Robert Kagan (1) ha da poco pubblicato su The Atlantic un’analisi che per lucidità e ampiezza di vedute raramente si incontra nel dibattito strategico contemporaneo. La sua tesi di fondo è tanto semplice quanto devastante: gli Stati Uniti hanno perso in Iran, e questa sconfitta — a differenza di quelle del passato — non è né riparabile né reversibile.
Trentasette giorni che hanno cambiato il mondo
Per comprendere la portata di quanto accaduto, occorre ricostruire la sequenza degli eventi con precisione. Stati Uniti e Israele hanno condotto una campagna aerea contro l’Iran di straordinaria intensità, durata trentasette giorni consecutivi. I bombardamenti hanno eliminato gran parte della leadership iraniana e distrutto il grosso delle capacità militari convenzionali del Paese. Eppure, nonostante questa pressione militare senza precedenti, il regime di Teheran non è crollato, non ha negoziato, non ha ceduto su un singolo punto.
Il momento decisivo arriva il 18 marzo, quando Israele bombarda il giacimento di gas South Pars, uno degli impianti energetici più importanti dell’Iran. La risposta di Teheran è immediata e calibrata con precisione chirurgica: un attacco alla Ras Laffan Industrial City del Qatar, il più grande terminale di esportazione di gas naturale al mondo. I danni alle infrastrutture sono tali da richiedere anni di lavoro per essere riparati. Di fronte al rischio di un collasso energetico globale, il presidente Trump dichiara una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane e poi un cessate il fuoco unilaterale. L’Iran non ha concesso nulla.
Dopo il cessate il fuoco militare, l’amministrazione americana punta sul blocco navale dei porti iraniani come strumento di pressione economica alternativa. Kagan è esplicito nel valutarne le prospettive: un regime che ha resistito a cinque settimane di bombardamenti ininterrotti difficilmente cederà sotto la sola coercizione economica. A rafforzare questa valutazione, cita la studiosa di Iran Suzanne Maloney: un governo capace di massacrare i propri cittadini per reprimere le proteste del gennaio precedente è perfettamente in grado di imporre qualsiasi privazione economica alla propria popolazione senza temere conseguenze politiche interne.
Emerge così il paradosso centrale del conflitto: la potenza militare americana, pur essendo la più formidabile del pianeta, si è rivelata incapace di tradurre la sua forza in vittoria politica. E chi propone di riprendere i bombardamenti deve rispondere a una domanda imbarazzante: cosa cambierà in un secondo ciclo di attacchi rispetto ai trentasette giorni già tentati? Kagan demolisce questo argomento con una logica ineccepibile: una nuova campagna militare spingerebbe l’Iran a ritorsioni contro gli Stati del Golfo, mettendo a rischio le infrastrutture del petrolio e del gas da cui dipende l’economia mondiale. Anche nell’ipotesi estrema di una distruzione totale delle capacità iraniane, Teheran avrebbe ancora la possibilità di lanciare decine, se non centinaia, di missili e droni prima di soccombere; basterebbero pochi attacchi precisi alle infrastrutture energetiche del Golfo per paralizzare la produzione regionale per decenni. È questa consapevolezza — non la diplomazia, non le pressioni internazionali — che ha fermato Trump.
Conseguenze geopolitiche e strategiche
Il titolo scelto da Kagan — Checkmate in Iran (Scacco matto in Iran) — riassume con precisione scacchistica la posizione americana: non ancora scacco matto definitivo, ma molto vicina. L’autore rivela che Trump ha chiesto alla comunità intelligence di valutare le conseguenze nel dichiarare semplicemente la vittoria e ritirarsi. Una mossa comprensibile: sperare nel crollo spontaneo del regime non è una strategia, soprattutto quando il petrolio si avvicina a prezzi superiori ai 100 dollari al barile, l’inflazione sale e si profilano carenze globali di materie prime.
Il nodo geopolitico più profondo dell’analisi riguarda lo Stretto di Hormuz. Kagan sfata un assunto diffuso: l’idea che lo stretto si riaprirà al traffico internazionale, in un modo o nell’altro, una volta terminata la crisi. Questa assunzione è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Il controllo dello Stretto è ora la sua arma più preziosa — più immediata e più efficace persino del programma nucleare. Grazie a questa leva, Teheran potrà imporre pedaggi per il transito, limitare il passaggio alle nazioni sgradite, punire i paesi avversi rallentando il flusso delle loro navi mercantili. Una forma di potere geopolitico straordinariamente flessibile, che l’Iran saprà usare per costringere le nazioni a revocare le sanzioni e normalizzare le relazioni.
Anche i moderati iraniani, secondo Kagan, capiscono che l’Iran non può permettersi di cedere il controllo dello Stretto, indipendentemente da qualsiasi accordo. Le ragioni sono strutturali. Quanto ci si può fidare di Trump, che si è quasi vantato di aver replicato il colpo di sorpresa di Pearl Harbor approvando l’uccisione della leadership iraniana durante i negoziati? E Israele potrebbe agire autonomamente, come ha sempre fatto quando ha percepito minacce ai propri interessi. La diffidenza iraniana è razionale, non ideologica.
Per le monarchie del Golfo, le implicazioni sono immediate e strutturali. Quegli Stati hanno costruito le proprie economie sotto l’ombrello dell’egemonia americana e della libertà di navigazione che essa garantiva. Venendo meno questo ombrello, saranno inevitabilmente costretti a cercare un accomodamento con Teheran — non per scelta ideologica, ma per necessità geografica ed economica. E non saranno solo gli Stati del Golfo: tutte le nazioni dipendenti dall’energia di quella regione dovranno rinegoziare i propri rapporti con un Iran più potente e più ricco. Kagan liquida con punta di sarcasmo la cosiddetta “coalizione” anglo-francese per il pattugliamento dello stretto: il presidente Macron ha chiarito che quella forza opererà solo in condizioni di pace. Una formula sostanzialmente priva di significato in uno stretto sotto controllo iraniano.
Israele si troverà più isolato che mai. In un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza determinante sull’approvvigionamento energetico di decine di nazioni, Tel Aviv potrebbe subire pressioni internazionali enormi affinché non provochi Teheran in Libano, a Gaza o altrove. Il paradosso è evidente: la guerra pensata per indebolire l’Iran ha prodotto l’effetto opposto.
Sul piano della deterrenza globale, le conseguenze sono altrettanto gravi. Il mondo intero ha potuto osservare come poche settimane di guerra contro una potenza di second’ordine abbiano ridotto le scorte di armamenti americani a livelli pericolosamente bassi, senza rimedio rapido. L’intera architettura della deterrenza americana si fonda sull’assunzione della sua capacità di sostenere conflitti prolungati: questa capacità è ora messa in discussione pubblicamente. Le domande che questo solleva potrebbero o meno spingere Xi Jinping a muoversi su Taiwan, o Putin ad accelerare la propria pressione sull’Europa. Ma quantomeno, gli alleati americani in Asia orientale e in Europa devono interrogarsi sulla capacità di Washington di mantenere i propri impegni in caso di futuri conflitti. Cina e Russia escono rafforzate da questa crisi: Mosca come dimostrazione vivente che resistere alla potenza americana è possibile; Pechino sapendo che la capacità di risposta americana è diminuita.
Kagan inserisce infine questa crisi in un quadro storico più ampio: l’accelerazione dell’aggiustamento globale verso un mondo post-americano. La perdita della posizione dominante nel Golfo non è un incidente isolato, ma il primo di una serie di cedimenti strutturali dell’ordine internazionale a guida americana costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una volta che la fiducia si erode, il suo recupero richiede decenni.
Conclusioni
L’analisi di Kagan ci consegna una verità scomoda ma necessaria: la sconfitta americana in Iran è strutturale, non congiunturale, e non ammette rimedi rapidi. Per i decisori politici — americani e alleati — ne derivano alcune indicazioni urgenti. In primo luogo, è indispensabile abbandonare la retorica della vittoria e avviare una valutazione realistica dei danni già prodotti. In secondo luogo, occorre costruire un nuovo quadro diplomatico multilaterale che coinvolga Cina e Russia, giacché sono loro i nuovi interlocutori imprescindibili nella regione. In terzo luogo, gli alleati europei e asiatici devono accelerare la propria autonomia energetica e diversificare le forniture, riducendo la vulnerabilità strutturale che l’Iran potrà sfruttare. Infine, la credibilità della deterrenza americana va ricostruita con pazienza e coerenza — non con nuove avventure militari, ma con una strategia di lungo periodo che tenga conto dei limiti, oltre che delle capacità, della potenza americana. Il mondo post-americano è già qui: la questione è se l’Occidente saprà adattarvisi con intelligenza o si troverà a inseguirlo senza bussola.
(1) Robert Kagan è tra i più influenti teorici neoconservatori americani e voce di riferimento della politica interventista statunitense. Marito di Victoria Nuland — già sottosegretaria di Stato per gli Affari europei e tra le architette della politica estera americana verso l’Europa orientale — Kagan è co-fondatore del Project for the New American Century e autore di opere fondamentali sul primato americano nel mondo.
Roberto Domini, autore di questo articolo è Ufficiale Ammiraglio della riserva. Ha comandato nave Mogano, il contingente italiano in Sinai e le basi navali di Venezia e Augusta. Ha frequentato il Naval Staff College della Royal Navy a Greenwich a Londra ed è stato Addetto per la Difesa presso l’Ambasciata Italiana di Zagabria. Ha insegnato a lungo Strategia marittima e Storia navale all’Istituto di Guerra Marittima di Livorno e all’Istituto di Studi Militari Marittimi di Venezia.
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