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	<title>Roberto Domini Archives - InsideOver</title>
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	<title>Roberto Domini Archives - InsideOver</title>
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		<title>Dalla sconfitta russa nel Mar Nero una lezione per le marine di tutto il mondo</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/dalla-sconfitta-russa-nel-mar-nero-una-lezione-per-le-marine-di-tutto-il-mondo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 04:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1177" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1024x628.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1536x942.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-600x368.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'esperienza bellica del Mar Nero ha dimostrato come sistemi autonomi economici e leggeri possano neutralizzare una marina convenzionale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/dalla-sconfitta-russa-nel-mar-nero-una-lezione-per-le-marine-di-tutto-il-mondo.html">Dalla sconfitta russa nel Mar Nero una lezione per le marine di tutto il mondo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1177" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Russia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1024x628.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-1536x942.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-600x368.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il Mar Nero si è imposto come l&#8217;epicentro di uno scontro sistemico in cui le tensioni storico-geografiche si intrecciano con la rapidissima metamorfosi dell&#8217;arte navale contemporanea. Bacino periferico nel trentennio successivo al crollo sovietico, <strong>la regione è tornata a essere lo snodo in cui si ridisegnano non soltanto gli equilibri di sicurezza regionali,</strong> ma gli stessi paradigmi teorici e operativi del potere marittimo globale, imponendosi come osservatorio privilegiato per comprendere il futuro della guerra sul mare. </p>



<p>La configurazione fisica del Mar Nero ne determina da sempre il valore strategico. Con una superficie di circa 436.000 Km2 (1,44 volte l’Italia), il bacino semi-chiuso comunica con il Mediterraneo attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, regolati dalla Convenzione di Montreux, e con il Mar d&#8217;Azov tramite lo stretto di Kerč. Sei Stati vi si affacciano: <strong>Ucraina, Russia, Georgia, Turchia, Bulgaria e Romania.</strong> La penisola di Crimea ne costituisce il fulcro baricentrico, e all&#8217;estremità meridionale il porto naturale di <strong>Sebastopoli rappresenta una fortezza navale dalle caratteristiche pressoché ineguagliabili. </strong>L&#8217;insenatura riparata dai venti e i fondali profondi consentono di ospitare unità di grande pescaggio e garantiscono una proiezione immediata verso il Mediterraneo orientale. Per Mosca, come emerge da diverse ricostruzioni di molti colleghi che si occupano di geopolitica marittima, <strong>la base di Sebastopoli costituisce un imperativo geopolitico ancor prima che un&#8217;infrastruttura logistica,</strong> rappresenta l&#8217;ancoraggio indispensabile della presenza russa sui mari caldi.</p>



<p>La polarizzazione del bacino riflette la frattura aperta dal conflitto russo-ucraino. Romania e Bulgaria, membri della NATO, rafforzano il fianco orientale dell&#8217;Alleanza attraverso il potenziamento delle difese integrate; la Turchia, pur legata all&#8217;Alleanza Atlantica, conserva una postura ambigua, bilanciando l&#8217;applicazione restrittiva della Convenzione di Montreux con un ruolo di mediazione autonoma tra Mosca e Kiev, come sottolineano le analisi del <em>Centro Studi Machiavelli</em> dedicate alla costruzione di corridoi marittimi atlantici tra Baltico e Mar Nero. <strong>La Federazione Russa considera il bacino un santuario strategico inalienabile e uno scudo contro l&#8217;espansione occidentale;</strong> l&#8217;Ucraina, privata di ampi tratti costieri, combatte per preservare l&#8217;accesso al mare e la propria sovranità economica; la Georgia, infine, vive in una condizione di vulnerabilità permanente, aggravata dalla presenza militare russa nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud e da fragilità politiche interne.</p>



<p>Oltre alla dimensione militare, <strong>il Mar Nero costituisce lo snodo di una vasta rete di interconnessione transcontinentale. </strong>Il bacino apre la via all&#8217;Asia centrale attraverso il sistema di canali russi che collega il Mar d&#8217;Azov al Mar Caspio, integrando così il Mediterraneo con il cuore eurasiatico. La regione è attraversata da infrastrutture energetiche di rilievo sistemico, <strong>dal gasdotto TurkStream agli oleodotti che veicolano il greggio caucasico</strong>, e da una fitta rete di cavi sottomarini per le telecomunicazioni. Le fertili pianure che la circondano costituiscono inoltre uno dei principali granai del pianeta: il controllo delle rotte commerciali condiziona pertanto, come rilevato dal <em>Corriere della Sera</em> nella cronaca del blocco russo alle esportazioni cerealicole ucraine e della successiva riapertura forzata dei corridoi, la sicurezza alimentare globale e i prezzi delle materie prime agricole sui mercati internazionali.</p>



<p>All&#8217;apertura delle ostilità, nel febbraio 2022, il rapporto di forze navali appariva radicalmente squilibrato. La Flotta russa del Mar Nero disponeva di incrociatori lanciamissili, fregate moderne, corvette e sommergibili della classe Kilo capaci di colpire con missili da crociera a lungo raggio, oltre a una consistente componente anfibia. La Marina ucraina, al contrario, aveva perduto gran parte del proprio naviglio nell&#8217;annessione della Crimea del 2014, ed era stata costretta ad autoaffondare la propria unità ammiraglia, la fregata Hetman Sahaidačnyj, per sottrarla alla cattura, come documentato dal <em>Wilson Center</em>. <strong>Da allora l&#8217;equilibrio si è progressivamente capovolto: secondo una stima di <em>Business Insider</em> ripresa dal <em>Center for Maritime Strategy</em>, quasi la metà della componente navale russa nel Mar Nero risulta oggi danneggiata o distrutta,</strong> un risultato ottenuto da un Paese privo, all&#8217;origine, di una marina convenzionale.</p>



<p><strong>Il teatro del Mar Nero si è così trasformato nel laboratorio primario di una profonda rivoluzione dottrinale nella guerra nava</strong>le. L&#8217;evento inaugurale resta l&#8217;affondamento, nell&#8217;aprile 2022, dell&#8217;incrociatore Moskva, ammiraglia della flotta russa, colpito da missili antinave lanciati da terra. A questa perdita è seguita una campagna sistematica di logoramento condotta attraverso droni marittimi di superficie, tra cui le unità denominate Sea Baby e Magura V5, capaci, secondo la ricostruzione di David Kirichenko per il <em>Center for International Maritime Security</em>, di operare a distanze superiori ai mille chilometri dal luogo di controllo/partenza e di trasportare carichi esplosivi crescenti. </p>



<p>Tra il gennaio e il maggio 2025 questi vettori hanno raggiunto un salto qualitativo ulteriore, abbattendo elicotteri Mi-8 e, una volta armati con missili Sidewinder, due caccia Su-30, un risultato che l&#8217;analista navale H. I. Sutton, citato nello stesso articolo, ha definito: “… <em>una riscrittura delle regole della guerra sul mare</em>”. L&#8217;ex comandante in capo ucraino <strong>Valerij Zalužnyj </strong>ha più volte osservato, in dichiarazioni riprese da Kirichenko, che la natura stessa della guerra contemporanea si è ormai allontanata dai modelli su cui la NATO continua a fare affidamento.</p>



<p>La Marina russa ha reagito costruendo attorno a Sebastopoli un sistema di difesa multilivello, con zone di rilevamento a lungo, medio e corto raggio, come ammesso dallo stesso comandante della Marina ucraina <strong>Oleksij Neižpapa;</strong> una risposta che, tuttavia, non ha impedito il ripiegamento delle unità maggiori russe verso i porti più remoti di Novorossijsk e Feodosia. Parallelamente, Kiev ha colpito ripetutamente il Ponte di Kerč, le raffinerie, i depositi di carburante e le infrastrutture portuali russe, mentre, secondo la testimonianza raccolta da Mark Temnycky per il <em>Center for Maritime Strategy</em>, l&#8217;impiego di mine navali trasportate dagli stessi droni ha condotto all&#8217;affondamento di ulteriori unità, tra cui una nave da sbarco di classe Ropucha e la motovedetta Sergej Kotov.</p>



<p>Questa combinazione di sistemi economici, leggeri e rapidamente replicabili ha permesso a un Paese privo di flotta convenzionale di praticare ciò che la letteratura strategica definisce <em>sea denial</em> asimmetrico: non il controllo del mare, ma la negazione del suo uso sicuro all&#8217;avversario. Rudraksh Pathak, in un&#8217;analisi pubblicata da <em>CIMSEC</em>, ha ricondotto questo fenomeno a una rilettura contemporanea della teorica ottocentesca della Jeune École, sostenendo che la minaccia più seria per le unità maggiori non sia più la marina avversaria in quanto tale, bensì <strong>la massa di sistemi autonomi a basso costo capace di esaurire le difese di bordo.</strong> Pathak descrive questo squilibrio come una autentica trappola dell&#8217;intercettore: ogni unità di superficie è costretta a impiegare missili da difesa aerea dal valore di milioni di dollari contro bersagli che ne costano poche decine di migliaia, un&#8217;asimmetria di costo che, secondo l&#8217;autore, nessuna marina tradizionale può sostenere indefinitamente. </p>



<p>Analoga lettura offre il ricercatore Dmitry Gorenburg, del <em>Center for Naval Analyses</em>, citato da Kirichenko, secondo cui <strong>l&#8217;asimmetria tra il costo dei droni e quello delle navi renderà in prospettiva sempre più fragile il vantaggio storicamente detenuto dalle grandi marine.</strong> <strong>Le medesime lezioni stanno già orientando i programmi di riarmo internazionale</strong>: Taiwan ha varato il drone di superficie Endeavour Manta, esplicitamente ispirato all&#8217;esperienza ucraina e destinato alla difesa dello stretto di Formosa; la NATO ha avviato nel Baltico la Task Force X per la sorveglianza subacquea; il Dipartimento della Difesa statunitense persegue, con l&#8217;iniziativa Replicator, la produzione massiva di sistemi autonomi a basso costo, secondo quanto ricostruito dallo stesso Pathak.</p>



<p>L&#8217;esperienza bellica del Mar Nero ha dunque inaugurato, a tutti gli effetti, l&#8217;era del <em>sea denial</em> asimmetrico, dimostrando come sistemi autonomi economici, leggeri e impiegati in massa possano neutralizzare le <em>capital ship</em>s tradizionali e compromettere la libertà d&#8217;azione di una grande marina convenzionale. <strong>Le lezioni maturate in questo bacino stanno imponendo agli stati maggiori delle principali marine mondiali una revisione radicale delle dottrine operative</strong>, dei criteri di progettazione delle unità di superficie e degli schemi di difesa di punto. Il Mar Nero si conferma pertanto non soltanto uno snodo geografico cruciale per la stabilità euroasiatica, ma il campo sperimentale in cui si va delineando l&#8217;architettura della guerra marittima del ventunesimo secolo, con implicazioni che travalicano ampiamente i confini regionali per investire la postura strategica nei teatri operativi dell&#8217;Indo-Pacifico e dell&#8217;Artico-Boreale.</p>
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		<title>La nostra Marina contro la flotta ombra russa: il Thaon di Revel abborda una petroliera a Ovest di Pantelleria</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/blitz-del-thaon-di-revel-a-ovest-di-pantelleria-la-marina-militare-ispeziona-una-petroliera-camerunense.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 18:57:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Militare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260802205637582_175f48cdea5a3a14a6dfe2e6ae56dd4a-600x434.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Il pattugliatore d'altura Paolo Thaon di Revel (P430), è intervenuto come nave ammiraglia dell'operazione europea Irini.</p>
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<p>Il 2 agosto 2026 l&#8217;unità italiana Thaon di Revel, ammiraglia della missione EUNAVFOR MED IRINI, ha abbordato coattivamente la petroliera Toa Payoh a Ovest di Pantelleria, riaffermando l&#8217;applicazione del diritto di visita contro la &#8220;flotta ombra&#8221; russa nel Mediterraneo centrale.</p>



<p><strong>I fatti</strong></p>



<p>L&#8217;episodio del 2 agosto costituisce l&#8217;ultimo, in ordine cronologico, di una sequenza di interventi coercitivi condotti dalla Marina Militare contro il naviglio riconducibile alla cosiddetta &#8220;flotta ombra&#8221; russa, l&#8217;insieme eterogeneo di petroliere che, ricorrendo a registrazioni di comodo, cambi di bandiera fraudolenti e opacità proprietarie, elude sistematicamente il regime sanzionatorio occidentale sul greggio di Mosca.</p>



<p>Il pattugliatore polivalente d&#8217;altura Paolo Thaon di Revel (P430), unità capoclasse del programma Fincantieri caratterizzata dalla prua a doppio bulbo idrodinamico e dal ponte di comando integrato, operava in qualità di nave ammiraglia dell&#8217;operazione europea Irini, la missione dell&#8217;Unione Europea originariamente concepita per il controllo dell&#8217;embargo sulle armi in Libia e progressivamente estesa, tra maggio e giugno 2026, al monitoraggio delle rotte petrolifere sanzionate.</p>



<p>L&#8217;abbordaggio si è verificato in acque internazionali del Mediterraneo centrale, dove la petroliera Toa Payoh, battente bandiera del Camerun, si trovava, dopo essere partita il 16 luglio dal Benin, con destinazione dichiarata Istanbul. Il fondato sospetto di un utilizzo fraudolento del registro camerunense per mascherare l&#8217;effettiva nazionalità del mercantile ha indotto il quartier generale operativo di Irini ad autorizzare l&#8217;esercizio del diritto di visita, previsto dall&#8217;articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).</p>



<p>Determinante è stato il rifiuto iniziale del comandante della nave di cooperare con le richieste radio, circostanza che ha reso necessario un intervento di forza mirato, con la discesa rapida di un team di ispezione dall&#8217;elicottero di bordo e il coinvolgimento dei fucilieri della Brigata Marina San Marco.</p>



<p>L&#8217;ammiraglio di divisione Marco Casapieri, <em>Operation Commander</em> della missione dal quartier generale strategico di Roma-Centocelle, ha confermato la dinamica dei fatti in un&#8217;intervista al Tg1, mentre la conduzione tattica sul campo è stata assicurata dal contrammiraglio Andrea Bielli, <em>Force Commander</em> imbarcato, che dal 1° aprile 2026 ha assunto la guida della Task Force 464 succedendo al collega greco Pollatos.</p>



<p>L&#8217;episodio segue di dodici giorni l&#8217;analogo abbordaggio, sempre condotto dal Thaon di Revel, della petroliera MV South Star al largo della Sicilia, e si inserisce in una cronologia più ampia che include l&#8217;intervento francese sulla MT Deliver del 26 giugno e la prima ispezione ufficiale del 7 giugno verso la MV Sandhya, quest&#8217;ultima realizzata sotto le nuove linee guida di ingaggio approvate dal Consiglio dell&#8217;Unione Europea proprio per contrastare la dark fleet.</p>



<p><strong>Conseguenze geopolitiche e marittime</strong></p>



<p>Sul piano geopolitico, l&#8217;abbordaggio della Toa Payoh conferma la trasformazione del Mediterraneo centrale in uno spazio conteso di enforcement sanzionatorio, dove l&#8217;Unione Europea sperimenta strumenti giuridici sinora impiegati con parsimonia. L&#8217;estensione del mandato di Irini oltre l&#8217;originaria missione libica segnala una ricalibratura strategica di fondo: la sicurezza marittima europea si salda ora esplicitamente alla politica sanzionatoria verso la Russia, superando la tradizionale distinzione tra missioni di embargo regionale e strumenti di pressione economica globale. Tale saldatura produce un effetto di precedente giuridico-politico: applicare sistematicamente l&#8217;articolo 110 UNCLOS contro mercantili sospettati di falso registro normalizza, agli occhi della comunità internazionale, un uso più assertivo del diritto di visita, che potrebbe in futuro essere invocato da altre coalizioni per finalità sanzionatorie analoghe, con il rischio di un&#8217;escalation reciproca di prassi coercitive in mare.</p>



<p>Contestualmente, la persistenza della flotta ombra, nonostante l&#8217;intensificazione dei controlli, dimostra la resilienza adattiva della rete logistica russa, capace di rigenerare rapidamente coperture di bandiera alternative, spesso presso registri aperti di Stati terzi con limitata capacità di verifica.</p>



<p>Sul versante propriamente marittimo, l&#8217;episodio rafforza la centralità dei colli di bottiglia del Mediterraneo centrale — l&#8217;area tra il Canale di Sicilia, Pantelleria e Malta — quale nodo cruciale per il controllo dei flussi energetici globali, ridisegnando implicitamente la geografia del potere marittimo europeo attorno a tali strozzature. La convergenza di più marine nazionali (italiana, francese, greca, tedesca) in un&#8217;unica cornice operativa consolida una forma di governance marittima multilaterale che eccede la funzione di polizia navale, configurandosi come strumento di affermazione della presenza europea in acque contese.</p>



<p>Infine, la vicenda alimenta la competizione normativa tra registri navali, poiché gli armatori legati alla rete sanzionata saranno indotti a migrare verso bandiere meno esposte alla pressione diplomatica occidentale, con effetti duraturi sulla mappa globale della <em>flag of convenience economy</em> e sulla credibilità dei registri africani coinvolti.</p>



<p><strong>Conseguenze strategiche</strong></p>



<p>Sotto il profilo strategico, l&#8217;episodio rafforza la proiezione operativa della Marina Militare quale attore di riferimento nell&#8217;architettura di sicurezza marittima europea, grazie alla disponibilità di unità di ultima generazione come i pattugliatori polivalenti d&#8217;altura, capaci di coniugare sorveglianza, deterrenza e capacità di intervento coercitivo.</p>



<p>La struttura di comando duale, con l&#8217;Operational Headquarters di Roma e il Force Headquarters imbarcato, esemplifica un modello di comando decentrato che integra pianificazione strategica e reattività tattica, sostenuto da un&#8217;architettura multinazionale che coinvolge Grecia, Francia, Germania e Romania, oltre al supporto aereo e satellitare di SatCen e Frontex.</p>



<p>L&#8217;episodio rafforza altresì la dottrina emergente della Maritime Domain Awareness quale pilastro imprescindibile per l&#8217;applicazione effettiva delle sanzioni, ridefinendo il perimetro operativo delle missioni navali europee.</p>



<p><strong>Conclusioni</strong></p>



<p>L’operazione condotta a ovest di Pantelleria conferma il ruolo centrale del Mediterraneo quale teatro prioritario per la sicurezza e la legalità internazionale.</p>



<p>In questo scenario complesso, emerge con straordinaria forza l’elevatissima professionalità degli equipaggi della Marina Militare e del team d’ispezione della Brigata Marina San Marco. L’impeccabile condotta tattica, la prontezza operativa e la precisione esecutiva dimostrate durante l’abbordaggio coattivo della Toa Payoh testimoniano l&#8217;eccellenza e il rigore addestrativo del personale imbarcato sulla nave ammiraglia Thaon di Revel.</p>



<p>Il successo e il valore strategico dell&#8217;intervento sono stati rimarcati con grande enfasi dallo stesso Ministro della Difesa, che ha espresso parole di vivo plauso ed profonda ammirazione per l’evento. Il Ministro ha lodato l&#8217;efficacia dell&#8217;azione e l’impegno profuso dagli uomini e dalle donne in divisa, evidenziando come la loro perizia costituisca un motivo di orgoglio nazionale e un pilastro fondamentale per la credibilità dell&#8217;Italia e dell&#8217;Unione Europea nel contrasto alla flotta ombra russa. Un plauso istituzionale che suggella l&#8217;eccellenza operativa di una missione chiave per il rispetto del diritto del mare.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva.&nbsp;Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia.&nbsp;</em></p>



<p><strong>Fonte</strong></p>



<p>Redazione, &#8220;Nave Thaon di Revel abborda petroliera della flotta ombra russa a Pantelleria&#8221;, ANSA / Ministero della Difesa-Operazione EUNAVFOR MED IRINI, 2 agosto 2026. URL: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/02/nave-della-marina-italiana-abborda-una-petroliera-della-flotta-ombra_c93a593b-b3bc-494c-a2f7-1cbdca2cb003.html</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/blitz-del-thaon-di-revel-a-ovest-di-pantelleria-la-marina-militare-ispeziona-una-petroliera-camerunense.html">La nostra Marina contro la flotta ombra russa: il Thaon di Revel abborda una petroliera a Ovest di Pantelleria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Riarmo e minaccia russa: se gli europei non vogliono combattere una ragione c&#8217;è</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/riarmo-e-minaccia-russa-se-gli-europei-non-vogliono-combattere-una-ragione-ce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Aug 2026 09:36:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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<p> La preparazione a una difesa credibile non può fondarsi sulla costruzione artificiale della paura, ma su un disegno strategico. </p>
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<p>Un recente editoriale di <strong>Nathalie Tocci </strong>apparso su <em>The Economist</em> pone una domanda che l&#8217;Europa preferirebbe non porsi: possiede il continente, oltre ai mezzi materiali, la determinazione psicologica necessaria ad affrontare un&#8217;eventuale <em>escalation </em>con la Russia? La domanda merita una risposta che vada oltre l&#8217;impressione giornalistica, perché le tensioni odierne tra Mosca e le cancellerie europee riproducono, con inquietante fedeltà, la struttura che <strong>Christopher Clark </strong>ha descritto per l&#8217;estate del 1914: due blocchi rigidi e contrapposti, un gioco di alleanze che rischia di sottrarre ai leader politici il controllo dei tempi dell&#8217;escalation, una retorica pubblica che presenta il conflitto come fatalità storica anziché come scelta evitabile, e la cosiddetta trappola della mobilitazione, per cui esercitazioni, dispiegamenti e sabotaggi vengono letti da ciascuna parte come minacce offensive anche quando concepiti in chiave difensiva. <strong>Anche l&#8217;illusione della guerra breve torna a manifestarsi,</strong> la convinzione che la superiorità tecnologica o morale possa garantire una rapida risoluzione dello scontro, la stessa illusione che nel 1914 condusse a quattro anni di logoramento nelle trincee anziché alla vittoria annunciata per Natale. Resta, a differenza di allora, l&#8217;arsenale nucleare, che agisce da freno razionale sebbene il margine di errore si assottigli con l&#8217;intensificarsi del confronto ibrido.</p>



<p>Le relazioni internazionali offrono più chiavi per comprendere perché gli Stati arrivino alla guerra, e nessuna di esse esaurisce da sola il fenomeno attuale. Il realismo strutturale di <strong>Kenneth Waltz </strong>individua nel dilemma della sicurezza la spirale che l&#8217;anarchia internazionale alimenta inevitabilmente; la teoria della scelta razionale di James Fearon vede nell&#8217;asimmetria informativa e nell&#8217;incapacità di impegni credibili la causa profonda dei conflitti; le letture di matrice marxista, da Hobson a Lenin, riconoscono nell&#8217;espansione la ricerca di mercati e materie prime, componente non estranea alle attuali dispute energetiche; la <em>diversionary war theory </em>di <strong>Jack Levy </strong>mostra come il conflitto esterno possa servire a ricompattare il consenso interno; il costruttivismo di Alexander Wendt ricorda la componente identitaria e valoriale della guerra; il realismo classico, da Tucidide a Morgenthau, ne colloca la radice nella natura umana stessa. Solo la sovrapposizione di questi livelli, sistemico, statuale e individuale, restituisce un quadro credibile della crisi russo -europea.</p>



<p>Su questa base si costruiscono le argomentazioni a favore di una piena mobilitazione europea: la credibilità dell&#8217;articolo 5 del Trattato Atlantico, la cui esitazione dissolverebbe la deterrenza collettiva; la logica costi-benefici che dovrebbe rendere sistematicamente sfavorevole al Cremlino qualsiasi opzione militare; la percezione, di matrice costruttivista, che la ridefinizione dei confini con la forza equivalga a un ritorno al puro dominio del più forte; <strong>l&#8217;interesse economico di lungo periodo a non lasciare che una Russia egemone sull&#8217;Europa orientale controlli risorse energetiche e agricole critiche;</strong> e la memoria storica dell&#8217;<em>appeasement</em> degli anni Trenta, che spinge le cancellerie a leggere ogni cedimento non come prudenza ma come incentivo a ulteriori rivendicazioni.</p>



<p>La teoria della transizione di potere, elaborata da Organski e sviluppata da Robert Gilpin, aiuta a collocare i due attori: <strong>la Russia, percependo l&#8217;ordine post -1991 come imposizione unilaterale </strong>che ne ha ridimensionato lo status, si comporta da potenza revisionista, mentre l&#8217;Europa, priva di interesse a modificare un assetto che le ha garantito settant&#8217;anni di pace relativa, resta custode dello status quo (che però non è più quello dei decenni precedenti). La finestra di opportunità teorizzata da Gilpin, e la trappola di Tucidide resa celebre da <strong>Graham Allison</strong>, spiegano perché le potenze in transizione, reali o percepite, tendano ad agire prima che l&#8217;avversario si consolidi; a ciò si somma la componente identitaria per cui l&#8217;umiliazione storica alimenta narrazioni di riscatto nazionale capaci di trasformare l&#8217;aggressione in atto percepito come legittimo.</p>



<p>A precedere, accompagnare e talvolta sostituire l&#8217;azione cinetica vi è oggi un dominio operativo autonomo, la guerra cognitiva, intesa come l&#8217;insieme delle operazioni volte a orientare percezioni, emozioni e decisioni delle popolazioni e delle leadership avversarie. Sul fronte russo essa si manifesta nella disinformazione sistematica, nell&#8217;amplificazione delle divisioni interne alle società occidentali e nell&#8217;uso della minaccia nucleare come strumento di paralisi psicologica; <strong>sul fronte occidentale nell&#8217;amplificazione mediatica della minaccia per legittimare il riarmo e i sacrifici fiscali </strong>richiesti ai cittadini. Il terreno è sostanzialmente simmetrico, ed è questa simmetria a rendere la percezione pubblica del rischio bellico uno strumento di politica non meno rilevante degli arsenali convenzionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ma Mosca minaccia <strong>Kyiv</strong>, non Roma</h2>



<p>È proprio su questo terreno che l&#8217;editoriale di Tocci mostra i propri limiti. L&#8217;autrice documenta con precisione l&#8217;aumento dei bilanci della Difesa sancito al vertice NATO di Ankara, cresciuto proporzionalmente di più nell&#8217;Europa settentrionale e orientale ; richiama <strong>il sondaggio Gallup del 2024 secondo cui un terzo dei cittadini europei non combatterebbe in caso di aggressione</strong>, <strong>con l&#8217;Italia ultima in classifica al 78 per cento;</strong> ricostruisce l&#8217;ipotesi, poi accantonata, di una forza di rassicurazione europea in Ucraina, proposta non per utilità militare ma per valore psicologico; e riporta la testimonianza di un ex funzionario ucraino secondo cui la resilienza di Kyiv discende dalla condizione stessa di essere in guerra, non da un coraggio superiore.</p>



<p>Da qui la conclusione, paradossale ma coerente con la letteratura sulla deterrenza, che <strong>minore sarà la probabilità di dover combattere quanto maggiore sarà la preparazione a farlo. </strong>Eppure l&#8217;editoriale non spiega mai perché un attacco russo diretto all&#8217;Europa risulterebbe coerente con una logica strategica evidente: <strong>Mosca è aggressiva verso Kyiv, non verso Lisbona o Roma, e la differenza non è marginale. </strong>La riluttanza degli europei a combattere, in particolare degli italiani, non discende da vigliaccheria ma da <strong>una lucida sfiducia verso classi dirigenti che propongono il riarmo senza un disegno strategico verificabile</strong>, in un momento in cui il comparto industriale europeo trova nella spesa militare una via di sopravvivenza economica più che una risposta a una minaccia puntualmente dimostrata. <strong>Bollare come filo -russi o vigliacchi i cittadini scettici elude il problema reale. </strong>Ma il passaggio più problematico resta la proposta di inviare truppe europee in Ucraina non per utilità militare bensì per abituare psicologicamente i cittadini all&#8217;idea della guerra: un&#8217;ammissione che trasforma la vita dei soldati in strumento pedagogico di massa.</p>



<p>Accolte acriticamente, <strong>tali premesse normalizzano un&#8217;escalation percettiva che precede, e in parte sostituisce, la valutazione oggettiva della minaccia, </strong>dirottando bilanci della Difesa secondo criteri di panico piuttosto che di pianificazione razionale e indebolendo, anziché rafforzare, la deterrenza estesa. Vale qui il richiamo del generale <strong>Stanley McChrystal,</strong> che in una recente intervista ha indicato tre rischi per qualsiasi forza armata: la politicizzazione dei vertici su base ideologica anziché meritocratica, l&#8217;erosione della cultura del dovere proprio nelle grandi crisi, e la distanza tra un esercito di soli volontari e la società che dovrebbe rappresentare. Impiegare le forze armate senza un consenso spontaneo, a fini pedagogici anziché strategici, rischia di accelerare esattamente la rottura di fiducia tra mondo militare e cittadini che si vorrebbe scongiurare. <strong>La preparazione necessaria a una difesa credibile, in altre parole, non può fondarsi sulla costruzione artificiale della paura,</strong> ma su un disegno strategico che i cittadini possano riconoscere come proprio. Distinguere tra preparazione necessaria e mobilitazione psicologica fine a se stessa non è un esercizio accademico: è la condizione stessa perché la deterrenza resti credibile, perché il consenso popolare al riarmo si fondi su ragioni verificabili anziché su un clima di panico indotto, e perché il legame tra forze armate e società civile, già messo alla prova ovunque in Occidente, non venga ulteriormente eroso proprio nel momento in cui servirebbe più solido.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>
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		<title>Heartland vs. Rimland: le linee di faglia nella guerra per il prossimo ordine globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/heartland-vs-rimland-le-linee-di-faglia-nella-guerra-per-il-prossimo-ordine-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 23:13:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Marina Militare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="cina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/07/cina-2-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Perché il vantaggio materiale della coalizione a guida statunitense non si traduce automaticamente in vantaggio strategico. </p>
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<p><em>Sintesi del saggio di Michael Beckley e Hal Brands, Foreign Affairs, 23 giugno 2026</em></p>



<p><em>Questo argomento ci sta molto a cuore da quando nel 2013 la Cina ha annunciato il programma di una “nuova via della seta”, un modo al passo con i tempi che aveva l’obiettivo di ricostruire il controllo delle vie di comunicazione euro-asiatiche ottenuto con la forza dai mongoli nel Medioevo. L&#8217;analisi di Ludovico Domini, del CESMAR su CIMSEC sottolinea come la crisi nello Stretto di Hormuz del 2026 abbia riaffermato la centralità del controllo nodale sul Rimland rispetto alla superiorità navale classica, un aspetto a lungo trascurato nella strategia marittima. Il conflitto evidenzia lo scontro strutturale tra potenze euro-asiatiche e marittime, dove sistemi asimmetrici A2/AD permettono il controllo dei nodi logistici chiave, ridimensionando le dottrine di Mahan e Mackinder. In questo contesto, anche la guerra in Ucraina si configura come un tassello fondamentale delle tensioni euro-asiatiche per il dominio e il contenimento dell&#8217;Heartland, confermando che il controllo dei nodi nevralgici dominerà la geopolitica futura.</em></p>



<p><em>L’affermazione finale al saggio pubblicato sul CIMSEC riprende e adatta alla situazione attuale la storica frase di Mackinder e il suo successivo sviluppo a cura di Spykman diventando quindi:“<strong>Chi controlla i chokepoint e gli hub nodali domina il Rimland; chi connette l&#8217;Eurasia domina l’Heartland e governa i destini del mondo”.</strong></em></p>



<p>Il saggio di Beckley e Brands rilegge le categorie geopolitiche classiche di <strong>Halford Mackinder </strong>e <strong>Nicholas Spykman </strong>per interpretare la contesa contemporanea tra un blocco continentale euroasiatico &#8211; imperniato su <strong>Cina, Russia, Iran e Corea del Nord </strong>&#8211; e una coalizione marittima a guida statunitense che tiene insieme <strong>Nord America, Europa e Indo-Pacifico.</strong> La tesi centrale è che l&#8217;Heartland odierno sia al tempo stesso aggressivo (secondo gli Stati Uniti, in quanto cerca di sostituirsi ad essi nel dominio economico del continente euro-asiatico) e strutturalmente debole, mentre il Rimland, pur superiore per risorse economiche e tecnologiche, soffra di una frammentazione politica che ne compromette la coerenza strategica.</p>



<p>Gli autori descrivono un ordine internazionale attraversato da una faglia antica quanto la geopolitica moderna. Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, circondati da una costellazione di regimi minori che va dalla Bielorussia al Myanmar, <strong>occupano oggi il ruolo che fu della Francia napoleonica, della Germania guglielmina e dell&#8217;Unione Sovietica</strong>; gli Stati Uniti, eredi del ruolo che fu del Regno Unito, restano l&#8217;unico perno capace di tenere insieme <strong>l&#8217;arco costiero che contiene il supercontinente euroasiatico.</strong> In realtà la politica statunitense &#8211; un <em>dividi et impera</em> di stampo moderno &#8211; assomiglia molto a quella britannica è ha come obiettivo il contrasto a qualsiasi alleanza sul continente euro-asiatico che possa mettere a rischio il loro dominio marittimo. A differenza degli imperi del passato, tuttavia, l&#8217;Heartland attuale, secondo gli autori, non è un blocco monolitico, bensì un insieme transazionale di regimi accomunati più dal risentimento condiviso verso l&#8217;ordine liberale che da un&#8217;ideologia comune: Pechino, Mosca, Teheran e Pyongyang collaborano intensamente sul piano economico, tecnologico e militare &#8211; dai microchip cinesi che sostengono l&#8217;economia russa, ai droni iraniani e ai missili nordcoreani impiegati nella guerra in Ucraina &#8211; senza però costituire un&#8217;alleanza di mutua difesa, come dimostrato dal fatto che, nella guerra in Iran, Pechino e Mosca hanno offerto a Teheran solo assistenza tecnica e di intelligence.</p>



<p>Questa natura transazionale limita la solidarietà dell&#8217;asse ma ne riduce anche il rischio di frattura ideologica, <strong>consentendo partnership flessibili con stati cerniera come India e Arabia Saudita.</strong> L&#8217;Heartland dispone oggi di strumenti sconosciuti ai suoi predecessori &#8211; attacchi informatici, capacità antisatellite, missilistica di precisione, controllo cinese delle terre rare. <strong>Il Rimland, invece, resta materialmente dominante, producendo circa metà del PIL mondiale contro il 20% dell&#8217;Heartland </strong>e controllando l&#8217;85% dei flussi finanziari globali, ma appare politicamente frammentato da tensioni interne, impulsi protezionistici statunitensi e riluttanza di alcuni alleati, come emerso durante la crisi con l&#8217;Iran. Per Washington, concludono gli autori, la sfida non è allargare la coalizione ma renderla coerente, attraverso una redistribuzione delle capacità industriali e tecnologiche e una base industriale della difesa integrata tra Nord America, Europa e Indo-Pacifico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Via della Seta e terre rare</h2>



<p>Il saggio insiste anche sulla dimensione tecnologica della sfida cinese-la cosiddetta &#8220;Via della Seta Digitale&#8221;, fatta di reti 5G e 6G, piattaforme come Alipay e WeChat Pay, sistemi di sorveglianza esportati globalmente e modelli d&#8217;intelligenza artificiale come DeepSeek e Qwen. <strong>Ma è anche fondamentale il controllo cinese delle materie prime critiche</strong>, circa il 60% dell&#8217;estrazione mondiale di terre rare e oltre l&#8217;80% della loro lavorazione, sebbene gli sforzi di diversificazione di Giappone e Stati Uniti stiano progressivamente erodendo tale monopolio.</p>



<p>Sul versante russo, la quota di gas verso l&#8217;Unione Europea è crollata dal 45% al 12% dopo l&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina, mentre gli Stati Uniti, divenuti primo produttore mondiale di petrolio e gas, hanno visto crescere le proprie esportazioni durante la guerra in Iran. <strong>Resta netto il divario tecnologico:</strong> Stati Uniti e alleati catturano l&#8217;85% dei profitti mondiali nell&#8217;industria avanzata contro appena il 6% della Cina, che pur essendo primo produttore manifatturiero al mondo dipende ancora da architetture d&#8217;intelligenza artificiale e semiconduttori occidentali.</p>



<p>Sul piano geopolitico, <strong>la novità sostanziale è che l&#8217;Heartland euroasiatico non persegue più un dominio territoriale diretto</strong>, ma una revisione dell&#8217;ordine internazionale attraverso strumenti ibridi-infrastrutture, debito, tecnologia, coercizione economica-che rendono sempre più sfumato il confine tra competizione pacifica e conflitto latente, come dimostra la pressione &#8220;di zona grigia&#8221; esercitata dalla Cina. L&#8217;assenza di un collante dottrinale rende l&#8217;Heartland più elastico nelle alleanze periferiche ma meno capace di disciplina interna; <strong>crescono di rilievo gli &#8220;Stati cerniera&#8221; </strong>il cui allineamento resta negoziabile. </p>



<p>Il paradosso più insidioso per l&#8217;Occidente è che l&#8217;Heartland, pur più debole, resta coeso attorno a un obiettivo negativo condiviso, mentre il Rimland, materialmente superiore, è frenato da polarizzazione interna e da un&#8217;amministrazione statunitense percepita da alcuni alleati come imprevedibile. La verità è che la Cina si espande non più in due direzioni ma in tre-terra, mare e spazio digitale-imponendo all&#8217;analisi geopolitica contemporanea di includere cavi sottomarini, pagamenti digitali e sistemi d&#8217;IA come nuovi teatri di competizione.</p>



<p>Secondo gli autori dell’articolo, sotto il profilo strategico, <strong>il compito più urgente per Washington è il rafforzamento delle barriere militari avanzate lungo la prima catena di isole del Pacifico</strong> e il fianco orientale della NATO, gravato in gran parte su un ristretto numero di alleati di prima linea. Gli autori propongono di trasformare la deterrenza di prima linea in resistenza pluriennale, fondata su una base industriale della difesa distribuita secondo il principio della &#8220;ridondanza senza autarchia&#8221;, e di istituzionalizzare scale di escalation economica prevedibili anche in assenza di un&#8217;alleanza formale. Entro la metà degli anni Trenta, inoltre, Washington fronteggerà avversari nucleari revisionisti su entrambe le estremità dell&#8217;Eurasia con sistemi ipersonici capaci di eludere le difese esistenti-uno scenario che investe direttamente la credibilità degli impegni di sicurezza estesa offerti agli alleati, Italia compresa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I compiti dell&#8217;Italia</h2>



<p>Sul piano marittimo, il Rimland esiste anzitutto come costruzione basata su rotte commerciali e libertà di navigazione garantite storicamente dal potere navale angloamericano. La Cina ha raccolto la sfida con la marina più numerosa al mondo, una guardia costiera che supera le flotte asiatiche rivali e una cantieristica capace di superare l&#8217;intero resto del mondo messo insieme, evolvendo da una dottrina &#8220;anti-marina&#8221; verso una proiezione oceanica imperniata su gruppi portaerei multipli, mentre la <em>Belt and Road Initiative</em> ha generato una rete portuale dalla Thailandia alla Grecia potenzialmente convertibile in basi logistiche globali. Anche in questo caso niente di nuovo: <strong>storicamente le basi navali britanniche prima e statunitensi dopo si sono sviluppate lungo il Rimland</strong> e così sta cercando di fare la Cina. Il Rimland trae forza dall&#8217;autosufficienza energetica nordamericana, che ha ridotto l&#8217;esposizione ai colli di bottiglia geografici: solo il 7% del greggio importato dagli Stati Uniti transita per Hormuz, contro quasi metà delle importazioni cinesi, un&#8217;asimmetria che rappresenta una leva potenziale per il Rimland. Resta aperta la questione della sicurezza dei cavi sottomarini e delle infrastrutture portuali europee, e la fragilità delle infrastrutture energetiche russe conferma che anche una potenza continentale dipende da nodi marittimi vulnerabili.</p>



<p>Per l&#8217;Italia, collocata al centro del Mediterraneo allargato, le tesi del saggio impongono vigilanza sulla resilienza delle infrastrutture portuali, energetiche e digitali, <strong>dal Pireo a Trieste; offrono un&#8217;opportunità per Fincantieri e Leonardo </strong>di inserirsi nelle catene produttive integrate di NATO e UE; richiamano Roma a un impegno più strutturato nella condivisione degli oneri di sicurezza collettiva, in linea con una dottrina strategica nazionale coerente e a connotazione marittima. Confermano poi come l&#8217;interesse nazionale a preservare la libertà di navigazione attraverso Suez e Bab el-Mandeb, anche tramite il rafforzamento di partnership regionali come quella con la Grecia.</p>



<p>In conclusione, il vantaggio materiale della coalizione a guida statunitense non si traduce automaticamente in vantaggio strategico se non sorretto da una coerenza politica oggi fragile. La lezione per i decisori occidentali, Italia compresa, è che <strong>la scala non basta: </strong>occorre trasformare la superiorità economica in architettura di sicurezza condivisa, redistribuendo capacità industriali e rafforzando la resilienza delle infrastrutture critiche che tengono insieme il sistema del Rimland.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/heartland-vs-rimland-le-linee-di-faglia-nella-guerra-per-il-prossimo-ordine-globale.html">Heartland vs. Rimland: le linee di faglia nella guerra per il prossimo ordine globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2026 07:12:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La tesi provocatoria di Gideon Rose (Foreign Affairs): le nostre guerre non sono eventi inediti ma repliche di un copione già scritto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1388" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="guerra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-300x217.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1024x740.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-768x555.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-1536x1110.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/guerra-600x434.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Gideon Rose</strong>, già direttore di <em>Foreign Affairs</em>, non si limita ad analizzare la geopolitica: ne legge le cicatrici. La sua tesi è tanto lucida quanto provocatoria: le guerre che incendiano il 2026 non sono eventi inediti, ma repliche di un copione già scritto. <strong>Per Rose, i leader mondiali sono convinti di guidare la storia, ma in realtà sono prigionieri di strutture belliche</strong> che ne vincolano le scelte. Ignorare questi schemi significa condannarsi a ripetere gli errori dei propri predecessori. Il parallelo più inquietante riguarda l’Iran, che Rose descrive come il &#8220;Vietnam del XXI secolo&#8221;. La traiettoria di <strong>Donald Trump </strong>oggi ricorda quella di <strong>Lyndon Johnson </strong>nel 1963: un presidente trascinato in un conflitto nel tentativo di neutralizzare una minaccia crescente. Dopo i raid del 2025 volti a smantellare il programma nucleare di Teheran, l’attacco congiunto USA-Israele del febbraio 2026 ha inferto colpi durissimi, portando all’uccisione della Guida Suprema Khamenei. Eppure, il regime non è crollato.</p>



<p>Passato nelle mani del figlio Mojtaba, il potere iraniano ha risposto con l&#8217;arma del ricatto energetico, chiudendo lo Stretto di Hormuz e mettendo in ginocchio l’economia globale. <strong>Trump si ritrova così nella medesima trappola che inghiottì Nixon:</strong> erede di un’escalation senza una strategia d&#8217;uscita onorevole. Nonostante la mediazione del Pakistan, il dialogo è un binario morto; i costi umani e politici salgono, mentre il margine di manovra diplomatica si assottiglia ogni giorno di più.</p>



<p>Se l’Iran evoca le giungle del Sud-Est asiatico, <strong>l’Ucraina riflette lo stallo dei ghiacci coreani. Dal 2022 a oggi, il conflitto ha seguito lo schema della Guerra di Corea</strong>: grandi avanzate, ritirate repentine e infine un logorante stallo lungo linee che non si muovono più. Trump ha tentato la prova di forza, minacciando Kiev di tagliare i rifornimenti e offrendo a Mosca il controllo dei territori occupati, ma la realtà del fronte si è dimostrata più ostinata della volontà politica. Secondo Rose, non ci sarà un vincitore assoluto, ma un armistizio che cristallizzerà il confine attuale, t<strong>rasformando l’Ucraina in una nuova Corea divisa da una pace armata e amara.</strong></p>



<p>Il monito di Rose è un richiamo all&#8217;umiltà per chi siede nelle &#8220;war room&#8221;: la storia non è fatta di eventi isolati, ma di strutture profonde. Capire che il Vietnam e la Corea sono ancora tra noi è l&#8217;unico modo per non farsi travolgere dal loro ritorno.</p>



<p>Rose evidenzia inoltre tre elementi trasversali a tutti e quattro i conflitti: la deterrenza nucleare come strumento di pressione senza mai un reale impiego; le tensioni interne alle coalizioni, dove le grandi potenze finiscono per imporre accordi ai partner minori recalcitranti; e la pericolosa illusione dei leader di poter ottenere facilmente obiettivi politici attraverso la forza militare, sottovalutando la resilienza e la determinazione dell&#8217;avversario.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose non è solo una lezione di storia; è un monito sulla fragilità del potere. Quando guardiamo all’Iran e all’Ucraina, non stiamo solo osservando dei conflitti regionali, ma stiamo assistendo al test di sforzo della leadership globale. Le implicazioni che Rose trae da queste crisi scuotono le fondamenta della geopolitica moderna, toccando nervi scoperti come la credibilità americana e la paura atomica.</p>



<p>Il primo grande tema è il fantasma del declino. Come accadde dopo la caduta di Saigon, <strong>oggi si torna a parlare degli Stati Uniti come di un &#8220;impero al tramonto&#8221;.</strong> Rose cita le cronache del <em>New York Times</em>, dove la percezione cinese di un’America a guida Trump appare quella di una potenza in ritirata. Eppure, l’autore ci invita a non correre troppo nel celebrare i funerali dell’egemonia statunitense. La storia è ciclica: <strong>anche dopo il Vietnam l’America sembrò finita, salvo poi rigenerarsi grazie al dinamismo del suo capitalismo e alla resilienza della sua democrazia. </strong>Il messaggio è chiaro: non sottovalutate mai la capacità di un sistema aperto di imparare dai propri errori.</p>



<p>Tuttavia, c’è un’ombra più cupa che si allunga sul futuro: la corsa all’atomo. Rose mette a nudo un paradosso brutale che ogni piccolo Stato sta osservando con terrore. La lezione di questi anni è un tragico sillogismo: l’Ucraina, che rinunciò al nucleare nel 1994, è stata invasa; la Corea del Nord, che lo possiede, è intoccabile; l’Iran, che non lo ha ancora completato, giace sotto le macerie. Questo triangolo di esempi sta riscrivendo le regole della sicurezza mondiale: per molti leader, la bomba non è più un tabù, ma l’unica polizza sulla vita. Un’accelerazione proliferativa che rischia di rendere il mondo un posto infinitamente più instabile nei prossimi decenni.</p>



<p>Sul piano della strategia pura, Rose smonta il mito della &#8220;teoria del folle&#8221; (<em>madman theory</em>). <strong>L’approccio di Trump verso Teheran &#8211; fatto di minacce imprevedibili e colpi di scena &#8211; ricalca quello di Nixon e Kissinger. </strong>Ma Rose avverte: l’imprevedibilità può funzionare come tattica d’apertura, ma fallisce contro nemici determinati. L’Iran, proprio come il Vietnam del Nord, ha capito il punto debole di Washington: la pazienza. Mentre i leader americani sono incatenati ai cicli elettorali e devono rispondere a un’opinione pubblica stanca, i regimi autoritari possono permettersi di aspettare, resistendo finché l&#8217;avversario non decide che il prezzo politico del conflitto è diventato troppo alto.</p>



<p><strong>Per l’Ucraina, la prospettiva è quella di una &#8220;pace fredda&#8221;. </strong>Con milioni di vittime tra morti e feriti &#8211; una tragedia umana che richiama i numeri spaventosi della Corea &#8211; la stanchezza bellica potrebbe imporre un armistizio. Rose suggerisce che un confine congelato, simile al 38° parallelo, potrebbe rivelarsi più solido di quanto pensiamo. Non sarebbe una vittoria gloriosa, ma una stabilità pragmatica nata dall’esaurimento.</p>



<p>Infine, Rose ci svela la faccia più cinica delle alleanze: il momento in cui le grandi potenze impongono la propria volontà ai partner più piccoli. È accaduto a Seul nel 1953 e a Saigon nel 1973. <strong>Lo stesso schema sembra profilarsi all’orizzonte per Kiev e Israele. </strong>Quando gli interessi strategici globali di Washington (o Mosca) divergeranno dalla lotta per la sopravvivenza dei loro alleati, saranno i piccoli a dover ingoiare il rospo di una pace sgradita. Perché alla fine, nella scacchiera della storia, il sacrificio dei pedoni è spesso il prezzo che i re pagano per chiudere la partita.</p>



<p><strong>In questo contesto l’Italia affronta una duplice sfida strategica. </strong>La crisi di Hormuz minaccia il Mediterraneo, arteria vitale per i nostri commerci ed energia: <strong>anche un accordo precario lascerebbe l&#8217;economia italiana esposta a tensioni costanti.</strong> Sul fronte ucraino, l’armistizio &#8220;alla coreana&#8221; congelerebbe una ferita aperta alle porte dell&#8217;Europa. Con il progressivo disimpegno americano dalla NATO, l&#8217;onere della sicurezza &#8211; tra pattugliamenti, deterrenza e ricostruzione &#8211; ricadrà direttamente sull’UE e anche sull’Italia. Senza l’ombrello di Washington, la stabilità del continente diventa una responsabilità diretta e costosa, costringendo il nostro Paese a un inedito protagonismo politico e militare per proteggere i propri interessi nazionali.</p>



<p>L’analisi di Gideon Rose è un antidoto prezioso alla presunzione del presente. Ogni generazione è convinta di vivere tempi senza precedenti, eppure la storia documenta con imbarazzante&nbsp;chiarezza che strutture belliche simili producono quasi sempre gli stessi esiti. Non siamo &#8220;speciali&#8221;: siamo solo i nuovi attori di un copione già scritto.</p>



<p>Le proiezioni di Rose&nbsp;&#8211;&nbsp;un’Ucraina cristallizzata in un armistizio amaro e un Iran che resta una mina nucleare vagante&nbsp;&#8211;&nbsp;non sono semplici ipotesi, ma probabilità radicate nella logica del potere. Per l’Italia e per l’Europa, accettare questa realtà significa abbandonare l’illusione che &#8220;questa volta sia diverso&#8221; e prepararsi a un mondo più crudo. Saremo chiamati a presidiare una &#8220;pace fredda&#8221; alle porte dell&#8217;Est e a navigare l&#8217;instabilità cronica del Mediterraneo&nbsp;allargato&nbsp;con una consapevolezza nuova, investendo in una difesa e in una diplomazia che non possono più permettersi il lusso della delega.</p>



<p>La sfida, in fondo, non è cambiare il corso della storia, ma smettere di ignorarne le regole. Quella di Rose è una chiamata alla maturità strategica: riconoscere i riflessi del passato è l’unico modo per non farsi travolgere dal futuro. I prossimi mesi saranno il nostro banco di prova: è tempo di guardare la realtà dritta negli occhi.</p>



<p><strong>Bibliografia: Gideon Rose, Iran as Vietnam, Ukraine as Korea. <em>Similar Wars End in Similar Ways, Foreign Affairs, May 20, 2026</em></strong></p>



<p><em>Roberto Domini è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. Presiede il Circolo Fratelli Bonaldi, Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.</em><a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html"></a></p>



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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lanalisi-di-gideon-rose-foreign-affairs-iran-e-ucraina-come-vietnam-e-corea-la-guerra-e-roba-vecchia.html">L&#8217;analisi di Gideon Rose (Foreign Affairs): Iran e Ucraina come Vietnam e Corea, la guerra è roba vecchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Perché anche il neocon Kagan ammette: gli Usa con l&#8217;Iran hanno già perso ma ancora non lo sanno</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 09:37:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="usa" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/usa-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'ammiraglio Roberto Domini commenta l'articolo di Robert Kagan e la sua lucida analisi sulla sconfitta Usa nel Golfo Persico. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/perche-anche-il-neocon-kagan-ammette-gli-usa-con-liran-hanno-gia-perso-ma-ancora-non-lo-sanno.html">Perché anche il neocon Kagan ammette: gli Usa con l&#8217;Iran hanno già perso ma ancora non lo sanno</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p><strong>Robert Kagan</strong>  (1) ha da poco pubblicato su <em>The Atlantic </em><a href="https://www.theatlantic.com/international/2026/05/iran-war-trump-losing/687094/">un’analisi che per lucidità e ampiezza di vedute raramente si incontra nel dibattito strategico contemporaneo.</a> La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto devastante: gli Stati Uniti hanno perso in Iran, e questa sconfitta — a differenza di quelle del passato — <strong>non è né riparabile né reversibile.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trentasette giorni che hanno cambiato il mondo</strong></h2>



<p>Per comprendere la portata di quanto accaduto, occorre ricostruire la sequenza degli eventi con precisione. Stati Uniti e Israele hanno condotto una campagna aerea contro l’Iran di straordinaria intensità, durata trentasette giorni consecutivi. I bombardamenti hanno <strong>eliminato gran parte della leadership iraniana e distrutto il grosso delle capacità militari convenzionali del Paese.</strong> Eppure, nonostante questa pressione militare senza precedenti, il regime di Teheran non è crollato, non ha negoziato, non ha ceduto su un singolo punto.</p>



<p>Il momento decisivo arriva il 18 marzo, quando Israele bombarda il giacimento di gas South Pars, uno degli impianti energetici più importanti dell’Iran. La risposta di Teheran è immediata e calibrata con precisione chirurgica: <strong>un attacco alla Ras Laffan Industrial City del Qatar, il più grande terminale di esportazione di gas naturale al mondo.</strong> I danni alle infrastrutture sono tali da richiedere anni di lavoro per essere riparati. Di fronte al rischio di un collasso energetico globale, il presidente Trump dichiara una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e poi un cessate il fuoco unilaterale. <strong>L’Iran non ha concesso nulla.</strong></p>



<p>Dopo il cessate il fuoco militare, l’amministrazione americana punta sul blocco navale dei porti iraniani come strumento di pressione economica alternativa. Kagan è esplicito nel valutarne le prospettive: un regime che ha resistito a cinque settimane di bombardamenti ininterrotti difficilmente cederà sotto la sola coercizione economica. A rafforzare questa valutazione, cita la studiosa di Iran <strong>Suzanne Maloney</strong>: un governo capace di massacrare i propri cittadini per reprimere le proteste del gennaio precedente è perfettamente in grado di imporre qualsiasi privazione economica alla propria popolazione senza temere conseguenze politiche interne.</p>



<p>Emerge così il paradosso centrale del conflitto: <strong>la potenza militare americana, pur essendo la più formidabile del pianeta, si è rivelata incapace di tradurre la sua forza in vittoria politica. </strong>E chi propone di riprendere i bombardamenti deve rispondere a una domanda imbarazzante: cosa cambierà in un secondo ciclo di attacchi rispetto ai trentasette giorni già tentati? Kagan demolisce questo argomento con una logica ineccepibile: <strong>una nuova campagna militare spingerebbe l’Iran a ritorsioni contro gli Stati del Golfo,</strong> mettendo a rischio le infrastrutture del petrolio e del gas da cui dipende l’economia mondiale. Anche nell’ipotesi estrema di una distruzione totale delle capacità iraniane, Teheran avrebbe ancora la possibilità di lanciare decine, se non centinaia, di missili e droni prima di soccombere; basterebbero pochi attacchi precisi alle infrastrutture energetiche del Golfo per paralizzare la produzione regionale per decenni. È questa consapevolezza — non la diplomazia, non le pressioni internazionali — che ha fermato Trump.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conseguenze geopolitiche e strategiche</strong></h2>



<p>Il titolo scelto da Kagan — <em>Checkmate in Iran</em> (Scacco matto in Iran) — riassume con precisione scacchistica la posizione americana: <strong>non ancora scacco matto definitivo, ma molto vicina. </strong>L’autore rivela che Trump ha chiesto alla comunità intelligence di valutare le conseguenze nel dichiarare semplicemente la vittoria e ritirarsi. Una mossa comprensibile: sperare nel crollo spontaneo del regime non è una strategia, soprattutto quando il petrolio si avvicina a prezzi superiori ai 100 dollari al barile, l’inflazione sale e si profilano carenze globali di materie prime.</p>



<p>Il nodo geopolitico più profondo dell’analisi riguarda lo Stretto di Hormuz. <strong>Kagan sfata un assunto diffuso: l’idea che lo stretto si riaprirà al traffico internazionale, in un modo o nell’altro, una volta terminata la crisi. </strong>Questa assunzione è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Il controllo dello Stretto è ora la sua arma più preziosa — più immediata e più efficace persino del programma nucleare. Grazie a questa leva, <strong>Teheran potrà imporre pedaggi per il transito,</strong> limitare il passaggio alle nazioni sgradite, punire i paesi avversi rallentando il flusso delle loro navi mercantili. Una forma di potere geopolitico straordinariamente flessibile, che l’Iran saprà usare per costringere le nazioni a revocare le sanzioni e normalizzare le relazioni.</p>



<p>Anche i moderati iraniani, secondo Kagan, capiscono che l’Iran non può permettersi di cedere il controllo dello Stretto, indipendentemente da qualsiasi accordo. Le ragioni sono strutturali. Quanto ci si può fidare di Trump, che si è quasi vantato di aver replicato il colpo di sorpresa di Pearl Harbor approvando l’uccisione della leadership iraniana durante i negoziati? E Israele potrebbe agire autonomamente, come ha sempre fatto quando ha percepito minacce ai propri interessi. <strong>La diffidenza iraniana è razionale, non ideologica.</strong></p>



<p>Per le monarchie del Golfo, le implicazioni sono immediate e strutturali. <strong>Quegli Stati hanno costruito le proprie economie sotto l’ombrello dell’egemonia americana e della libertà di navigazione che essa garantiva.</strong> Venendo meno questo ombrello, saranno inevitabilmente costretti a cercare un accomodamento con Teheran — non per scelta ideologica, ma per necessità geografica ed economica. E non saranno solo gli Stati del Golfo: tutte le nazioni dipendenti dall’energia di quella regione dovranno rinegoziare i propri rapporti con un Iran più potente e più ricco. Kagan liquida con punta di sarcasmo la cosiddetta “coalizione” anglo-francese per il pattugliamento dello stretto: il presidente Macron ha chiarito che quella forza opererà solo in condizioni di pace. Una formula sostanzialmente priva di significato in uno stretto sotto controllo iraniano.</p>



<p><strong>Israele si troverà più isolato che mai.</strong> In un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza determinante sull’approvvigionamento energetico di decine di nazioni, Tel Aviv potrebbe subire pressioni internazionali enormi affinché non provochi Teheran in Libano, a Gaza o altrove. Il paradosso è evidente: <strong>la guerra pensata per indebolire l’Iran ha prodotto l’effetto opposto.</strong></p>



<p>Sul piano della deterrenza globale, le conseguenze sono altrettanto gravi. Il mondo intero ha potuto osservare come <strong>poche settimane di guerra contro una potenza di second’ordine abbiano ridotto le scorte di armamenti americani a livelli pericolosamente bassi,</strong> senza rimedio rapido. L’intera architettura della deterrenza americana si fonda sull’assunzione della sua capacità di sostenere conflitti prolungati: questa capacità è ora messa in discussione pubblicamente. Le domande che questo solleva potrebbero o meno spingere <strong>Xi Jinping </strong>a muoversi su Taiwan, o Putin ad accelerare la propria pressione sull’Europa. Ma quantomeno, gli alleati americani in Asia orientale e in Europa devono interrogarsi sulla capacità di Washington di mantenere i propri impegni in caso di futuri conflitti. Cina e Russia escono rafforzate da questa crisi: Mosca come dimostrazione vivente che resistere alla potenza americana è possibile; Pechino sapendo che la capacità di risposta americana è diminuita.</p>



<p>Kagan inserisce infine questa crisi in un quadro storico più ampio: l’accelerazione dell’aggiustamento globale verso un mondo post-americano. La perdita della posizione dominante nel Golfo non è un incidente isolato, ma il primo di una serie di cedimenti strutturali dell’ordine internazionale a guida americana costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una volta che la fiducia si erode, il suo recupero richiede decenni.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni </strong></h2>



<p>L’analisi di Kagan ci consegna una verità scomoda ma necessaria: <strong>la sconfitta americana in Iran è strutturale, non congiunturale, e non ammette rimedi rapidi.</strong> Per i decisori politici — americani e alleati — ne derivano alcune indicazioni urgenti. In primo luogo, è indispensabile abbandonare la retorica della vittoria e avviare una valutazione realistica dei danni già prodotti. In secondo luogo, <strong>occorre costruire un nuovo quadro diplomatico multilaterale che coinvolga Cina e Russia,</strong> giacché sono loro i nuovi interlocutori imprescindibili nella regione. In terzo luogo, gli alleati europei e asiatici devono accelerare la propria autonomia energetica e diversificare le forniture, riducendo la vulnerabilità strutturale che l’Iran potrà sfruttare. Infine, la credibilità della deterrenza americana va ricostruita con pazienza e coerenza — non con nuove avventure militari, ma con una strategia di lungo periodo che tenga conto dei limiti, oltre che delle capacità, della potenza americana. <strong>Il mondo post-americano è già qui:</strong> la questione è se l’Occidente saprà adattarvisi con intelligenza o si troverà a inseguirlo senza bussola.</p>



<p>(1) <strong>Robert Kagan </strong><em>è tra i più influenti teorici neoconservatori americani e voce di riferimento della politica interventista statunitense. Marito di Victoria Nuland — già sottosegretaria di Stato per gli Affari europei e tra le architette della politica estera americana verso l&#8217;Europa orientale — Kagan è co-fondatore del Project for the New American Century e autore di opere fondamentali sul primato americano nel mondo. </em></p>



<p><strong>Roberto Domini,</strong> <em>autore di questo articolo è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>
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		<title>Sminamento dello Stretto di Hormuz: perché l&#8217;Italia ha diritto al comando della missione</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/sminamento-dello-stretto-di-hormuz-perche-litalia-ha-diritto-al-comando-della-missione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 06:55:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1079" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-1536x863.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/cacciamine-italiani-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La soluzione ideale per la missione nello Stretto di Hormuz sarebbe avere Italia e Francia al comando. Ecco perché.</p>
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<p>A partire dalla fine di febbraio 2026, in risposta agli attacchi aerei condotti da Stati Uniti e Israele, l&#8217;Iran ha innescato una risposta senza precedenti con il minamento di parte dello Stretto di Hormuz, imposizione di pedaggi fino a due milioni di dollari a transito e minaccia alle navi dirette verso porti americani e israeliani. Uno dei corridoi energetici più vitali al mondo si è trasformato in uno spazio di coercizione marittima. Di fronte a questa crisi, il 19 marzo 2026 Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Giappone e Canada hanno emesso una dichiarazione congiunta (al momento attuale i Paesi coinvolti sono 29 e gli Stati Uniti non sono tra questi). Ma dichiarare disponibilità non equivale a esercitare leadership. La domanda centrale è: quale ruolo deve svolgere la Marina Militare in questa operazione e perché l&#8217;Italia non dovrebbe accettare un ruolo marginale?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Situazione geopolitica e strategica</h2>



<p>La crisi di Hormuz ha ridisegnato le geometrie del potere marittimo globale. Lo Stretto non è soltanto una strettoia fisica: è una soglia politica in cui si concentrano la capacità degli Stati di usare la geografia come coercizione, la dipendenza dei mercati da rotte energetiche vulnerabili e la tenuta delle alleanze occidentali quando la sicurezza collettiva diventa un costo operativo. Francia e Regno Unito si sono proposti come potenziali leader di una coalizione multinazionale pronta a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso questa rotta commerciale strategica articolata in tre fasi: bonifica delle mine, evacuazione delle navi bloccate e pattugliamento con scorte militari. Tuttavia questa leadership bipartita presenta fragilità strutturali. La Gran Bretagna porta il pesante retaggio del colpo di Stato del 1953 contro il premier nazionalista Mossadeq, ancora vivo nella memoria collettiva iraniana, e ha compromesso la propria credibilità diplomatica verso Russia e Cina a causa del sostegno aperto all&#8217;Ucraina. Un&#8217;operazione a guida esclusivamente anglo-francese rischierebbe di riproporre lo schema fallimentare di Suez del 1956. La Francia, pur dotata di capacità militari autonome e di una base navale permanente ad Al-Dhafra negli Emirati, porta con sé la tradizione coloniale nel Maghreb e nel Levante, che genera diffidenza negli attori regionali. In questo contesto, l&#8217;Italia possiede una credibilità diplomatica che nessuno dei due contendenti può vantare: nessun trascorso coloniale nel Golfo, relazioni<br>storicamente distese con Teheran, postura equilibrata nei confronti di Russia, Cina, India, Giappone e Corea del Sud — tutti Paesi con interessi diretti alla riapertura dello stretto. Il ministro Crosetto ha indicato che qualsiasi missione italiana deve avvenire sotto egida ONU, con una bandiera che «riunisca Europa, Cina, Asia, India», non come appendice NATO.</p>



<h2 class="wp-block-heading">PERCHÉ L&#8217;ITALIA DEVE AGIRE CON UN GRUPPO NAVALE</h2>



<p>La natura dell&#8217;operazione richiede non una presenza simbolica, ma una task force navale integrata capace di bonifica delle mine, scorta ai convogli e proiezione di credibilità coercitiva. Agire con un singolo cacciamine equivale a essere presenti senza contare; agire con un gruppo navale significa essere un attore decisionale. L&#8217;Italia ha confermato la disponibilità a schierare fino a quattro unità: due dragamine modernizzate, un&#8217;unità di scorta e una nave di supporto logistico. Questa configurazione rispecchia la dottrina operativa MCM (<em>mine counter-measures</em>), che prevede la combinazione di unità di caccia-mine con piattaforme di protezione e rifornimento in teatro. Operare come gruppo navale consentirebbe alla Marina di svolgere un ruolo articolato: bonifica con le unità della V Divisione Navale di La Spezia, protezione con l’unità di scorta, autonomia operativa prolungata grazie alla nave supporto. Oltre a ciò non va dimenticato che l&#8217;ammiraglio <strong>Aurelio De Carolis</strong>, comandante in capo della flotta, gode di una così elevata credibilità internazionale da rappresentare un irrinunciabile fattore di potenza nei rapporti con le marine<br>partecipanti all’operazione.</p>



<ol start="2" class="wp-block-list"></ol>



<h2 class="wp-block-heading">Obiettivi, esigenze operative e confronto</h2>



<p>Gli obiettivi operativi si articolano su tre livelli: bonifica delle mine con sonar, veicoli subacquei autonomi e palombari specializzati; scorta dei convogli commerciali nella fase di riapertura; mantenimento della presenza deterrente contro ulteriori<br>minamenti. La Marina eccelle nel primo livello. Con dieci unità specializzate — otto della classe Gaeta e due della classe Lerici, tutte dotate di sonar multifrequenza e droni subacquei — l&#8217;Italia è uno dei più sofisticati operatori MCM della NATO. Non è un<br>primato recente: già nell&#8217;Operazione Golfo del 1987-1988, i cacciamine italiani neutralizzarono molte mine nel Golfo Persico. Il programma CNG (Cacciamine di Nuova Generazione) da 1,6 miliardi di euro, sviluppato da Intermarine e Leonardo, conferma la continuità di questo investimento.</p>



<p>Il confronto con le altre marine rivela squilibri che vengono spesso taciuti. La Royal Navy attraversa una crisi strutturale: con appena 3-4 fregate effettivamente operative a marzo 2026, non sembra in grado di assicurare una propria adeguata presenza di<br>superficie nel Medio Oriente. Le 8 fregate FREMM italiane — tutte operative — superano quantitativamente e qualitativamente la disponibilità britannica. La Francia è l&#8217;unica marina europea con capacità autonoma di proiezione globale grazie ai suoi sottomarini nucleari, alla portaerei De Gaulle, alle basi negli Emirati e a quattro navi rifornimento moderne; sul piano MCM specifico, tuttavia, l&#8217;Italia è comparabile o superiore. Sul fronte logistico il gap italiano rimane reale — nessuna base avanzata nel Golfo — ma le nuove navi LSS Vulcano e Atlante hanno rafforzato significativamente la capacità di rifornimento, e una struttura di co-comando con la Francia renderebbe gestibile la catena logistica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la nostra Marina dovrebbe co-guidare con la Francia</h2>



<p>La tendenza a trattare l&#8217;Italia come partner di secondo rango non regge all&#8217;analisi comparativa. Le 8 fregate FREMM Bergamini, i 2 cacciatorpediniere Orizzonte, la portaerei Cavour con F-35B e l&#8217;LHD Trieste — una nave di dislocamento simile al Charles De Gaulle con le sue 38.000 tonnellate — configurano una flotta di primissimo rango europeo. Il programma di 12 nuovi cacciamine CNG e di 4-8 corvette EPC a guida italiana in ambito europeo delinea anche una marina in piena espansione qualitativa. Nella dimensione MCM, cuore dell&#8217;operazione, l&#8217;Italia ha i titoli, la tradizione e la tecnologia. La V Divisione Navale di La Spezia, la dottrina operativa maturata in decenni di bonifica, la combinazione tra scafi in fibra di vetro a bassa segnatura magnetica e droni di nuova generazione rappresentano un patrimonio che pochi paesi europei possono vantare nella stessa misura.</p>



<p>La co-guida italo-francese risponde a una logica precisa. La Francia porta ciò che all&#8217;Italia manca: basi nel Golfo, sottomarini d&#8217;attacco, capacità C4ISR autonome. L&#8217;Italia porta ciò che manca alla Francia: credibilità diplomatica con Teheran, relazioni equilibrate con i Paesi asiatici, assenza di retaggi coloniali e una componente MCM avanzata ed efficace. Una struttura di comando italo-francese non è una concessione diplomatica, ma una scelta operativamente razionale che mette in campo la somma delle rispettive eccellenze.</p>



<ol start="4" class="wp-block-list"></ol>



<h2 class="wp-block-heading">CONCLUSIONI</h2>



<p>La crisi di Hormuz non è un episodio congiunturale: è il catalizzatore di una riconfigurazione profonda degli equilibri marittimi globali. Per l&#8217;Italia rappresenta al tempo stesso una responsabilità e un&#8217;opportunità storica che non può essere sprecata nella logica della partecipazione subalterna. La Marina Militare è tecnicamente pronta: una flotta di fregate tra le più moderne d&#8217;Europa, capacità MCM importante, un programma industriale di eccellenza e una catena di comando che ha dimostrato affidabilità dal Corno d&#8217;Africa al Mediterraneo orientale. Non accettare un ruolo di co-guida sarebbe non solo una rinuncia al peso che spetta all&#8217;Italia nella <em>governance</em> marittima europea, ma una scelta contraria agli interessi nazionali di un Paese che dipende direttamente dalla stabilità di quella rotta per i suoi approvvigionamenti energetici. Il modello da perseguire è una co-leadership italo-francese nell&#8217;ambito di un mandato ONU, con l&#8217;Italia garante del settore diplomatico e MCM e la Francia garante della difesa e della logistica avanzata. Tale formula supererebbe le diffidenze iraniane verso una leadership puramente anglo-francese, coinvolgerebbe i Paesi del Golfo e dell&#8217;Asia e costruirebbe un precedente positivo per l&#8217;autonomia strategica europea nel dominio marittimo.</p>



<p>Ci auguriamo che sia finita l&#8217;epoca che vedeva marine di stati esterni al Mediterraneo allargato (UK) curare i loro interessi a scapito di quelli degli Stati che in quello scenario vivono. Sappiamo bene come le conseguenze geopolitiche create proprio da questi interventi diventino un prezzo da pagare e un problema con cui confrontarsi per anni, come l’episodio libico ci ricorda. Spesso si racconta che chi non siede al tavolo del comando è destinato a subire in silenzio. L&#8217;Italia ha i mezzi, la storia e soprattutto il dovere di dire la sua, di non essere vittima di scelte non proprie e di poter partecipare al processo decisionale quando sono in gioco le vite dei suoi militari e i suoi interessi. Il compito della classe dirigente — politica, militare e diplomatica — è di non sprecare questa opportunità, tenendo conto che una decisione in tal senso ci pone di fronte a responsabilità importanti e che non possono essere sottostimate.</p>



<p><em>ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. </em></p>



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		<title>L&#8217;ammiraglio Roberto Domini: per l&#8217;Italia intervenire a Hormuz è questione di interesse nazionale</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lammiraglio-roberto-domini-per-litalia-intervenire-a-hormuz-e-questione-di-interesse-nazionale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 08:54:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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<p>Per l'Italia, che dipende dall'estero per il 75% del fabbisogno energetico, la chiusura di Hormuz non è un problema delegabile ad altri.  </p>
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<p>Il 22 aprile 2026, <strong>l&#8217;ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto,</strong> Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ha confermato dinanzi alla Commissione Difesa della Camera <strong>la disponibilità della Marina a partecipare a una missione multinazionale nello Stretto di Hormuz</strong> qualora via sia la delibera del Consiglio dei ministri e l’approvazione parlamentare. L&#8217;annuncio apre un capitolo rilevante della politica estera e di sicurezza italiana, imponendo una riflessione rigorosa sulle motivazioni strategiche, sulle condizioni giuridiche e sulla geometria diplomatica dell&#8217;iniziativa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La dimensione strutturale della crisi</h2>



<p>Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti nodali dell&#8217;architettura energetica mondiale. Attraverso i suoi trentasei chilometri nel tratto più angusto transita circa un quinto del petrolio commerciato a livello globale, insieme a quote rilevanti di gas naturale liquefatto destinate ai mercati europei e asiatici. Quando l&#8217;Iran ha avviato operazioni di minamento dei fondali e ha proceduto al sequestro di unità mercantili &#8211; anche di compagnie italiane &#8211; l&#8217;effetto si è riverberato sulle catene di approvvigionamento globali, sui premi assicurativi e sull&#8217;inflazione energetica in Paesi geograficamente e politicamente lontani dal conflitto. <strong>Per l&#8217;Italia, che dipende dall&#8217;estero per circa il 75% del proprio fabbisogno energetico, la chiusura di quella via d&#8217;acqua non è un problema delegabile ad altri. </strong>Si traduce in un rialzo diretto del costo dell&#8217;energia, in pressioni inflazionistiche sulle imprese, in un deterioramento della competitività sistemica e, in prospettiva, in possibili tensioni sociali interne. La partecipazione italiana a una missione di riapertura dello Stretto <strong>non va pertanto letta come solidarietà atlantica, bensì come tutela dell&#8217;interesse nazionale </strong>nel senso più concreto: economico, industriale, sociale. Un contributo fatto di specializzazione e credibilità&#8221;</p>



<p>Il contingente previsto si dovrebbe articolare in quattro unità navali: due cacciamine per la bonifica dei fondali, una nave di scorta per la protezione contro minacce asimmetriche e un&#8217;unità logistica. La missione specifica &#8211; <strong>sminare, non combattere </strong>&#8211; è coerente con le capacità distintive della Marina Militare, che vanta una tradizione operativa e industriale di primo livello in questo settore. I cacciamine sono sistemi specializzati, costosi e difficilmente sostituibili, che <strong>poche marine al mondo sanno schierare con adeguata competenza tecnica.</strong> L&#8217;ammiraglio Berutti Bergotto ha chiarito che il dispiegamento potrà avvenire esclusivamente a ostilità concluse. L&#8217;elevata pericolosità delle mine iraniane, posate in fondali ostici con tecniche sofisticate, rende qualsiasi intervento in contesto bellico militarmente insostenibile e politicamente illegittimo. La condizione temporale non è una clausola formale, ma un elemento indispensabile per renderla politicamente e operativamente accettabile (per la marina USA, la missione di sminamento dello stretto di Hormuz non può durare meno di sei mesi). Delimitare i tempi rappresenta, inoltre, la chiave di sicurezza che trasforma un&#8217;operazione ad altissimo rischio in un&#8217;azione fattibile. <strong>Oltre allo sminamento, una fase successiva si renderà probabilmente necessaria al fine di garantire la scorta e la protezione dei convogli mercantili in transito.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">I nodi giuridici e operativi</h2>



<p>L&#8217;operazione si confronta con complessità giuridiche di notevole portata. Nel punto più stretto, le acque territoriali iraniane e omanite si toccano, escludendo l&#8217;esistenza di acque internazionali libere nel senso tecnico del termine. Ogni transito avviene formalmente in acque nazionali, con tutto ciò che ne consegue in termini di sovranità e diritto di passaggio. L&#8217;Iran rivendica il controllo totale della via d&#8217;acqua, ammettendo unicamente navi non militari. Il nodo giuridico risiede nel conciliare il regime del &#8220;passaggio inoffensivo&#8221; sancito dalla Convenzione UNCLOS con le misure di blocco bellico vigenti. Sul piano operativo, alle mine si aggiunge la minaccia delle unità veloci dei Guardiani della Rivoluzione e dei missili balistici costieri. Sul piano istituzionale, l’operazione si sovrappone alla risposta delle Nazioni Unite che si articola su diversi gruppi di lavoro come la <em>Strait of Hormuz Task Force</em> (con il compito di creare meccanismi tecnici e umanitari per garantire che beni essenziali continuino a transitare nello stretto), istituita a fine marzo 2026, il futuro <em>Joint Coordination Center</em> previsto a Salalah in Oman (per garantire la sicurezza alimentare e il flusso di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz) e il <em>Safe Maritime Framework</em> dell&#8217;IMO (un meccanismo di protezione e coordinamento volto a facilitare l&#8217;evacuazione sicura delle navi mercantili e degli equipaggi rimasti bloccati nella regione a causa delle ostilità). Tuttavia, un possibile veto di Russia e Cina in sede di Consiglio di Sicurezza potrebbe ostacolare il conseguimento di un mandato formale, costringendo la coalizione a esplorare soluzioni intermedie &#8211; dall&#8217;estensione della missione EUNAVFOR Aspìdes alla costruzione di una &#8220;coalizione di volenterosi&#8221; dotata di propria legittimità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La geometria diplomatica della missione</h2>



<p><strong>La costruzione politica dell&#8217;operazione è altrettanto delicata quanto la sua architettura militare. </strong>Gli Stati Uniti non possono farne parte: la loro presenza trasferirebbe la missione dal piano della garanzia della navigazione a quello della prosecuzione del conflitto, rendendola inaccettabile per Teheran. La coalizione emergente dovrebbe essere inedita per composizione. Francia e Italia ne costituiscono il nucleo, affiancati da Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. <strong>Sarebbe però opportuna la potenziale adesione di Canada, Australia, Corea del Sud e Giappone, quest&#8217;ultimo dipendente dal petrolio del Golfo per quasi il 90% del fabbisogno </strong>energetico, perché ciò conferirebbe alla missione una dimensione genuinamente globale. Nei confronti di Russia e Cina e dei Paesi del Golfo andrà condotto un paziente lavoro diplomatico per dimostrare che la riapertura dello Stretto è anche e soprattutto nel loro interesse. Analoga logica si applica all&#8217;Iran: senza concessioni negoziali &#8211; riduzione delle sanzioni, garanzie di sicurezza, riconoscimento del diritto a discutere il dossier nucleare &#8211; Teheran non consentirà le operazioni di bonifica. Essenziale sarà sia il sostegno dell&#8217;Oman, il cui porto di Sohar costituisce un nodo logistico irrinunciabile, sia la capacità di integrare tra loro le operazioni di molteplici gruppi navali, quali quello indiano o di altri Paesi che si troveranno in zona di operazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusioni</h2>



<p>La partecipazione italiana a una missione nello Stretto di Hormuz è al tempo stesso un imperativo economico, una scelta strategica e una prova di maturità politica. <strong>L&#8217;Italia dispone delle capacità navali per il suo contributo specializzato e insostituibile e possiede inoltre i requisiti di credibilità per candidarsi a un ruolo guida </strong>in una coalizione senza grandi potenze. La sfida risiede nella costruzione delle condizioni diplomatiche necessarie &#8211; mandato ONU, de-escalation regionale, coinvolgimento di marine di paesi di tutti i continenti, dialogo con Teheran, consenso di Mosca e Pechino, coordinamento tra i vari gruppi navali operanti nell’area &#8211; perché quella strettoia è, in senso non metaforico, la porta di accesso alle risorse energetiche e alla stabilità di cui l&#8217;economia italiana non può fare a meno.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lammiraglio-roberto-domini-per-litalia-intervenire-a-hormuz-e-questione-di-interesse-nazionale.html">L&#8217;ammiraglio Roberto Domini: per l&#8217;Italia intervenire a Hormuz è questione di interesse nazionale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Sicurezza marittima: i nove principi per la navigazione sicura dell&#8217;Italia nel mondo nuovo e problematico</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/sicurezza-marittima-i-nove-principi-per-la-navigazione-sicura-dellitalia-nel-mondo-nuovo-e-problematico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Oct 2025 16:13:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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<p> Integrazione multidominio, guerra cognitiva, sostenibilità economica, infrastrutture... Ecco dove si vince la battaglia per la sicurezza.</p>
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<p>Alla luce dei recenti articoli riguardanti il settore marittimo è possibile sintetizzare una serie di principi che rappresentano una guida strategica per comprendere e affrontare le trasformazioni fondamentali che stanno ridisegnando la sicurezza marittima nel XXI secolo. Non è una semplice analisi degli eventi contemporanei, ma un esercizio di interpretazione profonda, volto a identificare principi guida capaci di orientare la politica e la strategia navale in un contesto globale sempre più complesso, frammentato e tecnologicamente dinamico.</p>



<p>Il primo principio evidenziato è <strong>il ruolo cruciale dell’innovazione tattica come vero motore della trasformazione strategica.</strong> Contrariamente al paradigma tradizionale che vedeva la tecnologia come strumento secondario al servizio di una strategia prestabilita, <strong>oggi sono le innovazioni tattiche</strong> &#8211; come l’uso diffuso di droni a basso costo, la guerra elettronica distribuita e gli attacchi asimmetrici- in grado di imporre nuovi scenari operativi, costringendo le strategie a rapidi aggiustamenti. In questo contesto, la resilienza strategica richiede sistemi flessibili, modulari e <strong>capaci di integrare rapidamente nuove capacità</strong>, abbandonando la rigidità dei piani predefiniti.</p>



<p>In secondo luogo, si osserva <strong>la democratizzazione della potenza navale, che sfida le tradizionali gerarchie militari.</strong> La crescente accessibilità a tecnologie come i droni e i missili economici <strong>rende possibile a nazioni di dimensioni medie o modeste mettere in campo capacità di negazione del mare paragonabili a quelle dei grandi Stati.</strong> La superiorità non risiede più solo sulla qualità delle piattaforme ma sulla quantità, distribuzione e rapidità di adattamento. Questo ribalta il modello fondato su élite navali costose, suggerendo una strategia che valorizzi flessibilità, pragmatismo e sostenibilità economica.</p>



<p>Un terzo principio riguarda <strong>l’integrazione multi-dominio e la centralità dell’ecosistema informativo</strong>. Lo spartiacque tra domini spaziale, aereo, navale, subacqueo e cibernetico si dissolve in una rete interconnessa di sensori e piattaforme, che produce un flusso informativo continuo indispensabile per decisioni rapide ed efficaci. L’Intelligenza artificiale amplifica questa capacità, abilitando identificazione autonoma di schemi predefiniti e accelerando il ciclo decisionale, rendendo fondamentale investire non solo in piattaforme militari ma anche in infrastrutture di comunicazione, software e formazione specializzata del personale.</p>



<p>Il quarto principio pone l’accento sulla <strong>vulnerabilità delle società aperte dinanzi alla guerra cognitiva.</strong> L’erosione della fiducia istituzionale, la manipolazione delle narrazioni pubbliche e la polarizzazione sociale costituiscono un fattore di rischio cruciale per la sicurezza nazionale. <strong>Le società divise e confuse non possono sostenere efficacemente sforzi bellici prolungati</strong>, indipendentemente dalle capacità militari. Perciò, resilienza sociale, alfabetizzazione mediatica e rafforzamento delle istituzioni democratiche sono nuove frontiere nella difesa nazionale, <strong>con particolare rilevanza per l’Italia</strong>, dato il suo ruolo strategico nel Mediterraneo e la complessità dei flussi migratori e geopolitici.</p>



<p>Il quinto principio è il multipolarismo come condizione strutturale dell’ordine mondiale. La fine dell’egemonia unipolare occidentale richiede una revisione del paradigma strategico europeo e italiano. L’autonomia strategica non è più un’opzione ma una necessità urgente: definire autonomamente gli interessi, sviluppare capacità industriali e diplomatiche proprie e costruire partnership diversificate è essenziale. Il Mediterraneo assume qui un ruolo chiave come nodo&nbsp;geopolitico di intersezione tra potenze regionali e globali, rendendo imperativo per l’Italia navigare con equilibrio tra le tradizionali alleanze e nuove collaborazioni.</p>



<p>Il sesto principio sottolinea <strong>l’importanza della sostenibilità economica e industriale</strong>, troppe volte trascurata nelle strategie militari. Il conflitto ucraino ha dimostrato brutalmente come la dipendenza da catene di approvvigionamento globali e la compressione delle capacità produttive industriali possano indebolire la resistenza in conflitti prolungati. <strong>La sicurezza richiede capacità produttive </strong>sovradimensionate e scorte strategiche che garantiscano resilienza in crisi, e ciò implica per l’Italia un rilancio dei suoi eccellenti distretti industriali, come Fincantieri e Leonardo, e un superamento delle barriere burocratiche che ostacolano innovazione e investimenti.</p>



<p>Il settimo principio è <strong>il ritorno fondamentale della geografia e delle infrastrutture critiche come fattori decisivi di sicurezza</strong>. La globalizzazione non ha cancellato l’importanza strategica di stretti, canali e passaggi marittimi: questi sono oggi colli di bottiglia geopolitici fondamentali. <strong>L’Italia, con i suoi porti cardine &#8211; Genova, Trieste, Gioia Tauro &#8211; si trova a un crocevia naturale</strong>, occasione strategica ma anche condizione di vulnerabilità legato alle instabilità regionali. Investimenti mirati in infrastrutture, sistemi di sorveglianza e capacità di interdizione rapida sono necessari per trasformare questa posizione in un vantaggio competitivo.</p>



<p>L’ottavo principio riguarda <strong>l’adattamento dottrinale come processo continuo.</strong> In un mondo caratterizzato da cambiamenti rapidissimi e attori non statali sempre più rilevanti, <strong>la dottrina militare deve evolversi senza attese, integrando in tempo reale le lezioni del campo</strong> e favorendo la sperimentazione <em>bottom-up.</em> Questo richiede una trasformazione culturale nelle forze armate, con decentralizzazione decisionale, <em>empowerment</em> tattico e rapide catene di feedback, nonché collaborazione internazionale per condividere le migliori pratiche. Per l’Italia, ciò implica investimenti formativi e innovativi, oltre a superare le rigidità burocratiche interne.</p>



<p>Infine, il nono principio evidenzia <strong>la resilienza come proprietà sistemica, non più attribuibile ai singoli asset</strong>. La perdita di unità isolata in un’architettura distribuita non compromette la funzionalità globale. Corrispondenze dinamiche, interoperabilità, standard condivisi e una mentalità orientata alla continuità operativa sono cruciali. Per l’Italia, ciò <strong>significa privilegiare investimenti in reti di comunicazioni robuste e capacità di comando distribuite</strong>, e puntare sulla cooperazione internazionale come moltiplicatore di resilienza.</p>



<p>In sintesi, i principi esposti propongono una visione integrata e dinamica della sicurezza marittima, fondata su nove principi che vanno dall’innovazione tecnologica alla coesione sociale, dal pragmatismo industriale all’adattamento culturale. L’Italia, grazie alla sua posizione geografica, tradizione e capacità industriali, è chiamata a reinterpretare questi principi in un proprio modello distintivo, capace di affrontare la complessità multipolare e tecnologicamente evoluta del futuro. Il mare non attende: la sfida è navigare con lucidità e audacia verso un futuro incerto ma pieno di opportunità.</p>
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		<title>Sea Future 2025, quando la Blue Economy fa crescere l&#8217;Italia e la rafforza nel Mediterraneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 13:17:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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<p> La Blue Economy non solo contribuisce all'11% del Pil italiano ma rafforza il Paese come attore chiave nel Mediterraneo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/sea-future.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Sea future" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/sea-future.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/sea-future-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/sea-future-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/sea-future-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>SeaFuture 2025, tenutosi dal 29 settembre al 2 ottobre presso la base navale di La Spezia, ha rappresentato un evento internazionale di riferimento per l’innovazione marittima, la Difesa e la Blue Economy, consolidando il ruolo dell’Italia come hub strategico mediterraneo. La nona edizione di SeaFuture, ospitata nell’Arsenale Militare Marittimo di La Spezia, ha confermato la sua rilevanza globale come piattaforma per l’innovazione marittima, la difesa e la sostenibilità. </p>



<p>Organizzata da <em>Italian Blue Growth</em> in collaborazione con la Marina Militare e sotto il patrocinio dei ministeri della Difesa e delle Infrastrutture, l’evento ha registrato numeri record: <strong>oltre 350 aziende, 50.000 metri quadrati di area espositiva, 90 delegazioni estere</strong> da Paesi come Stati Uniti, Francia, India e Arabia Saudita, e 3.500 incontri B2B/B2G. La presenza di figure istituzionali di spicco, tra cui il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti e l’Ammiraglio Enrico Credendino, ha sottolineato l’importanza strategica della manifestazione. </p>



<p>I temi centrali sono stati l’Intelligenza Artificiale (IA), la dimensione subacquea e la Blue Economy. <strong>L’IA è stata al centro</strong> di panel come “<em>AI Strategy &amp; Future</em>” di ELT Group, evidenziando il suo ruolo nella superiorità informativa e nella sicurezza dei dati, con applicazioni militari come il contrasto a droni subacquei e civili per la transizione digitale.  <strong>La dimensione subacquea</strong> ha affrontato minacce ibride a infrastrutture sottomarine, mentre<strong> la Blue Economy</strong> ha messo in luce il contributo dell’11,3% al PIL italiano e il 6% alla crescita occupazionale. </p>



<p>Il&nbsp;<em>Green &amp; Blue Innovation Hub</em>&nbsp;ha valorizzato la transizione energetica, con focus su energie rinnovabili marine e porti sostenibili.&nbsp;La presenza di Unità navali della Marina Militare, come Nave Trieste e il sommergibile Romeo Romei, insieme a iniziative culturali, hanno arricchito l’evento.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;Italia, Paese chiave nel Mediterraneo</h2>



<p>SeaFuture 2025 ha rafforzato <strong>il posizionamento dell’Italia come attore chiave nel Mediterraneo</strong>, un’area cruciale per la sicurezza e gli approvvigionamenti energetici globali. La presenza di delegazioni da 90 paesi, inclusi partner NATO e UE, ha favorito una diplomazia marittima che promuove cooperazione e stabilità regionale. Accordi come il <em>Memorandum of Understanding</em> tra Italia e Grecia per la cessione di due unità navali testimoniano l’impegno per una sicurezza collettiva. In un contesto di tensioni globali, dal conflitto in Ucraina alle instabilità nel Vicino Oriente e l’Africa, l’evento ha evidenziato la necessità di sinergie tra alleati per affrontare minacce ibride, come attacchi a cavi sottomarini o infrastrutture critiche. </p>



<p>L’accento sull’IA e sulla cybersecurity ha sottolineato <strong>l’urgenza di una sovranità digitale</strong> per ridurre dipendenze tecnologiche esterne. Tuttavia, la mancanza di standardizzazione nel calcolo quantistico e la scarsità di chip rappresentano sfide strategiche. </p>



<p>SeaFuture ha anche rafforzato il ruolo del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, la risposta integrata di Marina Militare e Fincantieri tesa a <strong>promuovere, facilitare e coordinare la cooperazione delle diverse eccellenze nazionali nel settore <em>under-water</em></strong>, rappresenta un fulcro per l’innovazione e la collaborazione industriale, consolidando l’Italia come leader nella difesa marittima e nelle tecnologie dual-use in un mondo multipolare.</p>



<p>La Blue Economy, con il suo contributo significativo al PIL italiano, si è confermata un motore di crescita, grazie a settori come la cantieristica navale e la logistica portuale.&nbsp;</p>



<p>La decisione di acquisire Unità Polivalenti per la Sorveglianza Subacquea (UPSDS) al posto dei Cacciamine Nuova Generazione-Altura (CNG-A) ha sollevato&nbsp;un vivo dibattito da cui è emerso che, se&nbsp;da un lato le UPSDS offrono flessibilità operativa, dall’altro, qualora non si provveda alla costruzione dei cacciamine d’altura di nuova generazione, si rischia&nbsp;di limitare capacità specialistiche di&nbsp;<em>mine-</em><em>hunting</em>, fondamentali per la sicurezza delle rotte marittime.&nbsp;</p>



<p>La necessità di investire in droni autonomi e sensori subacquei è emersa come priorità per proteggere infrastrutture critiche, come cavi sottomarini e gasdotti, da minacce ibride. La collaborazione tra Marina Militare, industria e ricerca, evidenziata dagli stand di Fincantieri e startup come Typhon Labs, promette di elevare la resilienza marittima italiana.</p>



<p>Per l’Italia,&nbsp;SeaFuture&nbsp;2025 ha consolidato La Spezia come hub strategico per la difesa e l’innovazione marittima, con ricadute economiche e occupazionali significative.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un laboratorio di innovazione</h2>



<p>La Blue Economy, leader per PMI e cantieristica, rafforza la competitività nazionale, mentre<strong> le spese per la difesa (2,5% del PIL) bilanciano riarmo e controllo del deficit.</strong> L’evento ha promosso sinergie tra grandi aziende e PMI, favorendo un ecosistema industriale inclusivo. Tuttavia, la dipendenza da chip esteri e il deficit previsto per il 2026 richiedono strategie di lungo termine. </p>



<p>Da sottolineare la presenza del ministero dell’Interno che ha evidenziato l’importanza della sicurezza marittima per contrastare traffici illeciti, rafforzando il ruolo dell’Italia come ponte tra Europa e Africa.</p>



<p>SeaFuture 2025 ha trasformato La Spezia in un laboratorio di innovazione,<strong> unendo difesa, industria e ricerca per affrontare sfide globali.</strong> L’IA, la dimensione subacquea e la Blue Economy emergono come pilastri per la sovranità marittima italiana. Nonostante ostacoli come carenze tecnologiche e questioni etiche legate all’impiego della IA, l’evento indica una rotta chiara: cooperazione, sostenibilità e formazione per un’Italia leader nel Mediterraneo.</p>



<p>Concludendo SeaFuture 2025, magistralmente orchestrato da <strong>Cristiana Pagni </strong>e dal suo team, si è rivelato un evento di straordinaria portata, capace di coniugare innovazione, strategia e visione per l’Italia marittima.</p>
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