Le Isole Salomone sono piccole sulla carta geografica, ma enormi nella logica della competizione tra potenze. L’arrivo al potere del nuovo primo ministro Matthew Wale segna un passaggio delicato per l’intero Pacifico meridionale: Honiara intende rivedere l’accordo di sicurezza firmato con la Cina nel 2022 e, nello stesso tempo, negoziare un trattato strategico globale con l’Australia.
Non è una semplice correzione diplomatica. È il tentativo di rimettere in ordine una politica estera che negli ultimi anni ha trasformato l’arcipelago in uno dei punti più sensibili dello scontro tra Pechino, Canberra e Washington. Le Isole Salomone si trovano a circa 1.600 chilometri a Nord-Est dell’Australia. Per molti osservatori distratti sono un piccolo Stato insulare. Per le cancellerie, invece, sono un tassello del controllo marittimo del Pacifico, una regione dove rotte, basi, cavi sottomarini, zone economiche esclusive e influenza politica valgono molto più della superficie terrestre.
Wale, appena arrivato a Canberra a meno di tre settimane dalla sua elezione, ha voluto dare un segnale netto. Le Salomone, ha detto, sono amiche dell’Australia, lo sono sempre state e lo saranno sempre. Ma dietro le formule diplomatiche c’è una realtà più complessa: negli ultimi anni il rapporto con Canberra si era deteriorato, mentre Pechino aveva conquistato spazio politico, finanziario e securitario.
Il patto con Pechino e il sospetto della segretezza
L’accordo di sicurezza firmato nel 2022 tra le Isole Salomone e la Cina aveva provocato allarme in Australia, negli Stati Uniti e tra molti Paesi vicini. Il timore era chiaro: che Pechino potesse usare la cooperazione di polizia e sicurezza come primo gradino verso una presenza militare stabile nel Pacifico meridionale.
All’epoca, Wale era uno dei principali critici dell’intesa con la Cina. Aveva sostenuto che quell’accordo non fosse nell’interesse nazionale delle Salomone. Poi, come spesso accade nella diplomazia reale, la posizione si era fatta più prudente: Wale ha visitato Pechino e ha attenuato i toni. Ora, però, da capo del governo, afferma di aver visto una copia integrale dell’accordo solo negli ultimi giorni e di aver scoperto l’esistenza di una clausola di non divulgazione.
È un dettaglio politicamente pesante. Se un patto di sicurezza con una potenza esterna viene sottratto al controllo pieno delle istituzioni nazionali, il problema non è soltanto diplomatico. Diventa un problema di sovranità. Chi decide davvero la sicurezza dello Stato? Il governo eletto? I funzionari che hanno gestito il dossier? La potenza straniera che ha ottenuto l’accordo? Wale ha dichiarato di aver dovuto rimuovere alcune persone da posizioni chiave per avere accesso al testo. Questa frase basta da sola a spiegare quanto la penetrazione cinese sia diventata materia di scontro interno.
La Cina non arretra, l’Australia prova a rientrare
Pechino, interpellata sulle parole del nuovo premier, ha risposto con il consueto linguaggio della cooperazione pratica. La Cina si dice pronta ad ampliare i rapporti con il nuovo governo delle Isole Salomone in vari settori. È una formula calma, ma non neutra. Significa che Pechino non considera chiusa la partita. Accetta il cambio politico, ma intende restare dentro il sistema di relazioni costruito negli ultimi anni. La Cina ha compreso da tempo che nel Pacifico non serve necessariamente una grande base militare per produrre influenza. Bastano infrastrutture, prestiti, assistenza di polizia, accordi di sicurezza, formazione, telecomunicazioni, edilizia pubblica, porti, strade e relazioni personali con le élite locali. La presenza strategica nasce spesso prima come cooperazione amministrativa ed economica, poi diventa dipendenza politica.
L’Australia, dal canto suo, sa di non potersi permettere una sconfitta nel proprio cortile strategico. Il primo ministro Anthony Albanese ha annunciato un pacchetto di sostegno per aiutare le Isole Salomone a fronteggiare gli alti prezzi dell’energia e gli effetti del ciclone tropicale Maila. Ha inoltre confermato il rafforzamento della partnership di polizia e l’intenzione di sancire il salto di qualità delle relazioni bilaterali in un nuovo trattato globale. Canberra vuole tornare a essere il partner indispensabile. Non solo il vicino ricco, ma il garante della sicurezza e dello sviluppo dell’arcipelago.
La sicurezza come terreno della guerra economica
Il dato più interessante è che la competizione non riguarda soltanto le uniformi, le navi o le forze di polizia. Riguarda la capacità di definire l’agenda economica delle Salomone. Energia, clima, sanità, istruzione, infrastrutture e diversificazione produttiva sono oggi strumenti di influenza tanto quanto gli accordi militari.
Nel 2024 l’Australia ha fornito oltre 100 milioni di dollari alle forze di polizia delle Isole Salomone. Albanese ha presentato questo dato come prova del fatto che Canberra sia il partner di sicurezza preferito da Honiara. Ma il punto è più profondo. In un Paese fragile, con risorse limitate, apparati statali deboli e forte esposizione ai disastri climatici, chi finanzia la polizia, chi forma gli ufficiali, chi interviene dopo un ciclone, chi sostiene l’energia e chi costruisce infrastrutture finisce per acquisire un’influenza strutturale.
La guerra economica nel Pacifico non si presenta sempre con il volto duro delle sanzioni o delle tariffe. Si presenta spesso come aiuto allo sviluppo, cooperazione tecnica, credito agevolato, addestramento e assistenza emergenziale. È una guerra lenta, fatta di dipendenze costruite giorno dopo giorno.
La valutazione strategica militare
Dal punto di vista militare, le Isole Salomone hanno un valore evidente. Il Pacifico meridionale è tornato centrale nella pianificazione strategica occidentale perché costituisce una profondità difensiva per l’Australia e, allo stesso tempo, un possibile spazio di proiezione per la Cina.
Un accordo di sicurezza tra Pechino e Honiara, anche se formalmente limitato alla cooperazione di polizia, può produrre conseguenze più ampie. Può aprire la strada a missioni di addestramento, presenza di personale cinese, forniture di equipaggiamenti, accesso a porti e infrastrutture sensibili. In caso di crisi tra Cina e Stati Uniti, ogni punto d’appoggio nel Pacifico assumerebbe un valore moltiplicato.
L’Australia teme esattamente questo: non un’invasione cinese delle Salomone, ma una lenta normalizzazione della presenza cinese in un’area che Canberra considera essenziale per la propria sicurezza. La storia pesa. Durante la Seconda guerra mondiale, il Pacifico meridionale fu teatro di battaglie decisive. Oggi non siamo nello stesso scenario, ma la logica geografica resta: chi controlla le isole controlla passaggi, profondità strategica e capacità di sorveglianza.
Geopolitica del piccolo Stato conteso
La posizione di Wale è quindi più sottile di quanto sembri. Non può rompere brutalmente con la Cina, perché Pechino resta una potenza economica importante e perché una parte dell’apparato politico e amministrativo delle Salomone ha costruito rapporti con essa. Ma non può nemmeno ignorare l’Australia, che resta il vicino indispensabile, il primo riferimento regionale e il principale garante di sicurezza in caso di crisi.
Il nuovo premier prova dunque a fare ciò che molti piccoli Stati fanno quando si trovano tra potenze maggiori: rinegoziare la propria centralità. Dire a Canberra che le Salomone vogliono ripartire da zero. Dire a Pechino che la cooperazione continua, ma sarà sottoposta a revisione. Dire agli Stati Uniti e agli alleati occidentali che Honiara non è perduta. Dire alla popolazione interna che nessuna potenza straniera deve decidere al posto del governo nazionale.
È una politica di equilibrio, ma anche di rischio. Perché quando un piccolo Stato diventa terreno di competizione tra grandi potenze, ogni scelta interna assume una valenza internazionale. Una riforma della polizia diventa geopolitica. Un porto diventa strategia militare. Un finanziamento energetico diventa influenza. Una clausola segreta diventa questione di sovranità.
Scenari economici e geoeconomici
Sul piano economico, le Isole Salomone hanno bisogno di aiuti, investimenti e diversificazione. La dipendenza dalle risorse naturali, l’esposizione climatica, i costi energetici elevati e la fragilità infrastrutturale rendono il Paese vulnerabile alle offerte esterne. Questo spiega perché la Cina sia riuscita a inserirsi con efficacia: offre infrastrutture, credito, rapidità decisionale e assenza apparente di condizioni politiche occidentali.
L’Australia, però, dispone di un vantaggio storico e geografico. Può offrire prossimità, assistenza continua, formazione, accesso al lavoro, sostegno istituzionale e intervento in caso di emergenza. Ma deve evitare un errore: ridurre tutto alla paura della Cina. Come ha osservato Connor Graham del Lowy Institute, Canberra rafforzerà davvero la propria posizione solo se saprà rispondere alle priorità reali delle Salomone: sanità, istruzione, clima, energia e sviluppo economico.
Qui sta il punto decisivo. Se l’Australia parlerà solo di sicurezza, Pechino potrà presentarsi come partner dello sviluppo. Se Canberra saprà collegare sicurezza e benessere sociale, avrà più possibilità di riconquistare fiducia.
Il Pacifico non è periferia, è centro
La vicenda delle Isole Salomone conferma una trasformazione più ampia: il Pacifico non è più una periferia dell’ordine mondiale. È diventato una delle aree dove si misura la competizione tra Cina e Occidente. Non attraverso grandi guerre aperte, ma attraverso accordi, aiuti, infrastrutture, basi potenziali, polizia, porti e diplomazia quotidiana.
Matthew Wale ha aperto una fase nuova, ma non ha chiuso la partita. La revisione del patto con la Cina e il trattato con l’Australia saranno due facce dello stesso problema: come difendere la sovranità di un piccolo Stato quando le grandi potenze lo considerano un tassello della propria sicurezza.
Le Isole Salomone possono provare a usare questa competizione a proprio vantaggio. Possono ottenere aiuti, investimenti, formazione e maggiore attenzione internazionale. Ma il rischio è evidente: diventare non soggetto, ma oggetto della strategia altrui.
Nel Pacifico di oggi, anche l’isola più lontana può diventare un avamposto. Anche un accordo di polizia può diventare un dossier militare. Anche un trattato bilaterale può cambiare l’equilibrio regionale. E anche un piccolo arcipelago può costringere Cina e Australia a misurare, ancora una volta, il prezzo reale dell’influenza.
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