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Guerra

Sminamento dello Stretto di Hormuz: perché l’Italia ha diritto al comando della missione

La soluzione ideale per la missione nello Stretto di Hormuz sarebbe avere Italia e Francia al comando. Ecco perché.
Italia

A partire dalla fine di febbraio 2026, in risposta agli attacchi aerei condotti da Stati Uniti e Israele, l’Iran ha innescato una risposta senza precedenti con il minamento di parte dello Stretto di Hormuz, imposizione di pedaggi fino a due milioni di dollari a transito e minaccia alle navi dirette verso porti americani e israeliani. Uno dei corridoi energetici più vitali al mondo si è trasformato in uno spazio di coercizione marittima. Di fronte a questa crisi, il 19 marzo 2026 Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Giappone e Canada hanno emesso una dichiarazione congiunta (al momento attuale i Paesi coinvolti sono 29 e gli Stati Uniti non sono tra questi). Ma dichiarare disponibilità non equivale a esercitare leadership. La domanda centrale è: quale ruolo deve svolgere la Marina Militare in questa operazione e perché l’Italia non dovrebbe accettare un ruolo marginale?

Situazione geopolitica e strategica

La crisi di Hormuz ha ridisegnato le geometrie del potere marittimo globale. Lo Stretto non è soltanto una strettoia fisica: è una soglia politica in cui si concentrano la capacità degli Stati di usare la geografia come coercizione, la dipendenza dei mercati da rotte energetiche vulnerabili e la tenuta delle alleanze occidentali quando la sicurezza collettiva diventa un costo operativo. Francia e Regno Unito si sono proposti come potenziali leader di una coalizione multinazionale pronta a contribuire agli sforzi per garantire un passaggio sicuro attraverso questa rotta commerciale strategica articolata in tre fasi: bonifica delle mine, evacuazione delle navi bloccate e pattugliamento con scorte militari. Tuttavia questa leadership bipartita presenta fragilità strutturali. La Gran Bretagna porta il pesante retaggio del colpo di Stato del 1953 contro il premier nazionalista Mossadeq, ancora vivo nella memoria collettiva iraniana, e ha compromesso la propria credibilità diplomatica verso Russia e Cina a causa del sostegno aperto all’Ucraina. Un’operazione a guida esclusivamente anglo-francese rischierebbe di riproporre lo schema fallimentare di Suez del 1956. La Francia, pur dotata di capacità militari autonome e di una base navale permanente ad Al-Dhafra negli Emirati, porta con sé la tradizione coloniale nel Maghreb e nel Levante, che genera diffidenza negli attori regionali. In questo contesto, l’Italia possiede una credibilità diplomatica che nessuno dei due contendenti può vantare: nessun trascorso coloniale nel Golfo, relazioni
storicamente distese con Teheran, postura equilibrata nei confronti di Russia, Cina, India, Giappone e Corea del Sud — tutti Paesi con interessi diretti alla riapertura dello stretto. Il ministro Crosetto ha indicato che qualsiasi missione italiana deve avvenire sotto egida ONU, con una bandiera che «riunisca Europa, Cina, Asia, India», non come appendice NATO.

PERCHÉ L’ITALIA DEVE AGIRE CON UN GRUPPO NAVALE

La natura dell’operazione richiede non una presenza simbolica, ma una task force navale integrata capace di bonifica delle mine, scorta ai convogli e proiezione di credibilità coercitiva. Agire con un singolo cacciamine equivale a essere presenti senza contare; agire con un gruppo navale significa essere un attore decisionale. L’Italia ha confermato la disponibilità a schierare fino a quattro unità: due dragamine modernizzate, un’unità di scorta e una nave di supporto logistico. Questa configurazione rispecchia la dottrina operativa MCM (mine counter-measures), che prevede la combinazione di unità di caccia-mine con piattaforme di protezione e rifornimento in teatro. Operare come gruppo navale consentirebbe alla Marina di svolgere un ruolo articolato: bonifica con le unità della V Divisione Navale di La Spezia, protezione con l’unità di scorta, autonomia operativa prolungata grazie alla nave supporto. Oltre a ciò non va dimenticato che l’ammiraglio Aurelio De Carolis, comandante in capo della flotta, gode di una così elevata credibilità internazionale da rappresentare un irrinunciabile fattore di potenza nei rapporti con le marine
partecipanti all’operazione.

    Obiettivi, esigenze operative e confronto

    Gli obiettivi operativi si articolano su tre livelli: bonifica delle mine con sonar, veicoli subacquei autonomi e palombari specializzati; scorta dei convogli commerciali nella fase di riapertura; mantenimento della presenza deterrente contro ulteriori
    minamenti. La Marina eccelle nel primo livello. Con dieci unità specializzate — otto della classe Gaeta e due della classe Lerici, tutte dotate di sonar multifrequenza e droni subacquei — l’Italia è uno dei più sofisticati operatori MCM della NATO. Non è un
    primato recente: già nell’Operazione Golfo del 1987-1988, i cacciamine italiani neutralizzarono molte mine nel Golfo Persico. Il programma CNG (Cacciamine di Nuova Generazione) da 1,6 miliardi di euro, sviluppato da Intermarine e Leonardo, conferma la continuità di questo investimento.

    Il confronto con le altre marine rivela squilibri che vengono spesso taciuti. La Royal Navy attraversa una crisi strutturale: con appena 3-4 fregate effettivamente operative a marzo 2026, non sembra in grado di assicurare una propria adeguata presenza di
    superficie nel Medio Oriente. Le 8 fregate FREMM italiane — tutte operative — superano quantitativamente e qualitativamente la disponibilità britannica. La Francia è l’unica marina europea con capacità autonoma di proiezione globale grazie ai suoi sottomarini nucleari, alla portaerei De Gaulle, alle basi negli Emirati e a quattro navi rifornimento moderne; sul piano MCM specifico, tuttavia, l’Italia è comparabile o superiore. Sul fronte logistico il gap italiano rimane reale — nessuna base avanzata nel Golfo — ma le nuove navi LSS Vulcano e Atlante hanno rafforzato significativamente la capacità di rifornimento, e una struttura di co-comando con la Francia renderebbe gestibile la catena logistica.

    Perché la nostra Marina dovrebbe co-guidare con la Francia

    La tendenza a trattare l’Italia come partner di secondo rango non regge all’analisi comparativa. Le 8 fregate FREMM Bergamini, i 2 cacciatorpediniere Orizzonte, la portaerei Cavour con F-35B e l’LHD Trieste — una nave di dislocamento simile al Charles De Gaulle con le sue 38.000 tonnellate — configurano una flotta di primissimo rango europeo. Il programma di 12 nuovi cacciamine CNG e di 4-8 corvette EPC a guida italiana in ambito europeo delinea anche una marina in piena espansione qualitativa. Nella dimensione MCM, cuore dell’operazione, l’Italia ha i titoli, la tradizione e la tecnologia. La V Divisione Navale di La Spezia, la dottrina operativa maturata in decenni di bonifica, la combinazione tra scafi in fibra di vetro a bassa segnatura magnetica e droni di nuova generazione rappresentano un patrimonio che pochi paesi europei possono vantare nella stessa misura.

    La co-guida italo-francese risponde a una logica precisa. La Francia porta ciò che all’Italia manca: basi nel Golfo, sottomarini d’attacco, capacità C4ISR autonome. L’Italia porta ciò che manca alla Francia: credibilità diplomatica con Teheran, relazioni equilibrate con i Paesi asiatici, assenza di retaggi coloniali e una componente MCM avanzata ed efficace. Una struttura di comando italo-francese non è una concessione diplomatica, ma una scelta operativamente razionale che mette in campo la somma delle rispettive eccellenze.

      CONCLUSIONI

      La crisi di Hormuz non è un episodio congiunturale: è il catalizzatore di una riconfigurazione profonda degli equilibri marittimi globali. Per l’Italia rappresenta al tempo stesso una responsabilità e un’opportunità storica che non può essere sprecata nella logica della partecipazione subalterna. La Marina Militare è tecnicamente pronta: una flotta di fregate tra le più moderne d’Europa, capacità MCM importante, un programma industriale di eccellenza e una catena di comando che ha dimostrato affidabilità dal Corno d’Africa al Mediterraneo orientale. Non accettare un ruolo di co-guida sarebbe non solo una rinuncia al peso che spetta all’Italia nella governance marittima europea, ma una scelta contraria agli interessi nazionali di un Paese che dipende direttamente dalla stabilità di quella rotta per i suoi approvvigionamenti energetici. Il modello da perseguire è una co-leadership italo-francese nell’ambito di un mandato ONU, con l’Italia garante del settore diplomatico e MCM e la Francia garante della difesa e della logistica avanzata. Tale formula supererebbe le diffidenze iraniane verso una leadership puramente anglo-francese, coinvolgerebbe i Paesi del Golfo e dell’Asia e costruirebbe un precedente positivo per l’autonomia strategica europea nel dominio marittimo.

      Ci auguriamo che sia finita l’epoca che vedeva marine di stati esterni al Mediterraneo allargato (UK) curare i loro interessi a scapito di quelli degli Stati che in quello scenario vivono. Sappiamo bene come le conseguenze geopolitiche create proprio da questi interventi diventino un prezzo da pagare e un problema con cui confrontarsi per anni, come l’episodio libico ci ricorda. Spesso si racconta che chi non siede al tavolo del comando è destinato a subire in silenzio. L’Italia ha i mezzi, la storia e soprattutto il dovere di dire la sua, di non essere vittima di scelte non proprie e di poter partecipare al processo decisionale quando sono in gioco le vite dei suoi militari e i suoi interessi. Il compito della classe dirigente — politica, militare e diplomatica — è di non sprecare questa opportunità, tenendo conto che una decisione in tal senso ci pone di fronte a responsabilità importanti e che non possono essere sottostimate.

      ROBERTO DOMINI è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia. 

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