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	<title>Roberto Domini Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Thu, 08 Oct 2026 09:36:23 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Roberto Domini Archives - InsideOver</title>
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		<title>Dagli oceani ai mari chiusi, così cambia la sicurezza globale e nazionale. Il simposio di Venezia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 09:36:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Occorre investire nella protezione delle infrastrutture sottomarine e va rafforzata la cooperazione industriale europea e occidentale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/italia-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il XV° <em>Trans-Regional Seapower Symposium</em> di Venezia ha restituito l&#8217;immagine di un ordine marittimo in rapida mutazione. La sintesi degli argomenti trattati ci mostra come la sicurezza dei mari costituisca ormai un sistema integrato, retto da fondali protetti, filiere resilienti, alleanze interoperabili e una più matura responsabilità europea.</p>



<p><strong>Cosa si è detto a Venezia</strong></p>



<p>L’analisi degli interventi a Venezia deve necessariamente cominciare dal mutamento di paradigma racchiuso nel titolo del simposio, <strong>«Dalle acque regionali all&#8217;influenza globale».</strong> I bacini marittimi, a lungo pensati come compartimenti affidati ai Paesi rivieraschi, non sono più separabili: <strong>le tensioni nei «mari di mezzo»,</strong> dal Mediterraneo allargato al Mar Rosso, dal Mar Nero al Golfo Persico fino all&#8217;Indo-Pacifico, si ripercuotono immediatamente sulle catene logistiche e sull&#8217;economia planetaria.</p>



<p>La proiezione di potenza si misura allora sulla <strong>capacità di governare colli di bottiglia e spazi semichiusi, dove si addensano commercio, energia e flussi finanziari. </strong>Ne emerge un sistema di «Mediterranei globali» interconnessi, che il CESMAR aveva anticipato nel 2020 con la nozione di Infinito Mediterraneo, cioè <strong>l&#8217;estensione degli interessi economici nazionali oltre il Mediterraneo allargato.</strong> Muta così l&#8217;unità stessa di analisi, che non è più il bacino ma la rete di bacini: nessuna potenza marittima può considerare periferica una crisi lontana dalle proprie coste, e ciò richiede una visione trans-regionale e coalizioni flessibili fondate su interessi condivisi più che su appartenenze geografiche rigide.</p>



<p>In questa rete <strong>la vulnerabilità maggiore riguarda le infrastrutture critiche sottomarine.</strong> Cavi in fibra ottica e condotte energetiche, spina dorsale invisibile dell&#8217;economia globale, sono esposti a sabotaggi di difficile attribuzione, strumenti tipici di una guerra ibrida che resta sotto la soglia del conflitto dichiarato. Per questo la <em>Underwater Domain Awareness</em>, ossia la sorveglianza continua dei fondali e della colonna d&#8217;acqua, capace di distinguere l&#8217;incidente dall&#8217;atto ostile, diventa condizione di sovranità. </p>



<p>Né i fondali possono essere separati dalla logistica di superficie, poiché <strong>porti, rotte e cavi formano un unico sistema di vulnerabilità.</strong> La medesima logica di adattamento governa la risposta ai droni a basso costo: intercettarli con missili di elevato valore è economicamente insostenibile, ed è emersa la necessità di operare con una difesa stratificata, in cui sistemi cinetici, energia diretta e guerra elettronica operano in sinergia, ciascuno nello strato più efficiente. La difesa cessa così di essere una somma di piattaforme e <strong>diventa un&#8217;architettura</strong> che restituisce al difensore l&#8217;iniziativa economica oltre che operativa.</p>



<p>Un&#8217;architettura simile presuppone una base industriale solida. Le <em>supply chain</em> sono impiegate come armi nei conflitti ibridi, e la logistica, da processo neutro improntato all&#8217;efficienza <em>just-in-time</em>, diventa asset di sicurezza nazionale secondo il principio del <em>just-in-case</em>, con dazi, controlli e strategie di <em>de-risking</em>. <strong>Deterrenza collettiva e superiorità industriale dipendono dunque dalla sovranità delle filiere </strong>e dalla compatibilità dei sistemi C4I alleati, mentre la carenza di massa critica impone una cooperazione industriale transnazionale. </p>



<p>A ciò si intreccia la ristrutturazione del legame transatlantico: la richiesta statunitense di <em>burden-sharing</em> spinge l&#8217;Europa verso una maggiore autonomia strategica, ma <strong>il rischio è una frammentazione a geometria variabile, </strong>con il fianco orientale e baltico che attira risorse a scapito delle priorità meridionali. Per l&#8217;Italia ne deriva il duplice compito di consolidare la cooperazione aeronavale e di proiettare stabilità verso Nord Africa, Sahel e Medio Oriente.</p>



<p>Sullo sfondo opera il ritorno della Realpolitik e la «brutalizzazione» dei rapporti internazionali: l&#8217;interdipendenza economica, un tempo garanzia di moderazione, viene strumentalizzata, e la deterrenza torna a essere la valuta fondamentale della stabilità, credibile solo se fondata su capacità effettive. <strong>In tale scenario assume valore la diplomazia navale</strong>: le Forze Armate mantengono una professionalità apolitica orientata alla difesa e alla stabilità, e Venezia, riunendo circa settanta marine, si configura come incubatore di cooperazione multilaterale, dove la fiducia professionale diventa essa stessa un moltiplicatore di deterrenza.</p>



<p>Quanto emerso al simposio di Venezia era stato anticipato dal CESMAR, in un articolo pubblicato per il CIMSEC. Vi è infatti una convergenza strategica radicale: il baricentro della geopolitica si è spostato dai grandi spazi oceanici ai nodi e ai colli di bottiglia dei mari chiusi e semichiusi, e ciò certifica la crisi del modello mahaniano classico a favore del paradigma del potere arcipelagico-reticolare. <strong>La deterrenza fondata soltanto sulla proiezione di flotte pesanti risulta inadeguata</strong> di fronte a sciami di vettori a basso costo e a strategie di interdizione come l&#8217;A2/AD; sovranità e influenza si misurano nel presidio dei nodi logistici, energetici e digitali, e chi controlla i <em>chokepoints</em> e la continuità delle <em>supply chain</em> detiene il potere sistemico. </p>



<p>Davanti a una competizione spietata le democrazie non possono agire in ordine sparso, e l&#8217;interoperabilità va intesa non solo come compatibilità tecnica ma come armonizzazione culturale, procedurale e dottrinale tra marine alleate. <strong>La sicurezza subacquea è il banco di prova della resilienza statale</strong>, e le risposte tecnologiche indicate sono l&#8217;intelligenza artificiale applicata ai sistemi C4I e le piattaforme autonome e <em>unmanned.</em> La formula conclusiva è che la stabilità discende dalla capacità di proiettare sicurezza dai bacini regionali al sistema internazionale, trasformando la connettività in fattore di pace, deterrenza e prosperità condivisa.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Analisi geopolitica e strategica</strong></h2>



<p>Sul piano geopolitico la sintesi individua <strong>una ridefinizione degli equilibri fondata sulla geografia delle connessioni più che dei confini:</strong> chi esercita pressione sui nodi ottiene un&#8217;influenza sproporzionata, mentre le potenze rivali dispongono di leve di coercizione a basso costo e ad alta ambiguità. Le alleanze si riconfigurano in coalizioni flessibili a geometria variabile, la rinegoziazione transatlantica appare come redistribuzione di oneri più che come rottura, e lo spazio marittimo si frammenta in aree di influenza, zone di rischio e corridoi presidiati, dove il diritto internazionale convive con pratiche imposte dalla forza.</p>



<p>Sul piano strategico la dottrina navale è chiamata a integrare i domini subacqueo, cibernetico e cognitivo, riconoscendo alla <em>seabed warfare</em> la dignità di ambito operativo autonomo. Il <em>procurement </em>premia sistemi modulari, scalabili e producibili in serie, capaci di dare massa critica a costi sostenibili, e assegna priorità all&#8217;interoperabilità C4I e a filiere diversificate. <strong>La postura di deterrenza privilegia una presenza persistente, </strong>fondata su pattugliamento, sorveglianza dei fondali e reazione rapida, mentre l&#8217;adozione di sistemi autonomi e intelligenza artificiale richiede regole d&#8217;ingaggio e responsabilità adeguate, perché l&#8217;innovazione non superi la capacità politica di governarla.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



<p>Da quanto ascoltato a Venezia emerge che la sicurezza marittima globale è ormai un sistema unitario, in cui crisi regionali, vulnerabilità dei fondali, dipendenze industriali e competizione tra potenze si alimentano a vicenda. <strong>In questa prospettiva il potere arcipelagico-reticolare indicato dal CESMAR offre la chiave interpretativa più utile per orientare scelte di lungo periodo. </strong>Ne discendono indicazioni chiare per i decisori. Occorre investire stabilmente in <em>Underwater Domain Awareness</em> e nella protezione delle infrastrutture sottomarine, condividendo dati con gli operatori privati. Vanno rafforzate la resilienza delle filiere e la cooperazione industriale europea e occidentale, privilegiando standard interoperabili e difese stratificate sostenibili nei costi. All&#8217;Europa spetta un&#8217;assunzione di responsabilità che bilanci fronte orientale e meridionale, valorizzando i Paesi mediterranei. Infine, la diplomazia navale va preservata come infrastruttura di fiducia, poiché la stabilità dell&#8217;ordine marittimo dipenderà dalla capacità di coniugare deterrenza credibile e cooperazione multilaterale.</p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<p>CESMAR (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima),&nbsp;<em>Agorà Strategico Nr. 3 – XV Trans Regional Seapower Symposium: sintesi dei temi trattati</em>, 8 ottobre 2026, elaborata sulla base di lectures e interviste del XV Trans Regional Seapower Symposium, Venezia, 6-7 ottobre 2026.</p>



<p></p>



<p><strong>Roberto Domini </strong>è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. È presidente del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima – Circolo Fratelli Bonaldi).</p>



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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/dagli-oceani-ai-mari-chiusi-cosi-cambia-la-sicurezza-globale-e-nazionale-il-simposio-di-venezia.html">Dagli oceani ai mari chiusi, così cambia la sicurezza globale e nazionale. Il simposio di Venezia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Project Meridian, gli Usa danno in appalto alla Silicon Valley il futuro della guerra</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/project-meridian-gli-usa-danno-in-appalto-alla-silicon-valley-il-futuro-della-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 08:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/10/usa-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il contributo più radicale del Project Meridian risiede nella transizione verso la cosiddetta Prediction-Centric Warfare. </p>
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<p>Il <em>Project Meridian</em>, commissionato formalmente il 30 settembre 2026 con un memorandum del Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti, rappresenta <strong>l’incarico più ambizioso mai affidato a soggetti esterni al Pentagono. </strong>Il suo mandato esplicito è ridisegnare la superiorità tecnologica americana definendo, con orizzonte temporale esteso sino al 2050, i campi di battaglia del futuro e le capacità necessarie a dominarli.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>I quattro pilastri di un progetto senza precedenti</em></strong></h2>



<p>Annunciato dal Segretario alla Guerra <strong>Pete Hegseth </strong>durante il discorso <em>State of the Force</em> tenuto a Quantico, il progetto è posto sotto il coordinamento tecnico di <strong>Emil Michael</strong>, <em>Chief Technology Officer </em>del Dipartimento, e vede come codirettori <strong>Elon Musk</strong>, <strong>Palmer Luckey </strong>e <strong>Newt Gingrich</strong>, affiancati da accademici, imprenditori e responsabili delle politiche pubbliche. Il gruppo dispone di 120 giorni per produrre un rapporto pubblico corredato da un allegato classificato, da sottoporre all&#8217;Ufficio del Segretario entro il 28 gennaio 2027. La commissione rappresenta una scelta deliberata di incorporare <strong>la velocità dell&#8217;innovazione privata</strong> all&#8217;interno di un processo di pianificazione strategica tradizionalmente vincolato dai ritmi burocratici dell&#8217;apparato difensivo statale.</p>



<p>Il progetto si struttura attorno a <strong>quattro pilastri destinati a ridefinire integralmente la grammatica del conflitto armato.</strong> Il primo riguarda <strong>la militarizzazione dello spazio cislunare,</strong> l&#8217;area gravitazionalmente instabile compresa tra l&#8217;orbita terrestre e quella lunare. Entro il 2050, i <strong>Punti di Lagrange</strong> (cinque posizioni nello spazio dove le forze gravitazionali di due corpi massicci si bilanciano perfettamente con la forza centrifuga subita da un terzo corpo più piccolo) diventeranno posizioni strategiche permanenti per costellazioni di micro-satelliti deputate al monitoraggio continuo di qualsiasi movimento avversario celato oltre la faccia visibile della Luna. Il controllo di questa fascia consentirà di dispiegare sistemi d&#8217;arma a energia diretta, infrastrutture di comunicazione quantistica e reti di navigazione PNT alternative al GPS terrestre, quest&#8217;ultimo già dimostratosi tragicamente vulnerabile alla guerra elettronica nei conflitti del 2025 tra India e Pakistan e nelle campagne di logoramento condotte in Ucraina e nel Medio Oriente.</p>



<p><strong>Il secondo pilastro riguarda la guerra di sciame. </strong>Milioni di mini-droni autonomi, coordinati da un&#8217;Intelligenza Artificiale centrale operante a velocità incompatibili con i tempi di reazione umani, domineranno i teatri operativi del futuro. L&#8217;esperienza dei conflitti recenti ha dimostrato con brutale chiarezza <strong>l&#8217;insostenibilità economica del modello difensivo tradizionale</strong>: impiegare un missile Patriot del valore di quattro-sei milioni di dollari per abbattere un drone da ventimila dollari conduce la difesa aerea verso la bancarotta logistica. La risposta elaborata nell&#8217;ambito di Meridian punta <strong>sull&#8217;adozione massiva di intercettori economici</strong>, come il micro-missile Coyote di Raytheon &#8211; il cui costo unitario oscilla tra i cinquanta e i centomila dollari -, capaci di rispettare la cosiddetta regola dell&#8217;uno a dieci, secondo la quale il vettore difensivo non deve superare di un ordine di grandezza il valore del mezzo offensivo nemico. </p>



<p>Cruciale, in questo contesto, è l&#8217;integrazione della <em>Machine Vision</em> e del Riconoscimento Automatico del Bersaglio (ATR). Quando la guerra elettronica avversaria satura lo spettro elettromagnetico e neutralizza il segnale GPS, i sistemi autonomi futuri potranno continuare a navigare e colpire orientandosi mediante l&#8217;odometria visiva (una o più telecamere analizzano i fotogrammi successivi per capire come si sta muovendo il robot rispetto ai punti di riferimento nell&#8217;ambiente) &#8211; il confronto in tempo reale tra il flusso della telecamera di bordo e le mappe tridimensionali pre-caricate in memoria &#8211; e classificando i bersagli tramite <strong>reti neurali convoluzionali</strong> (conosciute come CNN, dall&#8217;inglese <em>Convolutional Neural Networks</em>, sono un tipo speciale di architettura di intelligenza artificiale progettata specificamente per analizzare ed elaborare dati visivi, come immagini e video) addestrate su milioni di immagini termiche e ottiche, sino al lock-on visuale terminale con zero emissioni radio e piena immunità al disturbo elettronico.</p>



<p><strong>Il terzo pilastro è la guerra sotterranea.</strong> Con la saturazione dei cieli da parte dei sensori orbitali e dei droni di sorveglianza, i centri di comando, le fabbriche di munizioni e le infrastrutture critiche migrano inevitabilmente nel sottosuolo, dove operano robot ipogei concepiti per ambienti privi di segnale GPS e comunicazioni radio convenzionali, capaci di mappare, esplorare e combattere in complesse reti di tunnel ultra-profondi invisibili a qualsiasi sensore di superficie. </p>



<p>Il quarto pilastro investe direttamente la dimensione biologica del combattente: <strong>le Interfacce Cervello-Computer </strong>(BCI) consentiranno ai comandanti e ai piloti di controllare sistemi d&#8217;arma e sciami di droni mediante il solo pensiero, azzerando i tempi di reazione fisica. Il potenziamento biologico attraverso biotecnologie avanzate si estenderà alla resistenza allo stress psicologico estremo, alla fatica prolungata e agli agenti chimico-biologici, trasformando il soldato in un nodo integrato e potenziato della rete di combattimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Conseguenze geopolitiche</em></strong></h2>



<p>La triplice architettura del potere spaziale emergente riflette l&#8217;assetto geopolitico multipolare che caratterizzerà il 2050. <strong>Gli Stati Uniti hanno scelto un modello privato-militare fondato sulla velocità d&#8217;innovazione della Silicon Valley, </strong>delegando a SpaceX, Anduril Industries e Starshield la funzione di co-architetti sovrani della sicurezza nazionale. Questo paradigma, denominabile <em>Defense-as-a-Service</em>, concentra un potere geopolitico senza precedenti nelle mani di pochi vertici aziendali: una singola decisione imprenditoriale relativa alla copertura satellitare può determinare la vittoria o la sconfitta di un intero esercito sul campo. </p>



<p>La risposta cinese si articola invece attorno alla megacostellazione statale <strong>Guowang</strong>, che prevede il lancio di circa tredicimila satelliti in orbita bassa per occupare fisicamente le frequenze orbitali prima che vengano saturate dalle reti americane, estendendo la propria rete di sorveglianza ai Paesi partner dell&#8217;iniziativa <em>Belt and Road</em> e creando dipendenze infrastrutturali di lungo periodo. </p>



<p>L&#8217;Unione Europea, consapevole dei rischi della subordinazione tecnologica, <strong>risponde con la costellazione sovrana IRIS²</strong>, un consorzio pubblico-privato che integra la crittografia quantistica EuroQCI e impone rigide norme di <em>Space Traffic Management</em> per mitigare la Sindrome di Kessler &#8211; la catastrofe a cascata di detriti orbitali che, qualora innescata da un attacco cinetico o da una collisione accidentale in un&#8217;orbita bassa densamente popolata, renderebbe l&#8217;accesso allo spazio impraticabile per secoli, azzerando l&#8217;intera economia satellitare globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Conseguenze strategiche</em></strong></h2>



<p>Sul piano della dottrina operativa, il contributo più radicale del Project Meridian risiede nella transizione verso la cosiddetta <em>Prediction-Centric Warfare </em>(dottrina strategica in cui il vantaggio competitivo non dipende più dalla sola potenza di fuoco o dalla velocità di reazione, ma dalla capacità di anticipare le mosse del nemico attraverso simulazioni predittive algoritmiche in tempo reale). I sistemi di Intelligenza Artificiale non si limiteranno, infatti, a elaborare informazioni in tempo reale, ma <strong>produrranno costantemente <em>Digital Twins</em> del teatro operativo: simulazioni predittive </strong>che, attraverso miliardi di iterazioni algoritmiche, anticipano con elevate percentuali di probabilità le mosse avversarie prima ancora che siano autorizzate dalla leadership nemica, analizzando anomalie impercettibili nei flussi finanziari, nei consumi energetici e nello stato d’animo popolare attraverso i social media. L&#8217;IA cessa di essere uno strumento e diventa un membro agentico dello Stato Maggiore, autonomo, dotato di iniziativa, capacità decisionale e orientamento a un obiettivo. </p>



<p>Il paradosso più insidioso risiede tuttavia nella velocità algoritmica: se un sistema avversario colpisce mediante un attacco informatico o un&#8217;arma a energia diretta in millisecondi, qualsiasi supervisione umana nel ciclo decisionale introduce un ritardo fatale. <strong>I comandanti vengono progressivamente ridotti al rango di custodi formali di checkpoint etici,</strong> svuotati di sostanza decisionale reale, mentre i sistemi autonomi acquisiscono deleghe sempre più ampie. L&#8217;approvazione umana tende così a ridursi a un automatismo procedurale, elevando esponenzialmente il rischio di escalation involontaria fino alle soglie del conflitto nucleare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong><em>Conclusioni</em></strong></h2>



<p>I profondi dilemmi etici e giuridici sollevati dai <em>Lethal Autonomous Weapons Systems</em> (LAWS) rappresentano la sfida intellettuale più urgente che la comunità internazionale è chiamata ad affrontare prima che la logica della competizione tecnologica renda tali sistemi operativi su scala planetaria. <strong>Il vuoto di responsabilità è il primo nodo irrisolto</strong>: quando un algoritmo in isolamento radio bombarda un ospedale da campo scambiandolo per un nodo logistico nemico, nessuna norma del diritto internazionale umanitario vigente consente di imputare il crimine di guerra a una rete neurale, né con chiarezza inequivoca al generale, all&#8217;ingegnere o al CEO che ne hanno autorizzato l&#8217;impiego, generando una pericolosa zona d&#8217;ombra di impunità sistemica. Il rischio di <strong>allucinazione algoritmica </strong>&#8211; ossia l&#8217;eventualità che le reti neurali classifichino erroneamente un obiettivo civile, nonostante i modelli statistici calcolino un livello di certezza e accuratezza prossimo al totale &#8211; è ontologicamente incompatibile con il principio di proporzionalità del diritto bellico. </p>



<p>Soprattutto, nessun sistema di <em>Machine Vision</em> in isolamento radio sarà mai capace di riconoscere l&#8217;intenzione di resa, un gesto umano intrinsecamente contestuale e ambiguo che richiede empatia, giudizio morale e comprensione del contesto sociale &#8211; facoltà che nessuna architettura neurale possiede né potrà mai acquisire per definizione strutturale. La raccomandazione imprescindibile è pertanto <strong>l&#8217;avvio urgente di negoziati multilaterali vincolanti, analoghi per architettura e ambizione al Trattato di Non Proliferazione Nucleare,</strong> che stabiliscano soglie minime cogenti e verificabili di controllo umano reale e sostanziale all&#8217;interno della catena decisionale letale, prima che la posta in gioco superi irreversibilmente la capacità della governance globale di governarla.</p>



<p><strong>Roberto Domini </strong>è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. È presidente del CeSMar (Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima &#8211; Circolo Fratelli Bonaldi).</p>



<p><strong><em>Fonti</em></strong></p>



<p>Ufficio del Segretario alla Guerra degli Stati Uniti d&#8217;America, Memorandum&nbsp;<em>&#8220;Commissioning of Project Meridian: The Future of Warfare&#8221;</em>, Washington D.C., 30 settembre 2026,&nbsp;<a href="https://media.defense.gov/2026/Sep/30/2004009287/-1/-1/1/COMMISSIONING-OF-PROJECT-MERIDIAN.PDF">https://media.defense.gov/2026/Sep/30/2004009287/-1/-1/1/COMMISSIONING-OF-PROJECT-MERIDIAN.PDF</a></p>



<p>Francesco Acri,&nbsp;<em>&#8220;Project Meridian: Musk, Luckey e il futuro della guerra&#8221;</em>, BLISS – LACRIS GROUP, 1 ottobre 2026,&nbsp;<a href="https://blissagency.it/intelligenza-artificiale/project-meridian-futuro-guerra/">https://blissagency.it/intelligenza-artificiale/project-meridian-futuro-guerra/</a>;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/project-meridian-gli-usa-danno-in-appalto-alla-silicon-valley-il-futuro-della-guerra.html">Project Meridian, gli Usa danno in appalto alla Silicon Valley il futuro della guerra</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La marina italiana a Bab el Mandeb? Difesa dell&#8217;economia nazionale e messaggio all&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/la-marina-italiana-a-bab-el-mandeb-difesa-delleconomia-nazionale-e-messaggio-alleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 04:41:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> È giusto che l'Italia si doti degli strumenti, anche militari,necessari a proteggere le proprie linee di comunicazione vitali. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/09/fregata-bergmini-600x399.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo Stretto di Bab el-Mandeb &#8211; la Porta del Pianto &#8211; è tornato prepotentemente al centro dell&#8217;agenda geopolitica italiana. La decisione del Ministro della Difesa <strong>Guido Crosetto </strong>di attivare la Marina Militare per scortare autonomamente i mercantili nazionali attraverso questo crocevia strategico rivela, con drammatica chiarezza, le vulnerabilità strutturali di un Paese che non può sopravvivere senza il mare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>I fatti</strong></h2>



<p>Lo Stretto di Bab el-Mandeb, termine arabo traducibile come Porta del Lamento Funebre, è <strong>un corridoio marittimo di appena 32 chilometri di larghezza nel punto più stretto,</strong> interposto tra la costa yemenita a Est e quella di Gibuti ed Eritrea a Ovest. Questo lembo d&#8217;acqua costituisce il varco meridionale del Mar Rosso, attraverso cui transita ogni giorno una quantità di merci che nessuna alternativa ragionevole potrebbe sostituire: <strong>circa il 12% del commercio marittimo globale, il 30% del traffico container tra Asia ed Europa e il 10% circa del petrolio trasportato via mare nel mondo percorrono questa rotta. </strong>Per l&#8217;Italia la rilevanza è persino più acuta: <strong>il 40% dell&#8217;intero traffico marittimo commerciale nazionale e il 60% delle merci esportate verso l&#8217;Asia transitano attraverso il Mar Rosso, </strong>raggiungibile dall&#8217;Oceano Indiano esclusivamente varcando Bab el-Mandeb.</p>



<p>A partire dall&#8217;ottobre 2023, in reazione all&#8217;offensiva israeliana nella Striscia di Gaza, le milizie Houthi dello Yemen &#8211; sostenute dall&#8217;Iran &#8211; hanno inaugurato una sistematica campagna di attacchi missilistici e con droni contro il naviglio commerciale in transito nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. La risposta internazionale si è articolata su due livelli paralleli. Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno lanciato l&#8217;operazione <em>Prosperity Guardian</em>, a carattere offensivo, con attacchi diretti contro postazioni Houthi sul territorio yemenita. L&#8217;Unione Europea ha invece optato per una risposta esclusivamente difensiva, varata il 19 febbraio 2024 sotto il nome di EUNAVFOR ASPÌDES &#8211; dal greco &#8220;scudo&#8221; &#8211; con mandato di <strong>scortare i convogli mercantili e intercettare minacce aeree e di superficie</strong>, senza autorizzazione ad attacchi preventivi sulle coste yemenite. Il comando dell&#8217;operazione è sempre stato condiviso dai due Paesi che più di tutti hanno creduto in questa operazione. <strong>Grecia e Italia. </strong>L&#8217;Italia partecipa con la fregata FREMM <em>Carlo Bergamini</em>, attualmente agli ordini del Capitano di Fregata <strong>Sarah Arrighi.</strong></p>



<p>Nel settembre 2026, a seguito di una nuova e grave escalation militare &#8211; con gli Houthi che hanno occupato posizioni lungo la costa sud-occidentale dello Yemen e conquistato alcune isole nei pressi dello Stretto, <strong>di fatto interrompendo le operazioni di scorta della missione ASPIDES</strong> &#8211; diverse navi mercantili, alcune italiane, si sono ritrovate ferme in prossimità di Gibuti in attesa di poter proseguire. </p>



<p>È in questo contesto che il Ministro Crosetto, intervenendo il 17 settembre 2026 al Forum internazionale &#8220;Risorsa Mare&#8221; di La Spezia, ha annunciato di aver disposto che la Marina Militare predisponesse un piano per garantire autonomamente il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, senza attendere le deliberazioni europee. Nella serata successiva la fregata <em>Bergamini</em> ha scortato con successo il mercantile <em>Jolly Oro</em> della società Ignazio Messina &amp; C. attraverso lo Stretto, in quella che è stata <strong>la prima operazione di scorta condotta in questo quadro di autonomia nazionale,</strong> indipendentemente dall&#8217;ombrello formale di ASPÌDES o in coordinamento con esso.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conseguenze geopolitiche</strong></h2>



<p>Per comprendere la portata geopolitica di quanto accaduto, occorre richiamare una verità elementare ma spesso dimenticata: l&#8217;Italia è un Paese racchiuso all&#8217;interno del Mediterraneo, con due sole porte verso gli oceani del mondo. A Ovest, lo Stretto di Gibilterra connette il Mar Tirreno all&#8217;Atlantico. A Est, il Canale di Suez, attraverso il Mar Rosso e Bab el-Mandeb, apre la via verso l&#8217;Oceano Indiano, l&#8217;Asia e il Golfo Persico. La chiusura o la pericolosità di una di queste due direttrici di comunicazione marittima &#8211; le cosiddette <em>Sea Lines of Communication</em> &#8211; equivale, <strong>per un Paese che importa oltre il 76% dell&#8217;energia che consuma e che ha nel mare la spina dorsale del suo commercio estero,</strong> a un laccio strozzato attorno alla gola dell&#8217;economia nazionale.</p>



<p>Non è un caso che la diplomazia italiana abbia storicamente attribuito importanza strategica assoluta alle relazioni con <strong>Egitto, Marocco e Yemen,</strong> i tre attori che presidiano o influenzano i rispettivi <em>choke point</em>: Suez-Bab el-Mandeb per il Cairo, Gibilterra per Rabat, la porta meridionale del Mar Rosso per Sana’a. Quando uno di questi equilibri si incrina, l&#8217;intera catena di approvvigionamento italiana entra in sofferenza: tra marzo e giugno 2026, le tensioni nell&#8217;area hanno già causato <strong>una flessione dell&#8217;export italiano verso il Medio Oriente di circa 2,2 miliardi di euro, con un calo del 22,7% su base annua.</strong></p>



<p>È in questa cornice che il concetto di Mediterraneo Allargato &#8211; elaborato a partire dagli anni Ottanta nell&#8217;ambito dell&#8217;Istituto di Guerra Marittima di Livorno e oggi riconosciuto nella Strategia di Sicurezza e Difesa per il Mediterraneo del 2022 &#8211; riveste una funzione interpretativa insostituibile. I<strong>l Mediterraneo Allargato non è soltanto un mare, ma un continuum geostrategico e geoeconomico</strong> che si estende dal Golfo di Guinea a Ovest fino al Mar Arabico e al Golfo Persico a Est, passando per lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Suez, Bab el-Mandeb e lo Stretto di Hormuz. Tutti questi passaggi obbligati sono percepiti, nell&#8217;ottica italiana, come elementi di un&#8217;unica rete vitale, non come snodi separati di acque lontane.</p>



<p><strong>Questa visione è condivisa in termini sostanzialmente analoghi dalla Grecia. </strong>Il concetto ellenico di Mediterraneo Orientale Allargato &#8211; che affonda le radici nella millenaria tradizione geografica greca &#8211; guarda verso il Mar Nero, il Levante, il Mar Rosso e l&#8217;Oceano Indiano con la stessa logica di continuità strategica. Non è quindi casuale che siano stati proprio Italia e Grecia i due Paesi più impegnati nell&#8217;operazione ASPÌDES: per entrambi, un Mediterraneo chiuso o ridotto a corridoio di passaggio controllato da attori ostili o extraregionali significherebbe la marginalizzazione dei rispettivi sistemi portuali. <strong>Genova, Trieste, Gioia Tauro e il Pireo </strong>&#8211; porto quest&#8217;ultimo che nel solo gennaio 2024 aveva registrato un calo del 12,7% nell&#8217;attività del terminal container &#8211; perderebbero il loro ruolo di grandi hub di accesso al sistema produttivo europeo. Il traffico dei container dall&#8217;Asia si sposterebbe definitivamente verso Rotterdam e Amburgo, porti dell&#8217;Europa settentrionale la cui centralità cresce paradossalmente proprio quando il Mediterraneo viene attraversato da turbolenze. </p>



<p>Il conflitto d&#8217;interessi (differenziati) tra i porti mediterranei e quelli nordeuropei è strutturale. Poiché il vantaggio dell&#8217;uno corrisponde allo svantaggio dell&#8217;altro, ogni aspettativa di solidarietà europea in materia di logistica marittima risulta inevitabilmente asimmetrica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conseguenze strategiche</strong></h2>



<p>La decisione del Ministro Crosetto di non attendere i tempi decisionali europei rappresenta molto più di un provvedimento operativo contingente: è la presa d&#8217;atto di <strong>una frattura sistemica tra la geometria degli interessi nazionali italiani e la velocità &#8211; o la volontà &#8211; dell&#8217;Unione Europea </strong>di reagire alle crisi che li mettono in pericolo. Il mandato di ASPÌDES, pur prorogato fino al febbraio 2027, si è rivelato insufficiente nella crisi del settembre 2026: due sole fregate &#8211; quella italiana e quella greca &#8211; a presidio di un&#8217;area operativa che comprende il Mar Rosso, il Golfo di Aden, il Mar Arabico e il Golfo di Oman non bastano a garantire la continuità delle scorte quando la situazione sul terreno si deteriora in modo brusco.</p>



<p>La proposta operativa allo studio era di sganciare temporaneamente la fregata <em>Bergamini</em> dal comando centralizzato europeo per impiegarla sotto insegna esclusivamente nazionale, revocando temporaneamente il controllo operativo della fregata alle strutture di comando europee per impiegarla sotto esclusiva insegna nazionale per il tempo necessario a scortare i mercantili italiani. Questo passaggio è denso di implicazioni. Sul piano del diritto internazionale e delle regole d&#8217;ingaggio, agire nell&#8217;ombrello di ASPÌDES garantisce la copertura politica e giuridica dell&#8217;Unione Europea a ogni eventuale uso della forza difensiva; agire sotto comando nazionale trasferisce l&#8217;intera responsabilità &#8211; legale, politica, diplomatica &#8211; sullo Stato italiano. Se la fregata italiana dovesse ingaggiare un combattimento ravvicinato con droni o missili Houthi per proteggere un mercantile, <strong>il confine tra scorta difensiva e partecipazione a un conflitto armato diventa tragicamente sottile.</strong></p>



<p>Sul piano strategico, la mossa di Crosetto persegue al contempo due obiettivi: garantire nell&#8217;immediato la continuità del traffico commerciale nazionale e <strong>aumentare la pressione politica sull&#8217;Unione Europea</strong> affinché rafforzi ASPÌDES con navi e risorse aggiuntive. La lettera inviata dall&#8217;Alto Rappresentante Kaja Kallas agli Stati membri, in risposta alle sollecitazioni italiane, conferma che la leva diplomatica ha funzionato. Ma il nodo strutturale rimane aperto: <strong>l&#8217;Europa settentrionale &#8211; Germania, Paesi Bassi, Belgio &#8211; non ha gli stessi interessi vitali in gioco. </strong>I porti del Nord Europa non dipendono dalla rotta di Suez per la loro prosperità; in qualche misura traggono vantaggio dal dirottamento dei flussi cargo attraverso la rotta del Capo di Buona Speranza, che allunga i viaggi di dieci-quattordici giorni ma fa transitare le merci dai propri terminal. La solidarietà europea in materia di sicurezza marittima nel Mediterraneo è dunque limitata: le geometrie d&#8217;interesse non coincidono, e ogni Stato membro finisce per calibrare la sua partecipazione in base ai costi e ai benefici nazionali.</p>



<p>Per l&#8217;Italia, il costo dell&#8217;inazione è viceversa immediato e misurabile: navi ferme a Gibuti, costi di nolo in impennata, filiere produttive interrotte, inflazione importata. La Marina Militare, con la sua presenza nella base &#8220;Amedeo Guillet&#8221; di Gibuti e con le sue fregate già schierate in area, possiede le capacità operative per agire. Il Ministro Crosetto ha saggiamente ancorato qualsiasi decisione definitiva a una valutazione del quadro giuridico e a un passaggio parlamentare, evitando di esporre l&#8217;Italia alle critiche di chi vede nell&#8217;azione unilaterale una violazione delle procedure costituzionali che regolano le missioni militari all&#8217;estero. Ma il segnale politico era già stato lanciato &#8211; e raccolto.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h2>



<p>La crisi di Bab el-Mandeb del settembre 2026 ha portato alla luce una verità che la riflessione geopolitica italiana conosce da decenni ma che la politica fatica a tradurre in dottrina stabile: <strong>l&#8217;Italia è un Paese marittimo per necessità esistenziale, non per vocazione retorica. </strong></p>



<p>Il Mediterraneo Allargato non è un concetto accademico, ma il perimetro entro cui si decide se le imprese italiane avranno le materie prime per produrre, se le famiglie italiane pagheranno prezzi accettabili al supermercato e se i porti di Genova o Trieste resteranno hub competitivi o diventeranno scali periferici.</p>



<p>L&#8217;iniziativa del Ministro Crosetto &#8211; imperfetta nei tempi e controversa nel metodo, ma corretta nel merito &#8211; ha il pregio di aver reso manifesta questa connessione davanti all&#8217;opinione pubblica e ai partner europei. La sfida ora è trasformare questa consapevolezza contingente in una strategia marittima duratura.&nbsp;</p>



<p>L&#8217;Italia deve dotarsi degli strumenti diplomatici, militari e giuridici necessari a proteggere le proprie linee di comunicazione vitali, agendo all&#8217;interno delle alleanze ma mantenendo, quando serve, la determinazione per un&#8217;azione autonoma.</p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<p>Tommaso Massa,&nbsp;<em>&#8220;Bab el-Mandeb: la Difesa e la Marina Militare in campo per difendere gli interessi nazionali&#8221;</em>, RID – Rivista Italiana Difesa, 18 settembre 2026.</p>



<p>URL:&nbsp;<a href="https://www.rid.it/shownews/8318/bab-el-mandeb-la-difesa-e-la-marina-militare-in-campo-per-difendere-gli-interessi-nazionali">https://www.rid.it/shownews/8318/bab-el-mandeb-la-difesa-e-la-marina-militare-in-campo-per-difendere-gli-interessi-nazionali</a></p>



<p><strong>Roberto Domini </strong>è nato a Padova ed è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha percorso l’intera carriera da Ufficiale di Stato Maggiore della Marina Militare. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich (Londra) ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </p>
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		<title>Dalla sconfitta russa nel Mar Nero una lezione per le marine di tutto il mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/dalla-sconfitta-russa-nel-mar-nero-una-lezione-per-le-marine-di-tutto-il-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 04:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1177" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1024x628.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1536x942.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-600x368.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'esperienza bellica del Mar Nero ha dimostrato come sistemi autonomi economici e leggeri possano neutralizzare una marina convenzionale. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1177" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1024x628.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1536x942.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-600x368.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Mar Nero si è imposto come l&#8217;epicentro di uno scontro sistemico in cui le tensioni storico-geografiche si intrecciano con la rapidissima metamorfosi dell&#8217;arte navale contemporanea. Bacino periferico nel trentennio successivo al crollo sovietico, <strong>la regione è tornata a essere lo snodo in cui si ridisegnano non soltanto gli equilibri di sicurezza regionali,</strong> ma gli stessi paradigmi teorici e operativi del potere marittimo globale, imponendosi come osservatorio privilegiato per comprendere il futuro della guerra sul mare. </p>



<p>La configurazione fisica del Mar Nero ne determina da sempre il valore strategico. Con una superficie di circa 436.000 Km2 (1,44 volte l’Italia), il bacino semi-chiuso comunica con il Mediterraneo attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, regolati dalla Convenzione di Montreux, e con il Mar d&#8217;Azov tramite lo stretto di Kerč. Sei Stati vi si affacciano: <strong>Ucraina, Russia, Georgia, Turchia, Bulgaria e Romania.</strong> La penisola di Crimea ne costituisce il fulcro baricentrico, e all&#8217;estremità meridionale il porto naturale di <strong>Sebastopoli rappresenta una fortezza navale dalle caratteristiche pressoché ineguagliabili. </strong>L&#8217;insenatura riparata dai venti e i fondali profondi consentono di ospitare unità di grande pescaggio e garantiscono una proiezione immediata verso il Mediterraneo orientale. Per Mosca, come emerge da diverse ricostruzioni di molti colleghi che si occupano di geopolitica marittima, <strong>la base di Sebastopoli costituisce un imperativo geopolitico ancor prima che un&#8217;infrastruttura logistica,</strong> rappresenta l&#8217;ancoraggio indispensabile della presenza russa sui mari caldi.</p>



<p>La polarizzazione del bacino riflette la frattura aperta dal conflitto russo-ucraino. Romania e Bulgaria, membri della NATO, rafforzano il fianco orientale dell&#8217;Alleanza attraverso il potenziamento delle difese integrate; la Turchia, pur legata all&#8217;Alleanza Atlantica, conserva una postura ambigua, bilanciando l&#8217;applicazione restrittiva della Convenzione di Montreux con un ruolo di mediazione autonoma tra Mosca e Kiev, come sottolineano le analisi del <em>Centro Studi Machiavelli</em> dedicate alla costruzione di corridoi marittimi atlantici tra Baltico e Mar Nero. <strong>La Federazione Russa considera il bacino un santuario strategico inalienabile e uno scudo contro l&#8217;espansione occidentale;</strong> l&#8217;Ucraina, privata di ampi tratti costieri, combatte per preservare l&#8217;accesso al mare e la propria sovranità economica; la Georgia, infine, vive in una condizione di vulnerabilità permanente, aggravata dalla presenza militare russa nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud e da fragilità politiche interne.</p>



<p>Oltre alla dimensione militare, <strong>il Mar Nero costituisce lo snodo di una vasta rete di interconnessione transcontinentale. </strong>Il bacino apre la via all&#8217;Asia centrale attraverso il sistema di canali russi che collega il Mar d&#8217;Azov al Mar Caspio, integrando così il Mediterraneo con il cuore eurasiatico. La regione è attraversata da infrastrutture energetiche di rilievo sistemico, <strong>dal gasdotto TurkStream agli oleodotti che veicolano il greggio caucasico</strong>, e da una fitta rete di cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Le fertili pianure che la circondano costituiscono inoltre uno dei principali granai del pianeta: il controllo delle rotte commerciali condiziona pertanto, come rilevato dal <em>Corriere della Sera</em> nella cronaca del blocco russo alle esportazioni cerealicole ucraine e della successiva riapertura forzata dei corridoi, la sicurezza alimentare globale e i prezzi delle materie prime agricole sui mercati internazionali.</p>



<p>All&#8217;apertura delle ostilità, nel febbraio 2022, il rapporto di forze navali appariva radicalmente squilibrato. La Flotta russa del Mar Nero disponeva di incrociatori lanciamissili, fregate moderne, corvette e sommergibili della classe Kilo capaci di colpire con missili da crociera a lungo raggio, oltre a una consistente componente anfibia. La Marina ucraina, al contrario, aveva perduto gran parte del proprio naviglio nell&#8217;annessione della Crimea del 2014, ed era stata costretta ad autoaffondare la propria unità ammiraglia, la fregata Hetman Sahaidačnyj, per sottrarla alla cattura, come documentato dal <em>Wilson Center</em>. <strong>Da allora l&#8217;equilibrio si è progressivamente capovolto: secondo una stima di <em>Business Insider</em> ripresa dal <em>Center for Maritime Strategy</em>, quasi la metà della componente navale russa nel Mar Nero risulta oggi danneggiata o distrutta,</strong> un risultato ottenuto da un Paese privo, all&#8217;origine, di una marina convenzionale.</p>



<p><strong>Il teatro del Mar Nero si è così trasformato nel laboratorio primario di una profonda rivoluzione dottrinale nella guerra nava</strong>le. L&#8217;evento inaugurale resta l&#8217;affondamento, nell&#8217;aprile 2022, dell&#8217;incrociatore Moskva, ammiraglia della flotta russa, colpito da missili antinave lanciati da terra. A questa perdita è seguita una campagna sistematica di logoramento condotta attraverso droni marittimi di superficie, tra cui le unità denominate Sea Baby e Magura V5, capaci, secondo la ricostruzione di David Kirichenko per il <em>Center for International Maritime Security</em>, di operare a distanze superiori ai mille chilometri dal luogo di controllo/partenza e di trasportare carichi esplosivi crescenti. </p>



<p>Tra il gennaio e il maggio 2025 questi vettori hanno raggiunto un salto qualitativo ulteriore, abbattendo elicotteri Mi-8 e, una volta armati con missili Sidewinder, due caccia Su-30, un risultato che l&#8217;analista navale H. I. Sutton, citato nello stesso articolo, ha definito: “… <em>una riscrittura delle regole della guerra sul mare</em>”. L&#8217;ex comandante in capo ucraino <strong>Valerij Zalužnyj </strong>ha più volte osservato, in dichiarazioni riprese da Kirichenko, che la natura stessa della guerra contemporanea si è ormai allontanata dai modelli su cui la NATO continua a fare affidamento.</p>



<p>La Marina russa ha reagito costruendo attorno a Sebastopoli un sistema di difesa multilivello, con zone di rilevamento a lungo, medio e corto raggio, come ammesso dallo stesso comandante della Marina ucraina <strong>Oleksij Neižpapa;</strong> una risposta che, tuttavia, non ha impedito il ripiegamento delle unità maggiori russe verso i porti più remoti di Novorossijsk e Feodosia. Parallelamente, Kiev ha colpito ripetutamente il Ponte di Kerč, le raffinerie, i depositi di carburante e le infrastrutture portuali russe, mentre, secondo la testimonianza raccolta da Mark Temnycky per il <em>Center for Maritime Strategy</em>, l&#8217;impiego di mine navali trasportate dagli stessi droni ha condotto all&#8217;affondamento di ulteriori unità, tra cui una nave da sbarco di classe Ropucha e la motovedetta Sergej Kotov.</p>



<p>Questa combinazione di sistemi economici, leggeri e rapidamente replicabili ha permesso a un Paese privo di flotta convenzionale di praticare ciò che la letteratura strategica definisce <em>sea denial</em> asimmetrico: non il controllo del mare, ma la negazione del suo uso sicuro all&#8217;avversario. Rudraksh Pathak, in un&#8217;analisi pubblicata da <em>CIMSEC</em>, ha ricondotto questo fenomeno a una rilettura contemporanea della teorica ottocentesca della Jeune École, sostenendo che la minaccia più seria per le unità maggiori non sia più la marina avversaria in quanto tale, bensì <strong>la massa di sistemi autonomi a basso costo capace di esaurire le difese di bordo.</strong> Pathak descrive questo squilibrio come una autentica trappola dell&#8217;intercettore: ogni unità di superficie è costretta a impiegare missili da difesa aerea dal valore di milioni di dollari contro bersagli che ne costano poche decine di migliaia, un&#8217;asimmetria di costo che, secondo l&#8217;autore, nessuna marina tradizionale può sostenere indefinitamente. </p>



<p>Analoga lettura offre il ricercatore Dmitry Gorenburg, del <em>Center for Naval Analyses</em>, citato da Kirichenko, secondo cui <strong>l&#8217;asimmetria tra il costo dei droni e quello delle navi renderà in prospettiva sempre più fragile il vantaggio storicamente detenuto dalle grandi marine.</strong> <strong>Le medesime lezioni stanno già orientando i programmi di riarmo internazionale</strong>: Taiwan ha varato il drone di superficie Endeavour Manta, esplicitamente ispirato all&#8217;esperienza ucraina e destinato alla difesa dello stretto di Formosa; la NATO ha avviato nel Baltico la Task Force X per la sorveglianza subacquea; il Dipartimento della Difesa statunitense persegue, con l&#8217;iniziativa Replicator, la produzione massiva di sistemi autonomi a basso costo, secondo quanto ricostruito dallo stesso Pathak.</p>



<p>L&#8217;esperienza bellica del Mar Nero ha dunque inaugurato, a tutti gli effetti, l&#8217;era del <em>sea denial</em> asimmetrico, dimostrando come sistemi autonomi economici, leggeri e impiegati in massa possano neutralizzare le <em>capital ship</em>s tradizionali e compromettere la libertà d&#8217;azione di una grande marina convenzionale. <strong>Le lezioni maturate in questo bacino stanno imponendo agli stati maggiori delle principali marine mondiali una revisione radicale delle dottrine operative</strong>, dei criteri di progettazione delle unità di superficie e degli schemi di difesa di punto. Il Mar Nero si conferma pertanto non soltanto uno snodo geografico cruciale per la stabilità euroasiatica, ma il campo sperimentale in cui si va delineando l&#8217;architettura della guerra marittima del ventunesimo secolo, con implicazioni che travalicano ampiamente i confini regionali per investire la postura strategica nei teatri operativi dell&#8217;Indo-Pacifico e dell&#8217;Artico-Boreale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/dalla-sconfitta-russa-nel-mar-nero-una-lezione-per-le-marine-di-tutto-il-mondo.html">Dalla sconfitta russa nel Mar Nero una lezione per le marine di tutto il mondo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La nostra Marina contro la flotta ombra russa: il Thaon di Revel abborda una petroliera a Ovest di Pantelleria</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/blitz-del-thaon-di-revel-a-ovest-di-pantelleria-la-marina-militare-ispeziona-una-petroliera-camerunense.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 18:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Militare]]></category>
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<p> Il pattugliatore d'altura Paolo Thaon di Revel (P430), è intervenuto come nave ammiraglia dell'operazione europea Irini.</p>
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<p>Il 2 agosto 2026 l&#8217;unità italiana Thaon di Revel, ammiraglia della missione EUNAVFOR MED IRINI, ha abbordato coattivamente la petroliera Toa Payoh a Ovest di Pantelleria, riaffermando l&#8217;applicazione del diritto di visita contro la &#8220;flotta ombra&#8221; russa nel Mediterraneo centrale.</p>



<p><strong>I fatti</strong></p>



<p>L&#8217;episodio del 2 agosto costituisce l&#8217;ultimo, in ordine cronologico, di una sequenza di interventi coercitivi condotti dalla Marina Militare contro il naviglio riconducibile alla cosiddetta &#8220;flotta ombra&#8221; russa, l&#8217;insieme eterogeneo di petroliere che, ricorrendo a registrazioni di comodo, cambi di bandiera fraudolenti e opacità proprietarie, elude sistematicamente il regime sanzionatorio occidentale sul greggio di Mosca.</p>



<p>Il pattugliatore polivalente d&#8217;altura Paolo Thaon di Revel (P430), unità capoclasse del programma Fincantieri caratterizzata dalla prua a doppio bulbo idrodinamico e dal ponte di comando integrato, operava in qualità di nave ammiraglia dell&#8217;operazione europea Irini, la missione dell&#8217;Unione Europea originariamente concepita per il controllo dell&#8217;embargo sulle armi in Libia e progressivamente estesa, tra maggio e giugno 2026, al monitoraggio delle rotte petrolifere sanzionate.</p>



<p>L&#8217;abbordaggio si è verificato in acque internazionali del Mediterraneo centrale, dove la petroliera Toa Payoh, battente bandiera del Camerun, si trovava, dopo essere partita il 16 luglio dal Benin, con destinazione dichiarata Istanbul. Il fondato sospetto di un utilizzo fraudolento del registro camerunense per mascherare l&#8217;effettiva nazionalità del mercantile ha indotto il quartier generale operativo di Irini ad autorizzare l&#8217;esercizio del diritto di visita, previsto dall&#8217;articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).</p>



<p>Determinante è stato il rifiuto iniziale del comandante della nave di cooperare con le richieste radio, circostanza che ha reso necessario un intervento di forza mirato, con la discesa rapida di un team di ispezione dall&#8217;elicottero di bordo e il coinvolgimento dei fucilieri della Brigata Marina San Marco.</p>



<p>L&#8217;ammiraglio di divisione Marco Casapieri, <em>Operation Commander</em> della missione dal quartier generale strategico di Roma-Centocelle, ha confermato la dinamica dei fatti in un&#8217;intervista al Tg1, mentre la conduzione tattica sul campo è stata assicurata dal contrammiraglio Andrea Bielli, <em>Force Commander</em> imbarcato, che dal 1° aprile 2026 ha assunto la guida della Task Force 464 succedendo al collega greco Pollatos.</p>



<p>L&#8217;episodio segue di dodici giorni l&#8217;analogo abbordaggio, sempre condotto dal Thaon di Revel, della petroliera MV South Star al largo della Sicilia, e si inserisce in una cronologia più ampia che include l&#8217;intervento francese sulla MT Deliver del 26 giugno e la prima ispezione ufficiale del 7 giugno verso la MV Sandhya, quest&#8217;ultima realizzata sotto le nuove linee guida di ingaggio approvate dal Consiglio dell&#8217;Unione Europea proprio per contrastare la dark fleet.</p>



<p><strong>Conseguenze geopolitiche e marittime</strong></p>



<p>Sul piano geopolitico, l&#8217;abbordaggio della Toa Payoh conferma la trasformazione del Mediterraneo centrale in uno spazio conteso di enforcement sanzionatorio, dove l&#8217;Unione Europea sperimenta strumenti giuridici sinora impiegati con parsimonia. L&#8217;estensione del mandato di Irini oltre l&#8217;originaria missione libica segnala una ricalibratura strategica di fondo: la sicurezza marittima europea si salda ora esplicitamente alla politica sanzionatoria verso la Russia, superando la tradizionale distinzione tra missioni di embargo regionale e strumenti di pressione economica globale. Tale saldatura produce un effetto di precedente giuridico-politico: applicare sistematicamente l&#8217;articolo 110 UNCLOS contro mercantili sospettati di falso registro normalizza, agli occhi della comunità internazionale, un uso più assertivo del diritto di visita, che potrebbe in futuro essere invocato da altre coalizioni per finalità sanzionatorie analoghe, con il rischio di un&#8217;escalation reciproca di prassi coercitive in mare.</p>



<p>Contestualmente, la persistenza della flotta ombra, nonostante l&#8217;intensificazione dei controlli, dimostra la resilienza adattiva della rete logistica russa, capace di rigenerare rapidamente coperture di bandiera alternative, spesso presso registri aperti di Stati terzi con limitata capacità di verifica.</p>



<p>Sul versante propriamente marittimo, l&#8217;episodio rafforza la centralità dei colli di bottiglia del Mediterraneo centrale — l&#8217;area tra il Canale di Sicilia, Pantelleria e Malta — quale nodo cruciale per il controllo dei flussi energetici globali, ridisegnando implicitamente la geografia del potere marittimo europeo attorno a tali strozzature. La convergenza di più marine nazionali (italiana, francese, greca, tedesca) in un&#8217;unica cornice operativa consolida una forma di governance marittima multilaterale che eccede la funzione di polizia navale, configurandosi come strumento di affermazione della presenza europea in acque contese.</p>



<p>Infine, la vicenda alimenta la competizione normativa tra registri navali, poiché gli armatori legati alla rete sanzionata saranno indotti a migrare verso bandiere meno esposte alla pressione diplomatica occidentale, con effetti duraturi sulla mappa globale della <em>flag of convenience economy</em> e sulla credibilità dei registri africani coinvolti.</p>



<p><strong>Conseguenze strategiche</strong></p>



<p>Sotto il profilo strategico, l&#8217;episodio rafforza la proiezione operativa della Marina Militare quale attore di riferimento nell&#8217;architettura di sicurezza marittima europea, grazie alla disponibilità di unità di ultima generazione come i pattugliatori polivalenti d&#8217;altura, capaci di coniugare sorveglianza, deterrenza e capacità di intervento coercitivo.</p>



<p>La struttura di comando duale, con l&#8217;Operational Headquarters di Roma e il Force Headquarters imbarcato, esemplifica un modello di comando decentrato che integra pianificazione strategica e reattività tattica, sostenuto da un&#8217;architettura multinazionale che coinvolge Grecia, Francia, Germania e Romania, oltre al supporto aereo e satellitare di SatCen e Frontex.</p>



<p>L&#8217;episodio rafforza altresì la dottrina emergente della Maritime Domain Awareness quale pilastro imprescindibile per l&#8217;applicazione effettiva delle sanzioni, ridefinendo il perimetro operativo delle missioni navali europee.</p>



<p><strong>Conclusioni</strong></p>



<p>L’operazione condotta a ovest di Pantelleria conferma il ruolo centrale del Mediterraneo quale teatro prioritario per la sicurezza e la legalità internazionale.</p>



<p>In questo scenario complesso, emerge con straordinaria forza l’elevatissima professionalità degli equipaggi della Marina Militare e del team d’ispezione della Brigata Marina San Marco. L’impeccabile condotta tattica, la prontezza operativa e la precisione esecutiva dimostrate durante l’abbordaggio coattivo della Toa Payoh testimoniano l&#8217;eccellenza e il rigore addestrativo del personale imbarcato sulla nave ammiraglia Thaon di Revel.</p>



<p>Il successo e il valore strategico dell&#8217;intervento sono stati rimarcati con grande enfasi dallo stesso Ministro della Difesa, che ha espresso parole di vivo plauso ed profonda ammirazione per l’evento. Il Ministro ha lodato l&#8217;efficacia dell&#8217;azione e l’impegno profuso dagli uomini e dalle donne in divisa, evidenziando come la loro perizia costituisca un motivo di orgoglio nazionale e un pilastro fondamentale per la credibilità dell&#8217;Italia e dell&#8217;Unione Europea nel contrasto alla flotta ombra russa. Un plauso istituzionale che suggella l&#8217;eccellenza operativa di una missione chiave per il rispetto del diritto del mare.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva.&nbsp;Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia.&nbsp;</em></p>



<p><strong>Fonte</strong></p>



<p>Redazione, &#8220;Nave Thaon di Revel abborda petroliera della flotta ombra russa a Pantelleria&#8221;, ANSA / Ministero della Difesa-Operazione EUNAVFOR MED IRINI, 2 agosto 2026. URL: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/02/nave-della-marina-italiana-abborda-una-petroliera-della-flotta-ombra_c93a593b-b3bc-494c-a2f7-1cbdca2cb003.html</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/blitz-del-thaon-di-revel-a-ovest-di-pantelleria-la-marina-militare-ispeziona-una-petroliera-camerunense.html">La nostra Marina contro la flotta ombra russa: il Thaon di Revel abborda una petroliera a Ovest di Pantelleria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Riarmo e minaccia russa: se gli europei non vogliono combattere una ragione c&#8217;è</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/riarmo-e-minaccia-russa-se-gli-europei-non-vogliono-combattere-una-ragione-ce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 09:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="difesa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/difesa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La preparazione a una difesa credibile non può fondarsi sulla costruzione artificiale della paura, ma su un disegno strategico. </p>
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<p>Un recente editoriale di <strong>Nathalie Tocci </strong>apparso su <em>The Economist</em> pone una domanda che l&#8217;Europa preferirebbe non porsi: possiede il continente, oltre ai mezzi materiali, la determinazione psicologica necessaria ad affrontare un&#8217;eventuale <em>escalation </em>con la Russia? La domanda merita una risposta che vada oltre l&#8217;impressione giornalistica, perché le tensioni odierne tra Mosca e le cancellerie europee riproducono, con inquietante fedeltà, la struttura che <strong>Christopher Clark </strong>ha descritto per l&#8217;estate del 1914: due blocchi rigidi e contrapposti, un gioco di alleanze che rischia di sottrarre ai leader politici il controllo dei tempi dell&#8217;escalation, una retorica pubblica che presenta il conflitto come fatalità storica anziché come scelta evitabile, e la cosiddetta trappola della mobilitazione, per cui esercitazioni, dispiegamenti e sabotaggi vengono letti da ciascuna parte come minacce offensive anche quando concepiti in chiave difensiva. <strong>Anche l&#8217;illusione della guerra breve torna a manifestarsi,</strong> la convinzione che la superiorità tecnologica o morale possa garantire una rapida risoluzione dello scontro, la stessa illusione che nel 1914 condusse a quattro anni di logoramento nelle trincee anziché alla vittoria annunciata per Natale. Resta, a differenza di allora, l&#8217;arsenale nucleare, che agisce da freno razionale sebbene il margine di errore si assottigli con l&#8217;intensificarsi del confronto ibrido.</p>



<p>Le relazioni internazionali offrono più chiavi per comprendere perché gli Stati arrivino alla guerra, e nessuna di esse esaurisce da sola il fenomeno attuale. Il realismo strutturale di <strong>Kenneth Waltz </strong>individua nel dilemma della sicurezza la spirale che l&#8217;anarchia internazionale alimenta inevitabilmente; la teoria della scelta razionale di James Fearon vede nell&#8217;asimmetria informativa e nell&#8217;incapacità di impegni credibili la causa profonda dei conflitti; le letture di matrice marxista, da Hobson a Lenin, riconoscono nell&#8217;espansione la ricerca di mercati e materie prime, componente non estranea alle attuali dispute energetiche; la <em>diversionary war theory </em>di <strong>Jack Levy </strong>mostra come il conflitto esterno possa servire a ricompattare il consenso interno; il costruttivismo di Alexander Wendt ricorda la componente identitaria e valoriale della guerra; il realismo classico, da Tucidide a Morgenthau, ne colloca la radice nella natura umana stessa. Solo la sovrapposizione di questi livelli, sistemico, statuale e individuale, restituisce un quadro credibile della crisi russo -europea.</p>



<p>Su questa base si costruiscono le argomentazioni a favore di una piena mobilitazione europea: la credibilità dell&#8217;articolo 5 del Trattato Atlantico, la cui esitazione dissolverebbe la deterrenza collettiva; la logica costi-benefici che dovrebbe rendere sistematicamente sfavorevole al Cremlino qualsiasi opzione militare; la percezione, di matrice costruttivista, che la ridefinizione dei confini con la forza equivalga a un ritorno al puro dominio del più forte; <strong>l&#8217;interesse economico di lungo periodo a non lasciare che una Russia egemone sull&#8217;Europa orientale controlli risorse energetiche e agricole critiche;</strong> e la memoria storica dell&#8217;<em>appeasement</em> degli anni Trenta, che spinge le cancellerie a leggere ogni cedimento non come prudenza ma come incentivo a ulteriori rivendicazioni.</p>



<p>La teoria della transizione di potere, elaborata da Organski e sviluppata da Robert Gilpin, aiuta a collocare i due attori: <strong>la Russia, percependo l&#8217;ordine post -1991 come imposizione unilaterale </strong>che ne ha ridimensionato lo status, si comporta da potenza revisionista, mentre l&#8217;Europa, priva di interesse a modificare un assetto che le ha garantito settant&#8217;anni di pace relativa, resta custode dello status quo (che però non è più quello dei decenni precedenti). La finestra di opportunità teorizzata da Gilpin, e la trappola di Tucidide resa celebre da <strong>Graham Allison</strong>, spiegano perché le potenze in transizione, reali o percepite, tendano ad agire prima che l&#8217;avversario si consolidi; a ciò si somma la componente identitaria per cui l&#8217;umiliazione storica alimenta narrazioni di riscatto nazionale capaci di trasformare l&#8217;aggressione in atto percepito come legittimo.</p>



<p>A precedere, accompagnare e talvolta sostituire l&#8217;azione cinetica vi è oggi un dominio operativo autonomo, la guerra cognitiva, intesa come l&#8217;insieme delle operazioni volte a orientare percezioni, emozioni e decisioni delle popolazioni e delle leadership avversarie. Sul fronte russo essa si manifesta nella disinformazione sistematica, nell&#8217;amplificazione delle divisioni interne alle società occidentali e nell&#8217;uso della minaccia nucleare come strumento di paralisi psicologica; <strong>sul fronte occidentale nell&#8217;amplificazione mediatica della minaccia per legittimare il riarmo e i sacrifici fiscali </strong>richiesti ai cittadini. Il terreno è sostanzialmente simmetrico, ed è questa simmetria a rendere la percezione pubblica del rischio bellico uno strumento di politica non meno rilevante degli arsenali convenzionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ma Mosca minaccia <strong>Kyiv</strong>, non Roma</h2>



<p>È proprio su questo terreno che l&#8217;editoriale di Tocci mostra i propri limiti. L&#8217;autrice documenta con precisione l&#8217;aumento dei bilanci della Difesa sancito al vertice NATO di Ankara, cresciuto proporzionalmente di più nell&#8217;Europa settentrionale e orientale ; richiama <strong>il sondaggio Gallup del 2024 secondo cui un terzo dei cittadini europei non combatterebbe in caso di aggressione</strong>, <strong>con l&#8217;Italia ultima in classifica al 78 per cento;</strong> ricostruisce l&#8217;ipotesi, poi accantonata, di una forza di rassicurazione europea in Ucraina, proposta non per utilità militare ma per valore psicologico; e riporta la testimonianza di un ex funzionario ucraino secondo cui la resilienza di Kyiv discende dalla condizione stessa di essere in guerra, non da un coraggio superiore.</p>



<p>Da qui la conclusione, paradossale ma coerente con la letteratura sulla deterrenza, che <strong>minore sarà la probabilità di dover combattere quanto maggiore sarà la preparazione a farlo. </strong>Eppure l&#8217;editoriale non spiega mai perché un attacco russo diretto all&#8217;Europa risulterebbe coerente con una logica strategica evidente: <strong>Mosca è aggressiva verso Kyiv, non verso Lisbona o Roma, e la differenza non è marginale. </strong>La riluttanza degli europei a combattere, in particolare degli italiani, non discende da vigliaccheria ma da <strong>una lucida sfiducia verso classi dirigenti che propongono il riarmo senza un disegno strategico verificabile</strong>, in un momento in cui il comparto industriale europeo trova nella spesa militare una via di sopravvivenza economica più che una risposta a una minaccia puntualmente dimostrata. <strong>Bollare come filo -russi o vigliacchi i cittadini scettici elude il problema reale. </strong>Ma il passaggio più problematico resta la proposta di inviare truppe europee in Ucraina non per utilità militare bensì per abituare psicologicamente i cittadini all&#8217;idea della guerra: un&#8217;ammissione che trasforma la vita dei soldati in strumento pedagogico di massa.</p>



<p>Accolte acriticamente, <strong>tali premesse normalizzano un&#8217;escalation percettiva che precede, e in parte sostituisce, la valutazione oggettiva della minaccia, </strong>dirottando bilanci della Difesa secondo criteri di panico piuttosto che di pianificazione razionale e indebolendo, anziché rafforzare, la deterrenza estesa. Vale qui il richiamo del generale <strong>Stanley McChrystal,</strong> che in una recente intervista ha indicato tre rischi per qualsiasi forza armata: la politicizzazione dei vertici su base ideologica anziché meritocratica, l&#8217;erosione della cultura del dovere proprio nelle grandi crisi, e la distanza tra un esercito di soli volontari e la società che dovrebbe rappresentare. Impiegare le forze armate senza un consenso spontaneo, a fini pedagogici anziché strategici, rischia di accelerare esattamente la rottura di fiducia tra mondo militare e cittadini che si vorrebbe scongiurare. <strong>La preparazione necessaria a una difesa credibile, in altre parole, non può fondarsi sulla costruzione artificiale della paura,</strong> ma su un disegno strategico che i cittadini possano riconoscere come proprio. Distinguere tra preparazione necessaria e mobilitazione psicologica fine a se stessa non è un esercizio accademico: è la condizione stessa perché la deterrenza resti credibile, perché il consenso popolare al riarmo si fondi su ragioni verificabili anziché su un clima di panico indotto, e perché il legame tra forze armate e società civile, già messo alla prova ovunque in Occidente, non venga ulteriormente eroso proprio nel momento in cui servirebbe più solido.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/riarmo-e-minaccia-russa-se-gli-europei-non-vogliono-combattere-una-ragione-ce.html">Riarmo e minaccia russa: se gli europei non vogliono combattere una ragione c&#8217;è</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Heartland vs. Rimland: le linee di faglia nella guerra per il prossimo ordine globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/heartland-vs-rimland-le-linee-di-faglia-nella-guerra-per-il-prossimo-ordine-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 23:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Militare]]></category>
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<p>Perché il vantaggio materiale della coalizione a guida statunitense non si traduce automaticamente in vantaggio strategico. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/heartland-vs-rimland-le-linee-di-faglia-nella-guerra-per-il-prossimo-ordine-globale.html">Heartland vs. Rimland: le linee di faglia nella guerra per il prossimo ordine globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p><em>Sintesi del saggio di Michael Beckley e Hal Brands, Foreign Affairs, 23 giugno 2026</em></p>



<p><em>Questo argomento ci sta molto a cuore da quando nel 2013 la Cina ha annunciato il programma di una “nuova via della seta”, un modo al passo con i tempi che aveva l’obiettivo di ricostruire il controllo delle vie di comunicazione euro-asiatiche ottenuto con la forza dai mongoli nel Medioevo. L&#8217;analisi di Ludovico Domini, del CESMAR su CIMSEC sottolinea come la crisi nello Stretto di Hormuz del 2026 abbia riaffermato la centralità del controllo nodale sul Rimland rispetto alla superiorità navale classica, un aspetto a lungo trascurato nella strategia marittima. Il conflitto evidenzia lo scontro strutturale tra potenze euro-asiatiche e marittime, dove sistemi asimmetrici A2/AD permettono il controllo dei nodi logistici chiave, ridimensionando le dottrine di Mahan e Mackinder. In questo contesto, anche la guerra in Ucraina si configura come un tassello fondamentale delle tensioni euro-asiatiche per il dominio e il contenimento dell&#8217;Heartland, confermando che il controllo dei nodi nevralgici dominerà la geopolitica futura.</em></p>



<p><em>L’affermazione finale al saggio pubblicato sul CIMSEC riprende e adatta alla situazione attuale la storica frase di Mackinder e il suo successivo sviluppo a cura di Spykman diventando quindi:“<strong>Chi controlla i chokepoint e gli hub nodali domina il Rimland; chi connette l&#8217;Eurasia domina l’Heartland e governa i destini del mondo”.</strong></em></p>



<p>Il saggio di Beckley e Brands rilegge le categorie geopolitiche classiche di <strong>Halford Mackinder </strong>e <strong>Nicholas Spykman </strong>per interpretare la contesa contemporanea tra un blocco continentale euroasiatico &#8211; imperniato su <strong>Cina, Russia, Iran e Corea del Nord </strong>&#8211; e una coalizione marittima a guida statunitense che tiene insieme <strong>Nord America, Europa e Indo-Pacifico.</strong> La tesi centrale è che l&#8217;Heartland odierno sia al tempo stesso aggressivo (secondo gli Stati Uniti, in quanto cerca di sostituirsi ad essi nel dominio economico del continente euro-asiatico) e strutturalmente debole, mentre il Rimland, pur superiore per risorse economiche e tecnologiche, soffra di una frammentazione politica che ne compromette la coerenza strategica.</p>



<p>Gli autori descrivono un ordine internazionale attraversato da una faglia antica quanto la geopolitica moderna. Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, circondati da una costellazione di regimi minori che va dalla Bielorussia al Myanmar, <strong>occupano oggi il ruolo che fu della Francia napoleonica, della Germania guglielmina e dell&#8217;Unione Sovietica</strong>; gli Stati Uniti, eredi del ruolo che fu del Regno Unito, restano l&#8217;unico perno capace di tenere insieme <strong>l&#8217;arco costiero che contiene il supercontinente euroasiatico.</strong> In realtà la politica statunitense &#8211; un <em>dividi et impera</em> di stampo moderno &#8211; assomiglia molto a quella britannica è ha come obiettivo il contrasto a qualsiasi alleanza sul continente euro-asiatico che possa mettere a rischio il loro dominio marittimo. A differenza degli imperi del passato, tuttavia, l&#8217;Heartland attuale, secondo gli autori, non è un blocco monolitico, bensì un insieme transazionale di regimi accomunati più dal risentimento condiviso verso l&#8217;ordine liberale che da un&#8217;ideologia comune: Pechino, Mosca, Teheran e Pyongyang collaborano intensamente sul piano economico, tecnologico e militare &#8211; dai microchip cinesi che sostengono l&#8217;economia russa, ai droni iraniani e ai missili nordcoreani impiegati nella guerra in Ucraina &#8211; senza però costituire un&#8217;alleanza di mutua difesa, come dimostrato dal fatto che, nella guerra in Iran, Pechino e Mosca hanno offerto a Teheran solo assistenza tecnica e di intelligence.</p>



<p>Questa natura transazionale limita la solidarietà dell&#8217;asse ma ne riduce anche il rischio di frattura ideologica, <strong>consentendo partnership flessibili con stati cerniera come India e Arabia Saudita.</strong> L&#8217;Heartland dispone oggi di strumenti sconosciuti ai suoi predecessori &#8211; attacchi informatici, capacità antisatellite, missilistica di precisione, controllo cinese delle terre rare. <strong>Il Rimland, invece, resta materialmente dominante, producendo circa metà del PIL mondiale contro il 20% dell&#8217;Heartland </strong>e controllando l&#8217;85% dei flussi finanziari globali, ma appare politicamente frammentato da tensioni interne, impulsi protezionistici statunitensi e riluttanza di alcuni alleati, come emerso durante la crisi con l&#8217;Iran. Per Washington, concludono gli autori, la sfida non è allargare la coalizione ma renderla coerente, attraverso una redistribuzione delle capacità industriali e tecnologiche e una base industriale della difesa integrata tra Nord America, Europa e Indo-Pacifico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Via della Seta e terre rare</h2>



<p>Il saggio insiste anche sulla dimensione tecnologica della sfida cinese-la cosiddetta &#8220;Via della Seta Digitale&#8221;, fatta di reti 5G e 6G, piattaforme come Alipay e WeChat Pay, sistemi di sorveglianza esportati globalmente e modelli d&#8217;intelligenza artificiale come DeepSeek e Qwen. <strong>Ma è anche fondamentale il controllo cinese delle materie prime critiche</strong>, circa il 60% dell&#8217;estrazione mondiale di terre rare e oltre l&#8217;80% della loro lavorazione, sebbene gli sforzi di diversificazione di Giappone e Stati Uniti stiano progressivamente erodendo tale monopolio.</p>



<p>Sul versante russo, la quota di gas verso l&#8217;Unione Europea è crollata dal 45% al 12% dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, mentre gli Stati Uniti, divenuti primo produttore mondiale di petrolio e gas, hanno visto crescere le proprie esportazioni durante la guerra in Iran. <strong>Resta netto il divario tecnologico:</strong> Stati Uniti e alleati catturano l&#8217;85% dei profitti mondiali nell&#8217;industria avanzata contro appena il 6% della Cina, che pur essendo primo produttore manifatturiero al mondo dipende ancora da architetture d&#8217;intelligenza artificiale e semiconduttori occidentali.</p>



<p>Sul piano geopolitico, <strong>la novità sostanziale è che l&#8217;Heartland euroasiatico non persegue più un dominio territoriale diretto</strong>, ma una revisione dell&#8217;ordine internazionale attraverso strumenti ibridi-infrastrutture, debito, tecnologia, coercizione economica-che rendono sempre più sfumato il confine tra competizione pacifica e conflitto latente, come dimostra la pressione &#8220;di zona grigia&#8221; esercitata dalla Cina. L&#8217;assenza di un collante dottrinale rende l&#8217;Heartland più elastico nelle alleanze periferiche ma meno capace di disciplina interna; <strong>crescono di rilievo gli &#8220;Stati cerniera&#8221; </strong>il cui allineamento resta negoziabile. </p>



<p>Il paradosso più insidioso per l&#8217;Occidente è che l&#8217;Heartland, pur più debole, resta coeso attorno a un obiettivo negativo condiviso, mentre il Rimland, materialmente superiore, è frenato da polarizzazione interna e da un&#8217;amministrazione statunitense percepita da alcuni alleati come imprevedibile. La verità è che la Cina si espande non più in due direzioni ma in tre-terra, mare e spazio digitale-imponendo all&#8217;analisi geopolitica contemporanea di includere cavi sottomarini, pagamenti digitali e sistemi d&#8217;IA come nuovi teatri di competizione.</p>



<p>Secondo gli autori dell’articolo, sotto il profilo strategico, <strong>il compito più urgente per Washington è il rafforzamento delle barriere militari avanzate lungo la prima catena di isole del Pacifico</strong> e il fianco orientale della NATO, gravato in gran parte su un ristretto numero di alleati di prima linea. Gli autori propongono di trasformare la deterrenza di prima linea in resistenza pluriennale, fondata su una base industriale della difesa distribuita secondo il principio della &#8220;ridondanza senza autarchia&#8221;, e di istituzionalizzare scale di escalation economica prevedibili anche in assenza di un&#8217;alleanza formale. Entro la metà degli anni Trenta, inoltre, Washington fronteggerà avversari nucleari revisionisti su entrambe le estremità dell&#8217;Eurasia con sistemi ipersonici capaci di eludere le difese esistenti-uno scenario che investe direttamente la credibilità degli impegni di sicurezza estesa offerti agli alleati, Italia compresa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I compiti dell&#8217;Italia</h2>



<p>Sul piano marittimo, il Rimland esiste anzitutto come costruzione basata su rotte commerciali e libertà di navigazione garantite storicamente dal potere navale angloamericano. La Cina ha raccolto la sfida con la marina più numerosa al mondo, una guardia costiera che supera le flotte asiatiche rivali e una cantieristica capace di superare l&#8217;intero resto del mondo messo insieme, evolvendo da una dottrina &#8220;anti-marina&#8221; verso una proiezione oceanica imperniata su gruppi portaerei multipli, mentre la <em>Belt and Road Initiative</em> ha generato una rete portuale dalla Thailandia alla Grecia potenzialmente convertibile in basi logistiche globali. Anche in questo caso niente di nuovo: <strong>storicamente le basi navali britanniche prima e statunitensi dopo si sono sviluppate lungo il Rimland</strong> e così sta cercando di fare la Cina. Il Rimland trae forza dall&#8217;autosufficienza energetica nordamericana, che ha ridotto l&#8217;esposizione ai colli di bottiglia geografici: solo il 7% del greggio importato dagli Stati Uniti transita per Hormuz, contro quasi metà delle importazioni cinesi, un&#8217;asimmetria che rappresenta una leva potenziale per il Rimland. Resta aperta la questione della sicurezza dei cavi sottomarini e delle infrastrutture portuali europee, e la fragilità delle infrastrutture energetiche russe conferma che anche una potenza continentale dipende da nodi marittimi vulnerabili.</p>



<p>Per l&#8217;Italia, collocata al centro del Mediterraneo allargato, le tesi del saggio impongono vigilanza sulla resilienza delle infrastrutture portuali, energetiche e digitali, <strong>dal Pireo a Trieste; offrono un&#8217;opportunità per Fincantieri e Leonardo </strong>di inserirsi nelle catene produttive integrate di NATO e UE; richiamano Roma a un impegno più strutturato nella condivisione degli oneri di sicurezza collettiva, in linea con una dottrina strategica nazionale coerente e a connotazione marittima. Confermano poi come l&#8217;interesse nazionale a preservare la libertà di navigazione attraverso Suez e Bab el-Mandeb, anche tramite il rafforzamento di partnership regionali come quella con la Grecia.</p>



<p>In conclusione, il vantaggio materiale della coalizione a guida statunitense non si traduce automaticamente in vantaggio strategico se non sorretto da una coerenza politica oggi fragile. La lezione per i decisori occidentali, Italia compresa, è che <strong>la scala non basta: </strong>occorre trasformare la superiorità economica in architettura di sicurezza condivisa, redistribuendo capacità industriali e rafforzando la resilienza delle infrastrutture critiche che tengono insieme il sistema del Rimland.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/heartland-vs-rimland-le-linee-di-faglia-nella-guerra-per-il-prossimo-ordine-globale.html">Heartland vs. Rimland: le linee di faglia nella guerra per il prossimo ordine globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 07:12:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La tesi provocatoria di Gideon Rose (Foreign Affairs): le nostre guerre non sono eventi inediti ma repliche di un copione già scritto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Gideon Rose</strong>, già direttore di <em>Foreign Affairs</em>, non si limita ad analizzare la geopolitica: ne legge le cicatrici. La sua tesi è tanto lucida quanto provocatoria: le guerre che incendiano il 2026 non sono eventi inediti, ma repliche di un copione già scritto. <strong>Per Rose, i leader mondiali sono convinti di guidare la storia, ma in realtà sono prigionieri di strutture belliche</strong> che ne vincolano le scelte. Ignorare questi schemi significa condannarsi a ripetere gli errori dei propri predecessori. Il parallelo più inquietante riguarda l’Iran, che Rose descrive come il &#8220;Vietnam del XXI secolo&#8221;. La traiettoria di <strong>Donald Trump </strong>oggi ricorda quella di <strong>Lyndon Johnson </strong>nel 1963: un presidente trascinato in un conflitto nel tentativo di neutralizzare una minaccia crescente. Dopo i raid del 2025 volti a smantellare il programma nucleare di Teheran, l’attacco congiunto USA-Israele del febbraio 2026 ha inferto colpi durissimi, portando all’uccisione della Guida Suprema Khamenei. Eppure, il regime non è crollato.</p>



<p>Passato nelle mani del figlio Mojtaba, il potere iraniano ha risposto con l&#8217;arma del ricatto energetico, chiudendo lo Stretto di Hormuz e mettendo in ginocchio l’economia globale. <strong>Trump si ritrova così nella medesima trappola che inghiottì Nixon:</strong> erede di un’escalation senza una strategia d&#8217;uscita onorevole. Nonostante la mediazione del Pakistan, il dialogo è un binario morto; i costi umani e politici salgono, mentre il margine di manovra diplomatica si assottiglia ogni giorno di più.</p>



<p>Se l’Iran evoca le giungle del Sud-Est asiatico, <strong>l’Ucraina riflette lo stallo dei ghiacci coreani. Dal 2022 a oggi, il conflitto ha seguito lo schema della Guerra di Corea</strong>: grandi avanzate, ritirate repentine e infine un logorante stallo lungo linee che non si muovono più. Trump ha tentato la prova di forza, minacciando Kiev di tagliare i rifornimenti e offrendo a Mosca il controllo dei territori occupati, ma la realtà del fronte si è dimostrata più ostinata della volontà politica. Secondo Rose, non ci sarà un vincitore assoluto, ma un armistizio che cristallizzerà il confine attuale, t<strong>rasformando l’Ucraina in una nuova Corea divisa da una pace armata e amara.</strong></p>



<p>Il monito di Rose è un richiamo all&#8217;umiltà per chi siede nelle &#8220;war room&#8221;: la storia non è fatta di eventi isolati, ma di strutture profonde. Capire che il Vietnam e la Corea sono ancora tra noi è l&#8217;unico modo per non farsi travolgere dal loro ritorno.</p>



<p>Rose evidenzia inoltre tre elementi trasversali a tutti e quattro i conflitti: la deterrenza nucleare come strumento di pressione senza mai un reale impiego; le tensioni interne alle coalizioni, dove le grandi potenze finiscono per imporre accordi ai partner minori recalcitranti; e la pericolosa illusione dei leader di poter ottenere facilmente obiettivi politici attraverso la forza militare, sottovalutando la resilienza e la determinazione dell&#8217;avversario.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose non è solo una lezione di storia; è un monito sulla fragilità del potere. Quando guardiamo all’Iran e all’Ucraina, non stiamo solo osservando dei conflitti regionali, ma stiamo assistendo al test di sforzo della leadership globale. Le implicazioni che Rose trae da queste crisi scuotono le fondamenta della geopolitica moderna, toccando nervi scoperti come la credibilità americana e la paura atomica.</p>



<p>Il primo grande tema è il fantasma del declino. Come accadde dopo la caduta di Saigon, <strong>oggi si torna a parlare degli Stati Uniti come di un &#8220;impero al tramonto&#8221;.</strong> Rose cita le cronache del <em>New York Times</em>, dove la percezione cinese di un’America a guida Trump appare quella di una potenza in ritirata. Eppure, l’autore ci invita a non correre troppo nel celebrare i funerali dell’egemonia statunitense. La storia è ciclica: <strong>anche dopo il Vietnam l’America sembrò finita, salvo poi rigenerarsi grazie al dinamismo del suo capitalismo e alla resilienza della sua democrazia. </strong>Il messaggio è chiaro: non sottovalutate mai la capacità di un sistema aperto di imparare dai propri errori.</p>



<p>Tuttavia, c’è un’ombra più cupa che si allunga sul futuro: la corsa all’atomo. Rose mette a nudo un paradosso brutale che ogni piccolo Stato sta osservando con terrore. La lezione di questi anni è un tragico sillogismo: l’Ucraina, che rinunciò al nucleare nel 1994, è stata invasa; la Corea del Nord, che lo possiede, è intoccabile; l’Iran, che non lo ha ancora completato, giace sotto le macerie. Questo triangolo di esempi sta riscrivendo le regole della sicurezza mondiale: per molti leader, la bomba non è più un tabù, ma l’unica polizza sulla vita. Un’accelerazione proliferativa che rischia di rendere il mondo un posto infinitamente più instabile nei prossimi decenni.</p>



<p>Sul piano della strategia pura, Rose smonta il mito della &#8220;teoria del folle&#8221; (<em>madman theory</em>). <strong>L’approccio di Trump verso Teheran &#8211; fatto di minacce imprevedibili e colpi di scena &#8211; ricalca quello di Nixon e Kissinger. </strong>Ma Rose avverte: l’imprevedibilità può funzionare come tattica d’apertura, ma fallisce contro nemici determinati. L’Iran, proprio come il Vietnam del Nord, ha capito il punto debole di Washington: la pazienza. Mentre i leader americani sono incatenati ai cicli elettorali e devono rispondere a un’opinione pubblica stanca, i regimi autoritari possono permettersi di aspettare, resistendo finché l&#8217;avversario non decide che il prezzo politico del conflitto è diventato troppo alto.</p>



<p><strong>Per l’Ucraina, la prospettiva è quella di una &#8220;pace fredda&#8221;. </strong>Con milioni di vittime tra morti e feriti &#8211; una tragedia umana che richiama i numeri spaventosi della Corea &#8211; la stanchezza bellica potrebbe imporre un armistizio. Rose suggerisce che un confine congelato, simile al 38° parallelo, potrebbe rivelarsi più solido di quanto pensiamo. Non sarebbe una vittoria gloriosa, ma una stabilità pragmatica nata dall’esaurimento.</p>



<p>Infine, Rose ci svela la faccia più cinica delle alleanze: il momento in cui le grandi potenze impongono la propria volontà ai partner più piccoli. È accaduto a Seul nel 1953 e a Saigon nel 1973. <strong>Lo stesso schema sembra profilarsi all’orizzonte per Kiev e Israele. </strong>Quando gli interessi strategici globali di Washington (o Mosca) divergeranno dalla lotta per la sopravvivenza dei loro alleati, saranno i piccoli a dover ingoiare il rospo di una pace sgradita. Perché alla fine, nella scacchiera della storia, il sacrificio dei pedoni è spesso il prezzo che i re pagano per chiudere la partita.</p>



<p><strong>In questo contesto l’Italia affronta una duplice sfida strategica. </strong>La crisi di Hormuz minaccia il Mediterraneo, arteria vitale per i nostri commerci ed energia: <strong>anche un accordo precario lascerebbe l&#8217;economia italiana esposta a tensioni costanti.</strong> Sul fronte ucraino, l’armistizio &#8220;alla coreana&#8221; congelerebbe una ferita aperta alle porte dell&#8217;Europa. Con il progressivo disimpegno americano dalla NATO, l&#8217;onere della sicurezza &#8211; tra pattugliamenti, deterrenza e ricostruzione &#8211; ricadrà direttamente sull’UE e anche sull’Italia. Senza l’ombrello di Washington, la stabilità del continente diventa una responsabilità diretta e costosa, costringendo il nostro Paese a un inedito protagonismo politico e militare per proteggere i propri interessi nazionali.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose è un antidoto prezioso alla presunzione del presente. Ogni generazione è convinta di vivere tempi senza precedenti, eppure la storia documenta con imbarazzante&nbsp;chiarezza che strutture belliche simili producono quasi sempre gli stessi esiti. Non siamo &#8220;speciali&#8221;: siamo solo i nuovi attori di un copione già scritto.</p>



<p>Le proiezioni di Rose&nbsp;&#8211;&nbsp;un’Ucraina cristallizzata in un armistizio amaro e un Iran che resta una mina nucleare vagante&nbsp;&#8211;&nbsp;non sono semplici ipotesi, ma probabilità radicate nella logica del potere. Per l’Italia e per l’Europa, accettare questa realtà significa abbandonare l’illusione che &#8220;questa volta sia diverso&#8221; e prepararsi a un mondo più crudo. Saremo chiamati a presidiare una &#8220;pace fredda&#8221; alle porte dell&#8217;Est e a navigare l&#8217;instabilità cronica del Mediterraneo&nbsp;allargato&nbsp;con una consapevolezza nuova, investendo in una difesa e in una diplomazia che non possono più permettersi il lusso della delega.</p>



<p>La sfida, in fondo, non è cambiare il corso della storia, ma smettere di ignorarne le regole. Quella di Rose è una chiamata alla maturità strategica: riconoscere i riflessi del passato è l’unico modo per non farsi travolgere dal futuro. I prossimi mesi saranno il nostro banco di prova: è tempo di guardare la realtà dritta negli occhi.</p>



<p><strong>Bibliografia: Gideon Rose, Iran as Vietnam, Ukraine as Korea. <em>Similar Wars End in Similar Ways, Foreign Affairs, May 20, 2026</em></strong></p>



<p><em>Roberto Domini è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. Presiede il Circolo Fratelli Bonaldi, Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.</em><a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html"></a></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html">L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Perché anche il neocon Kagan ammette: gli Usa con l&#8217;Iran hanno già perso ma ancora non lo sanno</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 09:37:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'ammiraglio Roberto Domini commenta l'articolo di Robert Kagan e la sua lucida analisi sulla sconfitta Usa nel Golfo Persico. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html">Perché anche il neocon Kagan ammette: gli Usa con l&#8217;Iran hanno già perso ma ancora non lo sanno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Robert Kagan</strong>  (1) ha da poco pubblicato su <em>The Atlantic </em><a href="https://www.theatlantic.com/international/2026/05/iran-war-trump-losing/687094/">un’analisi che per lucidità e ampiezza di vedute raramente si incontra nel dibattito strategico contemporaneo.</a> La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto devastante: gli Stati Uniti hanno perso in Iran, e questa sconfitta — a differenza di quelle del passato — <strong>non è né riparabile né reversibile.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trentasette giorni che hanno cambiato il mondo</strong></h2>



<p>Per comprendere la portata di quanto accaduto, occorre ricostruire la sequenza degli eventi con precisione. Stati Uniti e Israele hanno condotto una campagna aerea contro l’Iran di straordinaria intensità, durata trentasette giorni consecutivi. I bombardamenti hanno <strong>eliminato gran parte della leadership iraniana e distrutto il grosso delle capacità militari convenzionali del Paese.</strong> Eppure, nonostante questa pressione militare senza precedenti, il regime di Teheran non è crollato, non ha negoziato, non ha ceduto su un singolo punto.</p>



<p>Il momento decisivo arriva il 18 marzo, quando Israele bombarda il giacimento di gas South Pars, uno degli impianti energetici più importanti dell’Iran. La risposta di Teheran è immediata e calibrata con precisione chirurgica: <strong>un attacco alla Ras Laffan Industrial City del Qatar, il più grande terminale di esportazione di gas naturale al mondo.</strong> I danni alle infrastrutture sono tali da richiedere anni di lavoro per essere riparati. Di fronte al rischio di un collasso energetico globale, il presidente Trump dichiara una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e poi un cessate il fuoco unilaterale. <strong>L’Iran non ha concesso nulla.</strong></p>



<p>Dopo il cessate il fuoco militare, l’amministrazione americana punta sul blocco navale dei porti iraniani come strumento di pressione economica alternativa. Kagan è esplicito nel valutarne le prospettive: un regime che ha resistito a cinque settimane di bombardamenti ininterrotti difficilmente cederà sotto la sola coercizione economica. A rafforzare questa valutazione, cita la studiosa di Iran <strong>Suzanne Maloney</strong>: un governo capace di massacrare i propri cittadini per reprimere le proteste del gennaio precedente è perfettamente in grado di imporre qualsiasi privazione economica alla propria popolazione senza temere conseguenze politiche interne.</p>



<p>Emerge così il paradosso centrale del conflitto: <strong>la potenza militare americana, pur essendo la più formidabile del pianeta, si è rivelata incapace di tradurre la sua forza in vittoria politica. </strong>E chi propone di riprendere i bombardamenti deve rispondere a una domanda imbarazzante: cosa cambierà in un secondo ciclo di attacchi rispetto ai trentasette giorni già tentati? Kagan demolisce questo argomento con una logica ineccepibile: <strong>una nuova campagna militare spingerebbe l’Iran a ritorsioni contro gli Stati del Golfo,</strong> mettendo a rischio le infrastrutture del petrolio e del gas da cui dipende l’economia mondiale. Anche nell’ipotesi estrema di una distruzione totale delle capacità iraniane, Teheran avrebbe ancora la possibilità di lanciare decine, se non centinaia, di missili e droni prima di soccombere; basterebbero pochi attacchi precisi alle infrastrutture energetiche del Golfo per paralizzare la produzione regionale per decenni. È questa consapevolezza — non la diplomazia, non le pressioni internazionali — che ha fermato Trump.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conseguenze geopolitiche e strategiche</strong></h2>



<p>Il titolo scelto da Kagan — <em>Checkmate in Iran</em> (Scacco matto in Iran) — riassume con precisione scacchistica la posizione americana: <strong>non ancora scacco matto definitivo, ma molto vicina. </strong>L’autore rivela che Trump ha chiesto alla comunità intelligence di valutare le conseguenze nel dichiarare semplicemente la vittoria e ritirarsi. Una mossa comprensibile: sperare nel crollo spontaneo del regime non è una strategia, soprattutto quando il petrolio si avvicina a prezzi superiori ai 100 dollari al barile, l’inflazione sale e si profilano carenze globali di materie prime.</p>



<p>Il nodo geopolitico più profondo dell’analisi riguarda lo Stretto di Hormuz. <strong>Kagan sfata un assunto diffuso: l’idea che lo stretto si riaprirà al traffico internazionale, in un modo o nell’altro, una volta terminata la crisi. </strong>Questa assunzione è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Il controllo dello Stretto è ora la sua arma più preziosa — più immediata e più efficace persino del programma nucleare. Grazie a questa leva, <strong>Teheran potrà imporre pedaggi per il transito,</strong> limitare il passaggio alle nazioni sgradite, punire i paesi avversi rallentando il flusso delle loro navi mercantili. Una forma di potere geopolitico straordinariamente flessibile, che l’Iran saprà usare per costringere le nazioni a revocare le sanzioni e normalizzare le relazioni.</p>



<p>Anche i moderati iraniani, secondo Kagan, capiscono che l’Iran non può permettersi di cedere il controllo dello Stretto, indipendentemente da qualsiasi accordo. Le ragioni sono strutturali. Quanto ci si può fidare di Trump, che si è quasi vantato di aver replicato il colpo di sorpresa di Pearl Harbor approvando l’uccisione della leadership iraniana durante i negoziati? E Israele potrebbe agire autonomamente, come ha sempre fatto quando ha percepito minacce ai propri interessi. <strong>La diffidenza iraniana è razionale, non ideologica.</strong></p>



<p>Per le monarchie del Golfo, le implicazioni sono immediate e strutturali. <strong>Quegli Stati hanno costruito le proprie economie sotto l’ombrello dell’egemonia americana e della libertà di navigazione che essa garantiva.</strong> Venendo meno questo ombrello, saranno inevitabilmente costretti a cercare un accomodamento con Teheran — non per scelta ideologica, ma per necessità geografica ed economica. E non saranno solo gli Stati del Golfo: tutte le nazioni dipendenti dall’energia di quella regione dovranno rinegoziare i propri rapporti con un Iran più potente e più ricco. Kagan liquida con punta di sarcasmo la cosiddetta “coalizione” anglo-francese per il pattugliamento dello stretto: il presidente Macron ha chiarito che quella forza opererà solo in condizioni di pace. Una formula sostanzialmente priva di significato in uno stretto sotto controllo iraniano.</p>



<p><strong>Israele si troverà più isolato che mai.</strong> In un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza determinante sull’approvvigionamento energetico di decine di nazioni, Tel Aviv potrebbe subire pressioni internazionali enormi affinché non provochi Teheran in Libano, a Gaza o altrove. Il paradosso è evidente: <strong>la guerra pensata per indebolire l’Iran ha prodotto l’effetto opposto.</strong></p>



<p>Sul piano della deterrenza globale, le conseguenze sono altrettanto gravi. Il mondo intero ha potuto osservare come <strong>poche settimane di guerra contro una potenza di second’ordine abbiano ridotto le scorte di armamenti americani a livelli pericolosamente bassi,</strong> senza rimedio rapido. L’intera architettura della deterrenza americana si fonda sull’assunzione della sua capacità di sostenere conflitti prolungati: questa capacità è ora messa in discussione pubblicamente. Le domande che questo solleva potrebbero o meno spingere <strong>Xi Jinping </strong>a muoversi su Taiwan, o Putin ad accelerare la propria pressione sull’Europa. Ma quantomeno, gli alleati americani in Asia orientale e in Europa devono interrogarsi sulla capacità di Washington di mantenere i propri impegni in caso di futuri conflitti. Cina e Russia escono rafforzate da questa crisi: Mosca come dimostrazione vivente che resistere alla potenza americana è possibile; Pechino sapendo che la capacità di risposta americana è diminuita.</p>



<p>Kagan inserisce infine questa crisi in un quadro storico più ampio: l’accelerazione dell’aggiustamento globale verso un mondo post-americano. La perdita della posizione dominante nel Golfo non è un incidente isolato, ma il primo di una serie di cedimenti strutturali dell’ordine internazionale a guida americana costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una volta che la fiducia si erode, il suo recupero richiede decenni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni </strong></h2>



<p>L’analisi di Kagan ci consegna una verità scomoda ma necessaria: <strong>la sconfitta americana in Iran è strutturale, non congiunturale, e non ammette rimedi rapidi.</strong> Per i decisori politici — americani e alleati — ne derivano alcune indicazioni urgenti. In primo luogo, è indispensabile abbandonare la retorica della vittoria e avviare una valutazione realistica dei danni già prodotti. In secondo luogo, <strong>occorre costruire un nuovo quadro diplomatico multilaterale che coinvolga Cina e Russia,</strong> giacché sono loro i nuovi interlocutori imprescindibili nella regione. In terzo luogo, gli alleati europei e asiatici devono accelerare la propria autonomia energetica e diversificare le forniture, riducendo la vulnerabilità strutturale che l’Iran potrà sfruttare. Infine, la credibilità della deterrenza americana va ricostruita con pazienza e coerenza — non con nuove avventure militari, ma con una strategia di lungo periodo che tenga conto dei limiti, oltre che delle capacità, della potenza americana. <strong>Il mondo post-americano è già qui:</strong> la questione è se l’Occidente saprà adattarvisi con intelligenza o si troverà a inseguirlo senza bussola.</p>



<p>(1) <strong>Robert Kagan </strong><em>è tra i più influenti teorici neoconservatori americani e voce di riferimento della politica interventista statunitense. Marito di Victoria Nuland — già sottosegretaria di Stato per gli Affari europei e tra le architette della politica estera americana verso l&#8217;Europa orientale — Kagan è co-fondatore del Project for the New American Century e autore di opere fondamentali sul primato americano nel mondo. </em></p>



<p><strong>Roberto Domini,</strong> <em>autore di questo articolo è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html">Perché anche il neocon Kagan ammette: gli Usa con l&#8217;Iran hanno già perso ma ancora non lo sanno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Sminamento dello Stretto di Hormuz: perché l&#8217;Italia ha diritto al comando della missione</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/sminamento-dello-stretto-di-hormuz-perche-litalia-ha-diritto-al-comando-della-missione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 06:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1536x863.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La soluzione ideale per la missione nello Stretto di Hormuz sarebbe avere Italia e Francia al comando. Ecco perché.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1536x863.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A partire dalla fine di febbraio 2026, in risposta agli attacchi aerei condotti da Stati Uniti e Israele, l&#8217;Iran ha innescato una risposta senza precedenti con il minamento di parte dello Stretto di Hormuz, imposizione di pedaggi fino a due milioni di dollari a transito e minaccia alle navi dirette verso porti americani e israeliani. Uno dei corridoi energetici più vitali al mondo si è trasformato in uno spazio di coercizione marittima. Di fronte a questa crisi, il 19 marzo 2026 Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Giappone e Canada hanno emesso una dichiarazione congiunta (al momento attuale i Paesi coinvolti sono 29 e gli Stati Uniti non sono tra questi). Ma dichiarare disponibilità non equivale a esercitare leadership. La domanda centrale è: quale ruolo deve svolgere la Marina Militare in questa operazione e perché l&#8217;Italia non dovrebbe accettare un ruolo marginale?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Situazione geopolitica e strategica</h2>



<p>La crisi di Hormuz ha ridisegnato le geometrie del potere marittimo globale. Lo Stretto non è soltanto una strettoia fisica: è una soglia politica in cui si concentrano la capacità degli Stati di usare la geografia come coercizione, la dipendenza dei mercati da rotte energetiche vulnerabili e la tenuta delle alleanze occidentali quando la sicurezza collettiva diventa un costo operativo. Francia e Regno Unito si sono proposti come potenziali leader di una coalizione multinazionale pronta a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso questa rotta commerciale strategica articolata in tre fasi: bonifica delle mine, evacuazione delle navi bloccate e pattugliamento con scorte militari. Tuttavia questa leadership bipartita presenta fragilità strutturali. La Gran Bretagna porta il pesante retaggio del colpo di Stato del 1953 contro il premier nazionalista Mossadeq, ancora vivo nella memoria collettiva iraniana, e ha compromesso la propria credibilità diplomatica verso Russia e Cina a causa del sostegno aperto all&#8217;Ucraina. Un&#8217;operazione a guida esclusivamente anglo-francese rischierebbe di riproporre lo schema fallimentare di Suez del 1956. La Francia, pur dotata di capacità militari autonome e di una base navale permanente ad Al-Dhafra negli Emirati, porta con sé la tradizione coloniale nel Maghreb e nel Levante, che genera diffidenza negli attori regionali. In questo contesto, l&#8217;Italia possiede una credibilità diplomatica che nessuno dei due contendenti può vantare: nessun trascorso coloniale nel Golfo, relazioni<br>storicamente distese con Teheran, postura equilibrata nei confronti di Russia, Cina, India, Giappone e Corea del Sud — tutti Paesi con interessi diretti alla riapertura dello stretto. Il ministro Crosetto ha indicato che qualsiasi missione italiana deve avvenire sotto egida ONU, con una bandiera che «riunisca Europa, Cina, Asia, India», non come appendice NATO.</p>



<h2 class="wp-block-heading">PERCHÉ L&#8217;ITALIA DEVE AGIRE CON UN GRUPPO NAVALE</h2>



<p>La natura dell&#8217;operazione richiede non una presenza simbolica, ma una task force navale integrata capace di bonifica delle mine, scorta ai convogli e proiezione di credibilità coercitiva. Agire con un singolo cacciamine equivale a essere presenti senza contare; agire con un gruppo navale significa essere un attore decisionale. L&#8217;Italia ha confermato la disponibilità a schierare fino a quattro unità: due dragamine modernizzate, un&#8217;unità di scorta e una nave di supporto logistico. Questa configurazione rispecchia la dottrina operativa MCM (<em>mine counter-measures</em>), che prevede la combinazione di unità di caccia-mine con piattaforme di protezione e rifornimento in teatro. Operare come gruppo navale consentirebbe alla Marina di svolgere un ruolo articolato: bonifica con le unità della V Divisione Navale di La Spezia, protezione con l’unità di scorta, autonomia operativa prolungata grazie alla nave supporto. Oltre a ciò non va dimenticato che l&#8217;ammiraglio <strong>Aurelio De Carolis</strong>, comandante in capo della flotta, gode di una così elevata credibilità internazionale da rappresentare un irrinunciabile fattore di potenza nei rapporti con le marine<br>partecipanti all’operazione.</p>



<ol start="2" class="wp-block-list"></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Obiettivi, esigenze operative e confronto</h2>



<p>Gli obiettivi operativi si articolano su tre livelli: bonifica delle mine con sonar, veicoli subacquei autonomi e palombari specializzati; scorta dei convogli commerciali nella fase di riapertura; mantenimento della presenza deterrente contro ulteriori<br>minamenti. La Marina eccelle nel primo livello. Con dieci unità specializzate — otto della classe Gaeta e due della classe Lerici, tutte dotate di sonar multifrequenza e droni subacquei — l&#8217;Italia è uno dei più sofisticati operatori MCM della NATO. Non è un<br>primato recente: già nell&#8217;Operazione Golfo del 1987-1988, i cacciamine italiani neutralizzarono molte mine nel Golfo Persico. Il programma CNG (Cacciamine di Nuova Generazione) da 1,6 miliardi di euro, sviluppato da Intermarine e Leonardo, conferma la continuità di questo investimento.</p>



<p>Il confronto con le altre marine rivela squilibri che vengono spesso taciuti. La Royal Navy attraversa una crisi strutturale: con appena 3-4 fregate effettivamente operative a marzo 2026, non sembra in grado di assicurare una propria adeguata presenza di<br>superficie nel Medio Oriente. Le 8 fregate FREMM italiane — tutte operative — superano quantitativamente e qualitativamente la disponibilità britannica. La Francia è l&#8217;unica marina europea con capacità autonoma di proiezione globale grazie ai suoi sottomarini nucleari, alla portaerei De Gaulle, alle basi negli Emirati e a quattro navi rifornimento moderne; sul piano MCM specifico, tuttavia, l&#8217;Italia è comparabile o superiore. Sul fronte logistico il gap italiano rimane reale — nessuna base avanzata nel Golfo — ma le nuove navi LSS Vulcano e Atlante hanno rafforzato significativamente la capacità di rifornimento, e una struttura di co-comando con la Francia renderebbe gestibile la catena logistica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la nostra Marina dovrebbe co-guidare con la Francia</h2>



<p>La tendenza a trattare l&#8217;Italia come partner di secondo rango non regge all&#8217;analisi comparativa. Le 8 fregate FREMM Bergamini, i 2 cacciatorpediniere Orizzonte, la portaerei Cavour con F-35B e l&#8217;LHD Trieste — una nave di dislocamento simile al Charles De Gaulle con le sue 38.000 tonnellate — configurano una flotta di primissimo rango europeo. Il programma di 12 nuovi cacciamine CNG e di 4-8 corvette EPC a guida italiana in ambito europeo delinea anche una marina in piena espansione qualitativa. Nella dimensione MCM, cuore dell&#8217;operazione, l&#8217;Italia ha i titoli, la tradizione e la tecnologia. La V Divisione Navale di La Spezia, la dottrina operativa maturata in decenni di bonifica, la combinazione tra scafi in fibra di vetro a bassa segnatura magnetica e droni di nuova generazione rappresentano un patrimonio che pochi paesi europei possono vantare nella stessa misura.</p>



<p>La co-guida italo-francese risponde a una logica precisa. La Francia porta ciò che all&#8217;Italia manca: basi nel Golfo, sottomarini d&#8217;attacco, capacità C4ISR autonome. L&#8217;Italia porta ciò che manca alla Francia: credibilità diplomatica con Teheran, relazioni equilibrate con i Paesi asiatici, assenza di retaggi coloniali e una componente MCM avanzata ed efficace. Una struttura di comando italo-francese non è una concessione diplomatica, ma una scelta operativamente razionale che mette in campo la somma delle rispettive eccellenze.</p>



<ol start="4" class="wp-block-list"></ol>



<h2 class="wp-block-heading">CONCLUSIONI</h2>



<p>La crisi di Hormuz non è un episodio congiunturale: è il catalizzatore di una riconfigurazione profonda degli equilibri marittimi globali. Per l&#8217;Italia rappresenta al tempo stesso una responsabilità e un&#8217;opportunità storica che non può essere sprecata nella logica della partecipazione subalterna. La Marina Militare è tecnicamente pronta: una flotta di fregate tra le più moderne d&#8217;Europa, capacità MCM importante, un programma industriale di eccellenza e una catena di comando che ha dimostrato affidabilità dal Corno d&#8217;Africa al Mediterraneo orientale. Non accettare un ruolo di co-guida sarebbe non solo una rinuncia al peso che spetta all&#8217;Italia nella <em>governance</em> marittima europea, ma una scelta contraria agli interessi nazionali di un Paese che dipende direttamente dalla stabilità di quella rotta per i suoi approvvigionamenti energetici. Il modello da perseguire è una co-leadership italo-francese nell&#8217;ambito di un mandato ONU, con l&#8217;Italia garante del settore diplomatico e MCM e la Francia garante della difesa e della logistica avanzata. Tale formula supererebbe le diffidenze iraniane verso una leadership puramente anglo-francese, coinvolgerebbe i Paesi del Golfo e dell&#8217;Asia e costruirebbe un precedente positivo per l&#8217;autonomia strategica europea nel dominio marittimo.</p>



<p>Ci auguriamo che sia finita l&#8217;epoca che vedeva marine di stati esterni al Mediterraneo allargato (UK) curare i loro interessi a scapito di quelli degli Stati che in quello scenario vivono. Sappiamo bene come le conseguenze geopolitiche create proprio da questi interventi diventino un prezzo da pagare e un problema con cui confrontarsi per anni, come l’episodio libico ci ricorda. Spesso si racconta che chi non siede al tavolo del comando è destinato a subire in silenzio. L&#8217;Italia ha i mezzi, la storia e soprattutto il dovere di dire la sua, di non essere vittima di scelte non proprie e di poter partecipare al processo decisionale quando sono in gioco le vite dei suoi militari e i suoi interessi. Il compito della classe dirigente — politica, militare e diplomatica — è di non sprecare questa opportunità, tenendo conto che una decisione in tal senso ci pone di fronte a responsabilità importanti e che non possono essere sottostimate.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>



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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/sminamento-dello-stretto-di-hormuz-perche-litalia-ha-diritto-al-comando-della-missione.html">Sminamento dello Stretto di Hormuz: perché l&#8217;Italia ha diritto al comando della missione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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