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	<title>Giuseppe Gagliano Archives - InsideOver</title>
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	<title>Giuseppe Gagliano Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Berlino e la guerra ibrida, la sicurezza come funzione del sistema economico e sociale</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/berlino-e-la-guerra-ibrida-la-sicurezza-come-funzione-del-sistema-economico-e-sociale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:01:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Germania" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-1536x1005.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-600x393.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'apertura del Centro ha un significato politico: Berlino sta trasformando la guerra ibrida in una funzione stabile dello Stato. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Germania" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-1536x1005.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/Germania-600x393.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’apertura a Berlino del Centro congiunto per il contrasto alle minacce ibride non è un semplice aggiornamento amministrativo dell’apparato di sicurezza tedesco. È il segnale che la Germania considera ormai permanente lo scontro nella zona grigia: quella fascia ambigua in cui non parlano i cannoni, ma agiscono spionaggio, sabotaggio, attacchi informatici, campagne di influenza, pressione economica e manipolazione dell’informazione. Ufficialmente, il nuovo organismo nasce per coordinare polizia, servizi di sicurezza, difesa informatica e autorità federali contro interferenze straniere e minacce alle infrastrutture critiche. È una motivazione comprensibile, soprattutto in un’Europa che da anni vive dentro una crescente tensione con la Russia. Ma il significato politico è più ampio: <strong>Berlino sta trasformando la guerra ibrida in una funzione stabile dello Stato.</strong></p>



<p>La Germania, che per decenni ha costruito la propria forza sull’industria, sull’esportazione, sull’energia relativamente conveniente e sulla prudenza geopolitica, oggi scopre di essere vulnerabile. Reti elettriche, ferrovie, porti, banche, aziende tecnologiche, centri di ricerca, apparati pubblici e catene logistiche diventano bersagli potenziali. <strong>La sicurezza non riguarda più soltanto i confini, ma l’intero sistema economico e sociale.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cyberspazio come campo di battaglia</h2>



<p>Il nodo più delicato riguarda la dimensione cibernetica. Da tempo, nel mondo occidentale, si discute di difesa attiva, risposta proporzionata, neutralizzazione preventiva e capacità di controffensiva digitale. Sono formule prudenti, ma indicano un passaggio reale: la NATO e i suoi membri non vogliono più limitarsi a proteggere le proprie reti. Vogliono poter rispondere, colpire, dissuadere.</p>



<p>Qui nasce il problema. <strong>Nel cyberspazio il confine tra difesa e attacco è spesso indistinguibile.</strong> Un’operazione presentata come risposta a un’intrusione può essere interpretata dall’avversario come aggressione. Un’azione contro una rete logistica, un sistema energetico o una piattaforma bancaria può produrre effetti politici e militari enormi senza un solo soldato sul terreno.</p>



<p>Per Mosca, strutture come quella inaugurata a Berlino confermano l’idea che l’Occidente non si stia limitando a difendersi, ma <strong>stia costruendo un apparato permanente di pressione contro la Russia. </strong>Dal punto di vista russo, sanzioni, isolamento diplomatico, sostegno all’Ucraina, guerra dell’informazione e rafforzamento cibernetico fanno parte di un’unica strategia. <strong>Dal punto di vista occidentale, invece, tutto viene presentato come risposta alla minaccia russa.</strong></p>



<p>È proprio questa simmetria delle accuse a rendere pericolosa la situazione. Ognuno si considera minacciato. Ognuno definisce difensiva la propria azione. Ognuno interpreta come offensiva la mossa dell’altro. In questo clima, l’incidente diventa più probabile della decisione calcolata.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il costo economico della sicurezza permanente</h2>



<p>La guerra ibrida ha anche un prezzo economico. Per la Germania significa aumentare gli investimenti in sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture, intelligence industriale, difesa dei dati e controllo delle reti strategiche. <strong>Per le imprese significa maggiori costi. </strong>Per lo Stato significa nuovi bilanci, nuovi apparati, nuove competenze. Per la società significa abituarsi a una sicurezza sempre più invasiva e continua.</p>



<p>Ma la minaccia diventa anche mercato. Aziende specializzate in software di difesa, sorveglianza digitale, analisi dei dati, protezione delle reti e tecnologie per l’attribuzione degli attacchi acquisiranno un peso crescente. <strong>La sicurezza diventa filiera industriale. La paura diventa investimento.</strong> La crisi diventa occasione economica per settori sempre più vicini agli apparati statali.</p>



<p>Sul piano geoeconomico, la trasformazione è evidente. La Germania non è più soltanto il motore manifatturiero d’Europa. <strong>È una potenza economica costretta a pensarsi come bersaglio strategico. </strong>La fine della relazione energetica privilegiata con Mosca, l’aumento dei costi industriali, la dipendenza maggiore dagli Stati Uniti e il riarmo europeo spingono Berlino verso una postura nuova, meno commerciale e più securitaria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Europa dentro la zona grigia</h2>



<p>Il vero rischio è che la difesa dalle minacce ibride diventi una forma stabile di conflitto permanente. Nessuno dichiara guerra, ma tutti si preparano alla guerra. Nessuno ammette di attaccare, ma tutti sviluppano capacità di risposta. <strong>Nessuno vuole apparire aggressore, ma tutti costruiscono strumenti che possono essere usati anche in chiave offensiva.</strong> La Russia denuncia l’accerchiamento occidentale. La NATO parla di deterrenza. Berlino invoca la protezione delle infrastrutture e della democrazia. Ogni attore ha la propria versione dei fatti, ma il risultato è lo stesso: l’Europa entra sempre più profondamente in una guerra senza dichiarazione di guerra.</p>



<p>Il centro inaugurato a Berlino non è dunque soltanto un edificio o una struttura di coordinamento. È il simbolo di un’epoca. La sicurezza europea non si misura più soltanto in brigate, missili e carri armati, ma nella capacità di controllare dati, reti, energia, informazione e percezione pubblica. La guerra ibrida non è più un’eccezione. È diventata l’ambiente quotidiano della politica internazionale. E la Germania, con questo passo, riconosce che la pace europea è ormai attraversata da un conflitto continuo, invisibile e difficile da contenere.</p>
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		<title>Usa e Iran, la pace che nasce dalla sfiducia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/usa-e-iran-la-pace-che-nasce-dalla-sfiducia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 09:51:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Usa temono una crisi energetica globale e una nuova guerra. L’Iran teme un logoramento. Entrambi vogliono capitalizzare.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, annunciato come passaggio verso la cessazione della guerra, non può essere letto come un normale documento diplomatico. Se i contenuti attribuiti all’intesa saranno confermati, siamo davanti a un testo che non si limita a fermare le armi, ma r<strong>idefinisce il modo in cui Washington e Teheran intendono misurare la propria forza nel Golfo Persico, nel Levante e nell’intero Medio Oriente.</strong></p>



<p>La formula scelta da Teheran è significativa: fine immediata e definitiva della guerra, compresi i fronti regionali, Libano incluso. Questo significa che l’accordo non riguarda soltanto il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma anche la rete di crisi che da anni collega il Golfo, il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso, l’Iraq, la Siria, lo Yemen e il Libano. In altre parole, <strong>il memorandum pretende di intervenire non su un singolo incendio, ma sull’intero sistema di combustione mediorientale.</strong></p>



<p>Il punto è politico prima ancora che militare. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chiudere una crisi che rischiava di trasformarsi in un conflitto regionale ingestibile, con effetti immediati sull’energia, sui mercati e sulla sicurezza dei loro alleati. L’Iran, al contrario, ha bisogno di dimostrare che la strategia della resistenza, della pressione indiretta e della tenuta nazionale ha prodotto risultati concreti. Per questo <strong>l’accordo nasce già dentro una doppia narrazione</strong>: per Washington è il ritorno della diplomazia; per Teheran è la conferma che l’avversario è stato costretto a trattare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Golfo come teatro della nuova diplomazia coercitiva</h2>



<p><strong>Il Golfo Persico non è mai soltanto una regione. È una leva dell’economia mondiale.</strong> Attraverso Hormuz passano energia, sicurezza marittima, assicurazioni, finanza, commercio asiatico, equilibrio europeo e stabilità dei prezzi. Quando lo Stretto viene minacciato o chiuso, anche solo parzialmente, non si muovono soltanto le marine militari. Si muovono i mercati, le banche, le compagnie petrolifere, gli armatori, i governi importatori e gli apparati di sicurezza.</p>



<p>La riapertura di Hormuz e le operazioni di sminamento assumono dunque un significato enorme. Non sono semplicemente misure tecniche. Sono il segnale che la guerra ha raggiunto un punto oltre il quale nessuno dei due protagonisti principali voleva davvero andare. Perché una guerra lunga nel Golfo avrebbe significato prezzi dell’energia fuori controllo, aumento dei costi assicurativi, pressione sulle economie occidentali, irritazione degli importatori asiatici e rischio permanente di incidenti militari.</p>



<p><strong>La pace annunciata, quindi, non nasce necessariamente da fiducia reciproca. Nasce dal calcolo. </strong>Gli Stati Uniti sanno che non possono permettersi una destabilizzazione permanente di Hormuz. L’Iran sa che può usare la geografia come arma politica. Il memorandum è il punto d’incontro tra queste due consapevolezze: Washington conserva l’obiettivo di impedire una crisi globale dell’energia; Teheran dimostra che nessuna architettura regionale può essere costruita ignorando il suo ruolo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Iran incassa prima di negoziare</h2>



<p>La struttura dei quattordici punti attribuiti all’intesa mostra un dato essenziale: l’Iran non intende entrare nei negoziati finali come parte sconfitta. Al contrario, pretende benefici anticipati. Prima ancora di discutere l’accordo definitivo, chiede la sospensione delle sanzioni petrolifere, la revoca del blocco navale, lo sblocco di una parte dei fondi congelati e il riconoscimento della propria sovranità.</p>



<p>È un’impostazione molto precisa. <strong>Teheran vuole impedire che la trattativa si trasformi in una replica degli schemi precedenti,</strong> nei quali l’Iran accettava limiti immediati in cambio di promesse future. Questa volta la logica sembra rovesciata: prima il sollievo economico e politico, poi il negoziato. Prima il denaro, poi il nucleare. Prima la riapertura dello spazio energetico, poi la discussione sulle materie arricchite e sull’arricchimento.</p>



<p>Lo sblocco di 24 miliardi di dollari, con metà della somma da rendere disponibile prima dell’avvio dei colloqui finali, è il simbolo di questa impostazione. Per l’Iran non si tratta solo di liquidità. <strong>È una prova di affidabilità dell’interlocutore americano. </strong>Dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, Teheran non si accontenta più di dichiarazioni politiche. Chiede garanzie materiali, verificabili, immediate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ricostruzione o risarcimento geopolitico</h2>



<p>Ancora più rilevante è la richiesta di piani di ricostruzione per almeno 300 miliardi di dollari a carico degli Stati Uniti e dei loro alleati. Qui il memorandum supera il terreno della cessazione delle ostilità e si sposta su quello della compensazione strategica.</p>



<p>L’Iran sembra voler trasformare la fine della guerra in un riconoscimento politico: non solo basta con le operazioni militari, non solo basta con il blocco navale, non solo basta con le sanzioni sul petrolio, ma anche contributo alla ricostruzione del Paese. Una simile impostazione, se accettata, avrebbe un valore enorme. Significherebbe che l’Iran non viene trattato come potenza piegata, ma come <strong>attore capace di imporre un prezzo alla normalizzazione.</strong></p>



<p>Da qui nasce anche la difficoltà americana. Per Washington un piano di ricostruzione potrebbe essere presentato come investimento nella stabilità regionale. Per Teheran sarebbe invece il riconoscimento della propria vittoria. Per Israele e per alcuni partner regionali degli Stati Uniti, potrebbe apparire come un premio concesso a un avversario che mantiene intatta la propria rete di influenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La grande esclusione: missili e resistenza fuori dal tavolo</h2>



<p>Il passaggio politicamente più sensibile riguarda l’agenda dei negoziati finali. Secondo la formulazione attribuita all’intesa, il futuro accordo dovrà riguardare soltanto il destino dei materiali arricchiti, l’arricchimento, la revoca delle sanzioni e il piano di ricostruzione economica. <strong>Resterebbero invece fuori il programma missilistico iraniano e il sostegno ai cosiddetti gruppi di resistenza.</strong></p>



<p>Per Teheran sarebbe una conquista fondamentale. Da anni l’obiettivo americano, israeliano e in parte europeo è stato quello di allargare il negoziato oltre il nucleare, includendo missili balistici, droni, milizie alleate, Hezbollah, gruppi iracheni, influenza in Siria, legami con lo Yemen e capacità di pressione su Israele. L’Iran ha sempre rifiutato questa impostazione perché avrebbe significato discutere non di un singolo programma, ma della propria dottrina di sicurezza nazionale.</p>



<p><strong>Se l’esclusione venisse confermata, l’Iran manterrebbe la propria profondità strategica. </strong>Potrebbe accettare limitazioni sul nucleare senza smantellare il sistema di deterrenza regionale costruito negli ultimi decenni. È questo il vero nodo. Il nucleare è il dossier più visibile. Ma la forza iraniana non si misura solo nelle centrifughe. Si misura nella capacità di attivare o disattivare fronti multipli, dal Libano al Mar Rosso, dall’Iraq alla Siria.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Libano come termometro dell’accordo</h2>



<p>La menzione del Libano è tutt’altro che casuale. Il fronte libanese rappresenta uno dei punti più delicati dell’intero equilibrio mediorientale. Se il memorandum produrrà una reale riduzione della tensione tra Israele e Hezbollah, allora l’intesa potrà essere considerata qualcosa di più di un cessate il fuoco tattico. Se invece il fronte nord di Israele dovesse riaccendersi, la credibilità dell’intero meccanismo verrebbe subito messa in discussione.</p>



<p><strong>Il Libano è importante perché non è soltanto un teatro locale. </strong>È il luogo in cui si incontrano la sicurezza israeliana, l’influenza iraniana, la fragilità dello Stato libanese, il ruolo di Hezbollah, l’attenzione francese, la presenza diplomatica americana e il timore di una guerra regionale. In questo senso, la pace nel Golfo dovrà essere verificata sulle coste del Mediterraneo orientale.</p>



<p><strong>Lo stesso vale, in forme diverse, per Iraq, Siria, Yemen e Mar Rosso. </strong>Una tregua vera dovrebbe ridurre la pressione dell’intero asse regionale legato a Teheran. Ma una tregua parziale potrebbe semplicemente spostare la tensione da un fronte all’altro. È il rischio classico del Medio Oriente: non la fine del conflitto, ma la sua migrazione geografica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fermare l’escalation senza perdere deterrenza</h2>



<p>Dal punto di vista militare, l’accordo risponde a una necessità immediata: impedire che il confronto tra Stati Uniti e Iran oltrepassi la soglia del controllo politico. In una regione dove operano flotte, basi americane, sistemi missilistici, milizie, droni, gruppi armati e intelligence concorrenti, il rischio di errore di calcolo è permanente.</p>



<p>Il blocco navale, le mine, la minaccia su Hormuz, la pressione sui porti, gli attacchi indiretti e la presenza di forze statunitensi nella regione creano un ambiente nel quale un incidente può diventare rapidamente crisi, e una crisi può diventare guerra. Il memorandum prova a congelare questo meccanismo. Ma congelare non significa risolvere.</p>



<p>Gli Stati Uniti dovranno evitare di apparire come la potenza che arretra. L’Iran dovrà evitare di apparire come il Paese che accetta condizioni esterne. <strong>Israele dovrà decidere se considerare l’intesa una pausa utile o una minaccia strategica.</strong> Le monarchie del Golfo dovranno capire se la riduzione della tensione le rende più sicure o se consegna a Teheran un ruolo regionale più ampio.</p>



<p><strong>La vera difficoltà sarà mantenere la deterrenza dentro la de-escalation. </strong>Troppa pressione può far saltare l’accordo. Troppa concessione può convincere l’Iran che la strategia della minaccia funziona. Troppa libertà d’azione israeliana può far crollare il tavolo. Troppa rigidità americana può riportare tutti al punto di partenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il petrolio come linguaggio della pace</h2>



<p>Sul piano economico, l’effetto più immediato riguarda il petrolio iraniano. La sospensione delle sanzioni sulla vendita di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati permetterebbe a Teheran di rientrare con maggiore forza nei mercati internazionali. Questo avrebbe conseguenze dirette sul prezzo dell’energia, sulle scelte degli importatori asiatici, sugli equilibri tra produttori e sulle strategie delle grandi compagnie.</p>



<p>L’Iran dispone di risorse enormi, ma per anni ha operato sotto vincoli finanziari, commerciali, assicurativi e bancari. La normalizzazione, anche parziale, delle esportazioni consentirebbe al governo iraniano di ottenere valuta pregiata, stabilizzare il bilancio, finanziare infrastrutture, sostenere la moneta nazionale e attenuare il malcontento interno.</p>



<p><strong>Per l’Europa, la questione è più complessa. </strong>Da un lato, più petrolio sul mercato può significare prezzi più bassi e maggiore sicurezza energetica. Dall’altro, il ritorno economico dell’Iran apre un problema politico: fino a che punto le imprese europee potranno rientrare nel mercato iraniano senza temere nuove sanzioni americane future? È lo spettro del 2015. Molte aziende europee avevano guardato all’Iran come a un grande mercato potenziale, per poi ritirarsi quando Washington cambiò linea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cina, Russia ed Europa davanti al ritorno iraniano</h2>



<p>La dimensione geoeconomica è decisiva. Un Iran parzialmente reintegrato nei mercati non sarebbe soltanto un produttore di petrolio. Sarebbe un grande spazio di competizione tra potenze. La Cina, che negli anni dell’isolamento ha rafforzato la propria presenza economica e strategica in Iran, cercherebbe di mantenere una posizione privilegiata. Pechino ha bisogno di energia, rotte terrestri, influenza eurasiatica e partner capaci di ridurre la pressione americana.</p>



<p>La Russia guarderebbe al processo con maggiore ambivalenza. Mosca condivide con Teheran una parte dell’antagonismo verso l’Occidente, ma un Iran meno isolato potrebbe diventare più autonomo e meno dipendente dall’asse con la Russia. Inoltre, un ritorno pieno del petrolio iraniano sui mercati potrebbe complicare alcuni equilibri energetici.</p>



<p><strong>L’Europa, invece, avrebbe interesse a riaprire canali economici, soprattutto nei settori infrastrutturali, energetici, industriali e tecnologici.</strong> Ma l’Europa è debole quando non ha garanzie politiche. Senza una protezione stabile contro le sanzioni secondarie americane, le imprese europee difficilmente rischierebbero investimenti di lungo periodo.</p>



<p>Le monarchie del Golfo si troverebbero davanti a un dilemma. La pace riduce il rischio di guerra e protegge le economie regionali. Ma un Iran più ricco, meno sanzionato e diplomaticamente riconosciuto potrebbe diventare un concorrente ancora più forte. Per Arabia Saudita ed Emirati, la stabilizzazione del Golfo è una necessità economica; il rafforzamento dell’Iran è invece una preoccupazione strategica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le Nazioni Unite come assicurazione contro il passato</h2>



<p>L’idea che l’accordo finale venga approvato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU risponde a un’esigenza precisa: blindare il futuro compromesso. L’Iran non vuole ripetere l’esperienza dell’accordo nucleare del 2015, smontato da una decisione politica americana. Per questo cerca una cornice internazionale che renda più difficile una nuova uscita unilaterale.</p>



<p>Tuttavia, una risoluzione non basta a creare fiducia. La fiducia tra Stati Uniti e Iran è quasi inesistente. Washington sospetta che Teheran voglia mantenere una capacità nucleare di soglia. Teheran sospetta che Washington voglia usare ogni accordo come strumento temporaneo per poi riprendere la pressione. Israele sospetta che ogni concessione economica all’Iran finisca per rafforzare anche Hezbollah e gli altri alleati regionali. Le monarchie arabe sospettano che la distensione americano-iraniana possa avvenire sopra le loro teste.</p>



<p><strong>Per questo la garanzia internazionale è necessaria ma non sufficiente. </strong>La vera garanzia sarà l’equilibrio degli interessi. Se tutti avranno qualcosa da perdere nel far saltare l’accordo, allora la tregua potrà reggere. Se anche uno solo degli attori principali penserà di poter guadagnare dal sabotaggio, il memorandum diventerà fragile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una pace che nasce dalla paura della guerra</h2>



<p>Il punto più importante è forse questo: la pace nel Golfo non nasce da un’improvvisa conversione alla fiducia reciproca. Nasce dalla paura della guerra. <strong>Gli Stati Uniti temono una crisi energetica globale e una nuova guerra mediorientale. L’Iran teme un logoramento economico e militare </strong>troppo lungo, ma vuole capitalizzare la propria capacità di resistenza. Israele teme un Iran rafforzato, ma deve misurarsi con i limiti della forza. Le monarchie del Golfo temono sia la guerra sia l’egemonia iraniana. L’Europa teme i prezzi dell’energia, le migrazioni, l’instabilità e la propria irrilevanza.</p>



<p>Questa è la vera natura del memorandum: non un abbraccio, ma un armistizio tra paure convergenti. E proprio per questo può funzionare, almeno nel breve periodo. Le paci più solide nascono spesso da una visione comune del futuro. Quelle più fragili nascono dalla consapevolezza condivisa del disastro da evitare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I sessanta giorni che decideranno il nuovo equilibrio</h2>



<p>La finestra negoziale di sessanta giorni sarà decisiva. In quel periodo si capirà se il memorandum è l’inizio di una nuova architettura regionale o soltanto una pausa tattica. I nodi sono tre.</p>



<p>Il primo è economico: sanzioni, petrolio, fondi congelati, accesso alle risorse finanziarie, ricostruzione. Se Teheran non vedrà benefici concreti, potrà accusare Washington di non rispettare gli impegni. Se Washington concederà troppo rapidamente, rischierà accuse interne e regionali di cedimento.</p>



<p><strong>Il secondo è militare: Hormuz, blocco navale, presenza americana, Libano, gruppi alleati dell’Iran. Una sola escalation su uno di questi fronti potrebbe compromettere il percorso.</strong></p>



<p>Il terzo è nucleare: materiali arricchiti, livelli di arricchimento, verifiche, ispezioni, garanzie. È il dossier più tecnico, ma anche quello più politico. Perché il problema non è soltanto impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare. È stabilire quanta capacità nucleare l’Iran potrà mantenere senza essere percepito come minaccia imminente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">l Medio Oriente tra tregua e nuova gerarchia</h2>



<p>Se l’accordo reggerà, il Medio Oriente entrerà in una fase nuova. Non necessariamente più pacifica, ma diversa. L’Iran uscirebbe dall’isolamento più forte di prima. Gli Stati Uniti proverebbero a ridurre il peso della guerra diretta senza abbandonare la regione. La Cina cercherebbe di sfruttare l’apertura economica. La Russia osserverebbe con prudenza. L’Europa proverebbe a rientrare, ma con mezzi limitati. Israele dovrebbe decidere se adattarsi a una nuova realtà o cercare di impedirla.</p>



<p>Se invece l’accordo fallirà, il rischio sarà ancora più alto. Perché le aspettative deluse producono spesso crisi più gravi delle crisi originarie. Un Iran convinto di essere stato ingannato potrebbe riattivare la pressione regionale. Gli Stati Uniti potrebbero tornare alla logica delle sanzioni e della forza. Israele potrebbe agire da solo. Il Golfo potrebbe ripiombare nell’incertezza energetica.</p>



<p><strong>La pace annunciata, dunque, non è la fine della partita. </strong>È l’apertura di una fase in cui diplomazia, energia, guerra indiretta e finanza si intrecciano più che mai. Nel Golfo, ogni tregua è anche una prova di forza. Ogni accordo è anche un messaggio agli alleati e ai nemici. Ogni firma è anche una scommessa sulla tenuta del sistema.</p>



<p>Il memorandum tra Stati Uniti e Iran può diventare il primo mattone di una stabilizzazione regionale. Oppure può restare una parentesi, destinata a chiudersi davanti alla prossima crisi. Tutto dipenderà da una domanda semplice e terribile: le parti vogliono davvero costruire un nuovo equilibrio, o stanno soltanto prendendo fiato prima del prossimo scontro?</p>
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			</item>
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		<title>Dassault saluta Airbus: l&#8217;Eurodrone può attendere</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/dassault-saluta-airbus-leurodrone-puo-attendere.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:16:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Francia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il disimpegno francese rispetto al progetto di drone europeo non è solo una questione contrattuale ma una questione strategica. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Francia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/dassault-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La vicenda Eurodrone non riguarda soltanto un disaccordo tecnico tra Dassault Aviation e Airbus. Deve essere interpretata come un episodio di guerra economica all’interno dello stesso campo europeo. Ciò che, a prima vista, appare come una controversia su compensazioni industriali rivela in realtà una lotta per il controllo delle filiere critiche, il dominio delle tecnologie militari, la protezione dei saperi nazionali e la definizione stessa della sovranità europea. <strong>La richiesta di compensazione formulata da Dassault nei confronti di Airbus, dopo la riduzione della propria quota di lavoro legata al disimpegno francese dall’acquisto dell’Eurodrone, non è dunque una semplice disputa contrattuale. </strong>È il sintomo di un disordine strategico più vasto. La Francia, senza uscire formalmente dal programma, ha smesso di prevedere il finanziamento delle proprie acquisizioni fino al 2035. Questo significa mantenere la facciata politica della cooperazione, ma togliere al progetto una parte essenziale della sua sostanza industriale e militare.</p>



<p>Per comprendere questa crisi bisogna uscire dal linguaggio convenzionale della cooperazione europea. Le parole usate nei vertici diplomatici — partenariato, condivisione, autonomia, sovranità, difesa comune — spesso mascherano realtà molto più dure. <strong>Nell’industria degli armamenti ogni programma è anche una battaglia di potenza. </strong>Si tratta di stabilire chi definisce il bisogno, chi controlla l’architettura tecnica, chi possiede i dati, chi conserva i brevetti, chi fissa le norme, chi intercetta i finanziamenti pubblici e chi impone agli altri il proprio modello industriale. È proprio qui che diventano utili le categorie della Scuola di Guerra Economica di Parigi, dell’EPGE e delle analisi diffuse da OPIG. La guerra economica non è soltanto lo scontro tra Stati nemici. È anche <strong>la concorrenza permanente tra alleati, imprese, amministrazioni, filiere industriali e sistemi nazionali </strong>di potenza. Si combatte nei contratti, nelle norme, nei finanziamenti, nei racconti pubblici, nelle dipendenze tecnologiche, nelle catene di approvvigionamento e negli arbitrati di bilancio.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Eurodrone come specchio di una sovranità incompiuta</h2>



<p>L’Eurodrone avrebbe dovuto essere uno strumento dell’indipendenza europea. <strong>Il programma riuniva Francia, Germania, Italia e Spagna attorno a un drone di media altitudine e lunga autonomia, </strong>destinato alla sorveglianza, all’intelligence, alla designazione degli obiettivi e, in prospettiva, anche a missioni armate. L’obiettivo era chiaro: ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, in particolare dal Reaper americano, divenuto per anni uno dei simboli della superiorità occidentale nel settore dei sistemi senza pilota.</p>



<p><strong>Ma l’ambizione politica si è scontrata con la realtà industriale.</strong> Airbus è stata collocata al centro del dispositivo, mentre Dassault, Leonardo e Airbus Spagna avrebbero dovuto occupare ruoli importanti. Questa architettura doveva soddisfare gli equilibri nazionali. Tuttavia, in una logica di guerra economica, l’equilibrio non è mai neutrale. La distribuzione dei compiti determina la distribuzione delle competenze, dei posti di lavoro, dei margini, dei brevetti e dell’influenza futura. Chi dirige un programma non controlla soltanto un calendario industriale; controlla una posizione strategica.</p>



<p><strong>La Francia si è progressivamente interrogata sull’utilità reale di un sistema costoso, complesso e tardivo, mentre la guerra in Ucraina ha sconvolto le dottrine.</strong> I droni non sono più soltanto mezzi di ricognizione di lunga durata. Sono diventati strumenti di saturazione, logoramento, correzione del tiro, attacco tattico, pressione psicologica e disorganizzazione permanente dell’avversario. Il campo di battaglia moderno non premia più soltanto la sofisticazione. Premia anche la massa, la velocità di produzione, la capacità di sostituzione, la resilienza davanti al disturbo elettronico e l’integrazione in un ecosistema completo fatto di guerra elettronica, sensori, artiglieria e dati.</p>



<p>In questa prospettiva, la scelta francese appare meno come un’esitazione e più come una riorganizzazione strategica. <strong>Parigi non rinuncia ai droni; rifiuta di lasciarsi imprigionare in un modello industriale che potrebbe produrre troppo tardi un sistema troppo pesante. </strong>La preferenza crescente per soluzioni più nazionali, più rapide e più adatte all’alta intensità traduce una forma di patriottismo economico applicato alla difesa. Non si tratta soltanto di comprare francese per riflesso nazionale, ma di preservare una capacità sovrana di decisione, produzione e adattamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’intelligence economica come lucidità strategica</h2>



<p>L’intelligence economica consiste nel raccogliere, analizzare, proteggere e sfruttare l’informazione strategica utile alla decisione. Applicata alla vicenda Eurodrone, porta a porre domande che il discorso ufficiale evita spesso. Chi beneficia davvero del programma? Chi guadagna competenze? Chi perde autonomia? Quale impresa diventa centrale? Quale filiera nazionale viene indebolita? Quali saperi rischiano di essere marginalizzati? Quale dipendenza futura viene creata in nome della cooperazione presente?</p>



<p>Se si applica questa griglia, la crisi Eurodrone diventa più leggibile. <strong>Dassault difende una posizione che va oltre la sola questione della remunerazione. L’impresa difende il proprio posto nell’architettura aeronautica militare europea. </strong>Rifiuta di essere ridotta a un ruolo secondario in un settore nel quale le tecnologie senza pilota, la connettività, l’intelligenza imbarcata e l’integrazione con i futuri sistemi di combattimento diventeranno decisive. Perdere oggi una quota di lavoro significa rischiare di perdere domani una competenza. E perdere una competenza nell’industria della difesa significa perdere una porzione di sovranità.</p>



<p><strong>Airbus, da parte sua, difende la logica del grande consorzio europeo. </strong>Questa logica ha prodotto risultati notevoli nell’aviazione civile, ma si rivela più fragile nel settore militare. L’armamento non è un mercato ordinario. Tocca il segreto, la dottrina d’impiego, la proprietà delle tecnologie, la libertà decisionale degli Stati e la capacità di produrre in tempo di crisi. La questione non è quindi soltanto sapere se Airbus possa coordinare più industriali. La questione è capire se questa coordinazione produca potenza o dipendenza.</p>



<p>L’intelligence economica obbliga anche ad analizzare i racconti. Presentare Eurodrone come un programma europeo di sovranità non basta. Bisogna chiedersi se questo programma accresca davvero la libertà strategica degli Stati partecipanti o se diventi un compromesso costoso destinato a salvare l’apparenza politica dell’unità europea. Nella guerra economica le parole sono armi. La parola sovranità può mascherare una dipendenza. La parola cooperazione può nascondere una cattura di valore. La parola Europa può dissimulare rapporti di forza tra potenze nazionali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Patriottismo economico o ingenuità europea</h2>



<p>Il patriottismo economico, in questo dossier, non deve essere caricaturato come una chiusura protezionistica. Indica la capacità di uno Stato di identificare i propri interessi vitali, proteggere le proprie imprese strategiche, sostenere le filiere critiche e rifiutare che la logica del mercato o quella del compromesso diplomatico indeboliscano la sua potenza futura. Nel campo della difesa, questo patriottismo economico non è un’opzione ideologica. È una condizione di sopravvivenza strategica.</p>



<p>La Francia ha rivendicato a lungo questa cultura. <strong>Essa si fonda sull’idea che le industrie della difesa non siano imprese come le altre.</strong> Dassault, Naval Group, Thales, Safran o MBDA non producono soltanto beni industriali. Producono autonomia politica. Permettono allo Stato di decidere, esportare, dissuadere, intervenire, negoziare e resistere alle pressioni esterne. Quando una capacità industriale viene perduta, non si ricostituisce facilmente. Servono anni, a volte decenni, per ricostruire un sapere abbandonato.</p>



<p>La crisi Eurodrone illustra dunque una tensione fondamentale: <strong>bisogna sacrificare una parte della sovranità industriale nazionale in nome di una sovranità europea ancora incerta? </strong>La risposta francese sembra diventare più prudente. Parigi accetta la cooperazione quando questa rafforza le sue capacità. Diventa però molto più diffidente quando la cooperazione rischia di diluire i suoi saperi, ritardare i suoi programmi o collocare i suoi industriali in posizione subordinata.</p>



<p>Questa posizione può essere criticata da chi difende una difesa europea integrata. Ma è perfettamente coerente dal punto di vista della guerra economica. <strong>In un mondo in cui gli alleati sono anche concorrenti, nessuno Stato serio affida ad altri il cuore delle proprie tecnologie decisive </strong>senza garanzie solide. L’Europa della difesa non può essere costruita sull’ingenuità. Presuppone una chiarificazione brutale degli interessi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il conflitto Dassault-Airbus come guerra di posizione</h2>



<p>La rivalità tra Dassault e Airbus non nasce con Eurodrone. <strong>Attraversa già il dossier SCAF, il sistema di combattimento aereo del futuro. </strong>Anche lì la questione centrale riguarda la direzione industriale, la proprietà intellettuale, il controllo del velivolo da combattimento e la ripartizione dei compiti tra francesi, tedeschi e spagnoli. Dietro i dibattiti tecnici si nasconde una questione di potere: chi comanderà l’aviazione militare europea di domani?</p>



<p>Dassault ritiene che la progettazione di un aereo da combattimento non possa essere trasformata in un mosaico burocratico. L’esperienza del Rafale dà all’impresa francese una legittimità particolare. Ha concepito, sviluppato, migliorato ed esportato un velivolo diventato un successo strategico e commerciale. Airbus, al contrario, rappresenta la potenza del consorzio, l’equilibrio tra partner, la capacità di organizzare grandi programmi multinazionali. Queste due culture possono cooperare, ma non parlano sempre la stessa lingua.</p>



<p><strong>Nell’Eurodrone come nello SCAF, il disaccordo riguarda dunque la gerarchia. Chi dirige? Chi segue? Chi arbitra? Chi possiede le tecnologie?</strong> Chi decide le evoluzioni future? Queste domande sono al centro della guerra economica. Chi controlla l’architettura controlla la dipendenza degli altri. Chi definisce le interfacce impone i propri standard. Chi detiene i dati possiede una capacità d’influenza duratura.</p>



<p>La crisi attuale può quindi essere letta come una guerra di posizione tra due modelli industriali. Il modello francese privilegia la coerenza sovrana, l’autorità tecnica e il legame diretto tra Stato stratega e industria nazionale. Il modello Airbus privilegia la distribuzione europea, la coordinazione multinazionale e la costruzione di un attore continentale capace di competere con i grandi gruppi americani. Il problema è che questi due modelli convergono soltanto se gli Stati condividono la stessa visione strategica. E non è questo il caso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Germania, Italia, Spagna e la battaglia dei ritorni industriali</h2>



<p>L’Eurodrone coinvolge anche Germania, Italia e Spagna. Ciascuno di questi Paesi cerca di ottenere ricadute industriali, posti di lavoro, competenze e un posto nella catena del valore. È normale. Ma questa logica dei ritorni industriali può trasformare un programma militare in un compromesso geoeconomico permanente. Non si costruisce più soltanto lo strumento più efficace; si costruisce lo strumento politicamente accettabile per ogni partner.</p>



<p><strong>La Germania ragiona in un quadro particolare. Vuole rafforzare la propria difesa, ma resta profondamente legata alla NATO e alla relazione transatlantica.</strong> Desidera sviluppare la propria industria, ma conserva una cultura strategica diversa da quella francese. L’Italia cerca di preservare il ruolo di Leonardo nei grandi programmi europei e di evitare di essere marginalizzata tra l’asse franco-tedesco e le scelte americane. La Spagna vuole consolidare la propria partecipazione industriale e trarre vantaggio dalla logica Airbus. Così, ogni Paese partecipa alla sovranità europea, ma ciascuno la traduce anzitutto nel proprio interesse nazionale.</p>



<p>È esattamente ciò che mostra l’approccio della guerra economica: le alleanze non cancellano le rivalità. Le organizzano, le spostano e talvolta le rendono meno visibili. In un programma come Eurodrone, la competizione non si svolge soltanto contro Stati Uniti, Israele, Turchia o Cina. Esiste anche tra europei. La domanda è se questa competizione interna produca una potenza comune o distrugga l’efficacia collettiva.</p>



<p>La dimensione geoeconomica: il mercato mondiale dei droni non aspetta l’Europa</p>



<p>Mentre l’Europa negozia, il mercato mondiale avanza. Gli Stati Uniti conservano un vantaggio storico nei droni di media e lunga autonomia. Israele dispone di un sapere operativo antico e di una capacità d’esportazione molto solida. La Turchia ha dimostrato che un attore più agile può conquistare mercati con sistemi meno costosi, visibili sui campi di battaglia e politicamente ben sostenuti dallo Stato. La Cina propone un’offerta abbondante a Paesi che non vogliono dipendere da Washington.</p>



<p>In questo contesto, l’Eurodrone rischia di arrivare in un mondo già trasformato. Non è soltanto un problema di ritardo industriale. È un problema di guerra economica. Perdere tempo significa perdere mercati. Perdere mercati significa perdere volumi. Perdere volumi significa aumentare i costi. Aumentare i costi significa ridurre l’attrattività all’esportazione. E ridurre l’esportazione significa indebolire la filiera industriale che si voleva proteggere.</p>



<p>L’Europa si trova così intrappolata in un circolo pericoloso. Vuole produrre in modo sovrano, ma produce lentamente. Vuole competere con i grandi attori mondiali, ma moltiplica gli arbitrati interni. Vuole costruire un’industria continentale, ma non sempre possiede il riflesso di potenza necessario per imporre rapidamente le scelte. Nella guerra economica, la velocità è un’arma. L’Europa, troppo spesso, agisce come se disponesse ancora del tempo lungo delle amministrazioni. I suoi concorrenti agiscono con il tempo breve dei rapporti di forza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra cognitiva attorno alla sovranità europea</h2>



<p>Esiste anche una dimensione informativa. La crisi Eurodrone si svolge dentro uno spazio di racconti concorrenti. <strong>Per alcuni, la Francia indebolisce l’Europa riducendo il proprio impegno. Per altri, si protegge da un programma diventato troppo costoso e inadatto. </strong>Per alcuni industriali, la cooperazione europea è indispensabile di fronte agli Stati Uniti. Per altri, diventa un meccanismo di diluizione delle competenze nazionali.</p>



<p>Questa battaglia delle interpretazioni è una forma di guerra cognitiva. Determina ciò che decisori, media e opinioni pubbliche considerano legittimo. Bisogna considerare Dassault come un attore che difende in modo eccessivo i propri interessi? O come un campione nazionale che protegge una competenza strategica? Bisogna vedere Airbus come l’incarnazione necessaria dell’Europa industriale? O come un sistema di compromessi che può indebolire la prestazione militare? Bisogna presentare la decisione francese come un ripiegamento nazionale? O come un adattamento lucido alle lezioni della guerra in Ucraina?</p>



<p>Nella guerra economica, imporre il racconto giusto conta quanto controllare il contratto. Chi impone l’interpretazione, spesso, impone anche la decisione futura. Se la Francia viene presentata come responsabile del fallimento europeo, dovrà pagare un costo diplomatico. Se l’Eurodrone viene presentato come un programma superato, i suoi difensori dovranno giustificarne il mantenimento. Se Dassault appare come vittima di una riconfigurazione industriale, la sua richiesta di compensazione guadagna legittimità. Se Airbus appare come garante dell’interesse europeo, la sua posizione si rafforza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sovranità europea o somma di patriottismi nazionali</h2>



<p>La grande contraddizione è qui. <strong>L’Europa vuole costruire una sovranità comune, ma non dispone ancora di un patriottismo economico europeo abbastanza forte. </strong>Gli Stati parlano d’Europa, ma difendono le proprie imprese, i propri posti di lavoro, i propri uffici tecnici, le proprie catene di subfornitura e le proprie priorità militari. Questa realtà non è scandalosa. È normale. Il problema è negarla.</p>



<p><strong>Un patriottismo economico europeo non può nascere da una semplice somma di compromessi. </strong>Presuppone una visione comune delle minacce, una gerarchia chiara delle priorità, un’autorità capace di arbitrare, una protezione delle filiere critiche e una strategia d’esportazione coerente. Senza tutto questo, l’Europa resterà uno spazio di concorrenza interna più che un attore di potenza esterna.</p>



<p>La Francia, in questa vicenda, agisce da Stato stratega. Si possono discutere le sue scelte, ma esse rispondono a una logica identificabile: non disperdere risorse in un programma giudicato meno adatto, preservare le capacità nazionali, sostenere soluzioni più rapide, evitare che i propri industriali siano marginalizzati nelle architetture future. Questa logica corrisponde pienamente al patriottismo economico così come viene inteso dalla scuola francese della guerra economica: identificare le vulnerabilità, proteggere gli asset strategici, rafforzare le capacità nazionali e rifiutare le dipendenze mascherate da cooperazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Europa deve scegliere tra potenza e procedura</h2>



<p>La vicenda Eurodrone mostra che la difesa europea non soffre soltanto di una mancanza di denaro. Soffre di una mancanza di pensiero conflittuale. Troppo spesso l’Europa ragiona come se la cooperazione bastasse a produrre potenza. Ma la potenza presuppone innanzitutto la coscienza del conflitto. Conflitto contro i competitori esterni, ma anche conflitto d’interessi tra partner. La Scuola di Guerra Economica, l’EPGE e le analisi di OPIG ricordano proprio questa evidenza: nella globalizzazione, l’economia non è uno spazio pacificato, ma un campo di confronto.</p>



<p>L’Eurodrone doveva ridurre la dipendenza europea. Rischia invece di rivelare un’altra dipendenza: quella dell’Europa dalle proprie illusioni. Credere di poter costruire una sovranità industriale senza arbitrare duramente i rapporti di forza è un errore. Credere che interessi nazionali divergenti produrranno spontaneamente una strategia comune è un altro errore. Credere che i concorrenti aspetteranno che l’Europa finisca i propri compromessi è forse l’errore più grave.</p>



<p>La vera domanda non è dunque soltanto se Dassault otterrà una compensazione. La vera domanda è se l’Europa sia capace di pensare i propri programmi di armamento come strumenti di guerra economica. Questo significa proteggere i saperi, controllare i dati, mettere in sicurezza le catene del valore, accelerare le decisioni, sostenere i campioni industriali, dominare i racconti e scegliere quali dipendenze accettare e quali rifiutare.</p>



<p>In questa prospettiva, Eurodrone non è un incidente. È un avvertimento. Un’Europa che vuole essere potenza non può accontentarsi di procedure, vertici e comunicati. Deve accettare la logica del rapporto di forza. Deve praticare l’intelligence economica non come un supplemento accademico, ma come uno strumento quotidiano di decisione. Deve assumere un patriottismo economico che non sia soltanto nazionale, ma anche europeo, a condizione che l’Europa sappia finalmente definire ciò che vuole proteggere.</p>



<p>La sovranità non nasce dalle dichiarazioni. Nasce dalla capacità di trasformare l’informazione in decisione, la decisione in industria, l’industria in potenza e la potenza in libertà d’azione. È precisamente ciò che rivela la crisi Eurodrone: l’Europa possiede imprese, ingegneri, bilanci e ambizioni. Ciò che ancora le manca è una cultura strategica della guerra economica capace di unificare queste risorse in un vero progetto di potenza.</p>
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		<title>Hamas, la guerra lunga e l’illusione della vittoria soltanto militare</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/hamas-la-guerra-lunga-e-lillusione-della-vittoria-soltanto-militare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 11:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hamas" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Colpire la componente militare non significa cancellare quella politica. Colpire i dirigenti non significa eliminare il radicamento sociale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hamas" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/hamas-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il libro di Enrico Colarossi e Daniele Barone, <em>Hamas e l’operazione Tufan al-Aqsa. Perché il Movimento di Resistenza Islamico sopravviverà</em>, ha il merito raro di affrontare una delle questioni più controverse del nostro tempo senza cedere né alla semplificazione morale né alla fascinazione ideologica. È un lavoro che si muove su un terreno pericoloso, perché<strong> parlare di Hamas significa inevitabilmente entrare in un campo minato</strong>: terrorismo, occupazione, religione, resistenza, propaganda, intelligence, massacri, civili, ostaggi, rappresaglie, geopolitica regionale, denaro, Iran, Qatar, Israele, Gaza, Europa. <strong>Ogni parola rischia di essere letta come assoluzione o come condanna definitiva. </strong>Gli autori, invece, scelgono una strada più difficile: non chiedono al lettore di condividere, ma di comprendere. Non attenuano la gravità dell’attacco del 7 ottobre 2023, non cancellano la natura terroristica dell’organizzazione, non edulcorano la violenza contro i civili, ma rifiutano l’idea che la condanna morale possa sostituire l’analisi strategica.</p>



<p>Questo è il primo punto forte del volume. Hamas non viene ridotto a una formula. Non è soltanto un gruppo armato. Non è soltanto un partito islamista. Non è soltanto una rete assistenziale. Non è soltanto un apparato di governo. Non è soltanto un movimento religioso. Non è soltanto un sistema finanziario clandestino. È tutte queste cose insieme. Ed è proprio questa natura composita, mutevole, ibrida, a renderlo così difficile da eliminare. Una struttura puramente militare può essere distrutta con mezzi militari. Una rete politica può essere indebolita con mezzi politici. Una macchina finanziaria può essere colpita con sanzioni e controlli. Ma un’organizzazione che tiene insieme milizia, governo, welfare, identità, religione, propaganda, radicamento territoriale e reti transnazionali possiede una capacità di rigenerazione molto più alta.</p>



<p><strong>La tesi centrale: Hamas può essere colpito, non cancellato</strong></p>



<p>La tesi del libro è netta: Hamas può essere indebolito, decapitato, logorato, isolato, infiltrato, bombardato, privato di dirigenti e infrastrutture, ma difficilmente potrà essere cancellato se resteranno vive le condizioni politiche, sociali, storiche e simboliche che ne hanno consentito l’ascesa. È una tesi scomoda perché contraddice l’idea, rassicurante per molti governi e opinioni pubbliche, secondo cui la superiorità militare e tecnologica possa bastare a risolvere un conflitto di lunga durata.</p>



<p>Israele dispone di uno degli apparati militari e di intelligence più avanzati al mondo. Ha capacità satellitari, droni, intercettazioni, unità speciali, sistemi di difesa antimissile, strumenti di sorveglianza elettronica e una lunga esperienza nella guerra urbana e nelle operazioni mirate. <strong>Tuttavia il 7 ottobre ha mostrato che anche la superiorità tecnologica può fallire</strong> quando l’avversario viene sottovalutato, quando i segnali vengono letti attraverso schemi mentali rigidi, quando la politica si convince che il nemico sia contenuto, amministrato, prevedibile.</p>



<p>Il volume insiste su questo punto: <strong>il problema non è soltanto militare. È politico.</strong> Hamas sopravvive perché si alimenta di una frattura irrisolta: la questione palestinese. Sopravvive dentro il fallimento del processo di pace, dentro la crisi dell’Autorità Nazionale Palestinese, dentro la frammentazione territoriale tra Gaza, Cisgiordania e diaspora, dentro l’assenza di una prospettiva statuale credibile, dentro la condizione dei rifugiati, dentro il blocco, dentro l’umiliazione collettiva, dentro la percezione di abbandono. Questo non giustifica il terrorismo. Lo spiega come fenomeno storico e politico. E spiegare non significa assolvere: significa evitare di combattere un nemico immaginario invece di quello reale.</p>



<p><strong>La genealogia lunga della questione palestinese</strong></p>



<p>Uno degli aspetti più importanti del libro è la scelta di non cominciare dal 7 ottobre 2023. Gli autori collocano Hamas dentro una storia più lunga, che attraversa la fase ottomana, la Dichiarazione Balfour, il Mandato britannico, la nascita dello Stato di Israele, le guerre arabo-israeliane, la Nakba, l’ascesa del nazionalismo palestinese, la nascita dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, le Intifade, Oslo, la crisi di Fatah e l’emergere dell’islamismo politico.</p>



<p>Questa ricostruzione è essenziale. Senza la profondità storica, Hamas appare come un mostro sorto dal nulla. Con la profondità storica, invece, appare come un prodotto specifico di una lunga sequenza di sconfitte, radicalizzazioni, errori politici, repressioni, illusioni diplomatiche e trasformazioni sociali. Hamas nasce alla fine degli anni Ottanta, nel contesto della Prima Intifada, ma affonda le proprie radici nella Fratellanza Musulmana e nella progressiva islamizzazione di una parte della società palestinese. La sua crescita è inseparabile dalla crisi del nazionalismo laico incarnato dall’OLP e da Fatah. Quando la via negoziale perde credibilità, quando la corruzione dell’élite palestinese diventa evidente, quando Oslo non produce uno Stato, quando la quotidianità dell’occupazione continua, Hamas può presentarsi come alternativa morale, religiosa, militante e sociale.</p>



<p>Qui il libro coglie un punto decisivo: Hamas non ha vinto solo perché ha sparato. <strong>Ha vinto, in alcuni segmenti della società palestinese, perché ha saputo occupare un vuoto. </strong>Dove l’amministrazione appariva corrotta, Hamas ha offerto disciplina. Dove la politica sembrava impotente, ha offerto resistenza. Dove la diplomazia appariva fallita, ha offerto vendetta. Dove lo Stato non c’era, ha costruito assistenza, scuole, reti caritative, sostegno alle famiglie, strutture sociali. È una dinamica nota nelle guerre asimmetriche: l’organizzazione armata non vive soltanto nel bunker o nel tunnel, ma nella società che pretende di rappresentare.</p>



<p><strong>La sorpresa strategica: sapere non significa capire</strong></p>



<p>Tra le parti più riuscite del volume c’è l’analisi della sorpresa strategica. Gli autori mettono in relazione tre momenti: il 6 ottobre 1973, con la guerra dello Yom Kippur; il 25 gennaio 2006, con la vittoria elettorale di Hamas; e il 7 ottobre 2023, con l’operazione Tufan al-Aqsa. Tre date diverse, tre contesti differenti, ma un filo comune: la difficoltà degli apparati politici e di intelligence nel riconoscere una rottura imminente.</p>



<p>La sorpresa strategica non nasce sempre dall’assenza di informazioni. Spesso nasce dall’incapacità di interpretarle. È possibile avere segnali, rapporti, intercettazioni, movimenti sospetti, addestramenti, anomalie operative, e tuttavia non comprenderne il significato. Il problema non è soltanto “non sapere”. È non voler credere a ciò che contraddice la propria rappresentazione del nemico.</p>



<p>Nel caso del 7 ottobre, il libro sottolinea il peso della cosiddetta “Concept”: <strong>la convinzione che Hamas fosse razionale nel senso più ristretto del termine, cioè interessato soprattutto a governare Gaza, a conservare il potere, a ottenere denaro </strong>e alleggerimenti del blocco, e quindi non disposto a lanciare un attacco di grande scala destinato a provocare una risposta israeliana devastante. Questa convinzione ha funzionato come una gabbia mentale. Ogni segnale contrario è stato ridimensionato, spiegato, assorbito come esercitazione, retorica, propaganda o rumore di fondo. L’avversario è stato letto non per ciò che stava preparando, ma per ciò che si pensava fosse conveniente per lui fare.</p>



<p>È il limite classico dell’intelligence quando diventa burocratica e autoconfermativa. L’apparato vede, ma non registra. Registra, ma non interpreta. Interpreta, ma non osa contraddire la dottrina dominante. Così la sorpresa militare diventa prima di tutto sorpresa cognitiva. Il nemico non sfonda soltanto una barriera fisica; sfonda una barriera mentale.</p>



<p><strong>Tufan al-Aqsa: un salto operativo e simbolico</strong></p>



<p>La sezione dedicata all’operazione Tufan al-Aqsa è centrale perché gli autori non la leggono come un’esplosione caotica di violenza, ma come un’azione pianificata, coordinata, multidimensionale. L’attacco del 7 ottobre 2023 ha combinato elementi diversi: lancio massiccio di razzi, infiltrazioni terrestri, uso di mezzi leggeri, penetrazione della barriera di sicurezza, attacchi contro sistemi di sorveglianza, impiego di droni commerciali modificati, coordinamento di unità armate, gestione comunicativa dell’evento, produzione immediata di immagini e messaggi destinati alla circolazione globale.</p>



<p>Questo aspetto è fondamentale. Hamas ha dimostrato di aver studiato le vulnerabilità israeliane non soltanto sul piano militare, ma anche psicologico e tecnologico. Ha colpito la barriera, cioè il simbolo della separazione e del controllo. Ha colpito le torri di sorveglianza, cioè gli occhi elettronici del dispositivo israeliano. Ha colpito comunità civili e installazioni militari, producendo al tempo stesso terrore, shock e disorientamento. Ha trasformato l’azione militare in evento mediatico globale.</p>



<p><strong>Il volume non attenua l’orrore dell’attacco. Al contrario, mostra che proprio la sua brutalità faceva parte dell’effetto strategico. </strong>La violenza contro i civili non è stata un danno collaterale, ma uno strumento di guerra psicologica. L’obiettivo era terrorizzare Israele, umiliare il suo apparato di sicurezza, mostrare ai palestinesi e al mondo arabo che Hamas era capace di fare ciò che nessun altro attore palestinese aveva fatto, provocare una risposta israeliana tale da riaprire la centralità della questione palestinese sulla scena internazionale.</p>



<p>Da questo punto di vista, il 7 ottobre è stato insieme un massacro, un’operazione militare, una guerra dell’immagine e una trappola strategica. Hamas sapeva che Israele avrebbe reagito con enorme forza. Ma proprio quella reazione, nel calcolo del movimento, avrebbe potuto alimentare una nuova ondata di rabbia, delegittimare Israele sul piano internazionale, indebolire i processi di normalizzazione regionale e riportare Gaza al centro della politica mondiale.</p>



<p><strong>La risposta israeliana e il limite della forza</strong></p>



<p>L’operazione Spade di Ferro viene letta dagli autori come una risposta militarmente inevitabile ma strategicamente insufficiente se non accompagnata da una visione politica. Israele non poteva non reagire dopo il 7 ottobre. Nessuno Stato avrebbe accettato un attacco di quella portata senza una risposta massiccia. Il punto, però, è un altro: la risposta militare può distruggere Hamas o può soltanto devastarne l’ambiente operativo, lasciando intatte le ragioni della sua rigenerazione?</p>



<p>Il libro suggerisce che la seconda ipotesi sia la più realistica. I bombardamenti possono eliminare comandanti, tunnel, depositi, centri di comando, lanciatori, infrastrutture digitali, abitazioni di dirigenti, reti logistiche. Possono ridurre le capacità operative di Hamas per mesi o anni. Possono rendere Gaza ingovernabile e spezzare catene di comando. Ma non possono da soli produrre un’alternativa politica palestinese credibile. Non possono cancellare la memoria del conflitto. Non possono trasformare la disperazione in stabilità. Non possono sostituire una strategia diplomatica.</p>



<p>È qui che il volume assume il tono più lucido. La guerra asimmetrica non si misura soltanto con il numero dei combattenti uccisi o dei tunnel distrutti. <strong>Si misura con la capacità di impedire al nemico di rigenerarsi.</strong> Se ogni bombardamento produce nuove famiglie distrutte, nuovi lutti, nuove immagini di sofferenza, nuove generazioni cresciute nel rancore, allora il successo tattico può convivere con il fallimento strategico. È la grande lezione delle guerre contemporanee: una potenza può vincere molti scontri e tuttavia non risolvere il conflitto politico che li genera.</p>



<p><strong>Hamas come organizzazione ibrida</strong></p>



<p>Il cuore analitico del libro sta nella descrizione di Hamas come attore ibrido. Questa parola, spesso abusata, qui ha un significato preciso. Hamas è ibrido perché non separa nettamente politica, guerra, religione, assistenza sociale, propaganda, controllo territoriale e finanza. La sua ala militare, le Brigate Izz al-Din al-Qassam, rappresenta soltanto una parte della struttura. Accanto alla dimensione armata esistono apparati politici, reti educative, associazioni caritative, comitati religiosi, strutture amministrative, canali mediatici, sistemi di sicurezza interna, relazioni internazionali.</p>



<p>Questa stratificazione rende Hamas più resistente. <strong>Colpire la componente militare non significa automaticamente cancellare quella politica. </strong>Colpire i dirigenti non significa eliminare il radicamento sociale. Bloccare alcuni flussi finanziari non significa interrompere tutti i circuiti di sostegno. Chi affronta Hamas come se fosse solo una milizia rischia di non capire perché continui a sopravvivere.</p>



<p>Il libro mostra bene il nesso tra welfare e consenso. In un contesto di povertà, assedio e debolezza istituzionale, l’assistenza sociale non è mai neutrale. Chi distribuisce aiuti, paga stipendi, sostiene famiglie di prigionieri o caduti, organizza scuole, offre servizi religiosi e sanitari, costruisce anche legittimità. La carità diventa politica. La politica diventa identità. L’identità diventa mobilitazione. La mobilitazione può diventare guerra.</p>



<p>È questa la forza più insidiosa di Hamas: non si presenta soltanto come chi combatte Israele, ma come chi protegge una comunità, vendica un’umiliazione, dà un senso alla sofferenza, disciplina la società, offre appartenenza. È una miscela che può essere autoritaria, violenta e repressiva, ma proprio per questo efficace nei contesti dove la normalità istituzionale è collassata.</p>



<p><strong>La vittoria elettorale del 2006 e la contraddizione del governo armato</strong></p>



<p>La vittoria di Hamas alle elezioni legislative palestinesi del 2006 è interpretata dagli autori come una svolta storica. Non fu un incidente, ma il segnale di una crisi profonda del sistema politico palestinese. Hamas seppe intercettare il malcontento contro Fatah, la corruzione dell’Autorità Nazionale Palestinese, la delusione verso il processo di pace e il desiderio di una leadership percepita come più coerente, più disciplinata, più vicina alla resistenza.</p>



<p>Da quel momento, però, Hamas entrò in una contraddizione permanente: essere al tempo stesso forza di governo e forza di guerra. Governare Gaza significava occuparsi di elettricità, acqua, sanità, sicurezza, frontiere, imposte, salari, ordine pubblico, rapporti con Egitto, Qatar, Iran, Turchia, Israele e organizzazioni internazionali. Ma significava anche mantenere una struttura clandestina armata, costruire tunnel, accumulare razzi, addestrare combattenti, preparare operazioni, alimentare una narrativa di resistenza permanente.</p>



<p>Questa doppia natura è il paradosso di Hamas. Come governo, deve garantire sopravvivenza materiale. Come movimento armato, deve mantenere la tensione rivoluzionaria. Come amministratore, deve negoziare. Come milizia, deve combattere. Come forza religiosa, deve custodire purezza ideologica. Come attore politico, deve fare compromessi. Questa tensione spiega tanto la sua resilienza quanto la sua brutalità. Hamas governa una popolazione che dice di difendere, ma la espone alle conseguenze devastanti della propria strategia militare. Invoca la protezione del popolo palestinese, ma opera dentro un contesto in cui la popolazione civile diventa inevitabilmente ostaggio della guerra.</p>



<p><strong>Il denaro come struttura della sopravvivenza</strong></p>



<p>Uno degli aspetti più utili del volume è l’attenzione dedicata alla finanza. Troppo spesso si parla di Hamas solo in termini militari o ideologici. Gli autori ricordano invece che nessuna organizzazione complessa sopravvive senza denaro. Il denaro finanzia stipendi, armi, tunnel, propaganda, assistenza sociale, famiglie dei combattenti, reti internazionali, funzionari, scuole, logistica, tecnologia, corruzione, trasporti, comunicazioni.</p>



<p>Il sistema finanziario di Hamas è descritto come flessibile e multilivello. Esistono entrate interne, forme di tassazione e controllo economico a Gaza, gestione o intercettazione di flussi commerciali, donazioni, fondazioni caritative, reti della diaspora, circuiti informali, hawala, investimenti, coperture societarie, aiuti esterni, sostegno di Stati o attori regionali. Non è un unico rubinetto che può essere chiuso. È una rete di canali che cambia forma sotto pressione.</p>



<p>Il rapporto con l’Iran è presentato in modo equilibrato. Hamas non è una semplice pedina iraniana. È un movimento sunnita, palestinese, legato alla tradizione della Fratellanza Musulmana, quindi diverso dall’universo sciita rivoluzionario di Teheran. Tuttavia Iran e Hamas condividono una convergenza strategica: entrambi vedono in Israele un avversario centrale, entrambi usano la questione palestinese come leva regionale, entrambi hanno interesse a mantenere aperto un fronte di pressione contro lo Stato ebraico. Teheran offre know-how, risorse, armi, addestramento, tecnologia, reti. Hamas conserva però una sua autonomia politica, perché la sua legittimità deriva dalla causa palestinese e non dalla subordinazione a una potenza esterna.</p>



<p>Il Qatar appare in una posizione diversa e più ambigua: finanziatore, mediatore, interlocutore diplomatico, attore capace di parlare con Hamas, Stati Uniti, Israele e altri soggetti regionali. Questa ambiguità non è accidentale, ma strutturale alla politica estera qatarina, che spesso costruisce influenza proprio attraverso la capacità di tenere aperti canali con attori incompatibili tra loro. La Turchia viene invece descritta come ambiente politico favorevole, retrovia diplomatica e spazio di appoggio, pur senza coincidere pienamente con il modello dello Stato sponsor classico.</p>



<p><strong>Criptovalute, hawala e adattamento finanziario</strong></p>



<p>Molto interessante è la parte sulle criptovalute e sui circuiti informali. Gli autori mostrano come il finanziamento del terrorismo non sia più soltanto una questione di contanti, valigette, fondazioni caritative opache o bonifici mascherati. Gli attori non statali si adattano all’ambiente tecnologico. Usano canali digitali, sperimentano raccolte in criptovalute, sfruttano piattaforme, cambiano strumenti quando aumenta la capacità di tracciamento delle autorità.</p>



<p>La lezione è più ampia. Ogni sistema di controllo produce una contromisura. Ogni sanzione genera una deviazione. Ogni canale chiuso spinge verso un canale meno visibile. La guerra contemporanea si combatte anche nelle infrastrutture finanziarie, nelle catene di pagamento, nei portafogli digitali, nei trasferimenti informali, nelle reti della diaspora, negli spazi grigi tra beneficenza, militanza e clandestinità.</p>



<p>Questo rende la lotta al finanziamento di Hamas estremamente complessa. Non basta congelare alcuni conti. Non basta sanzionare alcuni dirigenti. Non basta colpire una fondazione. Bisogna comprendere l’ecosistema economico nel suo insieme: chi raccoglie, chi trasferisce, chi copre, chi investe, chi redistribuisce, chi legittima, chi fornisce narrazioni umanitarie come schermo. Gli autori hanno il merito di mostrare che la finanza è una dimensione strategica della guerra, non un aspetto secondario.</p>



<p><strong>La propaganda come campo di battaglia</strong></p>



<p>Altro capitolo decisivo è quello sulla comunicazione. Hamas non comunica solo per rivendicare attentati o diffondere minacce. Comunica per costruire senso. La propaganda serve a trasformare l’azione armata in racconto politico, la morte in martirio, la sconfitta in prova di resistenza, la distruzione in conferma della brutalità del nemico, il sacrificio in identità collettiva.</p>



<p>Nel mondo digitale, questa funzione è ancora più importante. Video, immagini, messaggi multilingue, canali ufficiali e semiufficiali, reti sociali, piattaforme di messaggistica, account simpatizzanti, ambienti militanti e circuiti ideologici transnazionali permettono a Hamas di proiettare la propria narrativa ben oltre Gaza. La guerra non si combatte più soltanto sul terreno, ma nello spazio percettivo globale. Ogni immagine diventa munizione. Ogni vittima diventa argomento. Ogni bombardamento diventa contenuto. Ogni dichiarazione viene trasformata in materiale di mobilitazione.</p>



<p>Il libro coglie con equilibrio anche il nodo più delicato: distinguere fra solidarietà verso i civili palestinesi, critica legittima alle politiche israeliane, antisemitismo, sostegno ideologico a Hamas e ausilio materiale a un’organizzazione terroristica. Confondere questi livelli sarebbe un errore gravissimo. La critica a Israele non è automaticamente antisemitismo. La difesa dei diritti dei palestinesi non è automaticamente sostegno ad Hamas. Ma ignorare le aree di sovrapposizione, le infiltrazioni narrative, le forme di legittimazione indiretta della violenza sarebbe altrettanto ingenuo.</p>



<p>Questa distinzione è particolarmente importante in Europa, dove il conflitto mediorientale attraversa società pluraliste, comunità religiose, università, reti associative, piazze, movimenti politici e piattaforme digitali. La sicurezza democratica deve evitare due errori opposti: reprimere il dissenso legittimo o lasciare che il dissenso diventi copertura per reti radicali.</p>



<p><strong>Europa e Italia: tra propaganda, radicalizzazione e reti finanziarie</strong></p>



<p>Il volume dedica attenzione anche alla dimensione europea e italiana. Qui gli autori evitano l’allarmismo facile. Non descrivono l’Europa come un campo operativo già dominato da Hamas, ma distinguono vari livelli: propaganda, radicalizzazione individuale, reti di sostegno, attività logistiche, raccolta fondi, associazionismo opaco, eventuali connessioni operative.</p>



<p>Questa distinzione è essenziale. La minaccia non è sempre un commando pronto a colpire. A volte è una rete di finanziamento. A volte è un ambiente di radicalizzazione. A volte è una struttura caritativa che raccoglie denaro con finalità ambigue. A volte è propaganda che prepara il terreno psicologico. A volte è la costruzione di una comunità ideologica che non compie direttamente violenza, ma la legittima, la giustifica, la celebra.</p>



<p>Il caso italiano richiamato nel libro mostra proprio la fragilità del confine fra solidarietà umanitaria, militanza politica e opacità finanziaria. In società democratiche, la libertà di associazione, la libertà religiosa e la libertà di espressione sono beni fondamentali. Ma proprio perché sono beni fondamentali, possono essere sfruttati da chi opera nella zona grigia. Il problema per gli Stati europei è proteggere le libertà senza permettere che diventino strumenti di copertura per reti estremiste.</p>



<p>Anche i riferimenti retorici alla “conquista di Roma”, pur appartenendo spesso più all’immaginario jihadista che a una reale pianificazione operativa, non possono essere liquidati come folklore. La retorica non è mai innocua quando entra nella testa di soggetti vulnerabili, isolati, radicalizzati o desiderosi di trasformarsi in attori di una guerra globale immaginaria. Le parole non sono attentati, ma possono creare il clima mentale nel quale l’attentato diventa pensabile.</p>



<p><strong>La dimensione geopolitica: Iran, Qatar, Turchia e mondo arabo</strong></p>



<p>Sul piano geopolitico, il libro mostra che Hamas non può essere compreso soltanto dentro Gaza. È un attore palestinese, ma opera in un ecosistema regionale. L’Iran lo sostiene perché lo considera parte dell’asse di pressione contro Israele. Il Qatar lo utilizza anche come leva diplomatica. La Turchia ne accoglie alcuni ambienti politici e lo inserisce nella propria proiezione neo-ottomana e islamico-politica. L’Egitto lo teme e lo gestisce, perché Gaza confina con il Sinai e perché Hamas ha legami storici con la Fratellanza Musulmana, nemica del regime egiziano. Gli Stati arabi del Golfo oscillano tra solidarietà palestinese, paura dell’islamismo politico e interesse alla normalizzazione con Israele.</p>



<p>Il 7 ottobre ha inciso anche su questo livello. Prima dell’attacco, la normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi sembrava procedere, pur con molte contraddizioni. La questione palestinese appariva marginalizzata, quasi un residuo del Novecento. Hamas ha voluto spezzare questa marginalizzazione. L’attacco ha riportato la Palestina al centro, ma al prezzo di una catastrofe umana enorme. È qui che si vede la logica spietata dell’organizzazione: trasformare la sofferenza palestinese in capitale politico, anche quando quella sofferenza aumenta in modo drammatico.</p>



<p>Questa è una delle ambiguità più dure da affrontare. Hamas si presenta come difensore dei palestinesi, ma la sua strategia può produrre devastazioni immense sulla stessa popolazione palestinese. Israele si presenta come Stato che combatte il terrorismo, ma la scala della risposta militare può produrre effetti politici che alimentano nuovo odio. In mezzo resta una popolazione civile schiacciata da una guerra nella quale ogni attore rivendica legittimità e scarica sull’altro la responsabilità ultima del disastro.</p>



<p><strong>Perché Hamas sopravvivrà</strong></p>



<p>La conclusione del volume è che Hamas sopravvivrà. Non necessariamente nella stessa forma. Non necessariamente con gli stessi leader. Non necessariamente con la stessa capacità militare immediata. Ma sopravvivrà come idea, rete, struttura, mito, metodo, identità politica e dispositivo di mobilitazione.</p>



<p>Gli autori individuano almeno tre risorse decisive. La prima è la resilienza organizzativa. Hamas ha una struttura capace di assorbire perdite. I dirigenti possono essere eliminati, ma l’organizzazione produce sostituti. I comandanti possono essere uccisi, ma la loro morte viene trasformata in mito. Le infrastrutture possono essere distrutte, ma una parte della rete può ricostruirsi nella clandestinità.</p>



<p>La seconda risorsa è la permanenza delle condizioni strutturali del conflitto. Finché resteranno occupazione, blocco, frammentazione palestinese, crisi dei rifugiati, assenza di Stato, fallimento diplomatico e percezione di ingiustizia storica, ci sarà spazio per un movimento che promette resistenza e vendetta. Anche se Hamas venisse formalmente smantellato, il suo spazio politico potrebbe essere occupato da una nuova organizzazione ancora più radicale.</p>



<p>La terza risorsa è l’adattabilità transnazionale. Hamas non vive soltanto a Gaza. Vive in reti regionali, contatti internazionali, circuiti finanziari, ambienti digitali, comunità diasporiche, relazioni con Stati e attori non statali. Questa dimensione rende più difficile una sconfitta definitiva. Un’organizzazione territoriale può essere assediata. Una rete transnazionale può spostarsi, mutare, occultarsi, riemergere.</p>



<p><strong>Il valore del libro: analizzare senza giustificare</strong></p>



<p>Il pregio maggiore del libro di Colarossi e Barone sta nella freddezza. In un clima nel quale ogni analisi viene immediatamente trascinata nel tribunale morale dell’opinione pubblica, gli autori rivendicano implicitamente il diritto alla complessità. Hamas è responsabile di atti terroristici e di violenze atroci. Ma proprio per questo va studiato seriamente. Ridurlo a barbarie pura può essere emotivamente comprensibile, ma strategicamente inutile. Un nemico caricaturale non si sconfigge: si fraintende.</p>



<p>Il libro insegna che la guerra contro Hamas non può essere soltanto una guerra di eliminazione fisica. Deve essere una guerra politica, finanziaria, informativa, diplomatica e sociale. Bisogna colpire le reti armate, ma anche creare alternative di governo. Bisogna bloccare i finanziamenti illeciti, ma anche impedire che la miseria diventi reclutamento. Bisogna contrastare la propaganda, ma anche evitare che la realtà sul terreno la renda credibile. Bisogna difendere Israele dal terrorismo, ma anche riconoscere che nessuna sicurezza stabile nascerà da una popolazione palestinese senza orizzonte.</p>



<p>Qui sta la lezione più dura: la forza è necessaria, ma non basta. La sicurezza senza politica diventa gestione permanente della crisi. La repressione senza soluzione produce cicli di radicalizzazione. L’intelligence senza immaginazione fallisce davanti all’imprevisto. La superiorità tecnologica senza comprensione dell’avversario genera vulnerabilità. La vittoria tattica senza progetto politico prepara la prossima guerra.</p>



<p><strong>Una lettura necessaria per capire il presente</strong></p>



<p>Hamas e l’operazione Tufan al-Aqsa è dunque un libro importante perché costringe il lettore a uscire dalle formule. Non si limita a descrivere l’attacco del 7 ottobre. Lo colloca dentro una storia. Non si limita a condannare Hamas. Ne studia la struttura. Non si limita a parlare di guerra. Parla di denaro, propaganda, assistenza sociale, geopolitica, intelligence, religione, identità e potere.</p>



<p>Il risultato è una lettura utile non solo per chi si occupa di Medio Oriente, ma per chiunque voglia capire la natura delle guerre contemporanee. Hamas è un caso specifico, ma anche un modello di attore ibrido del nostro tempo: radicato localmente, connesso globalmente, militarmente asimmetrico, politicamente identitario, finanziariamente adattivo, comunicativamente moderno. È il tipo di avversario che le potenze statali fanno fatica a sconfiggere perché non occupa un solo spazio, non usa un solo linguaggio, non dipende da un solo centro.</p>



<p>La recensione non può che chiudersi sul punto più importante: il libro non invita a simpatizzare con Hamas, ma a non sottovalutarlo. E questa è forse la forma più seria di realismo. Chi vuole combattere un nemico deve prima capirlo. Chi pensa di cancellarlo soltanto con la forza rischia di ripetere l’errore che attraversa tutta la storia delle guerre asimmetriche: vincere battaglie, distruggere infrastrutture, eliminare capi, proclamare successi, e poi scoprire che il problema politico da cui tutto nasce è ancora lì, più avvelenato di prima.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/hamas-la-guerra-lunga-e-lillusione-della-vittoria-soltanto-militare.html">Hamas, la guerra lunga e l’illusione della vittoria soltanto militare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Tra Cina e Australia le Isole Salomone decidono di non decidere e di sfruttare la posizione strategica</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tra-cina-e-australia-le-isole-salomone-decidono-di-non-decidere-e-di-sfruttare-la-posizione-strategica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 04:57:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Isole Salomone" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Le Isole Salomone possono provare a usare la competizione tra Cina e Australia a proprio vantaggio. Ma i rischi non mancano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/tra-cina-e-australia-le-isole-salomone-decidono-di-non-decidere-e-di-sfruttare-la-posizione-strategica.html">Tra Cina e Australia le Isole Salomone decidono di non decidere e di sfruttare la posizione strategica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Isole Salomone" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/matthew-wale-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le Isole Salomone sono piccole sulla carta geografica, ma enormi nella logica della competizione tra potenze. L’arrivo al potere del nuovo primo ministro <strong>Matthew Wale </strong>segna un passaggio delicato per l’intero Pacifico meridionale: Honiara intende rivedere l’accordo di sicurezza firmato con la Cina nel 2022 e, nello stesso tempo, negoziare u<strong>n trattato strategico globale con l’Australia.</strong></p>



<p>Non è una semplice correzione diplomatica. È il tentativo di rimettere in ordine una politica estera che negli ultimi anni ha trasformato l’arcipelago in uno dei punti più sensibili dello scontro tra Pechino, Canberra e Washington. Le Isole Salomone si trovano a circa 1.600 chilometri a Nord-Est dell’Australia. Per molti osservatori distratti sono un piccolo Stato insulare. Per le cancellerie, invece, sono <strong>un tassello del controllo marittimo del Pacifico,</strong> una regione dove rotte, basi, cavi sottomarini, zone economiche esclusive e influenza politica valgono molto più della superficie terrestre.</p>



<p>Wale, appena arrivato a Canberra a meno di tre settimane dalla sua elezione, ha voluto dare un segnale netto. Le Salomone, ha detto, sono amiche dell’Australia, lo sono sempre state e lo saranno sempre. Ma dietro le formule diplomatiche c’è una realtà più complessa: negli ultimi anni il rapporto con Canberra si era deteriorato, mentre Pechino aveva conquistato spazio politico, finanziario e securitario.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il patto con Pechino e il sospetto della segretezza</h2>



<p>L’accordo di sicurezza firmato nel 2022 tra le Isole Salomone e la Cina aveva provocato allarme in Australia, negli Stati Uniti e tra molti Paesi vicini. Il timore era chiaro: che Pechino potesse usare la cooperazione di polizia e sicurezza come primo gradino verso una presenza militare stabile nel Pacifico meridionale.</p>



<p>All’epoca, Wale era uno dei principali critici dell’intesa con la Cina. Aveva sostenuto che quell’accordo non fosse nell’interesse nazionale delle Salomone. Poi, come spesso accade nella diplomazia reale, la posizione si era fatta più prudente: Wale ha visitato Pechino e ha attenuato i toni. Ora, però, da capo del governo, afferma di aver visto una copia integrale dell’accordo solo negli ultimi giorni e di <strong>aver scoperto l’esistenza di una clausola di non divulgazione.</strong></p>



<p>È un dettaglio politicamente pesante. Se un patto di sicurezza con una potenza esterna viene sottratto al controllo pieno delle istituzioni nazionali, il problema non è soltanto diplomatico. Diventa un problema di sovranità. Chi decide davvero la sicurezza dello Stato? Il governo eletto? I funzionari che hanno gestito il dossier? La potenza straniera che ha ottenuto l’accordo? <strong>Wale ha dichiarato di aver dovuto rimuovere alcune persone da posizioni chiave per avere accesso al testo.</strong> Questa frase basta da sola a spiegare quanto la penetrazione cinese sia diventata materia di scontro interno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La Cina non arretra, l’Australia prova a rientrare</h2>



<p>Pechino, interpellata sulle parole del nuovo premier, ha risposto con il consueto linguaggio della cooperazione pratica. La Cina si dice pronta ad ampliare i rapporti con il nuovo governo delle Isole Salomone in vari settori. È una formula calma, ma non neutra. <strong>Significa che Pechino non considera chiusa la partita.</strong> Accetta il cambio politico, ma intende restare dentro il sistema di relazioni costruito negli ultimi anni. La Cina ha compreso da tempo che nel Pacifico non serve necessariamente una grande base militare per produrre influenza. Bastano infrastrutture, prestiti, assistenza di polizia, accordi di sicurezza, formazione, telecomunicazioni, edilizia pubblica, porti, strade e <strong>relazioni personali con le élite locali. </strong>La presenza strategica nasce spesso prima come cooperazione amministrativa ed economica, poi diventa dipendenza politica.</p>



<p><strong>L’Australia, dal canto suo, sa di non potersi permettere una sconfitta nel proprio cortile strategico. </strong>Il primo ministro <strong>Anthony Albanese</strong> ha annunciato un pacchetto di sostegno per aiutare le Isole Salomone a fronteggiare gli alti prezzi dell’energia e gli effetti del ciclone tropicale Maila. Ha inoltre confermato il rafforzamento della partnership di polizia e l’intenzione di sancire il salto di qualità delle relazioni bilaterali in un nuovo trattato globale. Canberra vuole tornare a essere il partner indispensabile. Non solo il vicino ricco, ma il garante della sicurezza e dello sviluppo dell’arcipelago.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La sicurezza come terreno della guerra economica</h2>



<p>Il dato più interessante è che la competizione non riguarda soltanto le uniformi, le navi o le forze di polizia. <strong>Riguarda la capacità di definire l’agenda economica delle Salomone.</strong> Energia, clima, sanità, istruzione, infrastrutture e diversificazione produttiva sono oggi strumenti di influenza tanto quanto gli accordi militari.</p>



<p>Nel 2024 l’Australia ha fornito oltre 100 milioni di dollari alle forze di polizia delle Isole Salomone. Albanese ha presentato questo dato come prova del fatto che Canberra sia il partner di sicurezza preferito da Honiara. Ma il punto è più profondo. In un Paese fragile, con risorse limitate, apparati statali deboli e forte esposizione ai disastri climatici, chi finanzia la polizia, chi forma gli ufficiali, chi interviene dopo un ciclone, chi sostiene l’energia e chi costruisce infrastrutture finisce per acquisire un’influenza strutturale.</p>



<p>La guerra economica nel Pacifico non si presenta sempre con il volto duro delle sanzioni o delle tariffe. Si presenta spesso come aiuto allo sviluppo, cooperazione tecnica, credito agevolato, addestramento e assistenza emergenziale. È una guerra lenta, fatta di dipendenze costruite giorno dopo giorno.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La valutazione strategica militare</h2>



<p>Dal punto di vista militare, le Isole Salomone hanno un valore evidente. Il Pacifico meridionale è tornato centrale nella pianificazione strategica occidentale perché costituisce <strong>una profondità difensiva per l’Australia e, allo stesso tempo, un possibile spazio di proiezione per la Cina.</strong></p>



<p>Un accordo di sicurezza tra Pechino e Honiara, anche se formalmente limitato alla cooperazione di polizia, può produrre conseguenze più ampie. Può aprire la strada a missioni di addestramento, presenza di personale cinese, forniture di equipaggiamenti, accesso a porti e infrastrutture sensibili. <strong>In caso di crisi tra Cina e Stati Uniti, ogni punto d’appoggio nel Pacifico assumerebbe un valore moltiplicato.</strong></p>



<p>L’Australia teme esattamente questo: non un’invasione cinese delle Salomone, ma <strong>una lenta normalizzazione della presenza cinese in un’area che Canberra considera essenziale per la propria sicurezza. </strong>La storia pesa. Durante la Seconda guerra mondiale, il Pacifico meridionale fu teatro di battaglie decisive. Oggi non siamo nello stesso scenario, ma la logica geografica resta: chi controlla le isole controlla passaggi, profondità strategica e capacità di sorveglianza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Geopolitica del piccolo Stato conteso</h2>



<p>La posizione di Wale è quindi più sottile di quanto sembri. <strong>Non può rompere brutalmente con la Cina, </strong>perché Pechino resta una potenza economica importante e perché una parte dell’apparato politico e amministrativo delle Salomone ha costruito rapporti con essa. <strong>Ma non può nemmeno ignorare l’Australia, </strong>che resta il vicino indispensabile, il primo riferimento regionale e il principale garante di sicurezza in caso di crisi.</p>



<p>Il nuovo premier prova dunque a fare ciò che molti piccoli Stati fanno quando si trovano tra potenze maggiori: rinegoziare la propria centralità. Dire a Canberra che le Salomone vogliono ripartire da zero. Dire a Pechino che la cooperazione continua, ma sarà sottoposta a revisione. Dire agli Stati Uniti e agli alleati occidentali che Honiara non è perduta. <strong>Dire alla popolazione interna che nessuna potenza straniera deve decidere al posto del governo nazionale.</strong></p>



<p>È una politica di equilibrio, ma anche di rischio. Perché quando un piccolo Stato diventa terreno di competizione tra grandi potenze, ogni scelta interna assume una valenza internazionale. Una riforma della polizia diventa geopolitica. Un porto diventa strategia militare. Un finanziamento energetico diventa influenza. Una clausola segreta diventa questione di sovranità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Scenari economici e geoeconomici</h2>



<p>Sul piano economico, le Isole Salomone hanno bisogno di aiuti, investimenti e diversificazione. La dipendenza dalle risorse naturali, l’esposizione climatica, i costi energetici elevati e la fragilità infrastrutturale rendono il Paese vulnerabile alle offerte esterne. Questo spiega perché la Cina sia riuscita a inserirsi con efficacia: offre infrastrutture, credito, rapidità decisionale e assenza apparente di condizioni politiche occidentali.</p>



<p><strong>L’Australia, però, dispone di un vantaggio storico e geografico.</strong> Può offrire prossimità, assistenza continua, formazione, accesso al lavoro, sostegno istituzionale e intervento in caso di emergenza. Ma deve evitare un errore: ridurre tutto alla paura della Cina. Come ha osservato Connor Graham del Lowy Institute, Canberra rafforzerà davvero la propria posizione solo se saprà rispondere alle priorità reali delle Salomone: sanità, istruzione, clima, energia e sviluppo economico.</p>



<p>Qui sta il punto decisivo. <strong>Se l’Australia parlerà solo di sicurezza, Pechino potrà presentarsi come partner dello sviluppo. </strong>Se Canberra saprà collegare sicurezza e benessere sociale, avrà più possibilità di riconquistare fiducia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Pacifico non è periferia, è centro</h2>



<p>La vicenda delle Isole Salomone conferma una trasformazione più ampia: il Pacifico non è più una periferia dell’ordine mondiale. <strong>È diventato una delle aree dove si misura la competizione tra Cina e Occidente. </strong>Non attraverso grandi guerre aperte, ma attraverso accordi, aiuti, infrastrutture, basi potenziali, polizia, porti e diplomazia quotidiana.</p>



<p>Matthew Wale ha aperto una fase nuova, ma non ha chiuso la partita. La revisione del patto con la Cina e il trattato con l’Australia saranno due facce dello stesso problema: come difendere la sovranità di un piccolo Stato quando le grandi potenze lo considerano un tassello della propria sicurezza.</p>



<p>Le Isole Salomone possono provare a usare questa competizione a proprio vantaggio. Possono ottenere aiuti, investimenti, formazione e maggiore attenzione internazionale. Ma il rischio è evidente: diventare non soggetto, ma oggetto della strategia altrui.</p>



<p><strong>Nel Pacifico di oggi, anche l’isola più lontana può diventare un avamposto. </strong>Anche un accordo di polizia può diventare un dossier militare. Anche un trattato bilaterale può cambiare l’equilibrio regionale. E anche un piccolo arcipelago può costringere Cina e Australia a misurare, ancora una volta, il prezzo reale dell’influenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/tra-cina-e-australia-le-isole-salomone-decidono-di-non-decidere-e-di-sfruttare-la-posizione-strategica.html">Tra Cina e Australia le Isole Salomone decidono di non decidere e di sfruttare la posizione strategica</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Anthropic, i fondi degli Emirati e l&#8217;IA tra ambizione geopolitica e bisogno di quattrini</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/anthropic-i-fondi-degli-emirati-e-lia-tra-ambizione-geopolitica-e-bisogno-di-quattrini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 04:56:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Anthropic]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Anthropic" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/anthropic-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Washington considera l’IA il centro della competizione con la Cina. Ma per finanziare questa corsa le aziende Usa hanno bisogno di capitali...</p>
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<p>Quando la sicurezza nazionale incontra il capitale del Golfo. La vicenda che coinvolge <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/palantir-e-anthropic-lia-e-la-lezione-mai-appresa-della-hybris.html" type="post" id="514706">Anthropic,</a> uno dei principali protagonisti mondiali dell’intelligenza artificiale, e i fondi sovrani di Abu Dhabi rivela una delle grandi contraddizioni della nuova economia strategica americana. Da una parte Washington considera l’intelligenza artificiale la tecnologia decisiva del XXI secolo e la pone al centro della competizione con la Cina. Dall’altra, per finanziare questa corsa tecnologica, <strong>le aziende statunitensi hanno bisogno di capitali sempre più giganteschi, spesso provenienti proprio da attori esterni all’Occidente.</strong></p>



<p>Il caso emerso nelle ultime settimane riguarda <strong>i rapporti tra Anthropic e investitori legati agli Emirati Arabi Uniti.</strong> La questione non è finanziaria in senso stretto. Nessuno mette in dubbio la legittimità degli investimenti. Il problema è strategico: <strong>chi controlla realmente il futuro dell’intelligenza artificiale mondiale? E soprattutto, chi controlla i dati, le infrastrutture e le capacità decisionali dei modelli più avanzati?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La contraddizione americana</h2>



<p>Negli ultimi mesi Anthropic è diventata una delle aziende più aggressive nel chiedere al governo americano di irrigidire le misure contro la Cina. La società sostiene apertamente la necessità di limitare l’accesso cinese ai semiconduttori avanzati, ai centri di calcolo e alle tecnologie più sofisticate, sostenendo che <strong>Pechino rappresenti il principale concorrente strategico degli Stati Uniti nel campo dell’intelligenza artificiale.</strong></p>



<p>La posizione appare coerente dal punto di vista geopolitico. Meno dal punto di vista economico. Le stesse aziende che chiedono l’isolamento tecnologico della Cina dipendono infatti da <strong>un ecosistema finanziario globale che comprende fondi sovrani del Golfo, investitori asiatici e capitali provenienti da ogni parte del mondo. </strong>La crescita esponenziale dei costi di sviluppo dell’intelligenza artificiale rende impossibile sostenere la competizione soltanto con il capitale privato tradizionale. Si assiste quindi a un fenomeno curioso: Washington tenta di costruire una muraglia tecnologica contro Pechino mentre le sue imprese tecnologiche aprono le porte a investitori stranieri per finanziare la costruzione di quella stessa muraglia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Abu Dhabi non compra quote, compra influenza</h2>



<p>L’errore più frequente consiste nel considerare gli investimenti emiratini come semplici operazioni finanziarie. Gli Emirati Arabi Uniti stanno perseguendo una strategia molto più ambiziosa. <strong>Abu Dhabi vuole trasformarsi in uno dei poli mondiali dell’intelligenza artificiale prima della fine dell’era petrolifera. </strong>Per questo investe simultaneamente nei semiconduttori, nei centri dati, nell’energia necessaria ad alimentarli e nelle principali aziende del settore.</p>



<p>Non si tratta soltanto di ottenere dividendi. Si tratta di acquisire accesso privilegiato alle reti tecnologiche che definiranno la futura distribuzione del potere mondiale. Per gli Emirati l’intelligenza artificiale rappresenta ciò che il petrolio ha rappresentato nel XX secolo: una leva per garantire sopravvivenza politica, influenza diplomatica e centralità economica in un mondo in trasformazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La vera paura: la Cina attraverso il Golfo</h2>



<p>Il nodo centrale della controversia non riguarda in realtà Abu Dhabi. La preoccupazione di numerosi ambienti politici americani è che i legami economici tra Emirati e Cina possano trasformarsi in un canale indiretto di trasferimento tecnologico. Gli Emirati mantengono eccellenti rapporti con Washington ma allo stesso tempo sviluppano relazioni economiche sempre più profonde con Pechino. Questa posizione di equilibrio permette loro di dialogare con entrambe le superpotenze.</p>



<p>Per i fautori della linea dura contro la Cina, il rischio è evidente: tecnologie sviluppate negli Stati Uniti e finanziate da capitali del Golfo potrebbero finire, direttamente o indirettamente, all’interno dell’ecosistema tecnologico cinese. <strong>Non esistono prove di un simile trasferimento,</strong> ma il semplice fatto che il tema venga discusso mostra come l’intelligenza artificiale sia ormai entrata pienamente nella sfera della sicurezza nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla globalizzazione alla sovranità tecnologica</h2>



<p>Per trent’anni la globalizzazione ha funzionato secondo una logica relativamente semplice: i capitali erano globali, le catene del valore internazionali e la tecnologia circolava con relativa facilità. L’intelligenza artificiale sta demolendo questo paradigma. I modelli più avanzati vengono ormai trattati come infrastrutture strategiche paragonabili ai sistemi nucleari, alle reti energetiche o ai satelliti militari. <strong>La distinzione tra settore civile e settore militare diventa sempre più sfumata. </strong>Un modello utilizzato per applicazioni commerciali può essere impiegato anche per analisi di intelligence, pianificazione operativa, guerra informatica e ricerca scientifica avanzata. In questo contesto ogni investimento estero assume automaticamente una dimensione geopolitica.</p>



<p>La vicenda Anthropic-Abu Dhabi dimostra che la competizione tra Stati Uniti e Cina non si gioca soltanto sui chip o sugli algoritmi. La vera battaglia riguarda il controllo dell’intero ecosistema: energia, dati, capitale, infrastrutture di calcolo, talenti e accesso ai mercati. <strong>L’intelligenza artificiale sta generando una nuova forma di guerra economica </strong>nella quale il capitale finanziario diventa uno strumento di influenza strategica. I fondi sovrani del Golfo non sono semplicemente investitori. Sono attori geopolitici che cercano di posizionarsi al centro della futura economia dell’intelligenza artificiale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il paradosso del XXI secolo</h2>



<p>Il paradosso finale è evidente. Gli Stati Uniti vogliono mantenere il monopolio tecnologico sull’intelligenza artificiale per impedire l’ascesa della Cina. Ma per sostenere i costi astronomici di questa competizione hanno bisogno di capitali provenienti da un sistema internazionale sempre più multipolare. Ciò significa che il futuro della tecnologia americana non dipenderà soltanto dalle decisioni di Washington o della Silicon Valley. <strong>Dipenderà anche da Abu Dhabi, Doha, Riyad, Singapore </strong>e da tutti quei centri finanziari che stanno trasformando il proprio surplus di capitale in influenza strategica.</p>



<p>L’episodio Anthropic non racconta quindi soltanto una disputa tra investitori e regolatori. Racconta la nascita di un nuovo ordine mondiale nel quale il potere tecnologico, il capitale finanziario e la geopolitica sono diventati ormai inseparabili. E nel quale la vera domanda non è più chi possiede l’intelligenza artificiale, ma chi possiede coloro che la finanziano.</p>
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		<title>L&#8217;uranio dell&#8217;Iran, leva militare ma anche simbolo dell&#8217;indipendenza nazionale</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/luranio-delliran-leva-militare-ma-anche-simbolo-dellindipendenza-nazionale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:27:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/iran-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>L’uranio iraniano non è soltanto materia fissile. È un messaggio politico, una leva militare, uno strumento negoziale e un simbolo nazionale. </p>
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<p>La questione dell’uranio iraniano non può essere spiegata soltanto con il linguaggio dei trattati, delle ispezioni e delle percentuali di arricchimento. Dietro la dimensione tecnica si muove una guerra parallela, combattuta nell’ombra, <strong>fatta di sabotaggi, assassinii selettivi, operazioni di intelligence e messaggi politici inviati senza dichiarazioni ufficiali.</strong> La decisione iraniana di innalzare il livello di arricchimento dell’uranio avrebbe ricevuto un impulso decisivo nel 2021, <strong>dopo l’uccisione di un ingegnere coinvolto nel programma nucleare della Repubblica islamica. </strong>L’operazione, attribuita al Mossad, sarebbe stata condotta con mezzi tecnologicamente sofisticati, attraverso un dispositivo automatico nascosto su un veicolo. Non si tratterebbe quindi di un episodio isolato, ma di una dimostrazione di capacità operativa: colpire in profondità, dentro il territorio iraniano, contro figure sensibili dell’apparato scientifico e militare.</p>



<p>Per Teheran, un’azione di questo genere non rappresenta solo la perdita di una competenza tecnica. È un’umiliazione politica, una violazione della sovranità e un segnale rivolto all’intero sistema di potere iraniano: Israele può arrivare fino al cuore del dispositivo nucleare. In uno Stato costruito sulla difesa dell’indipendenza nazionale, della resistenza e della sicurezza strategica, una mancata risposta sarebbe stata interpretata come debolezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’uranio come linguaggio della rappresaglia</h2>



<p>In questa chiave, l’arricchimento fino al 20 per cento non va letto solo come un passaggio tecnico. È anche una risposta politica. Teheran sembra voler dire a Israele che ogni colpo clandestino non ridurrà la determinazione iraniana, ma produrrà l’effetto contrario: <strong>più pressione, più arricchimento, più capacità di deterrenza.</strong></p>



<p>È una logica di risposta indiretta. Israele cerca di rallentare il programma nucleare iraniano eliminando uomini chiave, sabotando infrastrutture e insinuando paura nell’apparato tecnico. L’Iran reagisce trasformando la pressione subita in accelerazione strategica. Così, ciò che dovrebbe frenare il programma rischia di rafforzarne il significato politico.</p>



<p><strong>Qui si comprende perché la crisi nucleare iraniana non si risolva soltanto attorno a un tavolo negoziale. </strong>Gli accordi possono stabilire limiti, controlli, soglie e procedure. Ma se nel frattempo prosegue una guerra clandestina, ogni intesa resta esposta alla crisi successiva. La diplomazia lavora sulla carta; l’intelligence agisce sul terreno; il risultato è una continua erosione della fiducia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La lunga guerra contro gli uomini del programma nucleare</h2>



<p>Da anni scienziati, tecnici e figure legate ai programmi strategici iraniani sono stati bersaglio di attentati attribuiti a Israele. La logica israeliana è evidente: togliere al programma iraniano le sue menti migliori, rallentare l’accumulo di competenze, dimostrare superiorità informativa e tecnologica, costringere Teheran a spendere più risorse per proteggere uomini, laboratori e installazioni.</p>



<p>Sul piano tattico, questa strategia può produrre risultati. <strong>Un tecnico eliminato, un laboratorio sabotato, un’infrastruttura danneggiata possono creare ritardi reali.</strong> Ma sul piano politico e strategico l’effetto può essere opposto. Ogni assassinio rafforza nella leadership iraniana l’idea che il Paese sia sottoposto a una guerra permanente e che solo una maggiore autonomia tecnologica possa garantirne la sicurezza. È il paradosso delle operazioni coperte. Servono a impedire una minaccia, ma possono alimentare la volontà dell’avversario di renderla più credibile. Nascono per contenere un programma, ma finiscono per trasformarlo in simbolo nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sanzioni, petrolio e guerra economica</h2>



<p>La crisi nucleare iraniana è anche una guerra economica. Ogni passo avanti nell’arricchimento offre agli Stati Uniti e ai loro alleati il pretesto per rafforzare sanzioni, restrizioni bancarie, controlli commerciali e pressione diplomatica. <strong>L’Iran resta così intrappolato in un sistema di isolamento finanziario che colpisce petrolio, gas, investimenti, assicurazioni, trasporti e accesso alla tecnologia.</strong> Per Washington e Tel Aviv, mantenere alta la pressione economica significa limitare le risorse di Teheran, ridurne la capacità di sostenere i propri alleati regionali e impedirne la piena reintegrazione nei mercati internazionali. Un Iran normalizzato economicamente avrebbe infatti un peso molto diverso: potrebbe esportare più energia, attirare capitali, rafforzare i legami con Cina, Russia, India e mondo arabo, e trasformarsi in un nodo strategico tra Golfo Persico, Caucaso, Asia centrale e Mediterraneo.</p>



<p><strong>Ma anche la pressione economica produce effetti ambigui.</strong> Le sanzioni indeboliscono l’economia iraniana, ma spingono Teheran verso circuiti alternativi. Più l’Occidente chiude le porte, più l’Iran consolida rapporti con Mosca e Pechino, sviluppa canali paralleli di commercio, accetta sconti sul petrolio, triangolazioni finanziarie e forme di economia di resistenza. In altre parole, la guerra economica limita l’Iran, ma nello stesso tempo contribuisce a separarlo dal sistema occidentale e a inserirlo sempre più nel blocco eurasiatico.</p>



<p>Dal punto di vista militare, l’arricchimento al 20 per cento non significa automaticamente costruzione della bomba atomica. Tuttavia ha un valore strategico rilevante perché riduce la distanza tecnica verso livelli superiori, qualora la decisione politica venisse presa. La vera posta non è necessariamente il possesso immediato dell’arma nucleare, ma la capacità di avvicinarsi alla soglia. <strong>Uno Stato che può arrivare rapidamente a una capacità militare nucleare</strong>, anche senza dichiararla, dispone di una leva di pressione enorme. È una forma di deterrenza fondata sull’ambiguità.</p>



<p>Teheran sembra muoversi proprio in questa zona intermedia. Non vuole offrire a Israele e Stati Uniti un pretesto definitivo per un attacco diretto, <strong>ma non vuole nemmeno apparire disarmata, ricattabile o incapace di rispondere. </strong>Per questo ogni aumento dell’arricchimento diventa un messaggio militare: l’Iran può essere colpito, ma non può essere costretto alla resa tecnologica.</p>



<p></p>



<p><br>Il confronto tra Israele e Iran non si esaurisce nei laboratori nucleari. È una guerra regionale combattuta in più teatri: Siria, Iraq, Libano, Yemen, Golfo Persico, Mar Rosso e spazio cibernetico. Il programma nucleare è una delle sue dimensioni, ma non l’unica.<br>Israele teme l’espansione dell’influenza iraniana lungo l’asse che collega Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut. L’Iran vede Israele come l’avamposto militare, tecnologico e politico dell’Occidente nel cuore del Medio Oriente. Gli Stati Uniti cercano di contenere Teheran senza precipitare in una guerra regionale incontrollabile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una guerra regionale che passa dal nucleare</h2>



<p>In questo quadro, l’eliminazione di uno scienziato o di un ingegnere non è mai un gesto puramente tecnico. È un atto geopolitico. Serve a dimostrare vulnerabilità, penetrazione informativa e superiorità operativa. Ma obbliga l’Iran a salvare la faccia e a ristabilire una forma di equilibrio. L’arricchimento dell’uranio diventa così una risposta visibile a una guerra invisibile.</p>



<p>Per la Repubblica islamica, il programma nucleare non è solo una questione energetica o militare. <strong>È il simbolo della sovranità tecnologica del Paese.</strong> Rinunciare sotto minaccia significherebbe accettare una posizione subordinata. Continuare, invece, significa dimostrare di poter sopportare costi economici e diplomatici enormi pur di difendere la propria autonomia strategica.</p>



<p>Questo è il punto spesso trascurato. <strong>L’Iran considera il nucleare una prova di indipendenza nazionale. </strong>Per questo ogni sabotaggio israeliano può essere presentato internamente come conferma della necessità di proseguire. Ogni sanzione occidentale può essere usata per alimentare il discorso della resistenza. Ogni assassinio mirato può diventare un argomento a favore dell’accelerazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La spirale che nessuno riesce a chiudere</h2>



<p>La lezione più evidente è che <strong>la guerra segreta può rallentare un programma, ma difficilmente cancella la volontà politica che lo sostiene. </strong>Può danneggiare impianti, eliminare figure cruciali, creare paura. Ma se l’avversario interpreta quei colpi come una minaccia alla propria esistenza strategica, la risposta sarà l’irrigidimento, non la resa.</p>



<p>Israele colpisce perché considera il nucleare iraniano una minaccia esistenziale. L’Iran arricchisce perché considera le operazioni israeliane una guerra permanente contro la propria sovranità. Ciascuno presenta la propria azione come difensiva e quella dell’altro come aggressiva.</p>



<p>È così che nasce la spirale. <strong>Gli omicidi mirati producono accelerazioni. Le accelerazioni producono nuove minacce. Le nuove minacce giustificano altri sabotaggi.</strong> E la diplomazia, pur necessaria, arriva sempre dopo, costretta a inseguire eventi decisi altrove.</p>



<p>L’uranio iraniano, dunque, non è soltanto materia fissile. È un messaggio politico, una leva militare, uno strumento negoziale e un simbolo nazionale. Finché continuerà la guerra clandestina tra Israele e Iran, ogni centrifuga sarà anche una risposta, ogni percentuale un avvertimento, ogni negoziato un equilibrio provvisorio sopra un conflitto che nessuno dichiara apertamente ma che tutti combattono.</p>
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		<title>Armenia, oggi si vota: tra Russia, Usa e Ue qualunque scelta ha un prezzo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/armenia-oggi-si-vota-tra-russia-usa-e-ue-qualunque-scelta-ha-un-prezzo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 03:45:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Armenia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683-1024x539.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683-768x404.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683-1536x808.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/pashinyan-e1780826615683-600x316.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Armenia non deve solo decidere tra Mosca e Bruxelles. Deve anche capire come sopravvivere in un Caucaso turbolento. </p>
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<p>Le elezioni parlamentari armene del 7 giugno non sono una normale scadenza democratica. Sono diventate il punto di collisione tra tre dinamiche: il tentativo di <strong>Nikol Pashinyan</strong> di avvicinare l’Armenia all’Unione Europea e agli Stati Uniti, la volontà russa di impedire lo sganciamento di Yerevan dalla propria orbita strategica, e l’interesse americano a trasformare il Caucaso meridionale in un corridoio energetico, minerario e logistico alternativo all’influenza di Mosca.</p>



<p>La denuncia della Commissione Europea su una presunta campagna ibrida russa va letta dentro questo quadro. Bruxelles sostiene che Mosca stia usando disinformazione, pressioni economiche e strumenti di influenza politica per condizionare il voto armeno. La formula è ormai nota: non carri armati alle frontiere, ma energia, commercio, reti digitali, comunità della diaspora, minacce economiche, propaganda e manipolazione del clima interno. L’Armenia, piccolo Paese di circa tre milioni di abitanti, si trova così al centro di una partita molto più grande delle sue dimensioni. Non si decide soltanto chi governerà a Yerevan. <strong>Si decide se il Caucaso meridionale resterà una periferia strategica della Russia oppure diventerà uno spazio di penetrazione euro-atlantica.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La Russia usa l’economia come leva politica</h2>



<p>Il cuore della pressione russa è economico. <strong>L’Armenia dipende ancora in modo pesante da Mosca. </strong>La Russia rappresenta circa il 35 per cento del commercio estero armeno, mentre l’Unione Europea arriva intorno all’11 per cento. Ancora più delicato è il nodo energetico: l’Armenia acquista dalla Russia circa l’82 per cento del proprio gas.</p>



<p>È qui che la minaccia diventa concreta. Quando Mosca evoca la possibilità di interrompere forniture di gas e petrolio a basso costo, non sta facendo solo propaganda. <strong>Sta ricordando a Yerevan che la sovranità politica ha un prezzo economico immediato. </strong>Una rottura con l’Unione economica eurasiatica provocherebbe uno shock commerciale, energetico e finanziario per un Paese che non dispone di grandi margini di sicurezza.</p>



<p>Le restrizioni russe su frutta, verdura, acqua minerale, vino e brandy armeni rientrano nella stessa logica. Non sono semplici misure sanitarie o doganali. <strong>Sono segnali politici. </strong>Ogni cassa di prodotti respinta alla frontiera diventa un messaggio agli elettori: l’avvicinamento all’Occidente può costare posti di lavoro, reddito agricolo, esportazioni e stabilità sociale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Guerra informativa e mobilitazione della diaspora</h2>



<p>Accanto alla leva economica, c’è la guerra informativa. Secondo le accuse riportate da fonti europee e ucraine, <strong>Mosca avrebbe finanziato operazioni per trasportare in Armenia migliaia di elettori residenti in Russia,</strong> con l’obiettivo di rafforzare il fronte contrario a Pashinyan. Sarebbero stati inoltre impiegati apparati di comunicazione, reti di profili automatizzati e campagne di disinformazione per presentare il premier come un rischio per la sicurezza nazionale. La logica è semplice: non bisogna necessariamente falsificare le urne se si riesce prima a modificare il campo psicologico in cui gli elettori decidono. La guerra ibrida agisce proprio su questo terreno: crea paura, amplifica la sfiducia nelle istituzioni, trasforma ogni scelta politica in un dilemma esistenziale.</p>



<p>Nel caso armeno, il messaggio è particolarmente potente: <strong>se Pashinyan vince, l’Armenia rischia di perdere la protezione russa, il gas a basso costo, l’accesso preferenziale ai mercati eurasiatici </strong>e forse persino la stabilità interna. È una pressione che non ha bisogno di essere formalmente dichiarata. Basta che venga percepita.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il dilemma armeno: Europa o spazio eurasiatico</h2>



<p>Il nodo centrale è l’incompatibilità tra integrazione europea e appartenenza piena all’Unione economica eurasiatica. Putin lo ha detto con chiarezza: non si possono conciliare gli standard dell’Unione Europea con quelli dell’area economica guidata da Mosca. Tradotto in termini politici, significa che l<strong>’Armenia non può stare indefinitamente con un piede a Bruxelles e uno a Mosca.</strong></p>



<p>Pashinyan cerca di guadagnare tempo. Sostiene che un referendum sull’adesione all’Unione Europea sarebbe oggi illogico, perché Yerevan non ha ancora presentato una domanda formale. Allo stesso tempo, però, il suo governo ha già avviato il percorso legislativo per avvicinarsi all’Europa, con il sostegno del Parlamento armeno.</p>



<p>Questa ambiguità è tatticamente comprensibile, ma strategicamente fragile. L’Armenia vuole beneficiare dei mercati eurasiatici senza rinunciare alla prospettiva europea. Vuole mantenere aperti i canali con Mosca senza restare prigioniera della dipendenza russa. Vuole avvicinarsi agli Stati Uniti senza trasformarsi in un avamposto anti-russo. Ma il Caucaso non perdona le ambiguità troppo lunghe.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il trauma del Nagorno-Karabakh</h2>



<p><strong>La vulnerabilità armena nasce anche dalla sconfitta strategica nel Nagorno-Karabakh. </strong>Dopo il crollo dell’enclave armena e l’affermazione militare dell’Azerbaigian, Yerevan ha capito che la garanzia russa non era più sufficiente. Mosca, impegnata in Ucraina e interessata a non rompere con Baku e Ankara, non ha difeso gli armeni come molti a Yerevan si aspettavano.</p>



<p>Da qui nasce il cambio di rotta di Pashinyan. Non è soltanto una scelta ideologica filo-occidentale. È il tentativo di ricostruire una sicurezza nazionale dopo il fallimento del vecchio ombrello russo. L’Armenia cerca nuovi partner perché ha scoperto di essere sola nel momento decisivo.</p>



<p>Tuttavia, sul piano militare, l’avvicinamento all’Occidente non produce automaticamente sicurezza. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea possono offrire assistenza, cooperazione, addestramento, tecnologia, sostegno diplomatico. Ma difficilmente sarebbero disposti a garantire militarmente l’Armenia contro pressioni russe, azere o turche. Yerevan rischia dunque una fase intermedia pericolosa: <strong>abbastanza lontana da Mosca da irritarla, ma non abbastanza integrata nell’Occidente da essere protetta.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corridoio TRIPP e la geoeconomia del Caucaso</h2>



<p>La vera novità è il ruolo americano. La visita di <strong>Marco Rubio </strong>a Yerevan, il quadro di partenariato strategico, l’accordo sui minerali critici e il progetto del corridoio TRIPP indicano che Washington guarda all’Armenia non solo come a un Paese da sottrarre alla Russia, ma come a un nodo logistico ed energetico.</p>



<p>I<strong>l corridoio che dovrebbe collegare l’Azerbaigian all’exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale ha un valore enorme. </strong>Significa ridisegnare le rotte del Caucaso, collegare il Caspio al Mediterraneo e all’Europa, facilitare l’accesso alle risorse dell’Asia centrale e ridurre la centralità russa nei collegamenti terrestri eurasiatici.</p>



<p>Per gli Stati Uniti, è una vittoria strategica. Per l’Azerbaigian, è un successo geopolitico. Per la Turchia, è un rafforzamento del proprio ruolo di ponte tra Asia centrale, Caucaso ed Europa. Per l’Armenia, invece, è una scommessa: può trasformarsi da Paese chiuso e vulnerabile in piattaforma di transito, oppure diventare il terreno su cui altri attori proiettano la propria potenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Minerali critici, energia e nuova competizione imperiale</h2>



<p>L’accordo sui minerali critici conferma che la partita non riguarda soltanto la democrazia. L’Armenia e il Caucaso meridionale entrano nella competizione globale per le materie prime strategiche, le catene di approvvigionamento, le infrastrutture energetiche e i corridoi commerciali.</p>



<p>L’Occidente vuole ridurre la dipendenza da Russia e Cina. Mosca vuole impedire che il suo spazio storico venga svuotato economicamente. La Turchia vuole consolidare la propria proiezione verso l’Asia centrale. L’Azerbaigian vuole trasformare la vittoria militare in centralità geopolitica. L’Iran osserva con inquietudine ogni progetto che possa modificare gli equilibri lungo i suoi confini settentrionali.</p>



<p>Dentro questa rete, l’Armenia non è più soltanto un piccolo Stato caucasico. È una cerniera. E proprio per questo diventa vulnerabile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio ucraino evocato da Mosca</h2>



<p><strong>Il paragone fatto da Putin con l’Ucraina non è casuale. </strong>Quando il presidente russo ricorda che la crisi ucraina sarebbe cominciata con il tentativo di Kiev di avvicinarsi all’Unione Europea, manda un messaggio diretto a Yerevan: attenzione, la strada occidentale può aprire una frattura irreversibile.</p>



<p>È un avvertimento politico, ma anche psicologico. Mosca cerca di fissare nell’immaginario armeno l’idea che l’integrazione europea porti instabilità, guerra e perdita territoriale. È lo stesso schema narrativo usato per anni nello spazio post-sovietico: l’Occidente promette prosperità, ma produce caos; la Russia può essere dura, ma garantisce continuità.</p>



<p>Il problema, per Mosca, è che questa narrazione ha perso forza proprio in Armenia, dove molti ritengono che la continuità con la Russia non abbia impedito né la sconfitta né l’isolamento.</p>



<p>Una scelta storica, ma senza garanzie</p>



<p>Pashinyan si presenta come l’uomo della svolta europea. <strong>I sondaggi lo danno avanti, ma non abbastanza da considerare chiusa la partita.</strong> L’opposizione filo-russa può contare su paure reali: il costo dell’energia, l’accesso al mercato russo, la sorte degli armeni residenti in Russia, la fragilità militare del Paese, il rischio di nuove tensioni con Azerbaigian e Turchia.</p>



<p>L’Unione Europea parla di resilienza democratica. Gli Stati Uniti parlano di partenariato strategico. La Russia parla di interessi economici incompatibili. Ma <strong>gli armeni devono scegliere dentro un contesto in cui ogni opzione comporta un prezzo.</strong></p>



<p>Restare nello spazio russo significa rinunciare a una parte della propria autonomia strategica. Avvicinarsi all’Occidente significa entrare in una zona di turbolenza economica e geopolitica. Tentare di fare entrambe le cose significa esporsi alla pressione di tutti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Caucaso come frontiera del nuovo disordine globale</h2>



<p>L’Armenia mostra una verità più ampia: nel mondo attuale, le piccole potenze non sono libere di scegliere senza conseguenze. <strong>Ogni orientamento commerciale diventa una scelta militare. </strong>Ogni accordo energetico diventa un atto geopolitico. Ogni elezione nazionale diventa una battaglia internazionale.</p>



<p>La guerra ibrida non è un’anomalia. È il linguaggio ordinario della competizione tra potenze. La Russia usa gas, mercati, diaspora e informazione. L’Occidente usa aiuti, partenariati, corridoi, accordi minerari e riconoscimento politico. Gli Stati regionali usano confini, rotte, minoranze, infrastrutture e memoria storica.</p>



<p>In questo quadro, l’Armenia non deve solo decidere tra Mosca e Bruxelles. Deve capire come sopravvivere in un Caucaso dove la sovranità non si proclama: si compra, si difende, si negozia e spesso si paga carissima.</p>
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		<title>Russia, Usa ed Europa e la lezione della Guerra Fredda: la deterrenza funziona solo se l&#8217;avversario è rispettato</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/russia-usa-ed-europa-e-la-lezione-della-guerra-fredda-la-deterrenza-funziona-solo-se-lavversario-e-rispettato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 15:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1237" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-1024x660.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-768x495.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-1536x990.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-600x387.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Le potenze devono ricordare la Guerra Fredda: la deterrenza funziona solo se l’avversario viene temuto, ascoltato e contenuto, non deriso. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1237" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-1024x660.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-768x495.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-1536x990.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_20260604143045606_72231a51e6f68d68f408a49b2819dbd7-600x387.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Ucraina non è più soltanto una guerra in Ucraina. È diventata il punto di collisione fra tre processi storici che per anni l’Occidente ha preferito non guardare: <strong>il riavvicinamento strategico fra Russia e Cina, la perdita del monopolio militare americano e la crescente tentazione europea di sostituire la diplomazia con l’escalation verbale, militare e simbolica.</strong></p>



<p>La questione decisiva non è più soltanto chi conquisterà un villaggio nel Donbass o quale infrastruttura verrà colpita da un drone. La questione è se l’Europa, priva della piena copertura politica americana ma ancora convinta di poter agire come se Washington fosse sempre disposta a seguirla, stia entrando in una zona di pericolo che durante la guerra fredda sarebbe stata considerata impensabile. Nel testo emerge con chiarezza questa diagnosi: gli attacchi contro il territorio russo, anche quando presentati come operazioni ucraine, vengono letti a Mosca come parte di una guerra sempre più direttamente sostenuta dalla NATO.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Russia e Cina: il grande errore strategico dell’Occidente</h2>



<p>Per decenni la grande speranza strategica americana fu semplice: <strong>tenere Russia e Cina divise. </strong>La diplomazia di Nixon e Kissinger aveva colto, con notevole lucidità, la profondità della frattura sino-sovietica. Esistevano dispute territoriali, memorie storiche, diffidenze ideologiche, rivalità di potenza. La Cina non aveva dimenticato i trattati ineguali, le amputazioni territoriali subite, il peso della frontiera siberiana e il ruolo di Vladivostok come simbolo di una storia mai del tutto chiusa.</p>



<p>Eppure il paradosso è evidente: <strong>proprio la pressione occidentale ha contribuito a sanare quella frattura.</strong> Mosca e Pechino non sono diventate alleate perché si amano, ma perché hanno compreso che separate sarebbero state vulnerabili, mentre <strong>insieme costituiscono un blocco eurasiatico capace di sfidare la centralità occidentale.</strong> La Russia offre profondità strategica, risorse energetiche, potenza militare e deterrenza nucleare. La Cina offre massa industriale, tecnologia, finanza, infrastrutture e capacità di proiezione economica.</p>



<p>L’errore occidentale è stato credere che le vecchie rivalità sarebbero bastate a impedire una convergenza strutturale. Invece è accaduto l’opposto. L’allargamento della NATO, le sanzioni, la guerra economica, il contenimento tecnologico e la militarizzazione delle periferie eurasiatiche hanno spinto Mosca e Pechino a vedere nell’integrazione continentale non una scelta ideologica, ma una necessità di sopravvivenza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il nodo militare: l’America non è più irraggiungibile</h2>



<p>Il secondo dato è ancora più scomodo: <strong>l’Occidente non possiede più la superiorità militare assoluta che credeva di avere. </strong>Gli Stati Uniti restano la prima potenza globale per capacità complessiva, rete di basi, marina, intelligence e alleanze. Ma non possono più presumere che la Russia sia militarmente ricattabile. Mosca ha investito per anni in strumenti pensati non per imitare l’arsenale americano, ma per neutralizzarlo. I sistemi ipersonici, i missili a traiettoria imprevedibile, le armi strategiche capaci di aggirare le difese antimissile, i vettori sottomarini e le nuove piattaforme nucleari rispondono a una logica precisa: <strong>impedire agli Stati Uniti di pensare a una guerra limitata contro la Russia senza rischio di rappresaglia devastante.</strong></p>



<p>Qui sta il punto: la deterrenza non è propaganda. È calcolo. Se una potenza nucleare ritiene che la propria sicurezza essenziale sia minacciata, reagirà. Può attendere, può assorbire colpi, può misurare la risposta. Ma non può permettere che l’avversario concluda che la sua prudenza sia debolezza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’Europa e l’illusione dell’escalation controllata</h2>



<p>La posizione europea appare la più fragile. <strong>Londra, Parigi, Berlino e i Paesi baltici parlano sempre più spesso come se la Russia potesse essere colpita senza conseguenze dirette. </strong>È una convinzione pericolosa. Durante la guerra fredda esisteva una grammatica della paura. Oggi questa grammatica sembra essersi dissolta. Si parla di missili, truppe, profondità strategica e attacchi sul territorio russo come se si trattasse di strumenti ordinari di pressione diplomatica. Ma per Mosca non è così. Ogni infrastruttura colpita, ogni base usata, ogni sistema d’arma occidentale impiegato contro la Russia viene inserito in una catena di responsabilità politica e militare. La Lettonia, i Baltici, la Polonia, la Germania non sono semplici retrovie: possono diventare, nella percezione russa, parti operative del dispositivo di guerra.</p>



<p><strong>La NATO senza gli Stati Uniti è una costruzione fragile. </strong>Può alzare il tono, aumentare le spese militari, promettere riarmo, ma non possiede la stessa capacità di deterrenza autonoma. Il rischio, allora, è che alcuni governi europei si comportino come se fossero protetti automaticamente da Washington, mentre Washington potrebbe non voler trasformare ogni azzardo baltico o europeo in una guerra mondiale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Washington, Mosca e il gioco della prudenza</h2>



<p>Il dato più interessante è il tentativo russo di distinguere fra Stati Uniti ed Europa. Mosca sembra considerare Washington un interlocutore difficile, ostile, imprevedibile, ma ancora razionale. L’Europa, invece, viene descritta come emotiva, ideologica, incapace di valutare il rapporto fra mezzi e fini. Questa distinzione è fondamentale. Putin sa che una guerra diretta con la NATO comporterebbe rischi incalcolabili. Per questo, pur rispondendo duramente quando ritiene superata una soglia, evita di colpire direttamente Paesi dell’Alleanza. Non per timore convenzionale, ma per calcolo nucleare. <strong>Anche una possibilità minima che Washington sia costretta a reagire in nome dell’articolo 5 basta a frenare Mosca.</strong></p>



<p>La strategia russa, dunque, non è quella della furia cieca. È una strategia di logoramento, rappresaglia selettiva e pressione psicologica. Colpire l’Ucraina più duramente quando gli attacchi superano una certa soglia. Mostrare capacità che Kiev non può neutralizzare. Far capire agli europei che il costo dell’escalation può salire. Ma evitare, finché possibile, il passaggio irreversibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli scenari economici: guerra lunga, economie stanche</h2>



<p>Sul piano economico, la guerra produce una doppia usura. La Russia ha pagato costi pesanti, ma ha anche riconvertito parte della propria economia verso la produzione militare, rafforzato i legami con Cina, India, Iran e mondo non occidentale, e imparato a vivere dentro un regime permanente di sanzioni. <strong>L’Occidente sperava in un collasso rapido, ma ha ottenuto una riorganizzazione.</strong></p>



<p>L’Europa, invece, paga il prezzo della dipendenza strategica. Energia più costosa, industria compressa, bilanci pubblici sotto pressione, riarmo finanziato con debito o tagli sociali, competitività tedesca indebolita. Berlino, che per decenni aveva costruito la propria ricchezza sull’energia russa a basso costo, sull’export verso la Cina e sulla protezione militare americana, si trova ora davanti a un triangolo spezzato.</p>



<p>I<strong>l riarmo europeo può arricchire alcuni settori industriali, ma non ricostruisce automaticamente una sovranità strategica. </strong>Comprare armi non significa avere una strategia. Spendere di più non significa essere più sicuri. Se l’Europa sostituisce l’industria civile con l’economia di guerra senza avere autonomia energetica, tecnologica e politica, rischia di diventare più militarizzata ma non più potente.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Valutazione geopolitica: l’Eurasia contro l’Atlantico</h2>



<p><strong>La posta vera è l’Eurasia. </strong>Russia e Cina vogliono impedire che il continente resti frammentato sotto pressione marittima occidentale. Corridoi ferroviari, porti, gasdotti, monete alternative, banche di sviluppo, piattaforme tecnologiche e cooperazione militare servono a costruire uno spazio meno dipendente dal dollaro, dalle rotte controllate dall’Occidente e dalle sanzioni americane. Gli Stati Uniti, da potenza marittima, hanno interesse opposto: impedire che una massa eurasiatica integrata diventi autosufficiente. <strong>L’Ucraina, i Baltici, il Mar Nero, il Caucaso, l’Asia centrale e Taiwan sono tasselli diversi dello stesso problema: contenere i punti di saldatura fra potenze terrestri.</strong></p>



<p>In questa prospettiva, la guerra ucraina non è un episodio isolato. È uno dei fronti della competizione per l’ordine mondiale. L’Occidente vuole dimostrare che la Russia può essere logorata fino alla subordinazione. La Russia vuole dimostrare che l’Occidente non può più imporre unilateralmente le regole. La Cina osserva, apprende e misura la credibilità americana anche in vista del Pacifico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio finale: umiliazione o nucleare</h2>



<p>La lezione più inquietante resta quella della crisi dei missili di Cuba. Una potenza nucleare non deve mai essere messa davanti alla scelta fra umiliazione strategica e uso dell’arma estrema. Kennedy lo aveva capito. Krusciov lo aveva capito. Oggi, invece, molti sembrano dimenticarlo. La Russia non accetterà di essere trattata come una potenza sconfitta dentro il proprio spazio vitale. L’Europa non può fingere che ogni provocazione sia reversibile. Gli Stati Uniti non possono usare gli alleati come strumenti di pressione senza calcolare il punto in cui la pressione diventa detonatore.</p>



<p>Il pericolo non è che Mosca voglia suicidarsi in una guerra nucleare. Il pericolo è che una catena di errori, sottovalutazioni e colpi simbolici costringa tutti gli attori a salire di un gradino, poi di un altro, fino a scoprire che la scala non porta alla vittoria ma all’abisso. La guerra, ormai, non si decide soltanto sul campo ucraino. <strong>Si decide nella capacità delle potenze di ricordare ciò che la guerra fredda aveva insegnato:</strong> la deterrenza funziona solo se l’avversario viene temuto, ascoltato e contenuto, non deriso. Quando una grande potenza nucleare viene convinta di non avere più spazio politico per arretrare, la diplomazia non è una concessione. È l’ultima forma della sopravvivenza.</p>
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		<title>Le università che preparano il futuro: così la Cina sfida l’impero accademico americano</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/le-universita-che-preparano-il-futuro-cosi-la-cina-sfida-limpero-accademico-americano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 11:18:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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<p>La Cina sta trasformando le sue università in una potente macchina scientifica e geopolitica che, a costi molto più bassi, sta superando gli Stati Uniti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/le-universita-che-preparano-il-futuro-cosi-la-cina-sfida-limpero-accademico-americano.html">Le università che preparano il futuro: così la Cina sfida l’impero accademico americano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/OVERCOME_2026060414263484_6186106772ff4da612b9861eed07fc2e-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>C’è un passaggio silenzioso, quasi invisibile agli occhi dell’opinione pubblica occidentale, che rischia di pesare più di molte crisi diplomatiche e persino di molti confronti militari. Non riguarda una portaerei, un missile ipersonico o una nuova base navale. Riguarda le università. Più precisamente, riguarda il modo in cui <strong>la Cina sta trasformando il proprio sistema universitario in una gigantesca macchina di potenza scientifica, industriale e geopolitica.</strong></p>



<p>Per decenni gli Stati Uniti hanno esercitato un dominio quasi naturale sull’alta formazione mondiale. Le famiglie benestanti dell’Asia, dell’Europa, dell’Africa e dell’America Latina sapevano che il vertice del prestigio accademico passava da Harvard, Stanford, dal Massachusetts Institute of Technology o da altre grandi istituzioni americane. Studiare negli Stati Uniti significava accedere non solo a un titolo, ma a un sistema di relazioni, finanziamenti, imprese, laboratori, carriere e influenza. Ora quel monopolio non è più scontato. Anzi, in alcune discipline cruciali per il futuro della potenza, comincia a essere apertamente contestato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il sorpasso nelle scienze dure</h2>



<p>Il punto decisivo non riguarda tutte le materie. Se un giovane vuole studiare Diritto, Filosofia o Letteratura, il peso simbolico delle università occidentali resta enorme. Ma se il campo è quello delle Scienze, dell’Ingegneria, dell’Informatica, della Fisica, dei materiali, dell’intelligenza artificiale o dei semiconduttori, il quadro cambia radicalmente. Gli indicatori internazionali più utilizzati mostrano una tendenza ormai evidente: <strong>le università cinesi non stanno più inseguendo quelle americane, ma in diversi settori le hanno raggiunte e superate.</strong> Il dato è politicamente esplosivo perché non misura soltanto il prestigio, ma la capacità di produrre ricerca, brevetti, talenti, applicazioni industriali e superiorità tecnologica.</p>



<p>Il Nature Index, che valuta la qualità delle pubblicazioni scientifiche, segnala una presenza cinese sempre più dominante. In Fisica, in Chimica, nelle Scienze dei materiali e in molte aree dell’Ingegneria, gli atenei cinesi occupano ormai posizioni di vertice. Università che fino a pochi anni fa erano quasi sconosciute al grande pubblico occidentale compaiono davanti a nomi mitici dell’accademia americana ed europea.</p>



<p>Questo è il primo vero cambio di paradigma. L’Occidente ha continuato a pensare alla Cina come a una potenza manifatturiera, capace di produrre a basso costo ma ancora dipendente dalla creatività scientifica altrui. Quel tempo è finito. Pechino non vuole più essere soltanto la fabbrica del mondo. Vuole essere il laboratorio del mondo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il fattore economico: qualità alta, costi bassi</h2>



<p>Qui entra in gioco il secondo elemento, forse ancora più destabilizzante: il costo. Negli Stati Uniti frequentare un’università d’élite può significare pagare decine di migliaia di dollari l’anno. In alcuni casi, tra rette, alloggio, assicurazioni e spese accessorie, il costo complessivo diventa proibitivo anche per famiglie benestanti. <strong>Le università americane dipendono in larga misura dagli studenti internazionali, spesso chiamati a pagare tariffe piene </strong>e quindi fondamentali per l’equilibrio finanziario degli atenei.</p>



<p>La Cina, invece, può offrire programmi scientifici e tecnologici competitivi a costi molto più bassi. Questo crea una frattura strategica. Perché una famiglia dell’Asia centrale, dell’Africa, del Medio Oriente o dell’America Latina dovrebbe spendere dieci volte di più per mandare un figlio negli Stati Uniti, se in Cina può trovare laboratori avanzati, docenti di alto livello, collegamenti industriali diretti e un ambiente ormai centrale nelle catene globali del valore? La domanda non è soltanto educativa. È geopolitica. Ogni studente internazionale che sceglie Shanghai, Pechino, Hangzhou, Harbin o Shenzhen invece di Boston, Stanford o Chicago non compie solo una scelta accademica. Entra in un diverso ecosistema di potere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La guerra dei talenti</h2>



<p>La competizione universitaria è ormai una guerra dei talenti. La Cina forma masse enormi di ingegneri, ricercatori, matematici, informatici, specialisti in telecomunicazioni, biotecnologie e intelligenza artificiale. Inoltre sta richiamando molti scienziati cinesi formati o impiegati negli Stati Uniti.</p>



<p>Questo fenomeno rovescia la vecchia logica della fuga dei cervelli. Per anni l’America ha attratto i migliori studenti del mondo, li ha integrati nei propri laboratori e poi li ha trasformati in forza produttiva per le proprie imprese. Ora Pechino prova a invertire il movimento: recuperare competenze, offrire finanziamenti, costruire grandi infrastrutture di ricerca e inserire i talenti in un sistema industriale che lavora in stretto rapporto con lo Stato.</p>



<p>È qui che le sanzioni americane contro aziende come Huawei o SMIC mostrano il loro limite. Si può impedire l’accesso ad alcune tecnologie, si possono bloccare forniture, brevetti, macchinari, componenti. <strong>Ma è molto più difficile fermare un Paese che produce ogni anno migliaia di nuovi ingegneri e ricercatori in discipline strategiche.</strong> La forza cinese non sta solo nella singola impresa. Sta nella profondità del serbatoio umano che alimenta quelle imprese.</p>



<h2 class="wp-block-heading">DeepSeek, Huawei, SMIC: la traduzione industriale del sapere</h2>



<p>Il caso dell’intelligenza artificiale è emblematico. L’emergere di sistemi cinesi competitivi, sviluppati con costi molto inferiori rispetto ai grandi colossi americani, dimostra che il vantaggio statunitense non è più inattaccabile. La Cina non copia soltanto. Ottimizza, riduce i costi, concentra risorse, mobilita competenze e crea alternative.</p>



<p>Lo stesso vale per i semiconduttori. Gli Stati Uniti hanno cercato di rallentare l’ascesa cinese attraverso restrizioni tecnologiche sempre più severe. Ma il problema, per Washington, è che la tecnologia non vive nel vuoto. Vive dentro università, politecnici, centri di ricerca, imprese pubbliche e private, reti di fornitura, programmi statali, ambizioni nazionali. Se una potenza dispone di capitali, mercato interno, volontà politica e milioni di tecnici qualificati, le barriere esterne possono rallentare il processo, ma difficilmente possono fermarlo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La dimensione militare: università come retrovia strategica</h2>



<p>Dal punto di vista militare, la questione è ancora più delicata. Le università scientifiche non producono soltanto laureati. Producono capacità duali, cioè utilizzabili sia in ambito civile sia in ambito militare: intelligenza artificiale, droni, calcolo quantistico, sistemi autonomi, guerra elettronica, crittografia, sensori, materiali avanzati, satelliti, missilistica, robotica.</p>



<p>In una competizione tra grandi potenze, la qualità delle università diventa parte della profondità strategica nazionale. Gli Stati Uniti hanno costruito per decenni la propria superiorità militare anche grazie al rapporto tra università, Pentagono, industria tecnologica e capitale privato. La Cina sta costruendo un modello diverso, più centralizzato, più diretto, più integrato con gli obiettivi dello Stato. Questo non significa che Pechino abbia già vinto. <strong>Significa però che l’America non può più considerare automatica la propria superiorità tecnologico-militare. </strong>Se la base scientifica cinese continua a crescere, il divario in molti settori sensibili tenderà a ridursi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La dimensione geoeconomica: chi forma le élite controlla i mercati</h2>



<p>La partita non riguarda soltanto la ricerca. Riguarda le reti. Una delle ragioni storiche per cui le famiglie di tutto il mondo mandavano i figli negli Stati Uniti era l’accesso agli ambienti professionali americani: compagni di corso destinati a diventare dirigenti, imprenditori, banchieri, ministri, consulenti, uomini d’affari. Ora la domanda cambia. Dove si costruiranno le reti più utili nei prossimi trent’anni? A Stanford, Harvard e MIT, oppure a Pechino, Shanghai, Hong Kong, Shenzhen e Harbin?</p>



<p><strong>La risposta dipende da come si immagina il futuro dell’economia mondiale. </strong>Se si pensa che il centro del mondo resterà quello del 2000, allora l’America conserva il suo fascino. Se invece si osserva la crescita dei rapporti commerciali tra Cina, Asia, Africa, America Latina e parte dell’Europa, allora la scelta cinese appare sempre meno esotica e sempre più razionale. La Cina è già il principale partner commerciale di una parte enorme del pianeta. Formare studenti stranieri nelle proprie università significa creare futuri dirigenti, funzionari, tecnici e imprenditori che conoscono la lingua cinese, capiscono il sistema cinese e hanno relazioni personali con l’apparato industriale cinese. È una forma di potere morbido, ma con conseguenze durissime.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il problema americano: un modello troppo costoso</h2>



<p>Le università americane si trovano davanti a una contraddizione strutturale. Hanno bisogno degli studenti internazionali per finanziare il proprio modello, ma rischiano di perderli proprio a causa del costo eccessivo e della concorrenza asiatica. Se il prestigio resta altissimo ma il rapporto qualità-prezzo diventa meno convincente, molte famiglie cominceranno a scegliere diversamente. Il punto non è la scomparsa delle grandi università americane. Harvard, Stanford, MIT, Princeton e Yale resteranno centri di eccellenza. Il problema riguarda il sistema nel suo insieme. <strong>Molti atenei statunitensi, meno ricchi e meno celebri, potrebbero scoprire di non essere più indispensabili. </strong>Se cala il flusso degli studenti internazionali paganti, cala anche la sostenibilità economica di interi dipartimenti. E quando si indebolisce l’università, si indebolisce anche una parte dell’industria nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova geografia della potenza</h2>



<p>Il vero significato di questa trasformazione è che la competizione tra Stati Uniti e Cina non si gioca soltanto nel Mar Cinese Meridionale, a Taiwan, nei semiconduttori o nelle sanzioni. Si gioca nelle aule universitarie, nei laboratori, nei dottorati, nei programmi di scambio, nei brevetti, nelle biblioteche digitali, negli alloggi per studenti stranieri. <strong>La Cina ha capito che il sapere è sovranità. </strong>Gli Stati Uniti lo sapevano da molto prima, ma forse si sono abituati troppo al proprio primato. La storia insegna che gli imperi non declinano solo quando perdono guerre. A volte cominciano a declinare quando gli altri smettono di considerarli l’unica via per il futuro.</p>



<p>Il sorpasso universitario cinese non è ancora una vittoria definitiva. È però un segnale. E i segnali, nella geopolitica, contano quando indicano la direzione del movimento. Oggi quella direzione è chiara: <strong>il centro della produzione scientifica mondiale si sta spostando. </strong>Non completamente, non senza resistenze, non senza limiti. Ma abbastanza da costringere l’America a ripensare il proprio modello. Perché nella guerra lunga tra Washington e Pechino, chi formerà gli ingegneri, gli scienziati e i dirigenti di domani controllerà una parte decisiva del potere mondiale. E questa, più che una questione universitaria, è una questione di sovranità strategica.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/le-universita-che-preparano-il-futuro-cosi-la-cina-sfida-limpero-accademico-americano.html">Le università che preparano il futuro: così la Cina sfida l’impero accademico americano</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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