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Guerra

L’ammiraglio Roberto Domini: per l’Italia intervenire a Hormuz è questione di interesse nazionale

Per l'Italia, che dipende dall'estero per il 75% del fabbisogno energetico, la chiusura di Hormuz non è un problema delegabile ad altri.
Hormuz

Il 22 aprile 2026, l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, ha confermato dinanzi alla Commissione Difesa della Camera la disponibilità della Marina a partecipare a una missione multinazionale nello Stretto di Hormuz qualora via sia la delibera del Consiglio dei ministri e l’approvazione parlamentare. L’annuncio apre un capitolo rilevante della politica estera e di sicurezza italiana, imponendo una riflessione rigorosa sulle motivazioni strategiche, sulle condizioni giuridiche e sulla geometria diplomatica dell’iniziativa.

La dimensione strutturale della crisi

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti nodali dell’architettura energetica mondiale. Attraverso i suoi trentasei chilometri nel tratto più angusto transita circa un quinto del petrolio commerciato a livello globale, insieme a quote rilevanti di gas naturale liquefatto destinate ai mercati europei e asiatici. Quando l’Iran ha avviato operazioni di minamento dei fondali e ha proceduto al sequestro di unità mercantili – anche di compagnie italiane – l’effetto si è riverberato sulle catene di approvvigionamento globali, sui premi assicurativi e sull’inflazione energetica in Paesi geograficamente e politicamente lontani dal conflitto. Per l’Italia, che dipende dall’estero per circa il 75% del proprio fabbisogno energetico, la chiusura di quella via d’acqua non è un problema delegabile ad altri. Si traduce in un rialzo diretto del costo dell’energia, in pressioni inflazionistiche sulle imprese, in un deterioramento della competitività sistemica e, in prospettiva, in possibili tensioni sociali interne. La partecipazione italiana a una missione di riapertura dello Stretto non va pertanto letta come solidarietà atlantica, bensì come tutela dell’interesse nazionale nel senso più concreto: economico, industriale, sociale. Un contributo fatto di specializzazione e credibilità”

Il contingente previsto si dovrebbe articolare in quattro unità navali: due cacciamine per la bonifica dei fondali, una nave di scorta per la protezione contro minacce asimmetriche e un’unità logistica. La missione specifica – sminare, non combattere – è coerente con le capacità distintive della Marina Militare, che vanta una tradizione operativa e industriale di primo livello in questo settore. I cacciamine sono sistemi specializzati, costosi e difficilmente sostituibili, che poche marine al mondo sanno schierare con adeguata competenza tecnica. L’ammiraglio Berutti Bergotto ha chiarito che il dispiegamento potrà avvenire esclusivamente a ostilità concluse. L’elevata pericolosità delle mine iraniane, posate in fondali ostici con tecniche sofisticate, rende qualsiasi intervento in contesto bellico militarmente insostenibile e politicamente illegittimo. La condizione temporale non è una clausola formale, ma un elemento indispensabile per renderla politicamente e operativamente accettabile (per la marina USA, la missione di sminamento dello stretto di Hormuz non può durare meno di sei mesi). Delimitare i tempi rappresenta, inoltre, la chiave di sicurezza che trasforma un’operazione ad altissimo rischio in un’azione fattibile. Oltre allo sminamento, una fase successiva si renderà probabilmente necessaria al fine di garantire la scorta e la protezione dei convogli mercantili in transito.

I nodi giuridici e operativi

L’operazione si confronta con complessità giuridiche di notevole portata. Nel punto più stretto, le acque territoriali iraniane e omanite si toccano, escludendo l’esistenza di acque internazionali libere nel senso tecnico del termine. Ogni transito avviene formalmente in acque nazionali, con tutto ciò che ne consegue in termini di sovranità e diritto di passaggio. L’Iran rivendica il controllo totale della via d’acqua, ammettendo unicamente navi non militari. Il nodo giuridico risiede nel conciliare il regime del “passaggio inoffensivo” sancito dalla Convenzione UNCLOS con le misure di blocco bellico vigenti. Sul piano operativo, alle mine si aggiunge la minaccia delle unità veloci dei Guardiani della Rivoluzione e dei missili balistici costieri. Sul piano istituzionale, l’operazione si sovrappone alla risposta delle Nazioni Unite che si articola su diversi gruppi di lavoro come la Strait of Hormuz Task Force (con il compito di creare meccanismi tecnici e umanitari per garantire che beni essenziali continuino a transitare nello stretto), istituita a fine marzo 2026, il futuro Joint Coordination Center previsto a Salalah in Oman (per garantire la sicurezza alimentare e il flusso di fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz) e il Safe Maritime Framework dell’IMO (un meccanismo di protezione e coordinamento volto a facilitare l’evacuazione sicura delle navi mercantili e degli equipaggi rimasti bloccati nella regione a causa delle ostilità). Tuttavia, un possibile veto di Russia e Cina in sede di Consiglio di Sicurezza potrebbe ostacolare il conseguimento di un mandato formale, costringendo la coalizione a esplorare soluzioni intermedie – dall’estensione della missione EUNAVFOR Aspìdes alla costruzione di una “coalizione di volenterosi” dotata di propria legittimità.

La geometria diplomatica della missione

La costruzione politica dell’operazione è altrettanto delicata quanto la sua architettura militare. Gli Stati Uniti non possono farne parte: la loro presenza trasferirebbe la missione dal piano della garanzia della navigazione a quello della prosecuzione del conflitto, rendendola inaccettabile per Teheran. La coalizione emergente dovrebbe essere inedita per composizione. Francia e Italia ne costituiscono il nucleo, affiancati da Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. Sarebbe però opportuna la potenziale adesione di Canada, Australia, Corea del Sud e Giappone, quest’ultimo dipendente dal petrolio del Golfo per quasi il 90% del fabbisogno energetico, perché ciò conferirebbe alla missione una dimensione genuinamente globale. Nei confronti di Russia e Cina e dei Paesi del Golfo andrà condotto un paziente lavoro diplomatico per dimostrare che la riapertura dello Stretto è anche e soprattutto nel loro interesse. Analoga logica si applica all’Iran: senza concessioni negoziali – riduzione delle sanzioni, garanzie di sicurezza, riconoscimento del diritto a discutere il dossier nucleare – Teheran non consentirà le operazioni di bonifica. Essenziale sarà sia il sostegno dell’Oman, il cui porto di Sohar costituisce un nodo logistico irrinunciabile, sia la capacità di integrare tra loro le operazioni di molteplici gruppi navali, quali quello indiano o di altri Paesi che si troveranno in zona di operazioni.

Conclusioni

La partecipazione italiana a una missione nello Stretto di Hormuz è al tempo stesso un imperativo economico, una scelta strategica e una prova di maturità politica. L’Italia dispone delle capacità navali per il suo contributo specializzato e insostituibile e possiede inoltre i requisiti di credibilità per candidarsi a un ruolo guida in una coalizione senza grandi potenze. La sfida risiede nella costruzione delle condizioni diplomatiche necessarie – mandato ONU, de-escalation regionale, coinvolgimento di marine di paesi di tutti i continenti, dialogo con Teheran, consenso di Mosca e Pechino, coordinamento tra i vari gruppi navali operanti nell’area – perché quella strettoia è, in senso non metaforico, la porta di accesso alle risorse energetiche e alla stabilità di cui l’economia italiana non può fare a meno.

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