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	<title>Simona Losito Archives - InsideOver</title>
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	<title>Simona Losito Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Nakba, il giorno in cui 770 mila palestinesi persero la patria</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/nakba.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 05:53:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1536x1013.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 15 maggio, il popolo palestinese ricorda la Nakba, il giorno in cui 700mila palestinesi furono cacciati dal nuovo Stato di Israele.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-600x396.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240515145954147_091a0a29db9429a209c57f888403652f-1536x1013.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Ogni anno, il <strong>15 maggio</strong>, il popolo palestinese ricorda la <strong>Nakba</strong>, letteralmente &#8220;disastro&#8221; o &#8220;catastrofe&#8221;. Settantasei anni fa, 700mila palestinesi vennero cacciati dalle proprie case dal nuovo Stato di Israele. Era il 1948, l’anno in cui la Palestina perse la guerra contro Israele. Il 15 maggio è il ricordo di una sconfitta, ma anche l&#8217;inizio delle violenze e delle persecuzioni che giungono fino ai giorni nostri. La data è simbolica, poiché si tratta del giorno seguente alla nascita dello Stato di Israele, ovvero il 14 maggio 1948. Ogni anno il popolo palestinese commemora questo giorno, esponendo alcuni simboli durante le manifestazioni e le parate. Tra questi simboli sono note le <strong>chiavi</strong>, con cui rivendicano il ritorno alle case da cui vennero cacciati con violenza. Il gesto ricorda anche una delle tradizioni dei profughi palestinesi legate a questi eventi, che consiste nel conservare la chiave della vecchia abitazione, passandola di padre in figlio.</p>



<p>L’<strong>Onu</strong>, alla fine della guerra del 1948, aveva garantito ai palestinesi il diritto di ritorno alle proprie case, ma Israele non ha mai acconsentito e quel diritto, oggi, non è mai stato rivendicato.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prima di Israele</strong></h2>



<p>Il territorio palestinese divenne luogo di interesse a partire dall’Ottocento, caratterizzato da un lento ma costante flusso migratorio dall’Europa. Veniva descritto come un territorio <strong>primitivo ma ricco di risorse</strong>, nonché una perfetta preda della colonizzazione.</p>



<p>La Palestina divenne meta di viaggiatori in cerca di nuove terre, ma anche dei missionari cristiani che desideravano visitare la Terra promessa, e in particolar modo divenne l&#8217;obiettivo dei nuovi programmi del movimento sionista. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento aumentò il flusso degli ebrei che si recavano in Palestina, dando il via ad un insediamento radicale che non teneva alcun conto della cultura e delle tradizioni locali della popolazione araba.</p>



<p>Conclusa la prima guerra mondiale, a causa della confitta dell&#8217;Impero ottomano, la Gran Bretagna divenne sovrana <em>de facto</em> della Palestina e, per ragioni diplomatiche, espresse la sua approvazione alla creazione di uno Stato ebreo in quei territori. Il mandato britannico durò dal 1920 al 1948, anni in cui ci fu una crescente immigrazione di ebrei. Trattandosi di due nazionalismi inconciliabili, in quegli anni la popolazione autoctona e i coloni sionisti vissero in una<strong> convivenza forzata</strong> e non mancarono momenti di tensione. In Occidente, invece, si discuteva sulla possibilità di una soluzione a due Stati o se creare un unico Stato arabo-israeliano.</p>



<p>Tra il <strong>1936 al 1939</strong> ci fu la Grande Rivolta, condotta dai nazionalisti palestinesi in opposizione al Sionismo e alla presenza britannica. La repressione britannica e la reazione delle organizzazioni sioniste fu violenta. Alla fine, però, i nazionalisti arabi ottennero un drastico contenimento dell’immigrazione ebraica. Il prezzo pagato non fu basso: la rivolta aveva causato 5mila morti dalla parte araba e 500 dalla parte ebrea. Inoltre, le organizzazioni paramilitari sioniste ne uscirono più forti, mentre la maggior parte dei componenti dell&#8217;élite politica araba palestinese fu arrestata e costretta all’esilio. Tra questi vi era il capo del Supremo Comitato Arabo, <strong>Hājjī Amīn al-Ḥusaynī</strong>, che si rifugiò nella Germania nazista cercando appoggio alla sua causa.</p>



<p>Il massacro mirato della popolazione palestinese da parte dei Sionisti iniziò molto prima della costituzione di uno Stato. Nel 1942 l&#8217;organizzazione terrorista Sionista <strong>Irgun</strong> iniziò ad attaccare i civili palestinesi, diversi furono i<a href="https://www.instagram.com/p/C6-0vdbu-dl/?igsh=MW1vaDZ3d2ZsNTNkbg%3D%3D"> bombardamenti mirati, le espulsioni e i massacri</a>.</p>



<p>In seguito agli eventi della seconda guerra mondiale, venne data la spinta necessaria per la creazione definitiva di uno Stato ebraico. Così la terra palestinese divenne perfetta per dare rifugio agli ebrei dopo la loro persecuzione in Europa, quindi, la terra in cui creare lo Stato di Israele per dare una casa a tutti gli ebrei del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Verso l’esodo</strong></h2>



<p>Nel 1947 l’Onu formò un <strong>Comitato speciale per la Palestina</strong>, con lo scopo di studiare la questione nell’area e fornire una soluzione alla convivenza tra il popolo arabo e i coloni sionisti. Gli emissari del Comitato, sfortunatamente, non avevano esperienza del Medio Oriente e seguirono uno schema di partizione pronto all’uso fornito dagli emissari sionisti, mentre i palestinesi non riuscirono a proporre alternative.</p>



<p>Il piano di partizione definitivo arrivò il 29 novembre 1947: il popolo ebreo otteneva la fascia costiera, Galilea occidentale e deserto del Negev; al popolo arabo venne lasciata un’area minoritaria. In pratica, il <strong>56 per cento</strong> del territorio doveva essere concesso agli ebrei e il resto ai palestinesi, mentre Gerusalemme sarebbe stata governata direttamente dall’ONU e rimanere territorio neutrale. I palestinesi non accettarono il piano, rifiutando l’idea che quello che era un territorio quasi interamente abitato da popolazioni arabe dovesse accogliere lo Stato di Israele. D’altra parte, però, questo diede un pretesto ai sionisti per creare il proprio Stato con la forza e far tornare in auge un progetto già in cantiere dagli anni Trenta che prevedeva l’espulsione della popolazione locale. Il periodo tra il 1947 e il 1948 fu caratterizzato da attacchi da parte degli arabi nei confronti delle comunità ebraiche e dalla distruzione da parte dei coloni sionisti dei primi villaggi arabi. A marzo 1948 scoppiò la guerra.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il giorno della Nakba</strong></h2>



<p>Il 14 maggio il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, <strong>David Ben Gurion, </strong>dichiarò la fondazione dello Stato di Israele. <strong>Cinquantotto villaggi </strong>arabi erano già stati sgombrati e i soldati israeliani li circondavano armati, lasciando una via per indurre alla fuga la popolazione locale. Chi invece si rifiutava di fuggire aveva dinanzi due scenari: essere caricato sugli autocarri per le <strong>deportazioni </strong>o essere <strong>fucilato</strong>. Quando i villaggi erano svuotati, si procedeva alla loro distruzione, per costruire nuovi insediamenti e per impedire rivendicazioni future dagli arabi. I palestinesi fuggiti trovarono rifugio nelle tendopoli improvvisate dall’Onu.</p>



<p>Successivamente fu formata una coalizione tra gli<strong> Stati arabi</strong>, Egitto, Iraq, Giordania e Siria, che attaccarono Israele. Nonostante qualche successo iniziale, l’esercito israeliano fu abbastanza forte da contrattaccare e sconfiggere gli eserciti avversari, estendendo persino il suo controllo a territori non riconosciuti dal piano Onu, successivamente approvati.</p>



<p>I rifugiati palestinesi e i loro discendenti registrati dall&#8217;<strong>UNRWA</strong>, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l&#8217;occupazione dei profughi palestinesi nel vicino oriente&nbsp;costituita nel 1949, erano 5.149.742 nel 2015, distribuiti in Giordania, Striscia di Gaza, Cisgiordania, Siria e Libano. Molti di questi risiedevano nei campi profughi palestinesi.</p>



<p>L’operazione di messa in fuga e di pulizia etnica messa in pratica da Israele nella primavera del 1948, costituisce la Nakba. Nonostante sia avvenuta nell’arco di mesi, la Nakba è ricordata dai palestinesi ogni anno il 15 maggio, proprio perché rappresenta il primo giorno di vita dello Stato di Israele, nonché uno dei giorni più difficili per la popolazione palestinese che ancora risiede nei territori israeliani. Inoltre, è considerata la data di origine dei problemi del popolo palestinese. Commemorare il Giorno della Nakba non è concesso in Israele da una legge del 2010, che vieta di celebrare la data di dichiarazione di indipendenza di Israele come un giorno di lutto. Questa restrizione riflette la necessità di promuovere l’identità e il patriottismo israeliano e cancellare il dolore della sconfitta, rappresentando anch’essa una violenza nei confronti del popolo palestinese.</p>



<p>Nel 2023, per la prima volta nella sua storia, anche l’ONU&nbsp;ha commemorato&nbsp;ufficialmente la Nakba. Il ritorno alla propria terra per i palestinesi rappresenta ormai un sogno infranto, un diritto irraggiungibile. Oggi ne rimane solo il labile, e per qualcuno vietato, ricordo.</p>
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		<item>
		<title>Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 08:23:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1133" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-300x177.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1024x604.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-768x453.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1536x906.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-600x354.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Israele finanzia l'immigrazione dei Bnei Menashe, comunità indiana che si ritiene discendente da una tribù ebraica perduta.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1133" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-300x177.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1024x604.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-768x453.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-1536x906.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/OVERCOME_20260510072118586_7c5f74bb95db56fd9f85174077fc1861-e1778390514196-600x354.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A novembre 2025, Israele ha deciso di finanziare l&#8217;immigrazione di migliaia di indiani provenienti dagli stati di Mizoram e Manipur, nel <strong>Nord-Est dell&#8217;India</strong>. Qui si trova la comunità dei <strong>Bnei Menashe</strong>, una tra le tribù più isolate del mondo, confinata in una zona remota dell’India, a ridosso del Myanmar. Giovedì 7 aprile, 250 <a href="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/" type="link" id="https://www.timesofisrael.com/group-of-over-250-bnei-menashe-immigrants-from-india-lands-in-israel/">membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv</a>. Per quanto possa apparire curioso, <strong>questa comunità indiana ha un forte legame con il popolo ebraico</strong>, e quindi con Israele.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Bnei Menashe e il legame con il popolo ebraico</strong></h2>



<p>Questa comunità ritiene di discendere da <strong>Manasse</strong>, una delle dieci tribù perdute del Regno d&#8217;Israele che furono deportate dagli Assiri nel <strong>722 a.C</strong>. e che oggi funge da ponte identitario per il loro trasferimento in Israele. Alle circa 10mila persone che la compongono, è stato insegnato per generazioni che i loro antenati provenienti dal Medio Oriente vagarono per l’Asia fino a trovare rifugio nella giungla. La religione è diventato il loro principale collante sociale.</p>



<p>I Menashe nel Manipur sono considerati un popolo di etnia <strong>Kuki</strong>, parlano lingue appartenenti alla famiglia tibeto-birmana e le loro origini antropologiche sono riconducibili all’attuale territorio cinese. Convertiti al cristianesimo all&#8217;inizio del Novecento dai <strong>missionari britannici</strong>, i Bnei Menashe destarono l’interesse degli antropologi israeliani negli anni Settanta. Gli studiosi notarono sorprendenti analogie tra le loro antiche usanze e il giudaismo: canti rituali che narravano la fuga dall&#8217;Egitto e il costante riferimento a un mitico antenato chiamato <strong>&#8220;Manmasi</strong>&#8220;, identificato dai ricercatori come il patriarca biblico <strong>Manasse</strong>.</p>



<p>A partire dagli anni Novanta, i membri di questa comunità hanno iniziato a migrare gradualmente verso Israele. Oggi, però, la loro <strong>Aliyah</strong>, il diritto al ritorno che garantisce la cittadinanza a tutti gli ebrei della diaspora, è più prossima che mai. La comunità è ansiosa di poter tornare laddove sostengono siano radicate le loro origini. Un ritorno che significa vivere pienamente l&#8217;identità ebraica, superando le difficoltà quotidiane legate all&#8217;osservanza religiosa e ai precetti della dieta Kosher, difficili da seguire nelle regioni indiane di provenienza.</p>



<p>Sono anche le migliori aspettative di vita a motivarli: il Manipur è una delle regioni più povere dell’India, dove la maggior parte del lavoro si concentra nelle <strong>fattorie di famiglia</strong>. Chi ha già raggiunto Israele racconta invece di lavorare come autista di camion, nell’ediliza e nelle fabbriche, esortando chi è ancora in India a raggiungerli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il trasferimento negli insediamenti</h2>



<p>Attraverso l’operazione denominata <strong>&#8216;Wings of Dawn&#8217;</strong> (<em>Ali dell’Alba</em>), il governo israeliano ha pianificato il trasferimento dei restanti <strong>6.000 membri</strong> della comunità entro il 2030, assumendosi l’intero onere dei costi di trasporto e di prima integrazione. Tel Aviv ha stanziato in totale circa 30 milioni di dollari per l&#8217;operazione, un investimento che favorisce anche il popolamento degli insediamenti nei territori occupati, dove storicamente gran parte della comunità viene indirizzata.</p>



<p>&#8220;Una decisione importante e sionista che rafforzerà anche il Nord e la Galilea&#8221;, ha dichiarato il primo ministro israeliano <strong>Benjamin Netanyahu</strong>. Giovedì 7 aprile, 250 membri della comunità Menashe sono arrivati a Tel Aviv. Rivolgendosi ai nuovi israeliani, Ofir Sofer, il <strong>Ministro dell&#8217;Aliyah</strong> ha affermato: &#8220;Stiamo facendo la storia portando l’intera comunità di Bnei Menashe in Israele… Non c’è momento più appropriato e toccante per dare il benvenuto a un aereo pieno di immigrati subito dopo il 78° anniversario dell’indipendenza dello Stato. Benvenuti a casa&#8221;.&nbsp;</p>



<p>Un’operazione che ha, tra i suoi scopi, quello di rigenerare la forza lavoro venuta meno dopo il 7 ottobre 2023. Il vuoto è stato causato dalla mobilitazione militare degli israeliani, dallo sfollamento interno a causa degli attacchi missilistici, dal drastico calo di migranti provenienti da Nepal, Thailandia, Uzbekistan e Sri Lanka. <strong>Ma il fattore determinante resta l&#8217;esclusione dei lavoratori palestinesi della Cisgiordania,</strong> ai quali è stato revocato l&#8217;accesso al mercato israeliano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La sostituzione etnica del lavoratori palestinesi</strong></h2>



<p>L’operazione Ali dell’Alba va contestualizzata alla lenta sostituzione del lavoratori palestinesi con migranti provenienti da diversi Paesi. Recentemente, +972 Magazine ha riportato un video del 13 aprile diffuso dalla polizia israeliana in cui lavoratori palestinesi senza permessi vengono trattati come pericolosi fuorilegge. Israele è stato per decenni dipendente economicamente dai lavoratori palestinesi, che costituivano la spina dorsale del sostentamento nei territori occupati con un flusso mensile di <strong>380 milioni di dollari.</strong> Questa dipendenza è stata interrotta dopo il 7 ottobre 2023. Da allora, anche chi prima lavorava regolarmente è ora trattato come un criminale.</p>



<p>Più di 200mila lavoratori palestinesi provenienti da Cisgiordania e Gaza hanno visto revocati i permessi di ingresso in Israele, ufficialmente per motivi di sicurezza, sebbene<a href="https://www.inss.org.il/he/publication/palestinian-workers-data/"> ricerche</a> come quella dell&#8217;<strong>Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale </strong>(INSS) dimostrino che i lavoratori con permessi raramente fossero coinvolti in attività militanti. <strong>La conseguenza immediata è stata un crollo del 95% nell&#8217;edilizia residenziale israeliana e un calo dell&#8217;80% nella produzione agricola.</strong></p>



<p>Israele ha accelerato la sostituzione con <strong>manodopera migrante,</strong> pianificando il reclutamento di circa 65mila lavoratori da India, Sri Lanka e Uzbekistan attraverso nuovi centri di reclutamento, con la possibilità di aumentare questo numero fino a 80mila. <strong>Attualmente sono impiegati circa 270mila lavoratori migranti in Israele</strong>, mentre solo 8mila permessi di lavoro sono stati rilasciati ai palestinesi nel 2025, cifra insufficiente a sostenere l&#8217;economia cisgiordana dove oltre 10.000 palestinesi continuano a lavorare negli insediamenti.</p>



<p>I lavoratori migranti subiscono <strong>gravi abusi</strong>: ricevono mediamente solo il 70% dei salari dovuti per legge, sono esposti a pesticidi senza adeguate protezioni, subiscono trattenute salariali e vivono in alloggi inadeguati. Durante gli attacchi del 7 ottobre, 22 lavoratori thailandesi sono stati presi in ostaggio e 32 uccisi, mentre dall&#8217;inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l&#8217;Iran almeno tre lavoratori migranti sono stati uccisi da attacchi missilistici, nell&#8217;assordante silenzio dell&#8217;opinione pubblica.</p>



<p>Questo sistema di sostituzione della forza lavoro, basato sulla dipendenza dalla volontà dei datori di lavoro e dello Stato, ha trasformato i lavoratori in figure facilmente sostituibili, spostando rapidamente il mercato del lavoro da palestinese a migrante dopo decenni di &#8220;inclusione controllata&#8221; che bilanciava esigenze economiche con imperativi coloniali.</p>



<p>La sostituzione sistematica della manodopera palestinese con flussi migratori pianificati non risponde ad un&#8217;emergenza isolata, ma è l’ultimo tassello di un <strong>progetto coloniale decennale</strong> volto a recidere il legame economico tra la popolazione palestinese occupata e la loro terra. In questo contesto, l&#8217;operazione Ali dell’Alba si rivela essere molto più di una risposta alle difficoltà post-7 ottobre: è lo strumento con cui Israele tenta di rendere definitiva l&#8217;esclusione dei palestinesi e, piuttosto che garantire diritti di chi vive sotto occupazione, opta per la sostituzione di quei lavoratori con nuovi arrivati, risolvendo persino un problema economico con una mossa demografica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/operazione-ali-dellalba-prosegue-il-piano-di-israele-per-sostituire-i-lavoratori-palestinesi.html">Operazione Ali dell’Alba: prosegue il piano di Israele per sostituire i lavoratori palestinesi </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Così i droni stanno cambiando le sorti della guerra in Sudan</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cosi-i-droni-stanno-cambiando-le-sorti-della-guerra-in-sudan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 06:08:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra civile]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Sudan]]></category>
		<category><![CDATA[Sudan]]></category>
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<p>La guerra civile in corso in Sudan dall’aprile 2023 ha subito un cambiamento determinante: l’uso dei droni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cosi-i-droni-stanno-cambiando-le-sorti-della-guerra-in-sudan.html">Così i droni stanno cambiando le sorti della guerra in Sudan</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>La guerra civile in corso in <strong>Sudan </strong>dall’aprile 2023 tra le <strong>Forze di Supporto Rapido </strong>(RSF) e le<strong> Forze Armate Sudanesi</strong> (SAF) ha subito un cambiamento determinante: l’uso dei <strong>droni</strong>. All’inizio il loro impiego era limitato, ma nel tempo è cresciuto fino a modificare tattiche, strategie e controllo del territorio.</p>



<p>Dopo la<a href="https://it.insideover.com/guerra/la-caduta-di-el-fasher-e-le-nuove-stragi-di-civili-in-sudan.html"> caduta di El Fasher</a>, il centro delle ostilità si è progressivamente concentrato nel <strong>Kordofan Meridionale</strong>, dove le RSF hanno conquistato la città di Bara e intensificato gli attacchi contro El Obeid. Secondo quanto riportato dal <strong><a href="https://sudanwarmonitor.com/p/kamikaze-drones-kordofan-sudan">Sudan War Monitor</a></strong>, una delle fonti più autorevoli sulle evoluzioni della guerra, <strong>negli ultimi mesi i droni hanno colpito depositi di carburante, mercati e convogli</strong> in diverse parti del Paese, con attacchi che hanno provocato vittime civili e gravi danni alle infrastrutture. In particolare, nel febbraio 2026 un raid su un mercato nello stato del Kordofan Settentrionale ha causato almeno 28 morti e decine di feriti, mentre negli attacchi di maggio 2025 a Port Sudan, più giorni di bombardamenti aerei hanno danneggiato aeroporti, depositi di carburante e altre strutture strategiche.</p>



<p>L’efficacia di questi attacchi sembra aver messo sotto pressione le capacità logistiche delle RSF nel Kordofan Meridionale, contribuendo a un rallentamento delle loro offensive via terra. <strong>Le SAF controllano più della metà del Paese</strong>, gran parte del confine con l’Egitto, Port Sudan e la capitale Khartoum. Quest’ultima ha subito oltre <strong>440 attacchi con droni</strong> documentati dall’inizio della guerra. Port Sudan, considerata fino ad allora relativamente sicura per la sua distanza dalle basi RSF, è stata colpita a maggio 2025 in uno dei primi raid a lungo raggio contro la città. Le RSF controllano invece gran parte del Sudan occidentale e centrale, inclusa buona parte del Darfur e parti del Kordofan.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’uso dei droni e il riassestamento degli equilibri</h2>



<p>I droni sono ormai ampiamente utilizzati nei <strong>conflitti armati</strong>, ma in Sudan il loro impiego non è stato immediato. La loro introduzione è partita dalle SAF e ha inciso sull’andamento della guerra, provocando un riassestamento degli equilibri tra le forze in campo. La strategia dell’esercito mira a colpire le scorte di <strong>carburante </strong>e le <strong>infrastrutture</strong>, rendendo più difficili anche le attività commerciali, con l’obiettivo di indebolire le RSF e spingere la popolazione civile ad abbandonare le aree sotto controllo paramilitare.</p>



<p>L’esercito sudanese, che a differenza delle RSF dispone di un’aeronautica militare, deteneva inizialmente il controllo dei cieli grazie ai jet da combattimento. A maggio 2025 le RSF hanno però colpito Port Sudan con un attacco con droni che ha danneggiato l’aeroporto e la principale centrale elettrica della città, causando traumi tra i civili. Le capacità aeree delle RSF sono aumentate dopo la perdita, all’inizio del 2025, di territori nel centro e nell’Est del Paese.</p>



<p>Tecnologie simili sono oggi in possesso di entrambe le parti. I droni sono relativamente facili da reperire, nascondere e <strong>assemblare</strong>, il che rende più semplice aggirare l’embargo sulle armi e le sanzioni. L’<strong>embargo</strong> sulle armi imposto dalle Nazioni Unite si applica principalmente alla regione del Darfur e, secondo diversi osservatori, ha avuto un impatto limitato nel contenere l’afflusso di armamenti nel resto del Paese. Questo ha contribuito alla continua disponibilità di sistemi d’arma, inclusi i droni, nelle mani delle parti in conflitto.</p>



<p>Queste tecnologie permettono di colpire infrastrutture strategiche e, allo stesso tempo, espongono la <strong>popolazione civile</strong> a gravi conseguenze, con esplosioni e raid che possono verificarsi anche in aree densamente abitate. L’uso dei droni, così, non è solo un vantaggio tattico, ma trasforma il conflitto in uno scenario imprevedibile e letale, dove la pressione continua sulle strutture nemiche si combina con il rischio costante per i civili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Capacità tecniche e alleanze</h2>



<p>L’uso dei droni è particolarmente efficace nei <strong>territori pianeggianti </strong>e il Sudan, con le sue vaste distese, si presta a questo tipo di operazioni. È infatti più semplice svolgere attività di sorveglianza, come osserva un’analisi del <strong><a href="https://www.criticalthreats.org/analysis/drones-over-sudan-foreign-powers-in-sudans-civil-war">Critical Threats Project</a></strong>. Dall’inizio della guerra, esercito e RSF hanno impiegato droni con capacità molto diverse: da modelli a corto raggio a sistemi con una gittata teorica fino a 4.000 chilometri. In un Paese che si estende per circa 1.250 chilometri da nord a sud e 1.390 da est a ovest, questo significa che, almeno in teoria, qualsiasi area può essere raggiunta.</p>



<p>Le SAF ricevono armi da <strong>Iran </strong>e <strong>Turchia </strong>e dispongono di droni dalla fine del 2023. Le RSF si affidano invece al sostegno degli <strong>Emirati Arabi Uniti,</strong> con tecnologie di origine <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/sharjah-la-porta-del-mercato-ombra-delle-armi-cinesi-per-lafrica.html">cinese </a></strong>e <strong>serba</strong>. Tra questi vi sono i cosiddetti <strong>droni “kamikaze”</strong>, in quanto sferrano attacchi suicidi, utilizzati contro obiettivi strategici e simbolici, anche lontano dalle linee del fronte. Alcuni modelli VTOL di fabbricazione serba sarebbero in grado di trasportare le cosiddette bombe “mute”, ordigni che esplodono senza preavviso acustico, rendendo impossibile mettersi al riparo.</p>



<p>Alcuni fornitori stranieri di droni, tra cui Iran e <strong>Russia</strong>, sembrerebbero aver collegato le consegne a interessi strategici nella regione, con l’Iran interessato a una base navale nel Mar Rosso e la Russia che, nel 2024, avrebbe spostato il proprio sostegno dalle RSF alle SAF in cambio della possibilità di ripristinare un accordo del 2017 per una presenza navale sul Mar Rosso.</p>



<p>Le RSF trasformano inoltre droni civili in armi improvvisate per colpire e intimidire infrastrutture e obiettivi simbolici. L’obiettivo non è tanto la precisione o una vittoria militare decisiva, quanto mantenere una pressione costante e rendere il conflitto imprevedibile e logorante. <strong>Testimonianze </strong>video verificate mostrano droni RSF colpire il deposito di carburante di Sidon ad Atbara, nello stato del Nilo, secondo Sudan War Updates.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="ar" dir="rtl">🚨 عاجل | مليشيا الدعم السريع تستهدف مدينة عطبرة بولاية نهر النيل عبر طائرات مُسيّرة.<a href="https://twitter.com/hashtag/Sudan_War_Updates?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Sudan_War_Updates</a> <a href="https://t.co/sn69Yul0uC">pic.twitter.com/sn69Yul0uC</a></p>&mdash; Sudan War Updates (@sudan_war) <a href="https://twitter.com/sudan_war/status/1909902879889973484?ref_src=twsrc%5Etfw">April 9, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
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<h2 class="wp-block-heading">Impatto sui civili e crisi umanitaria</h2>



<p>L’area più colpita dall’inizio della guerra resta la capitale <strong>Khartoum</strong>, con almeno 440 raid documentati. Nel dicembre 2025 un attacco a Kalogi, nel Kordofan Meridionale, ha colpito un asilo e un ospedale, causando almeno 114 morti secondo fonti locali e Al Jazeera.</p>



<p>Per l’<strong>Africa</strong>, l’impiego sistematico dei droni rappresenta una novità significativa. In passato i conflitti nel continente erano prevalentemente terrestri, con un uso limitato dell’aviazione a causa dei costi elevati. Oggi i droni costituiscono un’alternativa relativamente economica ma altamente letale, offrendo un vantaggio tattico rilevante. Come evidenziato dall’<a href="https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2025/06/19/africas-scary-new-age-of-high-tech-warfare">Economist</a>, questa evoluzione potrebbe rendere più facile sia avviare sia terminare più facilmente le guerre nel continente.</p>



<p>La guerra civile in Sudan ha intanto prodotto la <strong>peggiore<a href="https://it.insideover.com/guerra/le-conseguenze-della-guerra-civile-nel-sud-sudan.html"> crisi umanitaria </a>al mondo </strong>degli ultimi anni: oltre 30 milioni di persone necessitano di assistenza e tra i 12 e i 14 milioni risultano <a href="https://it.insideover.com/guerra/un-rifugiato-su-otto-sudanese-conseguenze-guerra-civile.html">sfollate </a>secondo le stime delle Nazioni Unite. Violenza sessuale, assedi ai civili e uccisioni di massa sono stati documentati per tutta la durata del conflitto, mentre la comunità internazionale continua a intervenire in modo limitato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cosi-i-droni-stanno-cambiando-le-sorti-della-guerra-in-sudan.html">Così i droni stanno cambiando le sorti della guerra in Sudan</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Cancellate la Palestina: il British Museum e la pressione legale di UKLFI</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cancellate-la-palestina-il-british-museum-e-la-pressione-legale-di-uklfi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Feb 2026 06:16:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Religioni]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Genocidio a Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
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<p>Il British Museum avrebbe rimosso la parola “Palestina” da alcune didascalie dopo una lettera dell'UK Lawyers for Israel.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cancellate-la-palestina-il-british-museum-e-la-pressione-legale-di-uklfi.html">Cancellate la Palestina: il British Museum e la pressione legale di UKLFI</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1266" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca-768x506.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca-1536x1013.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260217225500722_461c25ca730db14de5e6986e22dbc1ca-600x396.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nei giorni scorsi il quotidiano britannico<strong><a href="https://www.telegraph.co.uk/news/2026/02/14/british-museum-removes-palestine-references-from-ancient-mi/"> The Daily Telegraph</a></strong> ha pubblicato un articolo secondo cui il<strong> British Museum</strong> avrebbe rimosso la parola “<strong>Palestina</strong>” dalle didascalie di alcune sue gallerie dedicate all’antico Medio Oriente, in seguito a una lettera inviata da <strong>UK Lawyers for Israel</strong> (UKLFI).</p>



<p>Secondo quanto ricostruito, l’organizzazione avrebbe inviato una lettera in cui si contestava l’uso del termine in relazione al popolo <em>Hyksos</em>, sostenendo che non fosse corretto definirli un popolo di derivazione “palestinese” e che avrebbe potuto fuorviare il pubblico sulla storia della regione, quindi minare la storia di <strong>Israele </strong>e del popolo ebraico. La notizia è rimbalzata su diverse testate e sui social, sostenendo che il British Museum avesse rimosso la parola. Non una menzogna, ma una verità a metà. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La rettifica del Direttore</h2>



<p>Dopo due giorni dalla notizia, <strong>Francesca Albanese</strong> ha condiviso su X il post dello storico <strong>William Dalrymple</strong> scrivendo di essere &#8220;felice di sapere che il British Museum non rimuoverà la parola &#8216;Palestina&#8217;&#8221;, ma allo stesso tempo di attenzionare tutti quei gruppi che hanno lo scopo di mettere a tacere e cancellare la Palestina.</p>



<p>Dalrymple, dopo aver personalmente contattato il nuovo direttore del British Museum, <strong>Nick Cullinan</strong>, ha provveduto a comunicare che in realtà la menzione non verrà completamente eliminata dalle etichette e che possiedono anche un&#8217;esposizione dedicata interamente alla Palestina e a Gaza. Il direttore sosteneva di non essere al corrente della questione e di non aver nemmeno visionato la lettera in questione, affermando di esserne disgustato.</p>



<p>Secondo quanto affermato da<strong> </strong>Cullinan, durante un ordinario aggiornamento della galleria dell’antico Medio Oriente, sarebbero stati modificati due pannelli per fare in modo che riflettessero una terminologia ritenuta più coerente con i contesti storici rappresentati. Un portavoce del Museo ha poi negato che la decisione sia stata presa in risposta alla denuncia dell&#8217;UKLFI, ma affermando che il termine non è più &#8220;politicamente neutrale&#8221;. Il termine “Palestina” continua a comparire in esposizioni e riferimenti relativi all’epoca moderna e contemporanea, inclusi contenuti su Gaza.</p>



<p>Le modifiche di fatto però ci sono state state, anche se solo ad alcune etichette. Perciò, per ricapitolare, il British Museum non ha cancellato la parola Palestina del tutto, ma ha provveduto a modificare alcune etichette dopo la lettera dell&#8217;UKLFI.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">I&#39;ve just been chatting with Nick Cullinan, the excellent new director of the British Museum,  and I&#39;m  very relieved to say that the story put by the Daily Telegraph about the BM cancelling the name Palestine is a complete misrepresentation of the facts:<br><br>&quot;To reassure you we are… <a href="https://t.co/7AnUiDmGYa">pic.twitter.com/7AnUiDmGYa</a></p>&mdash; William Dalrymple (@DalrympleWill) <a href="https://twitter.com/DalrympleWill/status/2023399058690158797?ref_src=twsrc%5Etfw">February 16, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le vere modifiche del British Museum</h2>



<p>L&#8217;<strong>UK Lawyers for Israel</strong> è un gruppo di avvocati britannici volontari che, come esplicitato nella <em>mission</em> sul loro sito, dichiara di “usare la legge per contrastare i tentativi di minare, attaccare e delegittimare Israele, le organizzazioni israeliane, gli israeliani e i sostenitori di Israele.”.</p>



<p>Nella lettera, l&#8217;UKLFI ha scritto che l&#8217;uso del termine Palestina nelle mostre &#8220;ha l&#8217;effetto combinato di cancellare i regni di Israele e di Giudea&#8221; e di &#8220;riformulare le origini degli Israeliti e del popolo ebraico come erroneamente derivanti dalla Palestina&#8221;. Nello specifico facevano riferimento a etichette di esposizioni del periodo 1700-1500 a.C. in riferimento alla costa orientale del Mediterraneo come &#8220;Palestina&#8221; e descrivevano il popolo <em>Hyksos </em>come di &#8220;discendenza palestinese&#8221;. Il museo ha quindi provveduto a cambiare le didascalie, sostituendo il termine con riferimenti più generici come “popolazioni di Canaan&#8221;. Il termine è stato rimosso anche dalle mostre sull&#8217;antico Egitto e sui Fenici, perché considerato non &#8220;significativo&#8221; come termine storico-geografico in quel contesto.</p>



<p>Storicamente, però, il termine <strong>Palestina</strong> ha radici accertate. Proprio l&#8217;<a href="https://www.britannica.com/place/Palestine">Encyclopaedia Britannica</a> attesta che il termine deriva dal greco <em>Palaistínē</em>, che a sua volta trasmette l’ebraico <strong>Peleshet</strong>, il nome dei <strong>Filistei</strong>, popolazione costiera del XII secolo a.C. Compare già nel V secolo a.C. negli scritti di Erodoto e in epoca romana fu ufficializzato come Syria Palaestina. La regione era un crocevia tra <strong>Egitto</strong> a Sud e i <strong>Fenici</strong> a Nord-Ovest, influenzando commercio e cultura. Il termine è in uso da oltre 2.500 anni per indicare la zona tra Mediterraneo e Giordano.</p>



<p>Alcuni studiosi si sono espressi sottolineando che &#8220;antica Palestina&#8221; è un termine  storicamente corretto per indicare la regione nell&#8217;antichità e denunciano il gesto come un tentativo di riscrittura della storia.&nbsp;Una prassi chiara e consolidata per Israele, che nel suo progetto genocidario include la totale cancellazione della cultura palestinese e una <a href="https://it.insideover.com/societa/educazione-israeliana-come-la-palestina-e-raccontata-nello-stato-ebraico.html">reinterpretazione e riscrittura della storia.</a> </p>



<h2 class="wp-block-heading">Il pattern di UKLFI</h2>



<p>Negli ultimi anni, UKLFI ha intensificato l’uso delle <strong>denunce legali</strong>, prendendo di mira istituzioni pubbliche e regolatori. L’organizzazione ha rivolto la sua attenzione anche agli ospedali e al personale sanitario solidale con la Palestina. </p>



<p>Le lettere espongono subito l&#8217;intestazione UKLFI e una lista di clienti dell’establishment legale britannico. Questo rende le pressioni particolarmente efficaci, considerando che 9 dei 10 soci dell&#8217;UKLFI sono avvocati qualificati e 6 sono membri effettivi della <strong>Camera dei Lord</strong>. Ed è per questo che molti sono i casi in cui il pattern di UKLFI ha funzionato.</p>



<p>Questo mese l&#8217;<strong>Encyclopaedia Britannica</strong> ha modificato diverse voci di Britannica Kids relative alla Palestina, rimuovendo la dicitura dalle mappe della regione, dopo le pressioni dell&#8217;UKLFI.</p>



<p>A febbraio 2023, l&#8217;ospedale<strong> Chelsea and Westminster</strong> di Londra&nbsp;ha rimosso un&#8217;opera d&#8217;arte&nbsp;realizzata da bambini gazawi. Inizialmente la direttrice dell&#8217;UKLFI aveva sostenuto l&#8217;avessero fatto in seguito a lamentele dei pazienti, solo dopo una richiesta di accesso ai dati, l&#8217;ospedale ha ammesso che l&#8217;unica lamentela era quella dell&#8217;UKLFI.</p>



<p>Anche l&#8217;<strong>Open University </strong>(OU) ha acconsentito alla richiesta del gruppo di eliminare l’espressione “antica Palestina” dai prossimi materiali didattici e di inserire avvisi esplicativi su quelli già in uso, poiché recentemente ritenuti “problematici”.</p>



<p>Un <strong>database </strong>in uscita, redatto dall’<strong>European Legal Support Centre, </strong>documenta 900 episodi di repressione anti-palestinese nel Regno Unito tra il 2019 e il 2025, con UKLFI coinvolta in 128 di questi casi.</p>



<p>In tutti questi episodi emerge un modus operandi preciso, quello della pressione legale o formale, accuse di imprecisione o antisemitismo, e istituzioni che cedono modificando testi o contenuti. È&nbsp;una strategia sistematica per influenzare cultura e informazione pubblica.&nbsp;</p>



<p>Le istituzioni che si piegano alle richieste, quando queste vengono applicate senza adeguate valutazioni, non fanno altro che favorire il <strong>genocidio </strong>dei palestinesi da parte di Israele in modo alternativo, contribuendo in modo attivo alla cancellazione della storia del popolo palestinese.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/cancellate-la-palestina-il-british-museum-e-la-pressione-legale-di-uklfi.html">Cancellate la Palestina: il British Museum e la pressione legale di UKLFI</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Salute globale: le nuove strade per finanziare i sistemi sanitari</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/salute-globale-le-nuove-strade-per-finanziare-i-sistemi-sanitari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Oct 2025 09:51:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le risorse sono scarse e l'era dei fondi garantiti si è conclusa. Ecco i nuovi sistemi per finanziare i sistemi sanitari. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/Sanita-globale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dopo decenni di progressi, i miglioramenti nella<strong> salute globale </strong>stanno rallentando. I <strong>fondi internazionali </strong>diminuiscono proprio mentre crescono sfide complesse. Ma la crisi non è solo finanziaria. È anche climatica, demografica e epidemiologica. I <strong>cambiamenti climatici</strong> moltiplicano le emergenze sanitarie. Inondazioni, siccità e ondate di calore alterano ecosistemi, diffondono malattie e mettono a dura prova ospedali e sistemi di primo intervento. L’<strong>invecchiamento delle popolazioni</strong>, soprattutto in Asia e in Europa, aumenta la pressione sulle cure di <strong>malattie croniche</strong>. E le malattie non trasmissibili, come diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, aumentano esponenzialmente, richiedendo cure costose e a lungo termine.</p>



<p>Nel 2025, la<strong> </strong><a href="https://www.thinkglobalhealth.org/article/state-global-health-funding-august-2025?utm_"><strong>Directed Aid to Health</strong> </a>(Dah) ha subìto una riduzione drastica: il 21% in meno rispetto all’anno precedente, pari a circa 9 miliardi di dollari. Il colpo più duro arriva dagli <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-stati-uniti-abbandonano-lafrica.html">Stati Uniti</a>, storicamente il principale donatore, che hanno ridotto i loro contributi del 67%. Un vuoto finanziario che pesa come un macigno su programmi vitali in Africa, Asia e America Latina.</p>



<p>L’<strong>Organizzazione Mondiale della Sanità</strong> (Oms) ha lanciato un appello urgente da 1,5 miliardi di dollari per far fronte a emergenze sanitarie sempre più frequenti. Eppure, le risorse disponibili restano insufficienti. L’era dell’aiuto illimitato e garantito è finita. In questo contesto, i modelli tradizionali di finanziamento sembrano non reggere più. Ecco perché emergono <strong>nuove strade</strong>, alcune promettenti, altre più rischiose, che stanno ridefinendo la salute globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Finanza mista: una scommessa globale</h2>



<p>Tra le soluzioni emergenti, la <strong>finanza mista</strong> – o <em>blended finance</em> – sembra la più concreta. L’idea è semplice e prevede l&#8217;uso di fondi pubblici o donazioni per attrarre capitali privati, riducendo il rischio per gli investitori e moltiplicando le risorse disponibili. Strumenti come le<strong> obbligazioni vaccinali</strong> o gli advanced market commitments permettono di finanziare vaccini e farmaci destinati a Paesi più poveri, con la promessa di un ritorno misurato sull’impatto sanitario.</p>



<p>Il <strong><a href="https://www.theglobalfund.org/en/ù">Global Fund</a></strong>, uno dei principali attori della finanza mista sanitaria, ha sperimentato investimenti blended e operazioni “<strong>Debt2Health</strong>”, convertendo debito in investimenti per la salute. Sono stati mobilitati oltre 211 milioni di dollari in investimenti misti, 330 milioni in operazioni di swap del debito. Numeri importanti, ma che pongono interrogativi: chi prende il rischio se l’investimento non rende? E fino a che punto il capitale privato può influenzare le priorità sanitarie senza distorcerle?</p>



<p>Un esempio concreto arriva dall’<strong>Africa subsahariana</strong>. Paesi come Zambia e Mozambico hanno beneficiato di fondi misti per la lotta all’HIV e alla malaria. Ma i costi di gestione, i vincoli burocratici e la necessità di rendimenti attrattivi per gli investitori hanno spesso reso questi strumenti complessi da implementare, rischiando di favorire le grandi ONG e le imprese più strutturate a scapito delle comunità locali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Assicurazioni sanitarie contro le emergenze</h2>



<p>Se la finanza mista tenta di allargare la base delle risorse, le <strong>assicurazioni sanitarie per emergenze</strong> cercano di fornire liquidità rapida in caso di crisi. L’idea è mutuata dai meccanismi parametrici delle assicurazioni contro i disastri naturali, che includono pagamenti automatici al verificarsi di determinati eventi, come epidemie o catastrofi ambientali. Così, i sistemi sanitari possono attivare fondi immediati senza attendere mesi di trattative internazionali.</p>



<p>Il concetto è promettente, ma ancora in fase sperimentale. Ad oggi, non esistono esempi su larga scala di Paesi che abbiano implementato efficacemente queste assicurazioni per la salute pubblica. .</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tecnologie digitali: efficienza sotto controllo</h2>



<p>Parallelamente, le tecnologie digitali offrono strumenti per ottimizzare le risorse esistenti. Sistemi open-source come <strong>openIMIS</strong> permettono di gestire assicurazioni sanitarie, rimborsi e pagamenti in maniera più efficiente. Strumenti di pianificazione come l’<strong>HARP</strong> in Etiopia aiutano i governi a decidere dove investire risorse limitate per massimizzare l’impatto.</p>



<p>Ma l’innovazione tecnologica ha un prezzo. Serve infrastruttura digitale, formazione del personale e adattamento dei processi. Senza queste condizioni, anche le soluzioni più sofisticate rischiano di restare sulla carta, incapaci di cambiare la vita di chi ha più bisogno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Modelli “a impatto” e pay-for-performance</h2>



<p>Un’altra frontiera sono i <strong>modelli a impatto</strong>. Il <em>Health Impact Fund</em>, ad esempio, propone di pagare le aziende farmaceutiche non in base alle vendite, ma in funzione dell’effetto reale sulla salute pubblica. L’obiettivo è incentivare lo sviluppo di farmaci efficaci per Paesi poveri, dove il mercato tradizionale non garantirebbe ritorni economici sufficienti.</p>



<p>Allo stesso tempo, molti programmi di finanziamento misto introducono sistemi di <em>pay-for-performance</em>, remunerando i risultati effettivamente raggiunti. Ma misurare l’impatto sanitario reale è complesso: servono dati affidabili, baseline solide e metodi rigorosi per attribuire i risultati alle azioni intraprese. In altre parole, anche le migliori intenzioni rischiano di scontrarsi con la realtà.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Casi concreti: dal Kerala all’Africa</h2>



<p>In <strong>India</strong>, lo stato del Kerala ha lanciato <strong>Norka Care</strong>, un’assicurazione sanitaria per espatriati che copre fino a 5 lakh di rupie per la salute e 10 lakh per incidenti, inclusi casi preesistenti. Un esempio di come le soluzioni assicurative possano adattarsi a contesti specifici, combinando sicurezza e accessibilità.</p>



<p>In <strong>Africa</strong>, l’OMS e diverse banche multilaterali hanno creato una piattaforma da 1,5 miliardi di dollari per rafforzare la salute primaria in 15 Paesi. Nonostante l’iniziativa, molti sistemi locali restano fragili e dipendenti dagli aiuti esterni, evidenziando quanto sia urgente trovare modelli sostenibili e autonomi.</p>



<p>Negli <strong>Stati Uniti</strong>, il nuovo approccio alla salute globale punta al co-finanziamento dei Paesi destinatari, spingendo verso una maggiore <em>self-reliance</em>. È un cambiamento di paradigma: l’assistenza internazionale non è più un flusso garantito, ma una partnership condizionata dalla capacità dei governi locali di investire e gestire le proprie risorse.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una nuova era per la salute globale</h2>



<p>Tutti questi strumenti innovativi presentano rischi e <strong>dilemmi etici</strong>. La finanza mista può favorire grandi operatori a scapito delle comunità locali. Le assicurazioni parametriche rischiano di sottovalutare le emergenze più complesse. Le tecnologie digitali possono ampliare le disuguaglianze se non sono accessibili a tutti. E i modelli a impatto richiedono capacità di monitoraggio che molti Paesi poveri non hanno.</p>



<p>Inoltre, le disuguaglianze globali restano profonde: mentre alcuni Paesi attraggono investimenti privati, altri restano esclusi, alimentando un divario tra chi può contare su sistemi resilienti e chi rischia di perdere decenni di progresso.</p>



<p>La salute globale si trova a un bivio. I progressi rallentano, i fondi scarseggiano, le emergenze si moltiplicano. Ma esistono strumenti nuovi, audaci, capaci di ridisegnare il modo in cui si pensa alla salute pubblica. La sfida è integrare finanza mista, assicurazioni, tecnologie e modelli a impatto in un sistema coerente, equo e sostenibile.</p>



<p>Serve lavoro politico, cooperazione internazionale e una visione strategica che metta al centro non solo i bilanci, ma le vite delle persone. Senza questo impegno, il rischio è che le disuguaglianze si amplifichino e i progressi conquistati a fatica negli ultimi decenni vengano vanificati. La salute globale è in bilico: il futuro dipende dalle scelte che la comunità internazionale farà oggi.</p>
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		<title>Alta moda e unicità: Michela Loberto svela il suo archivio segreto a Milano</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/alta-moda-e-unicita-michela-loberto-svela-il-suo-archivio-segreto-a-milano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2025 10:06:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Moda]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="967" height="1068" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855.jpeg 967w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-272x300.jpeg 272w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-927x1024.jpeg 927w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-768x848.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-600x663.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 967px) 100vw, 967px" /></p>
<p>Nel cuore di Milano, città che con la moda ha un rapporto simbiotico, dal 25 al 30 settembre 2025 si terrà un appuntamento raro ed esclusivo: il Secret Archive Sale dell’Atelier Michela Loberto. Per la prima volta, le porte dell’archivio segreto della maison si apriranno in Corso San Gottardo 37, accogliendo un pubblico selezionato in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/alta-moda-e-unicita-michela-loberto-svela-il-suo-archivio-segreto-a-milano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="967" height="1068" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855.jpeg 967w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-272x300.jpeg 272w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-927x1024.jpeg 927w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-768x848.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/WhatsApp-Image-2025-03-24-at-14.29.12-1-e1742824999855-600x663.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 967px) 100vw, 967px" /></p>
<p>Nel cuore di <a href="https://it.insideover.com/societa/la-moda-ha-perso-il-suo-re-la-morte-di-giorgio-armani-luomo-chiamato-eleganza.html">Milano</a>, città che con la moda ha un rapporto simbiotico, <strong>dal 25 al 30 settembre 2025 </strong>si terrà un appuntamento raro ed esclusivo: il <strong>Secret Archive Sale</strong> dell’<strong>Atelier Michela Loberto</strong>. Per la prima volta, le porte dell’archivio segreto della maison si apriranno in Corso San Gottardo 37, accogliendo un pubblico selezionato in un’esperienza intima.</p>



<p>Qui sarà possibile scoprire e acquistare <strong>pezzi unici di alta moda couture</strong>, interamente realizzati a mano in Italia. Non semplici abiti, ma il risultato di un processo creativo fatto di ricerca, pazienza e tecniche sartoriali tramandate nel tempo.</p>



<p>L’iniziativa cade proprio nei giorni della <strong>Milano Fashion Week</strong>, quando i riflettori del mondo sono puntati sulla capitale della moda. Se le passerelle raccontano le nuove collezioni, questo evento parallelo rappresenta un momento altrettanto significativo. Può essere un&#8217;occasione per scoprire la moda lontano dal clamore, nella dimensione più autentica e segreta dell’atelier.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La visione di Michela Loberto</h2>



<p>Fondato dalla designer Michela Loberto, l’atelier è diventato negli anni un laboratorio di autenticità, in cui il dialogo tra passato e presente si intreccia con un’estetica sempre personale. La sua moda racconta una storia, realizzata attraverso <strong>materiali ricercati, </strong>dettagli minuziosi e lavorazioni artigianali che trasformano ogni creazione in un’<strong>opera d’arte</strong>.</p>



<p>I capi di Loberto hanno una cifra stilistica piuttosto chiara. Le linee sono essenziali ma sofisticate, senza ostentazione, ma con il gusto per l’armonia delle forme e dei colori. Uno stile che rievoca suggestioni rétro, ascoltando le necessità moderne che oggi si rifugiano sempre più nella moda <strong>vintage</strong>.</p>



<p>Ma è nella realizzazione su misura che l’atelier esprime al massimo la sua identità: ogni abito riesce a <strong>catturare la personalità di chi lo commissiona</strong>, trasformandola in forma, colore e materia. In questo risiede la vera unicità, ben lontana dalle promesse spesso vuote del marketing contemporaneo, che parla di “pezzi unici” quando in realtà si tratta di produzioni seriali.</p>



<p>Un aspetto distintivo dell’atelier è anche la sua naturale propensione al dialogo con altre forme d’<strong>arte</strong>. Pittura, fotografia e scultura hanno spesso trovato spazio nelle collaborazioni di Michela Loberto, in eventi che hanno unito moda e creatività visiva in un linguaggio comune. Così, l’abito diventa parte di un racconto più ampio, in cui estetica e ricerca artistica si fondono.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un atto di sostenibilità</h2>



<p>In un’epoca dominata dal fast fashion e da un consumo frenetico che spesso sacrifica qualità e valore, il lavoro di Michela Loberto si pone come un gesto <strong>controcorrente </strong>e profondamente <strong>sostenibile</strong>. Creare un capo unico, destinato a durare e a raccontare la mano di chi lo ha realizzato, significa promuovere un’idea di moda che non insegue il tempo ma lo custodisce.</p>



<p>L’atelier celebra così la <strong>moda lenta</strong>, quella che restituisce dignità al mestiere sartoriale, che mette al centro la creatività e la cura dei dettagli, opponendosi alla logica dell’omologazione e dello spreco.</p>



<p>Il Secret Archive Sale non è soltanto un’occasione di shopping, ma un invito a entrare in contatto diretto con il mondo intimo di Michela Loberto, con la sua visione e la sua arte. Un’esperienza riservata a chi cerca <strong>vera autenticità</strong>, tra le mura di un atelier che custodisce e rinnova l’anima dell’alta moda italiana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/alta-moda-e-unicita-michela-loberto-svela-il-suo-archivio-segreto-a-milano.html">Alta moda e unicità: Michela Loberto svela il suo archivio segreto a Milano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Salute globale e ambiente: il ruolo emergente della Planetary Health Alliance</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/salute-globale-e-ambiente-il-ruolo-emergente-della-planetary-health-alliance.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Aug 2025 15:20:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cambiamento climatico]]></category>
		<category><![CDATA[Sostenibilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Planetary Health Alliance" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/salute-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>La Planetary Health Alliance (PHA), una rete globale che raccoglie oltre 470 organizzazioni tra Università, ONG e istituzioni governative.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/salute-globale-e-ambiente-il-ruolo-emergente-della-planetary-health-alliance.html">Salute globale e ambiente: il ruolo emergente della Planetary Health Alliance</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Negli ultimi decenni, la <strong>crisi ambientale</strong> ha imposto una profonda revisione del concetto di salute globale, mettendo in luce la complessa <strong>interconnessione </strong>tra la salute umana, animale e ambientale. Nell’era dell’<strong>Antropocene</strong>, l&#8217;epoca in cui l’attività umana ha modificato in modo irreversibile gli equilibri planetari, paradigmi come<strong> One Health</strong> hanno segnato un passo avanti nell’approccio integrato. Tuttavia, rimane evidente come questi modelli, seppur fondamentali, siano insufficienti a catturare l’intera complessità dei sistemi planetari e delle loro implicazioni sulla salute.</p>



<p>In questo contesto si inserisce la <strong>Planetary Health Alliance</strong> (PHA), una rete globale che raccoglie oltre 470 organizzazioni tra Università, ONG e istituzioni governative. La PHA si propone di coordinare uno sforzo multilivello per tradurre questa visione in azioni concrete. Tuttavia, la sfida più grande è quella di superare la discrepanza tra ambizione teorica e applicazione pratica, specialmente nelle diverse realtà regionali, spesso segnate da profonde <strong>disuguaglianze </strong>strutturali e da interessi geopolitici che ne complicano la realizzazione.</p>



<p>Si può dire che la salute planetaria si configuri come un’evoluzione del paradigma <strong>One Health</strong>, ampliando lo sguardo dalla sola interazione tra esseri umani, animali e ambiente alla salute degli <strong>ecosistemi planetari</strong>, considerati come fondamento imprescindibile del benessere umano. Questa visione sottolinea l’interconnessione tra crisi climatiche, perdita di biodiversità e inquinamento, elementi che non avrebbe più senso affrontare separatamente.</p>



<p>Tuttavia, questa complessità si scontra con le difficoltà pratiche di <strong>governance </strong>e coordinamento. Infatti, nonostante la piuttosto diffusa consapevolezza, le politiche ambientali e sanitarie restano spesso frammentate e disallineate, complici <strong>dinamiche geopolitiche</strong> e priorità nazionali divergenti. Inoltre, vi è una limitata capacità di integrare le dimensioni socioeconomiche e culturali, essenziali per non replicare dinamiche che nel passato hanno favorito ingiustizie e disuguaglianze. In altre parole, la crisi climatica non colpisce tutte le popolazioni allo stesso modo, e le risposte globali rischiano di rimanere inefficaci se non tengono conto di diversità e vulnerabilità specifiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una rete globale: potenzialità e limiti</strong></h2>



<p>La Planetary Health Alliance si presenta come un modello multilivello che punta a superare i silos disciplinari e geografici attraverso una rete di <strong>hub regionali</strong> in Africa, Asia, America Latina, Europa e Nord America. Questi hub hanno lo scopo di favorire l’adattamento delle strategie globali ai contesti locali, promuovendo lo scambio di conoscenze, la formazione e la costruzione di capacità.</p>



<p>Nonostante le intenzioni, l’efficacia di questa struttura rimane <strong>disomogenea</strong>. La dipendenza da finanziamenti internazionali, spesso condizionati da priorità del Nord globale, limita l’autonomia degli hub locali, che si trovano a operare in contesti istituzionali e infrastrutturali molto diversi tra loro. Inoltre, sebbene si parli di coinvolgimento delle comunità locali, in molti casi questo rimane più un principio che una pratica consolidata, riducendo il potenziale impatto di soluzioni che devono essere invece co-create e culturalmente rilevanti.</p>



<p>L’<strong>Hub Africa</strong> <strong>orientale</strong>, ad esempio, ha coordinato progetti in collaborazione con diverse <a href="https://www.umh.de/en/einrichtungen/institute/medizinische-epidemiologie-biometrie-und-informatik/forschung/ag-global-health/projects-and-cooperations/completed-projects/planetary-health-eastern-africa-hub">Università</a>, per migliorare la sorveglianza delle <strong>malattie zoonotiche</strong>, tematiche rese ancora più urgenti dopo la pandemia da <strong>COVID-19</strong>. La raccolta, il consumo e il commercio di carne selvatica sono infatti cause importanti della perdita di biodiversità e della comparsa di potenziali malattie zoonotiche. In Africa, ad esempio, è <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S000632071100348X?via%3Dihub">estremamente diffusa </a>la <strong>caccia al pipistrello della frutta</strong> (<em>Eidolon helvum</em>), una specie importante per l’ambiente e per la salute pubblica. Questa attività, oltre a danneggiare gravemente la sua capacità di fornire servizi ecosistemici vitali, dà vita a preoccupazioni significative in merito alla capacità di questa specie di ospitare diverse infezioni zoonotiche. </p>



<p>Lo scopo degli Hub regionali è proprio quello di <strong>informare </strong>sull&#8217;interconnessione tra pandemie, crescente perdita di habitat naturali e gli sviluppi sociali nel contesto locale. Tuttavia, infrastrutture sanitarie deboli e difficoltà nella raccolta dati sottolineano i limiti concreti di tali iniziative e il gap ancora da colmare tra teoria e pratica.</p>



<p>La collaborazione con organismi internazionali come l’<strong>OMS</strong>, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e la Convenzione sulla Diversità Biologica rafforza senza dubbio il ruolo della PHA nel coordinamento globale. Tuttavia, la governance multilivello è ancora soggetta a <strong>frammentazioni normative</strong> e a una generale carenza di meccanismi coercitivi efficaci. Tradurre le linee guida globali in politiche nazionali resta un percorso irto di difficoltà, soprattutto nei Paesi con risorse limitate o con priorità economiche divergenti.</p>



<p>Il rischio che emerge è quello di un approccio “<strong>greenwashed</strong>”, in cui le dichiarazioni di intenti sulla salute planetaria non si traducono in azioni strutturali e misurabili. Progetti come quelli realizzati dall’HUB Asia, che ha formato centinaia di operatori sanitari su temi ambientali, mostrano progressi tangibili ma sottolineano anche la necessità di un monitoraggio indipendente e a lungo termine per valutare la reale efficacia degli interventi.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Dall’ideale al reale: esempi e contraddizioni</strong></h2>



<p>Diverse iniziative promosse dagli hub regionali testimoniano la volontà di affrontare le sfide ambientali e sanitarie in modo integrato.</p>



<p>In <strong>America Latina</strong>, l’Hub regionale si concentra sull’integrazione di indicatori ambientali nei sistemi di sorveglianza sanitaria, con particolare attenzione agli effetti della deforestazione sulle malattie respiratorie nelle comunità indigene. <a href="https://www.dw.com/en/brazil-amazon-stop-deforestation-wildfire-public-health-v2/a-70845382?utm_">Studi indipendenti</a> confermano che la deforestazione in Amazzonia è associata a un aumento delle patologie respiratorie, indicando l’importanza di monitorare questi fenomeni per adottare interventi tempestivi.</p>



<p>In <strong>Europa</strong>, la PHA sostiene lo sviluppo di linee guida per politiche urbane sostenibili, promuovendo infrastrutture verdi e mobilità attiva. Questi strumenti contribuiscono a migliorare la qualità dell’aria e a ridurre l’incidenza di malattie croniche, in linea con le strategie di salute pubblica adottate da molte città.</p>



<p>Sul fronte africano, le attività legate alla lotta contro l’inquinamento da plastica coinvolgono una serie di <strong>task force </strong>e collaborazioni tra governi, ONG e comunità locali.</p>



<p>Nonostante queste esperienze, la PHA deve ancora affrontare sfide importanti. La complessità della governance multilivello, la necessità di maggiori risorse finanziarie e la varietà delle realtà socio-politiche dei Paesi coinvolti richiedono un impegno costante per tradurre le collaborazioni in risultati tangibili e scalabili. La rete rappresenta un modello innovativo, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di consolidare queste esperienze e di garantire trasparenza e verificabilità delle azioni sul territorio. Inoltre, nonostante l’efficacia ideale del modello a hub regionali, la <strong>scarsa copertura mediatica </strong>suggerisce sia il bisogno di maggiore visibilità pubblica sia il limite nell’attuazione su scala reale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo della famiglia Rockefeller nella PHA</h2>



<p>Il ruolo di attori influenti e di lunga tradizione come la<strong> famiglia Rockefeller</strong> nel finanziamento e nel sostegno alla Planetary Health Alliance aggiunge un ulteriore livello di complessità al progetto. Da un lato, questo supporto permette di mobilitare risorse significative e creare reti di collaborazione di ampio respiro. Dall’altro, <strong>solleva interrogativi legittimi </strong>sull’effettiva portata delle azioni intraprese e sulle finalità che sottendono a questo impegno.</p>



<p>In un contesto in cui la salute globale e la sostenibilità ambientale sono temi sempre più al centro del dibattito pubblico e politico, è importante mantenere un atteggiamento critico e vigilante, affinché iniziative come la PHA non restino solo un esercizio retorico, ma diventino strumenti concreti e misurabili di cambiamento, capaci di affrontare le disuguaglianze strutturali e le sfide reali che il pianeta e le sue popolazioni si trovano ad affrontare.</p>
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		<title>La nuova via della salute: la diplomazia medica di Iran, Cuba e l’Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/la-nuova-via-della-salute-la-diplomazia-medica-di-iran-cuba-e-lafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2025 16:40:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[diplomazia]]></category>
		<category><![CDATA[Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1229" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb-600x384.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb-1024x655.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb-768x492.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250601151513805_047b36b1a982dcf2788ff577bb3100bb-1536x983.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi anni, si sta rafforzando una forma sempre più visibile di diplomazia sanitaria Sud‑Sud, in cui Paesi emergenti come l’Iran e Cuba stanno sviluppando alleanze dirette con altri Stati del Sud globale. Puntano su formazione, trasferimento tecnologico e produzione locale di vaccini e apparecchiature mediche, bypassando in parte le tradizionali rotte Nord‑Sud. In particolare, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/la-nuova-via-della-salute-la-diplomazia-medica-di-iran-cuba-e-lafrica.html">[...]</a></p>
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<p>Negli ultimi anni, si sta rafforzando una forma sempre più visibile di<strong> diplomazia sanitaria Sud‑Sud,</strong> in cui Paesi emergenti come l’<strong>Iran</strong> e <strong>Cuba </strong>stanno sviluppando alleanze dirette con altri Stati del Sud globale. Puntano su formazione, trasferimento tecnologico e produzione locale di vaccini e apparecchiature mediche, bypassando in parte le tradizionali rotte Nord‑Sud. </p>



<p>In particolare, si sta delineando un possibile triangolo di cooperazione<strong> Iran-Cuba-Africa</strong>: un’alleanza in costruzione, che intreccia il know-how cubano nell’invio di personale medico, l’infrastruttura scientifica iraniana e la crescente domanda africana di cooperazione sanitaria sostenibile e indipendente dai canali occidentali. Tale convergenza non solo mira a colmare lacune strutturali nei sistemi sanitari locali, ma riflette anche una visione alternativa dell’assistenza globale, più orizzontale e meno condizionata da vincoli geopolitici imposti dalle grandi potenze.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Iran: dalla WHA di Ginevra alla rete con Cuba, Armenia e Africa</h2>



<p>Nel settembre 2023, l’Iran aveva <a href="https://www.tehrantimes.com/news/489536/Iran-planning-health-co-op-groups-with-Africa-Latin-America?utm">annunciato </a>la creazione di <strong>gruppi di cooperazione sanitaria </strong>con Paesi dell’Africa e dell’America Latina, nel contesto del già esistente G5+ (Iran, Afghanistan, Pakistan, Iraq, Tajikistan e Oms).</p>



<p>Nel maggio‑giugno 2024, nel corso dell’<strong>77ᵃ Assemblea Mondiale della Sanità a Ginevra</strong>, il Ministro della Salute iraniano <strong>Bahram Einollahi</strong> ha incontrato i suoi omologhi di Cuba, Armenia e Zimbabwe per discutere di cooperazione in campo medico e tecnologico, anche sulla base del successo della produzione congiunta del <strong>vaccino Soberana</strong> durante la pandemia Covid‑19.</p>



<p>Ad aprile 2025, secondo media iraniani, durante un vertice a Teheran dedicato all’Africa, un alto funzionario sanitario ha illustrato l’intenzione di rafforzare le collaborazioni in ambiti come produzione farmaceutica, ricerca, infrastrutture sanitarie, formazione e telemedicina. In quell’occasione, l’Iran ha invitato esperti africani a stabilire rapporti con università e imprese sanitarie iraniane.</p>



<p>La relazione con Cuba è definita “strategica” e si fonda su una solida solidarietà politica, alimentata da commissioni congiunte e da cooperazioni settoriali in ambito vaccinale, formativo e tecnologico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cuba e la tradizione consolidata di cooperazione sanitaria globale</h2>



<p>Cuba rappresenta un esempio emblematico di <strong>medical diplomacy</strong>. Dal primo contingente inviato in Algeria nel 1963 ad oggi, diverse generazioni di medici e infermieri cubani sono stati schierati in risposta a <strong>emergenze sanitarie</strong> (terremoti, epidemie, etc&#8230;) o nell’ambito di accordi bilaterali con Paesi del Sud che necessitano di personale medico.</p>



<p>Durante la crisi Ebola in Africa occidentale del 2014, Cuba <a href="https://www.reuters.com/article/world/cuba-sending-300-more-doctors-nurses-to-fight-ebola-in-west-africa-idUSKCN0HM05N/?utm">inviò </a>circa <strong>465 operatori sanitari</strong> quali medici, epidemiologi e chirurghi in Sierra Leone, Guinea e Liberia, risultando il contributore più consistente rispetto ad altri Stati.</p>



<p>Nel corso degli anni, <strong>oltre 50 000 operatori sanitari cubani</strong> hanno operato in decine di Paesi come Brasile, Venezuela, Zimbabwe, Kenia, Sudafrica, Timor Est, contribuendo alla capillarità dell’assistenza sanitaria in zone rurali o svantaggiate e potenziando università mediche locali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Iran e Africa, una cooperazione sanitaria in espansione</h2>



<p>Negli ultimi due anni, l’Africa è diventata un asse centrale della strategia sanitaria estera dell’Iran. Durante il <strong>Vertice Iran-Africa</strong> dell’aprile 2025 a Teheran, il Ministro della Salute iraniano ha evidenziato l’impegno a espandere le collaborazioni nei settori di produzione farmaceutica, costruzione di ospedali, formazione di medici e specialisti, e telemedicina. L’obiettivo dichiarato è duplice. Contribuire al miglioramento della salute pubblica nei paesi partner e promuovere l’industria biomedica iraniana come leva diplomatica e commerciale.</p>



<p>Il governo iraniano ha anche invitato delegazioni africane a visitare centri di eccellenza e università mediche, sottolineando la disponibilità a <strong>trasferire tecnologie e offrire borse di studio</strong> per la formazione avanzata. In cambio, cerca partenariati stabili che possano aprire nuovi mercati per le sue imprese farmaceutiche pubbliche e private.</p>



<p>Non è un caso che l’Iran stia cercando <strong>alleanze sanitarie bilaterali</strong> con Paesi come Zimbabwe, Senegal e Nigeria, alcuni dei quali già collaborano con Cuba in programmi di assistenza medica. Questo crea un possibile triangolo di cooperazione <strong>Iran-Cuba-Africa</strong>, che da una parte vede il know-how cubano in interventi umanitari, dall’altra l’infrastruttura scientifica e produttiva dell’Iran.</p>



<p>Queste alleanze rispondono anche alla crescente esigenza dei Paesi africani di diversificare i propri partner sanitari, dopo le criticità emerse durante la pandemia di Covid-19, quando molti Stati africani furono lasciati ai margini della distribuzione di vaccini da parte dei produttori occidentali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sostenibilità e criticità delle modalità di cooperazione Sud‑Sud </h2>



<p>Le iniziative di Iran e <a href="https://it.insideover.com/politica/linternazionalismo-medico-cuba-abbraccia-la-siria.html">Cuba </a>condividono un approccio ibrido, che unisce solidarietà e strategia geopolitica. Da un lato, il miglioramento dell’accesso alle cure, la formazione di personale locale e il rafforzamento dei sistemi sanitari. Dall’altro, l’utilizzo della cooperazione sanitaria come <strong>leva diplomatica</strong> verso Paesi politicamente sensibili o distanti dagli equilibri imposti da Washington e Bruxelles.</p>



<p>Studi recenti indicano che le missioni cubane sono spesso rivolte a Stati con gravi carenze di personale medico, con disuguaglianze territoriali marcate o colpiti da emergenze sanitarie, specialmente nei Paesi a basso reddito che faticano a trattenere i propri operatori.</p>



<p>Tuttavia, emergono anche delle criticità. Ad esempio, le condizioni lavorative dei medici cubani all’estero, le tensioni con gli ordini professionali locali come in Brasile o Sudafrica, e il rischio che queste missioni sostituiscano, piuttosto che rafforzare, i sistemi sanitari autoctoni.</p>



<p>La cooperazione sanitaria Sud‑Sud, pur avendo nell’asse Iran-Cuba-Africa uno dei suoi sviluppi più visibili, non si esaurisce in questi attori. Paesi come India e Cina stanno investendo da anni in progetti sanitari in Africa, Asia e America Latina in forniture di vaccini come Covaxin e Sinopharm, costruzione di ospedali e programmi di formazione specialistica. Questo contribuisce a delineare un ecosistema multilaterale in espansione, dove le collaborazioni tra Paesi del Sud del mondo cercano di ridefinire le regole del gioco della salute globale.</p>



<p>Questo slancio verso l’Africa avviene inoltre in un contesto delicato per l’Iran. Le recenti tensioni militari con Israele, culminate anche in attacchi a infrastrutture sanitarie e nella parziale militarizzazione del personale medico, sollevano interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine dei progetti di cooperazione e sulla reale capacità di Teheran di coniugare ambizioni internazionali e resilienza interna nel settore sanitario.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/la-nuova-via-della-salute-la-diplomazia-medica-di-iran-cuba-e-lafrica.html">La nuova via della salute: la diplomazia medica di Iran, Cuba e l’Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Mpox e crisi africana: il ritorno di un’epidemia dimenticata</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/mpox-e-crisi-africana-il-ritorno-di-unepidemia-dimenticata.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2025 14:58:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[epidemia]]></category>
		<category><![CDATA[vaccini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=477577</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64-600x393.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/07/OVERCOME_2025071216341012_0b2b59947b5f9180c9e6c28ba0ecae64-1536x1005.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Africa occidentale e centrale è alle prese con una nuova e silenziosa emergenza sanitaria: il ritorno dell’Mpox, meglio conosciuto come vaiolo delle scimmie. Nel 2025 i casi di Mpox in Africa hanno già superato i 21.000 in almeno 13 Paesi, superando il totale del 2024 (circa 19.700). La Mpox è una malattia virale infettiva appartenente &#8230; <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/mpox-e-crisi-africana-il-ritorno-di-unepidemia-dimenticata.html">[...]</a></p>
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<p><br>L’<strong>Africa occidentale e centrale</strong> è alle prese con una nuova e silenziosa emergenza sanitaria: il ritorno dell’<strong>Mpox</strong>, meglio conosciuto come <strong>vaiolo delle scimmie</strong>. Nel 2025 i <a href="https://www.ft.com/content/818e017d-8055-4521-b51e-c0291019bdd8?utm">casi</a> di Mpox in Africa hanno già superato i 21.000 in almeno 13 Paesi, superando il totale del 2024 (circa 19.700).</p>



<p>La Mpox è una malattia virale infettiva appartenente alla famiglia degli <strong>Orthopoxvirus</strong>, la stessa del vaiolo, da cui eredita molte caratteristiche cliniche, come le lesioni cutanee a forma di vesciche o croste. Nei casi più gravi, può portare a infiammazione cerebrale, sepsi e persino alla morte.  Conosciuta in passato come &#8220;vaiolo delle scimmie&#8221;, è stata identificata per la prima volta proprio nelle scimmie in un laboratorio in Danimarca, mentre il primo caso umano è stato registrato nel 1970 nella <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>.</p>



<p>Negli ultimi anni, il virus ha mostrato un&#8217;evoluzione significativa. Oltre alla trasmissione zoonotica (da animale a essere umano), ha acquisito la capacità di diffondersi anche <strong>per via sessuale</strong>, oltre che attraverso altre forme di contatto ravvicinato. Per evitare stigmatizzazioni e associazioni fuorvianti, nel 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha rinominato la malattia in Mpox.</p>



<p>A partire dal 2024, l’aumento dei contagi nella Rdc e la diffusione in paesi vicini e lontani, inclusa l’Italia dove i primi casi sono stati rilevati a giugno 2025, hanno portato l’Oms a dichiarare la Mpox <strong>emergenza sanitaria </strong>pubblica di interesse internazionale (Pheic). Secondo il direttore generale dell&#8217;Oms, <strong>Tedros Adhanom Ghebreyesus</strong>, la situazione resta critica a causa del continuo aumento dei casi e della probabile circolazione non rilevata in diversi Paesi al di fuori del continente africano.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso del Malawi</h2>



<p>Il <strong>Ministero della Salute del Malawi</strong> ha <a href="https://phim.health.gov.mw/mpox-situation-in-malawi/">annunciato</a> nuovi casi di Mpox nella capitale Lilongwe dall&#8217;inizio dell&#8217;epidemia ad aprile 2025, portando il numero di casi confermati a 48. L&#8217;ultimo caso segnalato è quello di una donna di 51 anni del distretto di Lilongwe che non ha mai viaggiato al di fuori del Malawi. Secondo quanto riportato, la donna si è presentata all&#8217;ospedale di Bwaila il 7 luglio con sintomi che includevano tosse ed eruzione cutanea. Le analisi hanno confermato l&#8217;infezione da Mpox mercoledì 9 luglio.</p>



<p>Le autorità sanitarie stanno lottando contro la carenza di vaccini e la limitata capacità di test e ospedali in molti Paesi, dove spesso mancano posti letto. Nel complesso, il continente avrebbe bisogno di circa 6,4 milioni di dosi di vaccino, ma è ancora lontano dall&#8217;averle disponibili, con solo 1,3 milioni di dosi ricevute nel mese di maggio.</p>



<p>I <strong>Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie</strong> (Cdc) <a href="https://english.news.cn/20250510/bfd64563f3014ec0bab9e894d89e4ab8/c.html#:~:text=The%20Africa%20CDC%20further%20warned,of%20this%20year%2C%20it%20noted.">segnalano 52.082 casi</a> dall&#8217;inizio del 2025 a maggio, con oltre 1.770 decessi durante l&#8217;epidemia nel suo complesso. A giugno 2025,<strong> 24 paesi africani </strong>hanno <a href="https://www.thelancet.com/journals/langlo/article/PIIS2214-109X%2825%2900241-4/fulltext?utm">segnalato </a>una trasmissione attiva di Mpox. In Sierra Leone e Uganda, il numero di casi settimanali confermati supera ora rispettivamente i 600 e i 200, mentre la Rdc rimane l&#8217;epicentro, rappresentando oltre l&#8217;80% di tutti i casi confermati. Il Malawi è stato invece l&#8217;ultimo Paese a registrare un focolaio. Il rialzo, seppur “solo” del 6–7% rispetto all’anno scorso, è particolarmente indicativo perché inserito in un contesto di diminuzione dei finanziamenti occidentali, che ha intaccato la capacità di risposta locale.</p>



<p>In Malawi, i primi casi sono emersi dopo i <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-stati-uniti-abbandonano-lafrica.html">tagli agli aiuti statunitensi</a>, che hanno colpito duramente il sistema sanitario, in particolare i programmi dell’<strong>Agenzia per lo Sviluppo Internazionale</strong> (Usaid) dedicati all’assistenza e alla prevenzione dell’HIV, alimentando il timore di un’escalation delle malattie infettive. In diversi casi, i pazienti colpiti da Mpox erano immunodepressi, spesso a causa dell’interruzione della terapia antiretrovirale dovuta a carenze di farmaci. L’HIV, soprattutto se non adeguatamente trattato, può aumentare il rischio e la gravità dell’Mpox, rendendo la gestione della malattia più complessa. Il Malawi ha perso<strong> oltre 350 milioni di dollari</strong>, il 13% del suo bilancio nazionale, interrompendo i servizi per l&#8217;HIV, l&#8217;assistenza sanitaria materna e i sistemi di sorveglianza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Disinformazione e teorie del complotto</h2>



<p>In molte aree dell’Africa, la diffusione dell’Mpox è complicata da una massiccia <strong>disinformazione</strong>, che mina gravemente gli sforzi di prevenzione e cura. In Repubblica Democratica del Congo, dove si concentra l&#8217;epidemia, <a href="https://drc.ureport.in/opinions/">un report </a>di <strong>UNICEF</strong> relativo al 2024 ha rilevato che solo il 56% della popolazione ha sentito parlare della malattia, mentre la comprensione di sintomi, modalità di trasmissione e prevenzione è estremamente limitata. Nel caso della Rdc, il problema è aggravato dalla presenza di aree isolate difficili da raggiungere e dalla scarsa diffusione dei telefoni cellulari, posseduti da meno della metà della popolazione.</p>



<p>Circolano anche<strong> teorie del complotto</strong>, come l’idea che l’Mpox sia stato creato appositamente da poteri esteri, usato per sterilizzare popolazioni o generare profitti farmaceutici. Teorie che affondano le radici in una diffidenza storica verso le istituzioni, eredità di un <strong>passato coloniale</strong> caratterizzato da abusi sistemici e politiche razziste. Una delle domande da cui derivano queste teorie è &#8220;perché epidemie come Ebola e Mpox colpiscono sempre noi, ma non altri Paesi?&#8221;, ma le risposte emergono spesso in assenza di strumenti critici o fonti affidabili. Questo tipo di narrativa, profondamente radicata in un contesto di disuguaglianze storiche e sfiducia istituzionale, rende ancora più difficile una risposta sanitaria efficace e tempestiva.</p>



<p>Anche lo <strong>stigma sociale</strong> rappresenta uno degli ostacoli relativi alla malattia. Le persone affette da Mpox vengono spesso emarginate, in alcuni contesti si pensa che il contagio sia una forma di punizione per comportamenti morali ritenuti “sbagliati”. Questo tipo di credenze alimenta il silenzio e impedisce l’accesso tempestivo alle cure. </p>



<p>Nonostante l’alta disponibilità potenziale al vaccino (circa il 75% della popolazione sarebbe disposta a riceverlo), i timori, l’assenza di fiducia e la scarsa informazione rallentano l’adesione a campagne sanitarie e vaccinali. Anche in Malawi il livello di consapevolezza resta basso. Qualcuno ricorre a rimedi tradizionali come foglie ed erbe, un fenomeno <a href="https://www.nature.com/articles/s41598-024-61205-0">già osservato</a> all’epoca del <strong>Covid‑19</strong>, che in passato ha avuto conseguenze letali con migliaia di decessi.</p>



<p>L’assenza di informazione affidabile contribuisce anche allo stigma verso <a href="https://www.unaids.org/en/taxonomy/term/885?utm">gruppi vulnerabili</a>, compresi le persone con HIV, riducendo la capacità di ricerca di assistenza e aumentando la trasmissione silente del virus. Per contrastare questo scenario, la<a href="https://www.afro.who.int/aira"> <strong>Africa Infodemic Response Alliance (Aira)</strong></a>, coordinata da Who Afro e Africa Cdc, ha avviato campagne di fact‑checking, programmi di alfabetizzazione all’informazione e monitoraggio del flusso di rumor con sistemi di machine learning combinati a interventi sul campo. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La dipendenza dall&#8217;Occidente</h2>



<p>Il rischio è che l’Mpox diventi il simbolo di una crisi più profonda, quella della dipendenza africana dai finanziamenti esterni e della fragilità delle reti di sorveglianza sanitaria. E mentre diversi Paesi africani cercano di colmare il vuoto lasciato dai tagli occidentali, <strong>Cina </strong>e <strong>Russia </strong>si stanno affermando come partner emergenti nella cooperazione sanitaria. </p>



<p>In Liberia, uno dei primi Paesi a ricevere il sostegno dell&#8217;USAID a partire dal 1961, l’interruzione del sostegno statunitense ha provocato una crisi nei servizi sanitari, con cliniche senza farmaci e operatori non retribuiti, offrendo spazio a un <a href="https://apnews.com/article/liberia-trump-aid-cuts-pregnancy-contraceptives-1d8c16004f1740f1714071fa5a16397d">intervento cinese</a> che già copre infrastrutture sanitarie, assistenza tecnica e forniture mediche. Le aziende cinesi hanno gestito le miniere d&#8217;oro della Liberia, costruito strade e formato operatori umanitari. Nel mese di giugno, la Cina ha aperto un reparto di cardiologia nell&#8217;ospedale principale della capitale, intitolato a John F. Kennedy, ma che era comunemente chiamato &#8220;Just For Killing&#8221; a causa delle sue scarse risorse, anche prima dei tagli degli Stati Uniti.</p>



<p>Allo stesso tempo, la Russia ha <a href="https://www.reuters.com/business/healthcare-pharmaceuticals/russia-says-african-ex-soviet-countries-interested-its-mpox-vaccine-2024-11-13/">promosso </a>il suo vaccino <strong>Orthopoxvac</strong>, sviluppato dal laboratorio Vektor in Siberia, suscitando interesse da parte di diversi Paesi africani gravemente colpiti dall&#8217;Mpox. Anche Stati membri dell’Eurasian Economic Union hanno espresso interesse nell’acquisto di questo vaccino, oltre che di sistemi diagnostici correlati e trattamenti antivirali. L’ente federale russo <strong>Rospotrebnadzor</strong> ha annunciato di aver fornito kits diagnostici per l’Mpox alla Rdc e Burundi, supportando anche corsi di formazione per tecnici e operatori sanitari locali. Tuttavia, la dotazione effettiva e l’approvazione internazionale del vaccino rimangono limitate. </p>



<p>Queste alleanze presentano dei limiti evidenti, poiché spesso privilegiano aiuti immediatamente visibili (donazioni di vaccini, forniture mediche), ma mancano di un impegno strutturale nel rafforzamento delle reti sanitarie nazionali, la formazione del personale o il potenziamento della sorveglianza epidemiologica. Senza una strategia sanitaria integrata e autonoma, l’Africa rischia di sostituire una dipendenza con un’altra, senza ridurre la propria <strong>vulnerabilità strutturale</strong>. </p>
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		<title>Ripensare la sanità pubblica con l’Intelligenza artificiale: l&#8217;esempio della Cina</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/ripensare-la-sanita-pubblica-con-lintelligenza-artificiale-lesempio-della-cina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Losito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Jul 2025 10:13:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[DeepSeek]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1284" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578-600x401.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578-1024x685.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250624232708373_47ea0362267d21cfcba30bc5b3e77578-1536x1027.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In centinaia di ospedali cinesi l'Ia è già parte integrante dei processi di diagnosi, cura e decisione. Ma ci sono dei limiti.</p>
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<p>A Pechino, l’intelligenza artificiale non è più un&#8217;idea futuristica ma una componente attiva e strategica della sanità pubblica. Negli ospedali, nei distretti urbani e persino nelle aree rurali, la <strong>Cina</strong> sta costruendo un ecosistema digitale che fonde big data, diagnostica predittiva e automazione clinica. Un’operazione imponente che dice molto non solo delle ambizioni tecnologiche del Dragone, ma anche del modo in cui la leadership cinese intende affrontare uno dei suoi più grandi punti deboli: un sistema sanitario sotto pressione.</p>



<p>Nella capitale, il programma “<strong><a href="https://cset.georgetown.edu/publication/beijing-ai-plan-2024-2025/">Beijing Municipal Action Plan to Promote &#8216;AI+&#8217; (2024–2025)</a>”</strong> promuove l’integrazione dell’AI in &nbsp;in un&#8217;ampia gamma di settori nel 2024 e nel 2025, dalla diagnostica per immagini alla telemedicina, con l’obiettivo di creare una rete sanitaria distribuita, predittiva e centrata sui dati. Tra i vari settori e industrie figurano anche la robotica, l&#8217;istruzione, l&#8217;assistenza sanitaria, la ricerca scientifica, l&#8217;informatica spaziale, il marketing digitale, la propaganda del Partito, la rete elettrica, la sorveglianza e la censura.</p>



<p>All’<strong>Aerospace Center Hospital</strong> di Pechino, algoritmi intelligenti <a href="https://www.chinadaily.com.cn/a/202502/26/WS67bf2ebba310c240449d772d.html?utm">assistono </a>i radiologi nell’identificazione di noduli polmonari, riducendo il tempo per l’analisi delle TAC e aumentando il numero di esami effettuabili ogni giorno. L&#8217;AI ha senza alcun dubbio aiutato i medici a migliorare la precisione nella lettura delle immagini, conseguentemente anche il tempo di lavoro si è ridotto. Il primario del reparto di radiologia ha persino confermato che l&#8217;intelligenza artificiale è stata utilizzata per la prima volta per aiutare a interpretare le immagini mediche presso l&#8217;ospedale già nel 2018. Al <strong>Beijing Children’s Hospital</strong>, invece, una piattaforma AI pediatrica ha affiancato i medici in diagnosi complesse, con risultati che eguagliano l’accuratezza di intere équipe specialistiche. </p>



<p>I campi di applicazione sono stati tanti, dallo screening del cancro cervicale, con l&#8217;implementazione di software basati sull&#8217;intelligenza artificiale in grado aiutare i medici a individuare con maggiore precisione i punti in cui effettuare la biopsia, all&#8217;aggregazione di informazioni sulle malattie rare e dati genetici. </p>



<p>A tutta questa innovazione, fa però da sfondo la consapevolezza che l&#8217;intelligenza artificiale non può sostituire i medici, essenziali per una corretta valutazione caso per caso, e che è necessario affrontare sfide etiche per non incorrere in una possibile sfiducia da parte dei pazienti stessi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">DeepSeek, la svolta digitale della medicina in Cina</h2>



<p>L’innovazione, però, non si limita alla capitale. A <strong>Changchun</strong>, presso il Jilin University Hospital, è stato <a href="https://www.ft.com/content/5684fb1f-1a84-4542-8fe9-2fcae9653f87">implementato </a>un sistema basato su<a href="https://it.insideover.com/economia/alessandro-aresu-deepseek-la-sorpresa-cinese-che-fa-il-botto-sullia.html"> <strong>DeepSeek</strong></a> capace di generare piani terapeutici personalizzati, consultando database clinici, linee guida mediche e dati sull’efficacia dei farmaci. La startup DeepSeek, sostenuta dal governo municipale di Pechino, si sta rapidamente diffondendo in ospedali e istituzioni pubbliche in tutta la Cina. Il suo modello di intelligenza artificiale viene impiegato per supportare le diagnosi, ottimizzare i processi clinici e personalizzare le terapie, in linea con la più ampia strategia nazionale che punta a integrare l’AI nei settori chiave del servizio pubblico.</p>



<p>Le applicazioni dell&#8217;AI nella sanità sono infinite, c&#8217;è solo bisogno di poter immaginare. Nel Sud-Ovest della Cina, il <strong>Jinxin Women and Children’s Hospital</strong> ha adottato uno strumento per aiutare le pazienti a <strong>monitorare l’ovulazione</strong> e costruire piani di fertilità personalizzati, incrociando i dati dei test con quelli clinici. In pratica si può parlare di sanità predittiva al servizio della medicina di genere.</p>



<p>In <strong>Hubei</strong>, un ospedale pubblico sembra aver stabilito per direttiva interna che DeepSeek venga utilizzato come <strong>“giudice imparziale”</strong> in caso di disaccordo tra medici. In pratica, l&#8217;AI entra di fatto nei processi decisionali clinici. Una prassi impensabile in contesti occidentali, ma che mostra quanto l’intelligenza artificiale sia già considerata autorità epistemica nella medicina cinese.</p>



<p>E ancora. In strutture di <strong>Wuhan, Chengdu e Hangzhou</strong>, l’AI è impiegata in ruoli più semplici ma essenziali, come assistenti digitali che guidano i pazienti nei reparti o spiegano esami clinici in linguaggio semplificato. Un’innovazione che si propone di migliorare l’accesso alle cure in un sistema sanitario spesso affollato e complesso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le basi sperimentali della rivoluzione clinica cinese</h2>



<p>A sostenere questa rivoluzione ci sono startup, come <strong>DeepSeek</strong> appunto, recentemente sostenuta anche a livello statale, che si sta diffondendo in centinaia di ospedali pubblici. Le applicazioni vanno dalla redazione di cartelle cliniche alla consulenza per operazioni chirurgiche, fino alla formazione del personale.</p>



<p>Prima dell’attuale ondata di adozione clinica, l’intelligenza artificiale aveva già mostrato il suo potenziale nella medicina cinese grazie a progetti pionieristici. Nel 2017, l’azienda iFlyTek fece notizia con <strong>Xiaoyi</strong>, un sistema di AI progettato per sostenere l’esame nazionale per l’abilitazione medica. Xiaoyi fu il primo modello a superare l’esame con un punteggio superiore alla media umana, aprendo un dibattito sulla possibilità di impiegare algoritmi nel ragionamento clinico. </p>



<p>Parallelamente, l’<strong>Università Tsinghua</strong>, tra i principali centri di ricerca tecnologica del Paese, ha avviato progetti su AI applicata alla diagnostica, all’elaborazione del linguaggio medico e alla medicina di precisione, contribuendo a formare il terreno tecnico e teorico per le applicazioni attuali.<br>Tuttavia, queste innovazioni, pur fondamentali in termini sperimentali e simbolici, non hanno ancora trovato un impiego sistematico nella sanità pubblica cinese, dove oggi dominano modelli più recenti come <strong>DeepSeek</strong>, supportati direttamente da piani strategici delle autorità locali e nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La via cinese alla sanità digitale è un modello?</h2>



<p>Questa rete di innovazioni è già pronta all’<strong>export</strong>: dai Paesi africani alle economie emergenti del Sud-Est asiatico, la Cina propone i suoi strumenti come parte integrante dell’<a href="https://www.mdpi.com/2673-4060/4/2/21?utm">Iniziativa Belt and Road</a>. Un soft power medico-tecnologico che mira a posizionare Pechino come fornitore globale di soluzioni sanitarie digitali.</p>



<p>A differenza della Cina, l’Occidente procede con cautela, frenato da norme sulla privacy, etica medica e scarsa interoperabilità dei sistemi. La Cina invece <a href="https://www.reuters.com/technology/china-sets-up-ai-standards-committee-global-tech-race-intensifies-2024-12-13/?utm">avanza </a>grazie a una regia centralizzata che favorisce la sperimentazione su larga scala, anche a scapito di standard etici internazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tra innovazione e rischio</h2>



<p>Nonostante i progressi tecnologici, molte AI cliniche in Cina mostrano limiti significativi in termini di accuratezza e sicurezza. Uno <a href="https://arxiv.org/abs/2505.07205">studio </a>recente che ha valutato modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) specifici per la sanità ha rilevato che senza un adeguato fine-tuning, <strong>questi sistemi raggiungono solo un 40-50% di accuratezza nelle diagnosi e nelle raccomandazioni terapeutiche. </strong>Inoltre, la ricerca sottolinea rischi elevati di bias e errori clinici dovuti a carenze nella supervisione etica e tecnica. La mancanza di protocolli di audit e di regolamentazioni solide rappresenta una sfida importante per un’adozione sicura e affidabile dell’AI in medicina. Il lavoro invita a sviluppare framework di governance sistemici che bilancino innovazione e tutela del paziente.</p>



<p>Tuttavia, la Cina ha scelto di non rallentare, preferendo correggere in corsa piuttosto che fermarsi. Il controllo politico compensa la mancanza di trasparenza con la velocità dell’implementazione. Con l’adozione diffusa dell’AI in medicina, la Cina non si limita a riformare il proprio sistema sanitario, ma punta a ridefinire i parametri stessi della <strong>sanità moderna</strong>. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/ripensare-la-sanita-pubblica-con-lintelligenza-artificiale-lesempio-della-cina.html">Ripensare la sanità pubblica con l’Intelligenza artificiale: l&#8217;esempio della Cina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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