La scorsa settimana nella capitale del Sud Sudan, Juba, il popolo è insorto dando vita ad una serie serie di rivolte avvenute durante la notte. La causa è da attribuire alla presunta uccisione di cittadini del Sud Sudan durante l’attuale guerra civile in corso in Sudan. I video diffusi attraverso i social media mostrano l’uccisione di almeno 13 cittadini sud-sudanesi nella località sudanese di Wad Madani.
La risposta dei cittadini sud sudanesi a Juba è stata altrettanto aggressiva e violenta nei confronti dei sudanesi residenti in Sud Sudan. Durante i tumulti nella capitale, ci sono stati casi di vandalismo e saccheggio nei confronti di negozi appartenenti a persone sudanesi. Gli scontri hanno causato la morte di 16 persone, mentre sette sono stati i feriti. In una città vicina, situata lungo il confine con il Sudan, alcune case abitate da sudanesi sono state bruciate.
La portavoce della presidenza Lily Adhieu Martin Manyiel ha infatti intimato a “non permettere alla rabbia di offuscare il nostro giudizio o di rivoltarsi contro i commercianti e i rifugiati sudanesi che attualmente risiedono nel nostro Paese”.
Venerdì 17 gennaio, proprio a causa di questi avvenimenti, la polizia ha annunciato l’introduzione di un coprifuoco in tutto il Paese. Il generale Abraham Manyuat ha dichiarato che il coprifuoco entrerà in vigore dalle 18:00 fino all’alba proprio per ostacolare gli episodi di saccheggio segnalati a Juba e nelle altre città vicine.
La riconquista di Wad Madani
Le presunte uccisioni di cittadini del Sud Sudan che hanno portato alle rivolte, sarebbero avvenute a Wad Madani, una città situata a sud-est del paese riconquistata sabato 11 gennaio dall’esercito regolare sudanese (Saf). Si tratta della città più importante dello stato di Gezira, situata a circa 130 km a sud-est della capitale sudanese Khartum e la sua conquista potrebbe rappresentare un punto di svolta per la guerra civile, che dura ormai da due anni. L’offensiva a Wad Madani rientra nelle recenti iniziative dell’esercito, che sta così guadagnando terreno.
L’importanza della città deriva dalla fertilità dell’area, dovuta alla sua posizione tra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Inoltre, rappresenta un ponte che collega in modo strategico le zone del nordest controllate dall’esercito, come Port Sudan e Cassala, con le altre provincie del sud.
Da dicembre 2023, la città è stata controllata dalle Forze di Supporto Rapido (Rsf), la milizia ribelle parte in causa della guerra civile sudanese. Già da quel momento, la comunità è stata etichettata dall’esercito sudanese come sostenitrice delle Rsf per motivi etnici. Dunque, anche le violenze nei confronti della comunità avvenute durante la conquista della città sono stati considerate ritorsioni su base etnica. Non è la prima volta che l’esercito viene accusato di aver ucciso civili sospettati di sostenere i ribelli, accusa confermata dallo stesso esercito, che ha dichiarato la presenza di casi isolati di uccisioni di civili.
Il presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, domenica scorsa ha condannato le violenze e le brutali uccisioni di cittadini sud sudanesi a Wad Madani. I responsabili delle violenze contro i civili sarebbero i militari governativi, e secondo l’International Service for Human Rights (Ishr), le vittime sono prevalentemente donne e bambini.
Le vittime erano persone provenienti dal Sud Sudan, Darfur e Sudan occidentale, ma residenti nella zona da decenni. I soldati dell’esercito le hanno accusate di aver collaborato con i paramilitari delle Rsf mentre l’area era sotto il loro dominio e per questo uccise. In passato l’esercito aveva accusato le Rsf di assumere sud-sudanesi come mercenari.
Il ministero degli Esteri del Sud Sudan sostiene di aver ricevuto un “rapporto completo dove vengono descritti in modo dettagliato gli eventi che hanno causato la perdita di vite umane tra i nostri cittadini innocenti, che mantengono uno status di non combattenti”.
La guerra civile va avanti da aprile 2023 e vede le Rsf combattere contro l’esercito per il controllo del Paese. Fino ad ora, la battaglia si è concentrata nelle aree introno a Khartum e nel Darfur, quindi nelle aree controllate dalle Rsf. Solo recentemente, l’esercito ha iniziato una controffensiva vicino la capitale, prendendo il controllo di alcune zone ritenute importanti.
La guerra in questi due anni ha causato una gravissima crisi umanitaria, con più di 60mila morti, 12 milioni di sfollati e circa 50 milioni di abitanti del paese sono a rischio carestia. L’ONU e altri gruppi per i diritti umani, hanno denunciato la presenza di massacri etnici di diversa natura da entrambe le parti implicate nel conflitto.
Recentemente, il governo statunitense ha annunciato sanzioni per i crimini commessi contro i civili nei confronti del capo delle Rsf, Mohammad Hamdan Dagalo, già sanzionato per presunti crimini di genocidio, e del comandante dell’esercito, il generale Abdel Fattah al Burhan.

