El Fasher, una delle città più contese nella guerra in Sudan, è caduta, nella mattinata di lunedì, nelle mani delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) che l’hanno strappata alle Forze Armate Sudanesi (Saf) regolari. Il tutto dopo oltre 18 mesi di assedio che ha rischiato di lasciare nella fame gli oltre 260.000 abitanti della città.
El Fasher non è una città come le altre: capoluogo del Darfur settentrionale, in passato ha già patito le violenze organizzate negli anni 2000 dai janjaweed. Ossia dai cosiddetti “demoni con il cammello”, miliziani in maggioranza arabofoni che hanno perseguitato all’epoca la popolazione di origine fur e masalit. Oggi una buona parte delle Rsf è formata proprio dagli ex janjaweed e lo stesso loro leder, il generale Dagalo, è stato per lungo tempo uno dei principali miliziani. Da qui il sospetto, suffragato purtroppo già da diverse immagini, che con la conquista di El Fasher si possa adesso assistere a nuovi massacri.
Il disastro di El Fasher
La guerra civile iniziata nell’aprile del 2023, vede due precise fazioni contrapposte: da una parte le sopra citate Rsf, dall’altra i soldati dell’esercito regolare guidati dal generale e presidente Al Burhan. Dall’aprile del 2024, i militari hanno provato a difendere in tutti i modi El Fasher. Questo perché la città si trova in un essenziale snodo strategico, oltre a essere uno dei centri più importanti del Darfur rimasto in mano al governo. Inoltre, è da tempo ben nota la possibilità di assistere a nuove violenze settarie in caso di ingresso delle Rsf.
Così è stato: quando ieri il fronte è collassato, sui social sono stati diffusi video che ritraggono civili inermi arrestati o, peggio ancora, uccisi. A inserire sul web le immagini della macabre esecuzioni, sono stati gli stessi miliziani. Quasi a voler vantare le azioni poste in essere a partire da lunedì. Nelle immagini si nota chiaramente come buona parte delle vittime appartengano alle etnie perseguitate negli anni passati, ossia per l’appunto quelle masalit e fur. In alcuni casi, i miliziani hanno ucciso inermi civili dopo interrogatori farsa effettuati per strada. Immagini satellitari di Maxar risalenti a lunedì, hanno confermato la presenza di pozze di sangue e di corpi abbandonati in molte delle strade di El Fesher.
Le testimonianze delle atrocità in corso non stanno arrivando in queste ore soltanto da foto e video. Ci sono anche diversi rapporti, come quello dell’Humanitarian Reserch Lab di Yale, in cui si parla apertamente di “evidenze di uccisioni di massa” a El Fasher e si fa riferimento anche alle foto satellitari di Maxar. Davanti a quanto trapelato da lunedì, l’Unione Africana ha deciso di intervenire esprimendo ferma condanna della situazione: “Condanniamo senza mezzi termini le violazioni dei diritti umani riscontrate a El Fasher”, ha dichiarato il presidente dell’Unione Africana, Mahamoud Ali Youssouf.
Una svolta importante a livello militare
Apparso lunedì sera in televisione, il presidente Al Burhan ha ammesso l’indietreggiamento da El Fasher: “Ma a breve la riprenderemo, prometto di tornare e punire i responsabili dei crimini”, ha dichiarato. Il fatto stesso che il capo dello Stato sia dovuto andare in Tv, fa ben intuire quanto la questione di El Fasher appaia molto sentita. Anche perché la sua caduta è arrivata in una fase contrassegnata da diverse avanzate dell’esercito. I militari infatti, nei primi nove mesi del 2025, hanno ripreso Khartoum e altre regioni centrali del territorio sudanese.
La caduta del capoluogo del Darfur settentrionale, ha rappresentato quindi la prima inversione di tendenza del conflitto a favore delle Rsf. Un’inversione che potrebbe essere solo provvisoria, con il caso di El Fasher destinato in tal senso a rimanere isolato. Ma che, al contrario, potrebbe anche rappresentare un campanello di allarme importante per l’esercito. Khartoum è del resto ben consapevole dei rifornimenti e dei soldi arrivati, via Ciad e via Libia, alle Rsf negli ultimi mesi. Il mittente degli aiuti è il governo degli Emirati Arabi Uniti, da sempre vicino alla milizia e intenzionato a giocarsi in Sudan una fetta importante della propria strategia internazionale.

