Gideon Rose, già direttore di Foreign Affairs, non si limita ad analizzare la geopolitica: ne legge le cicatrici. La sua tesi è tanto lucida quanto provocatoria: le guerre che incendiano il 2026 non sono eventi inediti, ma repliche di un copione già scritto. Per Rose, i leader mondiali sono convinti di guidare la storia, ma in realtà sono prigionieri di strutture belliche che ne vincolano le scelte. Ignorare questi schemi significa condannarsi a ripetere gli errori dei propri predecessori. Il parallelo più inquietante riguarda l’Iran, che Rose descrive come il “Vietnam del XXI secolo”. La traiettoria di Donald Trump oggi ricorda quella di Lyndon Johnson nel 1963: un presidente trascinato in un conflitto nel tentativo di neutralizzare una minaccia crescente. Dopo i raid del 2025 volti a smantellare il programma nucleare di Teheran, l’attacco congiunto USA-Israele del febbraio 2026 ha inferto colpi durissimi, portando all’uccisione della Guida Suprema Khamenei. Eppure, il regime non è crollato.
Passato nelle mani del figlio Mojtaba, il potere iraniano ha risposto con l’arma del ricatto energetico, chiudendo lo Stretto di Hormuz e mettendo in ginocchio l’economia globale. Trump si ritrova così nella medesima trappola che inghiottì Nixon: erede di un’escalation senza una strategia d’uscita onorevole. Nonostante la mediazione del Pakistan, il dialogo è un binario morto; i costi umani e politici salgono, mentre il margine di manovra diplomatica si assottiglia ogni giorno di più.
Se l’Iran evoca le giungle del Sud-Est asiatico, l’Ucraina riflette lo stallo dei ghiacci coreani. Dal 2022 a oggi, il conflitto ha seguito lo schema della Guerra di Corea: grandi avanzate, ritirate repentine e infine un logorante stallo lungo linee che non si muovono più. Trump ha tentato la prova di forza, minacciando Kiev di tagliare i rifornimenti e offrendo a Mosca il controllo dei territori occupati, ma la realtà del fronte si è dimostrata più ostinata della volontà politica. Secondo Rose, non ci sarà un vincitore assoluto, ma un armistizio che cristallizzerà il confine attuale, trasformando l’Ucraina in una nuova Corea divisa da una pace armata e amara.
Il monito di Rose è un richiamo all’umiltà per chi siede nelle “war room”: la storia non è fatta di eventi isolati, ma di strutture profonde. Capire che il Vietnam e la Corea sono ancora tra noi è l’unico modo per non farsi travolgere dal loro ritorno.
Rose evidenzia inoltre tre elementi trasversali a tutti e quattro i conflitti: la deterrenza nucleare come strumento di pressione senza mai un reale impiego; le tensioni interne alle coalizioni, dove le grandi potenze finiscono per imporre accordi ai partner minori recalcitranti; e la pericolosa illusione dei leader di poter ottenere facilmente obiettivi politici attraverso la forza militare, sottovalutando la resilienza e la determinazione dell’avversario.
L’analisi di Gideon Rose non è solo una lezione di storia; è un monito sulla fragilità del potere. Quando guardiamo all’Iran e all’Ucraina, non stiamo solo osservando dei conflitti regionali, ma stiamo assistendo al test di sforzo della leadership globale. Le implicazioni che Rose trae da queste crisi scuotono le fondamenta della geopolitica moderna, toccando nervi scoperti come la credibilità americana e la paura atomica.
Il primo grande tema è il fantasma del declino. Come accadde dopo la caduta di Saigon, oggi si torna a parlare degli Stati Uniti come di un “impero al tramonto”. Rose cita le cronache del New York Times, dove la percezione cinese di un’America a guida Trump appare quella di una potenza in ritirata. Eppure, l’autore ci invita a non correre troppo nel celebrare i funerali dell’egemonia statunitense. La storia è ciclica: anche dopo il Vietnam l’America sembrò finita, salvo poi rigenerarsi grazie al dinamismo del suo capitalismo e alla resilienza della sua democrazia. Il messaggio è chiaro: non sottovalutate mai la capacità di un sistema aperto di imparare dai propri errori.
Tuttavia, c’è un’ombra più cupa che si allunga sul futuro: la corsa all’atomo. Rose mette a nudo un paradosso brutale che ogni piccolo Stato sta osservando con terrore. La lezione di questi anni è un tragico sillogismo: l’Ucraina, che rinunciò al nucleare nel 1994, è stata invasa; la Corea del Nord, che lo possiede, è intoccabile; l’Iran, che non lo ha ancora completato, giace sotto le macerie. Questo triangolo di esempi sta riscrivendo le regole della sicurezza mondiale: per molti leader, la bomba non è più un tabù, ma l’unica polizza sulla vita. Un’accelerazione proliferativa che rischia di rendere il mondo un posto infinitamente più instabile nei prossimi decenni.
Sul piano della strategia pura, Rose smonta il mito della “teoria del folle” (madman theory). L’approccio di Trump verso Teheran – fatto di minacce imprevedibili e colpi di scena – ricalca quello di Nixon e Kissinger. Ma Rose avverte: l’imprevedibilità può funzionare come tattica d’apertura, ma fallisce contro nemici determinati. L’Iran, proprio come il Vietnam del Nord, ha capito il punto debole di Washington: la pazienza. Mentre i leader americani sono incatenati ai cicli elettorali e devono rispondere a un’opinione pubblica stanca, i regimi autoritari possono permettersi di aspettare, resistendo finché l’avversario non decide che il prezzo politico del conflitto è diventato troppo alto.
Per l’Ucraina, la prospettiva è quella di una “pace fredda”. Con milioni di vittime tra morti e feriti – una tragedia umana che richiama i numeri spaventosi della Corea – la stanchezza bellica potrebbe imporre un armistizio. Rose suggerisce che un confine congelato, simile al 38° parallelo, potrebbe rivelarsi più solido di quanto pensiamo. Non sarebbe una vittoria gloriosa, ma una stabilità pragmatica nata dall’esaurimento.
Infine, Rose ci svela la faccia più cinica delle alleanze: il momento in cui le grandi potenze impongono la propria volontà ai partner più piccoli. È accaduto a Seul nel 1953 e a Saigon nel 1973. Lo stesso schema sembra profilarsi all’orizzonte per Kiev e Israele. Quando gli interessi strategici globali di Washington (o Mosca) divergeranno dalla lotta per la sopravvivenza dei loro alleati, saranno i piccoli a dover ingoiare il rospo di una pace sgradita. Perché alla fine, nella scacchiera della storia, il sacrificio dei pedoni è spesso il prezzo che i re pagano per chiudere la partita.
In questo contesto l’Italia affronta una duplice sfida strategica. La crisi di Hormuz minaccia il Mediterraneo, arteria vitale per i nostri commerci ed energia: anche un accordo precario lascerebbe l’economia italiana esposta a tensioni costanti. Sul fronte ucraino, l’armistizio “alla coreana” congelerebbe una ferita aperta alle porte dell’Europa. Con il progressivo disimpegno americano dalla NATO, l’onere della sicurezza – tra pattugliamenti, deterrenza e ricostruzione – ricadrà direttamente sull’UE e anche sull’Italia. Senza l’ombrello di Washington, la stabilità del continente diventa una responsabilità diretta e costosa, costringendo il nostro Paese a un inedito protagonismo politico e militare per proteggere i propri interessi nazionali.
L’analisi di Gideon Rose è un antidoto prezioso alla presunzione del presente. Ogni generazione è convinta di vivere tempi senza precedenti, eppure la storia documenta con imbarazzante chiarezza che strutture belliche simili producono quasi sempre gli stessi esiti. Non siamo “speciali”: siamo solo i nuovi attori di un copione già scritto.
Le proiezioni di Rose – un’Ucraina cristallizzata in un armistizio amaro e un Iran che resta una mina nucleare vagante – non sono semplici ipotesi, ma probabilità radicate nella logica del potere. Per l’Italia e per l’Europa, accettare questa realtà significa abbandonare l’illusione che “questa volta sia diverso” e prepararsi a un mondo più crudo. Saremo chiamati a presidiare una “pace fredda” alle porte dell’Est e a navigare l’instabilità cronica del Mediterraneo allargato con una consapevolezza nuova, investendo in una difesa e in una diplomazia che non possono più permettersi il lusso della delega.
La sfida, in fondo, non è cambiare il corso della storia, ma smettere di ignorarne le regole. Quella di Rose è una chiamata alla maturità strategica: riconoscere i riflessi del passato è l’unico modo per non farsi travolgere dal futuro. I prossimi mesi saranno il nostro banco di prova: è tempo di guardare la realtà dritta negli occhi.
Bibliografia: Gideon Rose, Iran as Vietnam, Ukraine as Korea. Similar Wars End in Similar Ways, Foreign Affairs, May 20, 2026
Roberto Domini è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha insegnato a lungo strategia marittima e storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. Presiede il Circolo Fratelli Bonaldi, Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima.
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