un tema critico come quello della Difesa del Vecchio Continente. Tornerà all’ordine delle priorità politiche l’idea di un’Europa capace di giocare da potenza un domani?
“Le elezioni europee sono ormai alle spalle e con esse sembra esserlo anche la questione della sbandierata difesa europea. Poco male. L’attuale struttura dell’Unione Europea non consente infatti di dotare questo “consorzio tra nazioni” di un reale esercito. Un esercito infatti difende una politica e un territorio e l’Europa non ha né l’una né l’altro. Questo non vuol però dire che l’Unione non dovrà prima o poi prendersi carico della “questione ucraina”, soprattutto se e quando gli Stati Uniti decideranno di diminuire il loro coinvolgimento. Quest’ultimo aspetto è tutt’altro che improbabile nell’eventualità dell’elezione di Donald Trump che ha fatto del diminuito impegno americano verso l’Europa uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali. Riuscirà l’Europa a ripresentarsi come potenza di primo piano? Innanzi tutto, c’è da chiedersi se realmente lo voglia. Essere una potenza innanzi tutto significa esserlo in campo militare, non solo per la quantità e le capacità operative delle forze armate, ma anche per la possibilità più che concreta di utilizzarle in difesa dei propri interessi. Qui si ritorna all’assunto iniziale. Esistono davvero interessi definibili come “europei”? Credo di no. Quello che vediamo sono invece interessi tedeschi, italiani, spagnoli, polacchi e via così. Interessi spesso in contrasto tra loro e talvolta neppure percepiti come tali. Insomma, la strada non solo è ancora lunga, ma non è neppure tracciata”.

