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	<title>Alessandra Briganti Archives - InsideOver</title>
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	<title>Alessandra Briganti Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Polonia al bivio</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/polonia-al-bivio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2019 11:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1301" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Attivisti Lgbt in Polonia (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-1024x694.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il fiume Vistola è un confine naturale che spacca la Polonia in due parti, quella ad Ovest, ricca e liberal, e quella ad Est, povera e conservatrice. È qui nella Polonia orientale che è cresciuto il malcontento verso le élite di Varsavia. L&#8217;ingresso in Europa ha garantito delle migliori condizioni sociali ed economiche ma non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/polonia-al-bivio.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1301" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Attivisti Lgbt in Polonia (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-1024x694.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il fiume Vistola è un confine naturale che spacca la Polonia in due parti, quella ad Ovest, ricca e liberal, e quella ad Est, povera e conservatrice. È qui nella Polonia orientale che è cresciuto il malcontento verso le élite di Varsavia. L&#8217;ingresso in Europa ha garantito delle migliori condizioni sociali ed economiche ma non al punto tale di cancellare le disuguaglianze con la parte occidentale del Paese.</p>
<p>È sulla Polonia orientale che Jaroslaw Kaczynski, leader senza incarichi del partito sovranista al governo Diritto e Giustizia (PiS), ha puntato per vincere le elezioni. Con una promessa: invertire la rotta. Sarà l&#8217;Ovest in futuro ad andare verso l&#8217;Est. E&#8217; la rivalsa della Polonia B sulla Polonia A, dell&#8217;Europa orientale su quella occidentale, del cristianesimo sulla secolarizzazione.<br />
E così Lublino, cuore della Polonia orientale, è divenuto in questi anni il laboratorio del sovranismo polacco. Un sovranismo che ha fatto della lotta all&#8217;immigrazione e ai diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) il fulcro della sua strategia per ottenere consensi. Ma quali sono i limiti con cui si scontra questa retorica?</p>
<p>A Lublino dove vive un&#8217;importante comunità di migranti ucraini arrivati soprattutto dopo la guerra in Donbass, la manodopera straniera serve a sostenere i ritmi di produzione del Paese. Una risorsa preziosa per la Polonia, un&#8217;economia mai entrata in recessione nonostante la crisi economica che ha colpito le due sponde dell&#8217;Atlantico. Eppure la retorica xenofoba del PiS rischia di far perdere al Paese questa risorsa fondamentale, contesa com&#8217;è da un altro Paese che ha un forte bisogno di forza lavoro: la Germania.</p>
<p>Ed è forse anche per questo motivo che il governo polacco ha attenuato la sua retorica anti-migranti per puntare invece su un altro “nemico”: la comunità Lgbt, assurta a simbolo della decadenza morale dell&#8217;Occidente. Prima delle europee di maggio, infatti, il PiS ha scatenato una vera e propria guerra contro quella che chiama &#8220;ideologia Lgbt&#8221;, un pensiero totalitario promosso dalla comunità Lgbt per annientare la nazione nella sua essenza più profonda: la famiglia tradizionale e i valori cristiani su cui si fonda.</p>
<p>Negli ultimi mesi decine di comuni e regioni, tra cui il voivodato di Lublino, si sono dichiarati “liberi dall&#8217;ideologia Lgbt”, definizione omofoba che evoca il macabro termine Judenfrei utilizzato dai nazisti per designare un&#8217;area “ripulita” dagli ebrei durante l&#8217;Olocausto, creando così un&#8217;atmosfera da pogrom, impossibile da immaginare fino a poco tempo, soprattutto in questo angolo della Polonia, qui dove l&#8217;intera comunità ebraica, circa un terzo della popolazione di Lublino, venne sterminata durante la seconda guerra mondiale.</p>
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		<title>La seconda vita dei migranti ucraini</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/polonia-al-bivio/la-seconda-vita-dei-migranti-ucraini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 08:45:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1214" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="La vita in Ucraina (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-768x486.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-1024x647.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A Lutsk a ogni alba inizia un nuovo esodo. Alle 5:30 in punto parte la prima corriera per Lublino. Mezzora prima la stazione è già un carnaio che si muove scomposto e frenetico per accaparrarsi un biglietto. La giornata comincia così e così tira fino a notte. Un travaso di 13 bus e circa 700 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/polonia-al-bivio/la-seconda-vita-dei-migranti-ucraini.html">[...]</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1214" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="La vita in Ucraina (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-768x486.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-vita-in-Ucraina-1024x647.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>A Lutsk a ogni alba inizia un nuovo esodo. Alle 5:30 in punto parte la prima corriera per Lublino. Mezzora prima la stazione è già un carnaio che si muove scomposto e frenetico per accaparrarsi un biglietto. La giornata comincia così e così tira fino a notte. Un travaso di 13 bus e circa 700 persone che ogni giorno si lasciano alle spalle questa città di frontiera dell&#8217;Ucraina occidentale per raggiungere la Polonia.</p>
<p>Hanno 230 <span style="font-weight: 400;">chilometri e sei ore di tempo per trovarsi un lavoro e una stanza in cui alloggiare. Li vedi parlottare, scambiarsi informazioni. Molti hanno già amici e familiari che li aspettano al di là del confine. Altri partono all&#8217;avventura, male che vada si può ripiegare nei campi. Ora è tempo di mele, in stazione a Lublino c&#8217;è sempre qualcuno che cerca lavoratori per la raccolta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In un paio d&#8217;ore Yulyia, 25 anni, trova lavoro come cassiera al supermercato Biedronka, quasi una tappa obbligata per i migranti ucraini. Yulyia ha una laurea in economia e parla perfettamente inglese e russo. Eppure in un&#8217;Ucraina dilaniata da nepotismo e corruzione, la sola alternativa è partire, soprattutto se come Yulyia hai un buon livello d&#8217;istruzione, un pizzico di talento e poche connessioni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Tutto è cambiato con la guerra, racconta Yulyia. Prima le persone emigravano in Russia. Qualcuno delle nostre parti andava in Polonia perché è più vicina, ma in genere non era una meta ambita&#8221;. La<strong> guerra in Donbass</strong> ha quindi cambiato il verso all&#8217;emigrazione. Una forte ondata di migranti si è riversata ad ovest, in Polonia per lo più.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come in tutto l&#8217;Est Europa anche qui la manodopera scarseggia. Dall&#8217;ingresso in Ue nel 2004 due milioni di polacchi si sono trasferiti nei Paesi dell&#8217;Europa occidentale. Intanto l&#8217;economia ha continuato a galoppare tanto che la Polonia non è entrata in recessione nemmeno quando la crisi finanziaria ha investito le due sponde dell&#8217;Atlantico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per sostenere quei ritmi di produzione però serve forza lavoro: nel solo 2017 in Polonia sono stati rilasciati 683mila permessi di soggiorno il 68% dei quali a cittadini ucraini. Un record assoluto in Europa: nessun Paese ne ha mai rilasciati tanti in un anno, nemmeno Germania o Francia. Secondo una stima approssimativa in Polonia di ucraini ce ne sarebbero circa due milioni. È il paradosso del sovranismo polacco: tuonare contro l&#8217;immigrazione e non poterne fare a meno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lublino è la prima tappa del viaggio per molti ucraini, spesso è anche l&#8217;ultima. In stazione le fermate dei bus sono tappezzate da offerte di lavoro in russo o ucraino. A fermarsi nel più grande centro urbano della Polonia orientale sono soprattutto gli ucraini che vivono vicino al confine o quelli che vengono impiegati in lavori stagionali. Tre mesi in Polonia equivalgono a un anno intero di stipendi in Ucraina.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allo sportello per il rilascio dei permessi di soggiorno decine di persone aspettano in silenzio il loro turno. È una di quelle attese snervanti che si trascinano da mesi. Almeno otto se sei fortunato, ma nella capitale si può attendere fino a due anni per uno straccio di carta che regolarizzi la propria posizione. Iryna sorride di un sorriso amaro, &#8220;fosse solo la burocrazia il problema&#8221;. Originaria di Kovel, cittadina ucraina di frontiera, Iryna, 24 anni, si è trasferita a Lublino da un anno. All&#8217;inizio ha lavorato come cameriera in un ristorante. &#8220;Lo avevo trovato tramite un uomo che conoscono tutti qui a Lublino, una specie di intermediario. Lavoravo dieci ore al giorno per 3 euro l&#8217;ora. La cosa più difficile è stata cercare un lavoro con regolare contratto&#8221;. </span><span style="font-size: 1rem;">Un problema quello del lavoro in nero talmente diffuso da rendere inattendibili anche le statistiche sulla presenza degli ucraini in Polonia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per dare un&#8217;idea: a Lublino gli ucraini registrati sono meno di 3mila, ma secondo le rilevazioni marketing effettuate dalla compagnia telefonica polacca Selectivv ce ne sarebbero almeno</span><span style="font-weight: 400;"> 26mila. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi Iryna è stata regolarmente assunta come addetta vendite in una società di servizi eppure viene pagata meno dei suoi colleghi polacchi. &#8220;I datori di lavoro sanno che molti ucraini sono costretti ad andare all&#8217;estero e ne approfittano per violare i nostri diritti, mentre guadagnano profitti extra, spiega Vitaly Makhinko, presidente del sindacato ucraino </span><i><span style="font-weight: 400;">Pracownicza Solidarnosc</span></i><span style="font-weight: 400;">. Gli enti statali fingono di non accorgersene. D&#8217;altra parte, in Ucraina non esiste una politica che tuteli gli interessi dei propri cittadini all&#8217;estero, così i migranti sono lasciati a se stessi&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure secondo Makhinko le condizioni di vita e di lavoro degli ucraini stanno leggermente migliorando. &#8220;C&#8217;è, prosegue il sindacalista, una maggiore competizione sul mercato del lavoro che costringe i datori di lavoro a cambiare e a offrire ai lavoratori migliori condizioni contrattuali. In questi ultimi cinque anni poi gli ucraini hanno acquisito esperienza professionale e chiaramente questo fa aumentare il loro valore sul mercato&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E poi c&#8217;è un altro elemento che spinge non solo i datori di lavoro, ma anche il governo polacco a migliorare il trattamento dei migranti ucraini: la crescente richiesta di manodopera ucraina dalla Germania. &#8220;Non appena Berlino aprirà i confini, molti ucraini che lavorano in Polonia si trasferiranno lì con la conseguenza che negli anni la Polonia perderà un gran numero di nostri lavoratori. Se la Polonia è ora al secondo posto (dopo la Russia) per numero di lavoratori ucraini, in pochi anni passerà al quarto. Secondo le nostre previsioni, conclude Makhinko, la Russia rimarrà al primo posto, la Germania si piazzerà al secondo, l&#8217;Italia al terzo e la Polonia al quarto&#8221;. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Andrey si aggira tra i volumi polverosi del museo della tipografia di Lublino. E poi, riviste e frammenti di film che circolavano clandestinamente nella Polonia socialista tra il 1976 e il 1989. &#8220;Questo, racconta, è il mimeografo con cui è stato stampato il primo numero della rivista underground Zapis, è stato anche grazie a queste pubblicazioni se è nata Solidarnosc&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Andrey, 33 anni, lavora al museo da qualche anno. Da Lviv, città dell&#8217;Ucraina occidentale, si è trasferito a Lublino per studiare relazioni internazionali. Qualche lavoretto come interprete, poi dopo la laurea per Andrey inizia la ricerca di un lavoro vero e proprio. &#8220;Non è stato semplice. Gli ucraini servono nei campi, nei supermercati, ai cantieri, nei ristoranti. Trovare un lavoro intellettuale è quasi impossibile da queste parti. In alcune offerte lo dicono esplicitamente: &#8216;richiesta cittadinanza polacca&#8217;. Ancora oggi leggo lo stupore negli occhi delle persone a cui dico di lavorare in un museo. Per migliorare la situazione bisognerebbe prima cambiare la politica dell&#8217;immigrazione in Polonia&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da quando è emigrato in Polonia, Andrey ha visto crescere il sentimento di ostilità verso gli ucraini. In questa terra è bastato poco per soffiare sul fuoco di vecchi rancori ad esempio con l&#8217;istituzione della giornata della memoria l&#8217;11 luglio per ricordare il massacro della Volinia nel corso del quale decina di migliaia di polacchi vennero uccisi per mano dell&#8217;esercito insurrezionale ucraino. Una memoria distorta che tralascia le responsabilità polacche e dimentica le vittime ucraine. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;C&#8217;è stato un cambiamento di mentalità in Polonia. Prima le persone che incontravo erano più amichevoli. Ora c&#8217;è molta aggressività, in televisione, per strada. Ti urlano qualsiasi cosa: assassino, non ti vogliamo qui. Ho capito che per restare qui anch&#8217;io devo essere più radicale, fare una cernita delle persone che frequento. Altrimenti, conclude Andrey, non resta che andare via: dopotutto la Polonia non è l&#8217;unico posto in cui vivere&#8221;.</span></p>
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		<title>La crociata polacca contro &#8220;l&#8217;ideologia Lgbt&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/polonia-al-bivio/polonia-villaggi-e-quartieri-liberi-dallideologia-lgbt.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Oct 2019 14:09:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[diritto-e-giustizia-pis]]></category>
		<category><![CDATA[Lgbt]]></category>
		<category><![CDATA[Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1301" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Attivisti Lgbt in Polonia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-1024x694.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sul sagrato della chiesa della conversione di San Paolo a Lublino, Malgorzata stringe tra le mani il suo rosario. Tutto si sarebbe aspettato fuorché di vedere ancora sotto attacco il suo Paese. &#8220;Non me ne starò con le mani in mano a vedere questi sodomiti distruggere i nostri valori, attacca Malgorzata, 86 anni. Ho visto &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/polonia-al-bivio/polonia-villaggi-e-quartieri-liberi-dallideologia-lgbt.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/polonia-al-bivio/polonia-villaggi-e-quartieri-liberi-dallideologia-lgbt.html">La crociata polacca contro &#8220;l&#8217;ideologia Lgbt&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1301" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Attivisti Lgbt in Polonia (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-768x521.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Attivisti-Lgbt-in-Polonia-1024x694.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Sul sagrato della chiesa della conversione di San Paolo a <strong>Lublino</strong>, Malgorzata stringe tra le mani il suo rosario. Tutto si sarebbe aspettato fuorché di vedere ancora sotto attacco il suo Paese. &#8220;Non me ne starò con le mani in mano a vedere questi sodomiti distruggere i nostri valori, attacca Malgorzata, 86 anni. Ho visto la Polonia finire sotto il dominio nazista e sovietico, non succederà ancora&#8221;.</p>
<p>Per questo è qui insieme ad altre decine di persone a rispondere alla &#8220;chiamata evangelica&#8221; voluta da <strong>Padre Miroslaw Matuszny</strong>. Un incontro di preghiera per la conversione dei &#8220;nemici di Cristo&#8221; e per le famiglie perché &#8220;i bambini e i giovani possano crescere in una patria libera da ideologie totalitarie, ostili al cristianesimo&#8221; scandisce il sacerdote.</p>
<p>Il riferimento è a quella che <strong>Diritto e Giustizia (PiS)</strong>, la creatura sovranista di <strong>Jaroslaw Kaczynski</strong>, chiama &#8220;ideologia Lgbt&#8221;. Un pensiero totalitario promosso dalla comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale per annientare la nazione nella sua essenza più profonda: la famiglia tradizionale e i valori cristiani su cui si fonda.</p>
<p>Sulla crociata contro le comunità Lgbt il PiS ha impostato la campagna elettorale per le europee di maggio e quella per il rinnovo dell&#8217;Assemblea polacca del 13 ottobre. Una linea rivelatasi vincente: al Sejm, la Camera bassa, il PiS ha raccolto il 43.59% dei voti. Percentuale che arriva al 55.39% nella regione di Lublino, il cuore della cosiddetta Polonia B, l&#8217;area più povera e conservatrice del Paese.</p>
<p>Qui negli ultimi mesi gli incontri di preghiera come quello organizzato da padre Miroslaw sono diventati sempre più frequenti. &#8220;Ai fedeli vengono mostrate foto dei gay pride o immagini oscene che nulla hanno a che fare con gli Lgbt. I preti spiegano loro che gli Lgbt vogliono sessualizzare i bambini, abusarne, sottrarli alle loro famiglie e così cercano di spaventarli&#8221; racconta Alina Pospischil, giornalista della Gazeta Wyborcza di Lublino.</p>
<p>Un&#8217;opera di proselitismo condannato anche da una parte della Chiesa. A Lublino ha fatto molto discutere il lungo <em>J&#8217;accuse </em>del prete domenicano Ludwik Wisniewski pubblicato sul prestigioso settimanale cattolico <em>Tygodnik Powszechny</em>. Padre Ludwik si è scagliato contro tutti quei sacerdoti che tollerano o sostengono apertamente la politica di Kaczynski. Sono loro, secondo il sacerdote domenicano, ad uccidere il Cristianesimo in Polonia. A cominciare da Padre Tadeusz Rydzyk, prete polacco della congregazione dei redentoristi che con la sua Radio Maryja, una delle emittenti più diffuse in Polonia, sostiene la crociata anti Lgbt.</p>
<p>Un cartellone svetta tra i palazzoni comunisti di Swidnik. In primo piano due uomini seminudi, di spalle, in uno scatto che sembra esser stato preso durante un gay pride. E poi una domanda: &#8220;Czy to jest milosc?&#8221;, &#8220;È questo l&#8217;amore?&#8221;. Il 26 marzo Swidnik, periferia sud-est di Lublino, è stato il primo <em>powiat </em>a dichiararsi <strong>&#8220;libero dall&#8217;ideologia Lgbt&#8221;</strong>, macabra espressione che riporta alla mente il termine <em>Judenfrei</em>, &#8220;libero dagli ebrei&#8221; usato dai nazisti durante l&#8217;esecuzione della Shoah.</p>
<p>Con una maggioranza schiacciante di 15 voti favorevoli su 18 il Consiglio del <em>powiat </em>ha approvato una dichiarazione presentata da Radoslaw Brzozka, consigliere eletto tra le fila del PiS contro &#8220;i radicali che mirano a instaurare una rivoluzione culturale in Polonia e che attaccano la libertà d&#8217;espressione, l&#8217;innocenza dei bambini, l&#8217;autorità della famiglia e della scuola, così come la libertà d&#8217;impresa&#8221;, riferimento quest&#8217;ultimo alla vicenda di un tipografo di Lodz condannato per essersi rifiutato di stampare dei manifesti per un<strong> gruppo Lgbt</strong>. In un batter di ciglia le aree &#8220;libere dall&#8217;ideologia Lgbt&#8221; si sono moltiplicate in tutta la Polonia: coinvolti più di cinquanta tra comuni, villaggi e assemblee regionali.</p>
<p>Come tanti a Swidnik Maciej, padre di due bambini, difende la scelta di dichiarare il <em>powiat</em> &#8220;libero dall&#8217;ideologia Lgbt&#8221;. &#8220;Non dovrebbero proprio esistere, nemmeno uno, di quelli. Non sono normali, sono contro-natura. Ora si sono messi in testa di voler insegnare ai bambini a masturbarsi. E non è giusto: siamo io e mia moglie a decidere quale sia il modo migliore di educare i nostri figli».</p>
<p>È una delle tante versioni distorte che girano da quando è montata questa storia. Il 18 febbraio il sindaco liberal di Varsavia, <strong>Rafal Trzaskowski</strong>, ha sottoscritto una dichiarazione congiunta con alcune associazioni Lgbt contro ogni discriminazione omofoba. Tra i dodici punti della dichiarazione uno in particolare ha scatenato la reazione dei sovranisti, quello in cui si prevede l&#8217;introduzione di un programma di educazione sessuale nelle scuole basato sulle linee guida dell&#8217;<strong>Organizzazione Mondiale della Salute</strong> (Oms).</p>
<p>Nella dichiarazione approvata dal <em>powiat</em> di Swidnik si legge infatti che &#8220;le autorità faranno tutto il possibile per impedire l&#8217;ingresso nelle scuole del politicamente corretto e dei depravati interessati alla sessualizzazione precoce dei bambini polacchi secondo i cosiddetti standard dell&#8217;Oms&#8221;. Pur non avendo alcun valore legale la risoluzione ha dato veste istituzionale alle accuse rivolte agli Lgbt.</p>
<p>Ora le comunità vivono nel terrore che un giorno i &#8220;pedofili&#8221;, &#8220;sodomiti&#8221;, &#8220;deviati&#8221; possano strappar loro figli e nipoti. Ed è per questo che nelle marce dell&#8217;uguaglianza per la parità dei diritti Lgbt spesso ad aggredire verbalmente e fisicamente i manifestanti non sono solo gli hooligans, ma anche gente comune.</p>
<p>&#8220;Prima è stato il turno dei <strong>migranti</strong>, ora il nemico siamo noi. E tutto per qualche voto in più alle elezioni. Pensavo che dopo la morte di <strong>Pawel Adamowicz</strong> (sindaco progressista di Danzica, accoltellato durante un evento pubblico nel gennaio di quest&#8217;anno, ndr) le cose sarebbero cambiate. Il PiS invece ha alzato il livello di scontro, non si fermeranno davanti a nulla&#8221;.</p>
<p>Si lascia andare ad un lungo sfogo <strong>Bart Staszewski</strong>, attivista gay dell&#8217;associazione <em>Love does Not Exclude</em>. Bart è uno dei volti più conosciuti del mondo arcobaleno in Polonia. Originario di Lublino, è stata sua l&#8217;idea di organizzare le prime due marce dell&#8217;uguaglianza nella sua città. Una sfida a una società conservatrice non solo per chiedere più diritti, ma anche per ribadire che quel Paese, la Polonia, appartiene anche a loro, agli Lgbt.</p>
<p>Eppure Bart sta pagando un prezzo altissimo per il suo attivismo. Non passa giorno senza che i suoi <strong>canali social</strong> non siano inondati di insulti e minacce. L&#8217;ultima gli è arrivata per mail, a qualche giorno dalla marcia dello scorso 29 settembre: &#8220;Non organizzare quel corteo o sei un uomo morto&#8221;. E in effetti la marcia arcobaleno avrebbe davvero potuto tingersi di rosso. Pochi giorni dopo il gay pride si è venuto a sapere che tra gli arrestati c&#8217;era anche una coppia, un uomo e una donna, fermati poco prima dell&#8217;inizio della marcia. La polizia aveva rinvenuto un ordigno rudimentale nello zaino della donna. Ora i due dovranno rispondere dell&#8217;accusa di strage.</p>
<p>&#8220;Va avanti così da mesi, racconta Bart, ormai vivo costantemente nella paranoia. La paranoia di essere attaccato per strada, intercettato al telefono, spiato su Facebook, controllato dalla polizia. Basta niente per finire nella macchina della propaganda, è qualcosa di spaventoso&#8221;.</p>
<p>Dall&#8217;inizio della crociata del PiS sono anche aumentati i casi di suicidio tra i ragazzi appartenenti alle minoranze sessuali. Come quello di <strong>Milo Mazurkiewicz</strong>, 23 anni, transgender, che ha posto fine alla sua vita gettandosi da un ponte a Varsavia. &#8220;Sono storie frequenti, prosegue ancora Bart, un ragazzo di 15 anni che abita in un paese vicino Lublino mi ha telefonato in lacrime. È omosessuale, ma ha paura di dirlo a qualcuno e ha spesso pensieri suicidi. Ecco, questo vuol dire essere gay oggi in Polonia&#8221;.</p>
<p>Un&#8217;atmosfera da pogrom, come lo definisce Bart, impossibile da immaginare fino a poco tempo, soprattutto in questo angolo della <strong>Polonia</strong>, qui dove l&#8217;intera comunità ebraica, circa un terzo della popolazione di Lublino, venne sterminata durante la Seconda guerra mondiale. Sembra ancora di sentire l&#8217;eco di quel passato provenire dal campo di concentramento di Majdanek, sulle colline che circondano la città. Il timore è che quell&#8217;eco rimanga inascoltata.</p>
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		<title>Albania, le radici della crisi</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Sep 2019 14:27:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[bunker]]></category>
		<category><![CDATA[Elbasan]]></category>
		<category><![CDATA[Kucova]]></category>
		<category><![CDATA[Metalurgjiku]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="711" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-300x111.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-768x284.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-1024x379.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il lancio di molotov, il fumo dei lacrimogeni, le tensioni tra manifestanti e polizia. Le immagini dell&#8217;assalto al palazzo del governo albanese dello scorso febbraio hanno fatto il giro del mondo. Nonostante gli appelli alla calma della Comunità internazionale, lo scontro tra forze di maggioranza e opposizione si è esacerbato, approdando dalla piazza ai vertici &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="711" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-300x111.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-768x284.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Bosnia.019137-1024x379.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il lancio di molotov, il fumo dei lacrimogeni, le tensioni tra manifestanti e polizia. Le immagini dell&#8217;assalto al palazzo del governo albanese dello scorso febbraio hanno fatto il giro del mondo. Nonostante gli appelli alla calma della Comunità internazionale, lo scontro tra forze di maggioranza e opposizione si è esacerbato, approdando dalla piazza ai vertici delle istituzioni e arrivando a pregiudicare anche il futuro dell&#8217;Albania in Europa. Eppure la crisi che sta attraversando il Paese ha radici ben più profonde e risalenti nel tempo. Quattro storie diverse tra loro che raccontano la giovane democrazia balcanica nel presente alla luce del suo controverso rapporto con il passato.</p>
<p>Quello con il regime comunista di Enver Hoxha, letto attraverso uno dei suoi tratti più peculiari, gli oltre 700mila bunker costruiti negli anni Settanta e Ottanta per dare rifugio alla popolazione contro un immaginario attacco dell&#8217;imperialismo occidentale e del socialimperialismo sovietico. Quei bunker sono divenuti parte del patrimonio genetico del Paese che li ha distrutti, preservati, riconvertiti. Altra eredità del comunismo è il Metalurgjiku, la monumentale fucina di metalli pesanti, fiore all&#8217;occhiello del piano di industrializzazione avviato da Hoxha. Un sito industriale, ora in larga parte dismesso, dall&#8217;impatto ambientale devastante che ha reso Elbasan la città più inquinata dell&#8217;Albania. Alla contaminazione della terra, delle acque e dell&#8217;aria, si sommano oggi gli sviluppi incerti di un capitalismo che sta stravolgendo il volto del Paese. Tappa poi a Kucova, Albania centrale, conosciuta come Petrolia ai tempi dell&#8217;occupazione fascista e ribattezzata città di Stalin negli anni della dittatura comunista. Ora Kucova si prepara all&#8217;ennesima metamorfosi. Tra gli scheletri della raffineria di petrolio dell&#8217;Azienda Italiana Petroli Albanesi e i rottami dei velivoli made in Urss, sorgerà la prima base aerea Nato nella regione. Un investimento di 50 milioni di euro che punta a fare dell&#8217;Albania l&#8217;avamposto dell&#8217;alleanza atlantica nei Balcani.</p>
<p>Infine un reportage sull&#8217;influenza della Turchia di Recep Tayyip Erdogan in Albania, terra di conquista dell&#8217;Impero ottomano. Un&#8217;alleanza politica, economica e religiosa che è uscita scossa dalla notte del fallito colpo di Stato in Turchia del 15 luglio 2016. Da alleato a sorvegliato speciale, il Paese delle aquile è accusato di essere il centro delle attività di Fethullah Gulen, predicatore turco sospettato numero uno del golpe, nei Balcani. Una spina nel fianco che rischia di minare i rapporti tra Ankara e Tirana.</p>
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		<title>All&#8217;alba, la lunga notte</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/allalba-la-lunga-notte.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 05:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1261" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-1024x673.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Bosnia, primavera 1992. Non si udiva ancora né il tuono dei cannoni né i colpi di mortaio. Voci, ecco quello che si udiva. Le voci dei serbi che si preparavano alla fuga, che costruivano trincee. E poi le risate, fragorose, dei bosniaci musulmani. All&#8217;alba del conflitto quell&#8217;idea era quanto di più ridicolo avessero mai sentito. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/allalba-la-lunga-notte.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1261" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-768x504.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/06/In-Bosnia.18-1-1024x673.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><strong>Bosnia, primavera 1992.</strong></p>
<p><span style="font-size: 1rem;"> Non si udiva ancora né il tuono dei cannoni né i colpi di mortaio. Voci, ecco quello che si udiva. Le voci dei serbi che si preparavano alla fuga, che costruivano trincee. E poi le risate, fragorose, dei bosniaci musulmani. </span></p>
<p><span style="font-size: 1rem;">All&#8217;alba del conflitto quell&#8217;idea era quanto di più ridicolo avessero mai sentito. Eppure al confine orientale, delineato dalle acque verdi della Drina, erano già calate le tenebre dell&#8217;umanità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non fu un caso. I confini sono come ponti, delimitano una terra e la riconnettono a un&#8217;altra. Per secoli la valle della Drina aveva cullato quell&#8217;amalgama affascinante di popoli narrato dal premio Nobel Ivo Andric:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 1rem;">Su questi sentieri che il vento spazza, la pioggia lava e il sole infetta, sentieri sui quali si incontrano solo bestie sofferenti e uomini dai volti duri, ho fondato il mio pensiero sulla bellezza dell&#8217;universo</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;"> Per distruggere l&#8217;Altro, occorreva far saltare quel collegamento. Fu così che la Drina si tinse di rosso. Intorno la Bosnia continuava a danzare al ritmo sgargiante delle fanfare, ignara del sopraggiungere di quella lunga notte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ventisette anni dopo il confine non esiste più. C&#8217;è un limes, una linea d&#8217;attacco che trasforma l&#8217;Altro nel nemico da cui difendersi. E lungo il limes brandelli di un passato che tutti ignorano. Per convenienza e per paura, per rancore e per pudore. Una terra spettrale, ripulita a ferro e fuoco, serbizzata a suon di stupri e massacri. Una terra nera di morte e bianca di stelle. Nessun odore più profuma di vita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una scritta bianca campeggia su un prato a Mravinjac. Tito. Quattro lettere dietro cui se ne celano altre dieci: Jugoslavia. Il mostro ibrido creato dal maresciallo non allineato e ridotto in cenere alla sua morte.</span></p>
<div id="gallery_210672" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_210672 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.21.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.21.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.18.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.18.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.17.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.17.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.16.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.16.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.11bis.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.11bis.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.11.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.11.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.10.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.10.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.09.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.09.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.08.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.08.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.07.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.07.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.05.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.05-150x150.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.04.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.04.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.03.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.03.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.01.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.01.jpg","subHtml":""}];</script>
<p><em>Ivo Saglietti, Bosnia, Confine con la Croazia, 2018</em></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Foča, Hotel Zelengora.</strong> &#8220;Darai alla luce solo bambini serbi. Di musulmani non vi sarà più traccia&#8221;. Dragoljub Kunarac, generale serbo, alla testimone numero 48 dopo averla violentata in una stanza d&#8217;albergo insieme a un commilitone. Case, palestre, hotel furono adibiti a campi di stupro di donne e bambine. Ammazzate alcune, suicide altre. Per la prima volta nella storia il Tribunale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia riconobbe lo stupro sistematico come crimine contro l&#8217;umanità. Alla lettura della sentenza gli imputati scossero la testa, increduli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Visegrad.</strong> Il ponte Mehmed Paša Solokovic si staglia maestoso sulla Drina da quasi cinquecento anni. Era l&#8217;immagine più potente della Bosnia, punto di congiunzione tra Occidente e Oriente. Dal ponte narrato da Andric furono gettati migliaia di uomini rei di essere musulmani. Talmente tanti e tutti insieme che il direttore della diga Bajna Bašta pregò i responsabili di &#8220;rallentare i flussi dei corpi che galleggiano lungo il fiume, perché inceppano le turbine della diga&#8221;.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Distese di stele bianche si riflettono nel cimitero d&#8217;acqua chiamato Drina. Uomini, donne, bambini. La stessa religione, musulmana. Lo stesso anno di morte: 1992.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Sulla strada, direzione Zvornik.</strong> Chiese ortodosse e carcasse di maiali penzolanti. La guerra l&#8217;hanno vinta loro, quelli che hanno marcato il territorio serbo con il sangue degli Altri. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Bijeljina, città della Bosnia nord-orientale al confine con la Serbia.</strong> All&#8217;alba del conflitto Bijeljina cadde nelle mani delle Tigri di Arkan. Non vi fu resistenza. Nei dintorni, a Batkovic, fu costruito il primo campo di concentramento in quella lunga guerra. Ora su Bijeljina sventola trionfante la bandiera della Serbia.</span></p>
<h2><span style="font-weight: 400;">Ultima fermata Velika Kladusa</span></h2>
<p><span style="font-weight: 400;">Ventisette anni dopo un altro confine diventa limes. È quello tra la Bosnia nord-occidentale e la Croazia, tra migranti ed Europa. In questo straccio di terra i migranti sciamano come api a ogni angolo della città. Siriani, curdi, afghani, pachistani. Impossibile entrare in Croazia dalla Serbia, in Ungheria nemmeno a parlarne. Così in pochi mesi migliaia di migranti intrappolati nei Balcani si sono riversati qui. La fuga è una danza ignara su un tappeto di mine, una sfida ai lupi, al gelo, alle violenze della polizia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al Dom Borici di Bihac le tragedie del passato si intrecciano con quelle del presente. L&#8217;ex studentato danneggiato durante la guerra degli anni Novanta, dà riparo a centinaia di profughi. Dentro, tende ammassate, panni stesi, niente luce, niente acqua. Fuori, volontari e operatori della Croce rossa distribuiscono cibo, vestiti, sacchi a pelo. Le giornate scorrono lente tra un tentativo di fuga e l&#8217;altro. The game, lo chiamano. Il gioco. Vai, provi, ritorni al punto di partenza. Così finché non passi all&#8217;altra parte.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nelle scarpe. Pioggia e sole, neve e vento. Sentieri, strade, boschi, pianure. E speranza e disperazione. Sofferenza e illusioni. Il cammino dei migranti verso la terra promessa, l&#8217;Europa che nulla vede e nulla ascolta.</span></p>
<div id="gallery_210676" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_210676 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.20-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.20-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.21-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.21-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.23-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.23-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.24-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.24-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.25-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.25-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.26-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.26-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.27-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.27-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.28-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.28-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.30-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.30-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.31-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.31-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.32-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.32-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.32bis-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.32bis-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.34-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.34-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.36-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.36-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.38-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.38-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.39-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.39-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.40-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.40-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.41-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.41-1.jpg","subHtml":""}];</script>
<p>Ivo Saglietti, Fiume Drina, Bosnia, Confine con la Serbia, 2018</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Raffiora alla mente la storia del ratto-lupo. L&#8217;aveva raccontata Marina Abramovic in Balkan Baroque. I ratti sono protettivi tra di loro, le aveva detto un acchiapparatti di Belgrado, per farli fuori devi creare un ratto-lupo. Prendi dei topi, li metti in una gabbia, senza cibo. Per la fame inizieranno a sbranarsi tra di loro finché non ne rimarrà solo uno. Lo lasci a digiuno per un po&#8217; e prima che muoia, gli cavi gli occhi e lo liberi. Solo allora il ratto-lupo sbranerà tutti i ratti che incontra sulla sua strada.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Velika Kladusa, la nuova giungla d&#8217;Europa. Odore di fango, polvere, latrine. Nei giorni di pioggia la tendopoli prende le sembianze di un&#8217;immensa pozzanghera disumana. Una manciata di chilometri alla frontiera. È l&#8217;ultimo, violento miglio. Davanti agli occhi la polizia croata: soprusi, furti, cellulari spaccati, respingimenti indiscriminati.</span></p>
<div id="gallery_210764" class="inline-gallery-container"></div><script>var gallery_210764 = [{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.02-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.02-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.06-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.06-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.12-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.12-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.13-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.13-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.14-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.14-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.15-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.15-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.19-1.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Bosnia.19-1.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.29-2.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.29-2.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/in-Drina.33-2.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/in-Drina.33-2.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.35-2.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.35-2.jpg","subHtml":""},{"src":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.37-2.jpg","thumb":"https:\/\/media.insideover.com\/wp-content\/uploads\/2019\/06\/In-Drina.37-2.jpg","subHtml":""}];</script>
<p>Ivo Saglietti, 2018</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Capita però che nel disumano abiti l&#8217;umano. L&#8217;umano ha il volto di Ona, una giovane lussemburghese che armata di ramazza cerca di restituire dignità al campo profughi. O quelli di Hasan, bosniaco, e Petra, austriaca, che medicano piccole ferite in un pronto soccorso improvvisato. E ancora il volto di Vlatan, proprietario di un ristorante a Velika Kladusa che dona pasti caldi – trecento, quattrocento al giorno &#8211; ai rifugiati. Coperte e vestiti, té caldo e cibo in scatola per sopravvivere alla lunga marcia verso l&#8217;Europa.</span></p>
<blockquote><p><span style="font-size: 1rem;">Quando in un paese c’è sofferenza e guerra, ai suoi confini si affollano profughi che dormono nei vagoni e vivono di espedienti, esseri provvisori che possono essere rispediti indietro oppure sognano di andare altrove anche se il loro destino è quello di rimanere profughi di confine per tutta la vita (</span>Franco Cassano<em style="font-size: 1rem;">, Il pensiero meridiano</em>)</p></blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/allalba-la-lunga-notte.html">All&#8217;alba, la lunga notte</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Elbasan, la città contaminata</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/ambiente/albania-le-radici-della-crisi/elbasan-albania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 11:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Elbasan]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Metalurgjiku]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1287" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-768x515.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-1024x686.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A Elbasan non senti né odori né rumori. È un ibrido asettico, metà città metà campagna. Capre pascolano nei campi contaminati. Nemmeno loro emettono suoni. Con la sua sola presenza, il Metalurgjiku zittisce tutto ciò che gli gravita intorno. La monumentale fucina comunista di metalli pesanti non erutta più fumi tossici. Non come una volta almeno. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/ambiente/albania-le-radici-della-crisi/elbasan-albania.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1287" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-768x515.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019057-1024x686.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                    Elbasan, la città contaminata
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                        A Elbasan non senti né odori né rumori. È un ibrido asettico, metà città metà campagna. Capre pascolano nei campi contaminati. Nemmeno loro emettono suoni. Con la sua sola presenza, il Metalurgjiku zittisce tutto ciò che gli gravita intorno. La&#8230;
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        <p>A Elbasan non senti né odori né rumori. È un ibrido asettico, metà città metà campagna. Capre pascolano nei campi contaminati. Nemmeno loro emettono suoni. Con la sua sola presenza, il Metalurgjiku zittisce tutto ciò che gli gravita intorno. La monumentale fucina comunista di metalli pesanti non erutta più fumi tossici. Non come una volta almeno.</p><figure id="attachment_226003" aria-describedby="caption-attachment-226003" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019055.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226003 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019055-1024x670.jpg" alt="" width="1024" height="670" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019055-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019055-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019055-768x503.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226003" class="wp-caption-text">Albania, Elbasan 2019. Impianto di produzione e residui metallici</figcaption></figure>
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        <p>Quel che un tempo era stato il fiore all&#8217;occhiello dell&#8217;industria albanese, oggi è in gran parte dismesso. Nell&#8217;aria si sprigionano ancora tonnellate di ferro e nickel, ma non è nulla rispetto al passato. Quel passato in cui il regime comunista di <strong>Enver Hoxha</strong> aveva deciso di trasformare l&#8217;Albania da Paese degli agricoltori a quello dei proletari. Un processo, quello di industrializzazione, tenuto a battesimo dalle grandi potenze comuniste, Cina e Unione sovietica. Il cuore dell&#8217;operazione era Elbasan, 50 chilometri a sud della capitale Tirana. Avvolta dalle montagne, attraversata dal fiume Shkumbin. Erano gli anni Sessanta quando si iniziò a sviluppare il Metalurgjiku. Qui si lavoravano i <strong>metalli pesanti</strong> che andavano a rifornire tutta l&#8217;industria del Paese. Poi fu la volta del cementificio e degli impianti di lavorazione di nickel e ferrocromo.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019050-1.jpg" alt="" class="wp-image-226180" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019050-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019050-1-300x112.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019050-1-768x288.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019050-1-1024x384.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Elbasan 2019. Panorama della città, una delle più inquinanti di tutta l’Albania</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Allora l&#8217;ambiente non era un tema in agenda. Ci sarebbero voluti decenni perché se ne incominciasse a discutere. Eppure le ferite di quel monumento all&#8217;industria avevano già corrotto i cieli e scavato nella terra. Elbasan era ricoperta di una coltre di nebbia ferrosa. Il suolo è tuttora pregno di tonnellate di scorie di metalli pesanti, due milioni quelle rilevate sulle rive dello Shkumbin. Ad oggi non è stata mai avviata una bonifica dell&#8217;area. La terra rimane contaminata, così come i suoi frutti. Alla contaminazione si aggiunge poi la <strong>mutazione</strong>. Quella genetica di animali ed esseri umani. Nei primi anni Novanta, alla caduta del comunismo, le cronache dell&#8217;epoca iniziarono a riferire di vitelli a due teste e neonati malformi. Di certo l&#8217;incidenza di tumori a Elbasan è ancora molto alta. Risultato di un passato brutale su cui si innesta un presente altrettanto spietato.</p>
<figure id="attachment_225916" aria-describedby="caption-attachment-225916" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019147.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-225916 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019147-1024x657.jpg" alt="" width="1024" height="657" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019147-1024x657.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019147-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019147-768x493.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-225916" class="wp-caption-text">Albania, Elbasan 2019. Ingresso alla zona industriale con le bandiere turca e albanese</figcaption></figure>

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    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Si chiama privatizzazione la nuova piaga di Elbasan. Archiviato il comunismo, si archiviò anche il Metalurgjiku, almeno all&#8217;inizio. Poi gli impianti furono in parte vampirizzati. Dall&#8217;Ecm, dalla Darfo Albania, dalla Terwingo e soprattutto da Kurum, l&#8217;azienda turca leader in Albania nel settore del riciclo dei metalli. Se il comunismo era un cadavere, i privati ora sono i vermi che si nutrono di un corpo in putrefazione.</p>
<p>Tira aria di festa oggi ad Elbasan. Si celebra la primavera in Albania e in tanti si riversano qui alla ricerca dei <em>ballokume</em>. Li vendono dappertutto, all&#8217;ombra di vecchi ombrelloni da spiaggia. Montagne di biscotti di farina di mais coperti da un velo sottile di pellicola. È la specialità del posto. Un dolce per festeggiare la stagione del risveglio in un luogo che grida morte e devastazione. Un altro paradosso nella terra dei paradossi.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="720" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019151.jpg" alt="" class="wp-image-225910" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019151.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019151-300x113.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019151-768x288.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019151-1024x384.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Elbasan 2019. Vecchio impianto di una fonderia, estremamente inquinante e oggi di proprietà Turca</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Nelle viscere del Metalurgjiku il vuoto si tramuta in un senso di <strong>soffocamento</strong> che toglie il respiro. Quei rottami di ferro arrugginito sono un&#8217;ideologia, prima ancora che un sito industriale. Sepolti da erbacce selvatiche come sepolto è il comunismo. Tra gli scheletri degli impianti dismessi, cumuli di rifiuti metallici. Sono lì che aspettano di essere smaltiti nel nuovo stabilimento di Kurum. Per anni l&#8217;azienda turca ha processato alluminio, ferro e altri metalli priva dei filtri per smaltire gli effetti collaterali del riciclo dei metalli. Le nuvole hanno ripreso a colorarsi di nero per anni e anni. Poi sono arrivate le proteste dei cittadini, esausti di una lotta tra diritto alla salute e privatizzazione selvaggia in cui lo Stato è spesso il primo alleato del profitto. Alla fine Kurum è stata costretta a dotarsi di quelle strutture. Non sempre però sono in funzione. E in quei giorni le nuvole tornano a essere nere e l&#8217;aria pesante preme sul petto.</p>
<figure id="attachment_226007" aria-describedby="caption-attachment-226007" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019011.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226007 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019011-1024x829.jpg" alt="" width="1024" height="829" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019011-1024x829.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019011-300x243.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019011-768x622.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226007" class="wp-caption-text">Albania, Elbasan 2019. Vecchia fonderia, oggi di proprietà Turca</figcaption></figure>

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    <div class="special-container__content primary-color">
        <p><strong>Rifiuti</strong>. È l&#8217;ultima delle ferite di Elbasan dopo i veleni sprigionati nell&#8217;aria dal Metalurgjiku e le scorie dei metalli penetrate nel sottosuolo. Su una collinetta poco distante dal villaggio si erge l&#8217;unico inceneritore realizzato sinora in Albania. Una storia che è un cocktail amaro di <strong>corruzione</strong>, arroganza e sprezzo delle regole che parte dal Paese delle aquile per arrivare in Italia. O almeno, questo è il sospetto. Costruito con una gara senza concorrenti del valore di 22 milioni di euro dalla Albtek Energy, l&#8217;inceneritore processa i rifiuti raccolti nel solo distretto di Elbasan. Troppo poco perché possa funzionare, sostiene Lavdosh Ferruni, a capo di un movimento ambientalista che monitora l&#8217;importazione dei rifiuti dall&#8217;estero. Perché l&#8217;inceneritore possa operare dovrebbe convergere su Elbasan la raccolta dei rifiuti di tutta l&#8217;Albania. &#8220;Gli scenari sono due&#8221;, attacca Ferruni. &#8220;O l&#8217;inceneritore non ha mai funzionato e in questo caso la gara d&#8217;appalto è stata montata ad arte per soddisfare gli appetiti della società che lo ha realizzato, oppure nell&#8217;impianto vengono bruciati rifiuti illegalmente importati dall&#8217;Italia&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_228750" aria-describedby="caption-attachment-228750" style="width: 1024px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019052.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="size-large wp-image-228750" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019052-1024x675.jpg" alt="" width="1024" height="675" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019052-1024x675.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019052-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019052-768x507.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-228750" class="wp-caption-text">Albania, Elbasan 2019. Veduta della zona industriale</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Illegalmente perché il primo atto del governo Rama è stato quello di proibire l&#8217;<strong>importazione dei rifiuti</strong> dall&#8217;estero, salvo poi fare retromarcia in un secondo momento. Il ribaltone però non è riuscito e il divieto è rimasto. Dietro un lungo muro di cemento si nasconde l&#8217;inceneritore. Al di là del muro, uccelli neri planano su un&#8217;enorme distesa di rifiuti. Restano lì in attesa di essere ingurgitati e risputati in forma di energia. Il mostro brucia rifiuti però è fermo. &#8220;Lavori di manutenzione&#8221;, si affretta a spiegarci l&#8217;ingegnere che ci fa da guida. Le voci si rincorrono. L&#8217;inceneritore è una macchina per far soldi, quelli di Klodian Zoto, l&#8217;imprenditore che sarebbe dietro alle costruzioni in corso anche degli inceneritori di Fier e Tirana. E forse la storia non finisce qui. Il sito di smaltimento sarebbe, sostengono fonti accreditate, anche una copertura. Lì verrebbero interrati i rifiuti dall&#8217;Italia. Una terra dei fuochi nel cuore d&#8217;Albania.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="717" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019056.jpg" alt="" class="wp-image-228746" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019056.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019056-300x112.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019056-768x287.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019056-1024x382.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Elbasan 2019. Deposito di residui metallici da usare nella fonderia per la produzione di acciaio</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>C&#8217;è un angolo di paradiso in quell&#8217;inferno chiamato Elbasan. A pochi chilometri dalla città fantasma la terra si squarcia in due solcata dalle acque cristalline dell&#8217;Holta. È uno dei più spettacolari canyon che vanta l&#8217;Albania. Un monumento della natura fatto di grotte e ruscelli, meta prediletta ogni anno di migliaia di turisti. Non è bastato far rientrare il canyon tra le aree protette per tenerlo al riparo dall&#8217;intreccio di interessi privati e mondo politico che sta sfigurando il volto dell&#8217;Albania. In quest&#8217;area si vorrebbe realizzare una delle centinaia di centrali idroelettriche che puntellano il Paese e che hanno sollevato critiche e scatenato proteste di cittadini e movimenti ambientalisti. La controversa questione delle centrali idroelettriche tocca tutti i Paesi dei Balcani, ma l&#8217;Albania vanta un triste record. Secondo l&#8217;Agenzia delle risorse naturali sarebbero stati stipulati 183 contratti per la costruzione di 524 centrali idroelettriche, di cui 117 già in funzione, 43 in costruzione, e le restanti ferme alla fase progettuale.</p>

    </div>
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                            Testo di
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                    <div class="authors__link-list">
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                                    Alessandra Briganti
                                </a>
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                            Fotografie di 
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                                    Ivo Saglietti
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/ambiente/albania-le-radici-della-crisi/elbasan-albania.html">Elbasan, la città contaminata</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Albania contesa tra Usa e Turchia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/politica/albania-le-radici-della-crisi/albania-gulen-erdogan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 11:34:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?post_type=reportage&#038;p=226240</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1274" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-1024x679.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;Siamo tre milioni di cugini, qui sappiamo tutto di tutti&#8221;. È come un mantra collettivo ascoltato spesso durante il viaggio in Albania. Eppure anche nelle migliori famiglie c&#8217;è sempre qualcosa che conviene non sapere o non dire, almeno ad alta voce. Così nel Paese delle aquile si dice senza dirlo. Dietro il velo dei formalismi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/albania-le-radici-della-crisi/albania-gulen-erdogan.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/albania-le-radici-della-crisi/albania-gulen-erdogan.html">L&#8217;Albania contesa tra Usa e Turchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1274" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019236-1024x679.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                        Politica
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                        01.01.2019
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                <h1 class="article__title">
                    L&#8217;Albania contesa tra Usa e Turchia
                </h1>

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                        &#8220;Siamo tre milioni di cugini, qui sappiamo tutto di tutti&#8221;. È come un mantra collettivo ascoltato spesso durante il viaggio in Albania. Eppure anche nelle migliori famiglie c&#8217;è sempre qualcosa che conviene non sapere o non dire, almeno ad alta&#8230;
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        <p>&#8220;Siamo tre milioni di cugini, qui sappiamo tutto di tutti&#8221;. È come un mantra collettivo ascoltato spesso durante il viaggio in Albania. Eppure anche nelle migliori famiglie c&#8217;è sempre qualcosa che conviene non sapere o non dire, almeno ad alta voce. Così nel Paese delle aquile si dice senza dirlo. Dietro il velo dei formalismi è in corso uno scontro sotterraneo. Uno scontro che data 15 luglio 2016, la notte di un venerdì qualunque in cui è iniziata la metamorfosi della Turchia di <strong>Recep Tayyip Erdogan</strong>. La notte di un colpo di Stato fallito che ha messo la parola fine alla democrazia turca e ha aperto un nuovo capitolo nella storia del Paese. Un capitolo fatto di persecuzioni, processi sommari, incarcerazioni arbitrarie. Nel mirino Feto, la rete che fa capo al predicatore turco <strong>Fetullah Gulen</strong> e i suoi reali o presunti affiliati. È la caccia all&#8217;uomo che ossessiona il Raìs. Una caccia che travalica i confini della Turchia e che travolge alleanze consolidate nei decenni. Nessuno viene risparmiato. Né gli <strong>Stati Uniti</strong> dove risiede il sospettato numero uno del golpe, né l&#8217;Europa, rea di aver voltato le spalle all&#8217;alleato turco in quella notte. E poi i <strong>Balcani</strong>, la regione in cui Erdogan ha investito soldi e minareti con l&#8217;illusione di far resuscitare l&#8217;impero ottomano.</p><figure id="attachment_226245" aria-describedby="caption-attachment-226245" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019284.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226245 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019284-1024x676.jpg" alt="" width="1024" height="676" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019284-1024x676.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019284-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019284-768x507.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226245" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Sede della grande setta Bektashi</figcaption></figure>
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    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Sorvegliato speciale in questo angolo d&#8217;Europa è l&#8217;Albania, considerata il &#8220;centro delle attività guleniste nei Balcani&#8221;, come l&#8217;ha definita il ministro degli Esteri turco <strong>Mevlut Cavusoglu</strong>. E non è un caso. Sin dalla caduta del regime comunista Gulen, allora sostenuto dal Raìs, incominciò a occupare i gangli dello Stato albanese attraverso le sue organizzazioni. Un radicamento profondo soprattutto lì dove è stata forgiata l&#8217;élite albanese attuale e futura: scuole, università, centri culturali tra i più prestigiosi del Paese. Era il nuovo corso delle relazioni tra Ankara e Tirana. L&#8217;Albania era stata terra di conquista dell&#8217;Impero ottomano. Lo fu per cinque secoli, nonostante i tentativi di resistenza dei principi albanesi, primo fra tutti l&#8217;eroe nazionale, Skanderbeg. Furono gli anni della conversione all&#8217;islam dell&#8217;Albania che tuttora rimane uno dei pochi Paesi europei a maggioranza musulmana.</p>
<figure id="attachment_226246" aria-describedby="caption-attachment-226246" style="width: 678px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226246 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282-678x1024.jpg" alt="" width="678" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282-678x1024.jpg 678w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282-199x300.jpg 199w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282-768x1159.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019282-1696x2560.jpg 1696w" sizes="auto, (max-width: 678px) 100vw, 678px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226246" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Tombe in una piccola moschea</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Prima che l&#8217;impero ottomano crollasse, la dominazione turca in Albania era già cessata. A non cessare però era la diffidenza tra i due Paesi. Una diffidenza che sarebbe stata superata solo con la fine del comunismo e le guerre nei Balcani quando Ankara si adoperò perché il conflitto non si estendesse anche qui. L&#8217;invasore divenne alleato, l&#8217;islam il punto di congiunzione.</p>
<p>Mezzogiorno caldo di primavera. Al parco Namazgah è tutto un brulicare di gente. Si passeggia indifferenti e senza sosta davanti alla moschea della discordia. Fino a poco tempo fa i fedeli musulmani avevano preso l&#8217;abitudine a passare intere notti qui. Chiedevano che fosse costruita una moschea, quella promessa nel 2010 dall&#8217;allora sindaco di Tirana <strong>Edi Rama</strong> e ancor prima, negli anni Novanta, dall&#8217;ex premier <strong>albanese Sali Berisha</strong>.</p>

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    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1268" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019211.jpg" alt="" class="wp-image-226248" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019211.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019211-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019211-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019211-1024x676.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Tirana 2019. Donne con Jijab nel centro della città</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Il comunismo aveva trasformato il Paese delle aquile nell&#8217;unico Stato ateo al mondo. Moschee, cattedrali, chiese ortodosse furono distrutte, abbandonate, espropriate, riconvertite in musei. Poi vennero gli anni della ricostruzione dei luoghi di culto. Per tutte le religioni, tranne che per quella islamica. Una maggioranza discriminata, secondo l&#8217;intellettuale albanese Fatos Lubonja, perché seguace di una religione considerata tuttora come &#8220;la religione degli invasori&#8221;. Ci penserà Erdogan, anni dopo, a risolvere il paradosso. Con un investimento di 30 milioni di euro il Raìs turco ha contribuito alla costruzione della <strong>Grande moschea</strong> di Tirana. Non la prima né l&#8217;ultima, ma di certo la più monumentale dei Balcani.</p>
<figure id="attachment_226249" aria-describedby="caption-attachment-226249" style="width: 671px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226249 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270-671x1024.jpg" alt="" width="671" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270-671x1024.jpg 671w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270-197x300.jpg 197w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270-768x1172.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019270-1678x2560.jpg 1678w" sizes="auto, (max-width: 671px) 100vw, 671px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226249" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bandiera albanese e moschea costruita con risorse turche</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>&#8220;Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati&#8221;, recitava Erdogan nel 1997 quando citando i versi di Ziya Gokalp venne condannato a dieci mesi di prigione per incitamento all&#8217;odio religioso. Quei versi però rappresentavano molto di più. Era un vero e proprio <strong>manifesto politico</strong>, quello di Erdogan. Negli ultimi anni la Turchia ha intensificato il suo sostegno alle comunità islamiche nel mondo, Albania inclusa. Lo ha fatto tramite la sua agenzia umanitaria governativa (<em>Tika</em>) e il potente ministero degli affari religiosi (<em>Diyanet</em>), due istituzioni che giocano un ruolo chiave nel restauro di strutture culturali di epoca ottomana e nel finanziamento di moschee, associazioni religiose e programmi di mobilità giovanile per studiare in Medio Oriente.</p>
<figure id="attachment_226250" aria-describedby="caption-attachment-226250" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019287.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226250 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019287-1024x664.jpg" alt="" width="1024" height="664" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019287-1024x664.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019287-300x195.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019287-768x498.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226250" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Ritratto del fondatore nella sede della setta Bektashi</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>La strada che collega Ankara a Tirana non è solo lastricata di minareti, ma anche di investimenti e scambi commerciali. Ammontano a più di 2 miliardi di euro gli investimenti effettuati l&#8217;anno scorso in Albania da parte di società turche quali Kurum, Alb telecom, Eagle Mobile e Bkt, il principale istituto di credito nel Paese, controllato dal gruppo turco Kalik. Tra gli investimenti futuri invece vi è la costruzione dell&#8217;aeroporto di Valona, un totale di 90 milioni di euro stanziati dalle stesse società che hanno contribuito alla realizzazione dell&#8217;aeroporto di Istanbul. A questo progetto si ricollega anche la nascita di Air Albania, la prima compagnia aerea di bandiera, grazie a un massiccio investimento della <strong>Turkish Airlines</strong> che ne detiene il 49% della proprietà.</p>

    </div>
</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1274" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019236.jpg" alt="" class="wp-image-226251" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019236.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019236-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019236-768x509.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019236-1024x679.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Tirana 2019. Piazza Skandenberg</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Dall&#8217;entrata in vigore nel 2008 dell&#8217;accordo di libero scambio, Albania e Turchia hanno intensificato poi gli scambi commerciali. Lo scorso anno il volume del commercio tra i due Paesi è stato pari a poco meno di 400 milioni di euro, secondo quanto riferito dal ministro degli esteri turco Cavusoglu. Un dato importante che fa della Turchia un partner fondamentale per la crescita economica dell&#8217;Albania. Eppure l&#8217;idillio tra Tirana e Ankara rischia ora di essere spezzato. Si dice senza dirlo, ma la spina nel fianco è sempre lui, Fetullah Gulen. Non c&#8217;è ancora stato il tentato golpe quando Erdogan per la prima volta chiede la chiusura delle scuole albanesi legate al movimento gulenista e frequentate, secondo le autorità turche, da circa 6500 studenti. È maggio 2015. Allora la risposta arriva direttamente per bocca del presidente albanese Bujar Nishani. &#8220;Le scuole&#8221; &#8211; dichiara il capo di Stato &#8211; &#8220;non rappresentano una minaccia né per l’Albania né per la Turchia&#8221;. E per rendere più incisivo il suo messaggio si reca in visita il giorno dopo al Turgut Özal College di Tirana, una delle scuole che fanno riferimento all&#8217;organizzazione gulenista.</p>
<figure id="attachment_226252" aria-describedby="caption-attachment-226252" style="width: 677px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226252 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105-677x1024.jpg" alt="" width="677" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105-677x1024.jpg 677w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105-198x300.jpg 198w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105-768x1161.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019105-1694x2560.jpg 1694w" sizes="auto, (max-width: 677px) 100vw, 677px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226252" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. La piramide, luogo di svago di molti giovani</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>All&#8217;indomani del colpo di Stato la situazione inizia a precipitare. Ankara chiede più volte al ministero dell&#8217;Interno albanese una verifica sui proventi e sulle attività di scuole, ong, fondazioni, centri culturali e ospedali considerati appartenenti all&#8217;organizzazione gulenista. Da Tirana a Scutari a Kavaja a Elbasan e Berat. La rete gulenista si estende dappertutto in Albania e dappertutto occorre verificare, indagare, controllare. Tirana però resiste e accusa: le pressioni turche sono un&#8217;ingerenza negli affari interni dello Stato.</p>
<figure id="attachment_226254" aria-describedby="caption-attachment-226254" style="width: 676px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226254 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125-676x1024.jpg" alt="" width="676" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125-676x1024.jpg 676w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125-198x300.jpg 198w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125-768x1163.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019125-1690x2560.jpg 1690w" sizes="auto, (max-width: 676px) 100vw, 676px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226254" class="wp-caption-text">Albania, Tirana. Bujar Spahiu, gulenista Gran Mufti d’Albania</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Marzo 2019. Lo scontro da sotterraneo diviene conclamato e arriva lì, nel cuore della comunità islamica d&#8217;Albania, l&#8217;organizzazione musulmana nel Paese. Arriva nei giorni dell&#8217;elezione del <strong>Gran Muftì d&#8217;Albania</strong>. A ricoprire la carica è stato precedentemente Skender Brucaj, accusato dai media turchi di essere un gulenista. Lo stesso Brucaj si ritira improvvisamente dalla corsa per il secondo mandato a pochi giorni dal voto. Dietro la sua decisione, ancora Erdogan che, si dice, minaccia di non essere all&#8217;inaugurazione, prevista per quest&#8217;anno, della Grande moschea di Tirana. Ma non basta. A essere eletto è un altro gulenista, Bujar Spahiu, muftì di Elbasan.</p>

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                            Testo di
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                                    Alessandra Briganti
                                </a>
                                                                        </div>
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                            Fotografie di
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                                    Ivo Saglietti
                                </a>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/politica/albania-le-radici-della-crisi/albania-gulen-erdogan.html">L&#8217;Albania contesa tra Usa e Turchia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Memorie dal sottosuolo: i bunker in Albania</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/bunker-dalbania-una-ferita-da-raccontare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 11:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[bunker]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Tirana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Alle periferie delle città, lungo sentieri di campagna, nei villaggi in montagna e sulla costa adriatica, tra le altalene dei parchi giochi e le lapidi dei cimiteri. Dappertutto in Albania spuntano come funghi in cemento armato i bunker frutto della paranoia di Enver Hoxha. &#8220;Ogni goccia di sudore versata per la fortificazione del Paese è &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/bunker-dalbania-una-ferita-da-raccontare.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/bunker-dalbania-una-ferita-da-raccontare.html">Memorie dal sottosuolo: i bunker in Albania</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019267-1024x680.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                <h1 class="article__title">
                    Memorie dal sottosuolo: i bunker in Albania
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                        Alle periferie delle città, lungo sentieri di campagna, nei villaggi in montagna e sulla costa adriatica, tra le altalene dei parchi giochi e le lapidi dei cimiteri. Dappertutto in Albania spuntano come funghi in cemento armato i bunker frutto della&#8230;
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        <p>Alle periferie delle città, lungo sentieri di campagna, nei villaggi in montagna e sulla costa adriatica, tra le altalene dei parchi giochi e le lapidi dei cimiteri. Dappertutto in Albania spuntano come funghi in cemento armato i <strong>bunker</strong> frutto della paranoia di <strong>Enver Hoxha</strong>. &#8220;Ogni goccia di sudore versata per la fortificazione del Paese è una goccia di sangue risparmiata sul campo di battaglia&#8221;, soleva dire il dittatore comunista che nell&#8217;arco di un decennio fece del Paese delle aquile una vasta linea Maginot. Settecentomila bunker per difendersi da un&#8217;invasione che non avrà mai luogo. Eppure l&#8217;Albania doveva essere sempre pronta, &#8220;<em>gjithmone gati</em>&#8220;, pronta a difendersi tanto dall&#8217;imperialismo occidentale, quanto dall&#8217;imperialismo sovietico. Una <strong>sindrome da accerchiamento</strong> scattata nel 1968 all&#8217;indomani dell&#8217;invasione della Cecoslovacchia da parte dell&#8217;Unione sovietica e degli alleati del Patto di Varsavia.</p><figure id="attachment_225809" aria-describedby="caption-attachment-225809" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019224.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-225809 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019224-1024x660.jpg" alt="" width="1024" height="660" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019224-1024x660.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019224-300x193.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019224-768x495.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-225809" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bunker costruito all’interno di un cimitero</figcaption></figure>
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</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Era isolata, allora, l&#8217;Albania. Scismi ideologici e politici avevano portato Tirana a rompere le relazioni prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l&#8217;Unione sovietica del dopo Stalin. Non era rimasta che la Cina della rivoluzione culturale, l&#8217;unica a preservare il comunismo nella sua purezza  ideologica. E fu proprio Pechino a sostenere il programma di bunkerizzazione deciso da Hoxha a difesa di un Paese in cui il ricordo dell&#8217;occupazione fascista era ancora vivido. Alle forze armate italiane ci erano voluti cinque giorni per piegare la resistenza albanese. Quell&#8217;aprile 1939 non avrebbe dovuto ripetersi, mai più. Così suonò il campanello della <strong>mobilitazione generale</strong>. In caso di attacco ogni albanese avrebbe dovuto controllare strade e villaggi. Per anni la popolazione venne addestrata a questo scopo. Il sistema di fortificazioni consisteva di bunker di diverse dimensioni connessi tra loro da una rete di comunicazione. C&#8217;erano i <em>qendër zjarri</em>, le linee di fuoco, che contenevano gruppi da due-tre persone, e i <em>pikë zjarri</em>, i posti di comando, bunker più grandi progettati per resistere a un fuoco di artiglieria continuo a distanza ravvicinata. E ancora trincee e depositi per munizioni, viveri, vestiti, petrolio. Un processo, quello della bunkerizzazione dell&#8217;Albania, che drenò le risorse di un Paese già provato dalla miseria e dall&#8217;arretratezza economica.</p>

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</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="724" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019179-3.jpg" alt="" class="wp-image-225831" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019179-3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019179-3-300x113.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019179-3-768x290.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019179-3-1024x386.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Puchovo  2019. Bunkers utilizzato come deposito degli esplosivi vicino all&#8217;aereoporto</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>A Kepi i Rodonit i bunker si stagliano sulla spiaggia come statue soprannaturali di un passato che ha marchiato a fuoco l&#8217;identità del Paese. Una ferita profonda che sta lì a testimoniare la surreale <strong>brutalità del comunismo</strong> di Enver Hoxha. Eppure l&#8217;Albania di oggi quel passato vuole archiviarlo. I bunker, distrutti, riconvertiti, lasciati all&#8217;incuria, divengono la cartina di tornasole del rapporto controverso con gli anni del comunismo, e delle contraddizioni del presente.</p>
<figure id="attachment_225832" aria-describedby="caption-attachment-225832" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019025.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-225832 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019025-1024x680.jpg" alt="" width="1024" height="680" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019025-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019025-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019025-768x510.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-225832" class="wp-caption-text">Albania, Durazzo 2019. Resort dsulla riviera di Golem costruito sulla spiaggia, soprai vecchi Bunker</figcaption></figure>

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    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Una decina di chilometri a sud di Durazzo, le spiagge assolate e ventose di Golem sono un sovrapporsi di ferite vecchie e nuove. Sul lungomare devastato dall&#8217;inquinamento e dall&#8217;abusivismo edilizio, spuntano i relitti dell&#8217;isolazionismo comunista riconvertiti in caffè, ristoranti, complessi alberghieri. È la storia di Kujtim Roci, idraulico, che alla caduta del regime lasciò il suo lavoro per distillare <em>raki</em> in un <em>pikë zjarri</em> vicino casa. Quel bunker è stata la sua fortuna. Dopo aver ottenuto l&#8217;autorizzazione dal ministero della Difesa, Roci ci costruì su un ristorante e un hotel. In molti hanno seguito il suo esempio. E così la paranoia di ieri si fa attrazione turistica oggi, soverchiata da quello stesso <strong>capitalismo</strong> da cui cercava di difendersi. Questi silenziosi resti del passato comunista sono stati impiegati nei modi più disparati. Nelle aree rurali del Paese non è raro vedere i bunker trasformati in rifugi per animali o in cantine per conservare gli alimenti. La maggior parte però è andata distrutta. La vendita del ferro che se ne estrae può fruttare a bunker fino a 300 euro, lo stipendio medio in Albania.</p>
<figure id="attachment_225833" aria-describedby="caption-attachment-225833" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019028.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-225833 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019028-1024x679.jpg" alt="" width="1024" height="679" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019028-1024x679.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019028-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019028-768x509.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-225833" class="wp-caption-text">Albania, spiaggia di Kepi i Rodonit 2019. Bunker costruito vicino a una chiesa antica</figcaption></figure>

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</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Ad oggi manca un piano nazionale che miri a preservare almeno alcuni dei bunker più significativi sul piano storico. Negli ultimi anni però si sta facendo strada l&#8217;esigenza di <strong>conservare queste memorie del passato</strong>. Un&#8217;esigenza che ha portato alla conversione in musei di due bunker della capitale, i più grandi mai costruiti in Albania.</p>

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</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="708" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019038.jpg" alt="" class="wp-image-225991" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019038.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019038-300x111.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019038-768x283.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019038-1024x378.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Kepi i Rodonit 2019. Bunker costruiti sulla spiaggia</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Una luce innaturale illumina il Bunk&#8217;Art 1, il rifugio antiatomico realizzato per ospitare l&#8217;intera nomenclatura comunista nell&#8217;eventualità di un attacco: membri del politburo, parlamentari dell&#8217;assemblea del popolo, i vertici delle forze armate. Tremila metri quadri di stanze, cunicoli e sale scavate nelle viscere delle colline che circondano Tirana ai piedi del monte Dajti. Un luogo fatto di cemento, piombo e vetro, pensato per permettere alla classe dirigente di continuare a guidare il Paese per mesi, forse per anni, seppellita viva sottoterra.</p>
<figure id="attachment_227182" aria-describedby="caption-attachment-227182" style="width: 685px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-227182 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192-685x1024.jpg" alt="" width="685" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192-685x1024.jpg 685w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192-201x300.jpg 201w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192-768x1148.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Albania.019192-1712x2560.jpg 1712w" sizes="auto, (max-width: 685px) 100vw, 685px" /></a><figcaption id="caption-attachment-227182" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bunker art N. 2, oggi museo della dittatura. Uniforme della II guerra mondiale</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Attraversate le docce che servivano a lavar via le <strong>radiazioni</strong>, l&#8217;appartamento scarno e austero del dittatore Hoxha e di sua moglie. Uno studio, una camera da letto, un bagno. Nei 13 anni che trascorsero dalla sua costruzione al crollo del comunismo, Hoxha non passò nemmeno una notte in quel covo. Stanze più piccole si aprono su corridoi infiniti, tutti uguali, claustrofobici.</p>
<figure id="attachment_225837" aria-describedby="caption-attachment-225837" style="width: 675px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-225837 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1-675x1024.jpg" alt="" width="675" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1-675x1024.jpg 675w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1-198x300.jpg 198w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1-768x1165.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019246-1-1687x2560.jpg 1687w" sizes="auto, (max-width: 675px) 100vw, 675px" /></a><figcaption id="caption-attachment-225837" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bunker art N.2. Uffici con bandiera albanese</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Ora quelle stanze, un centinaio, ospitano immagini, videoproiezioni, cimeli d&#8217;epoca, testimonianze della storia nazionale, dall&#8217;invasione ottamana all&#8217;occupazione fascista, dalla resistenza al regime comunista. Un museo sepolto come sepolto si vorrebbe quel passato.</p>
<figure id="attachment_226214" aria-describedby="caption-attachment-226214" style="width: 683px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226214 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245-683x1024.jpg" alt="" width="683" height="1024" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245-683x1024.jpg 683w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245-200x300.jpg 200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245-768x1151.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019245-1708x2560.jpg 1708w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226214" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bunker art N.2. Uffici con ritratto di Enver Oxa</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Rruga Abdi Toptani, affolatta di turisti e uomini d&#8217;affari. Alle spalle del Teatro nazionale e a pochi metri da piazza Skanderbeg si svela agli occhi il Bunk&#8217;art 2, mille metri quadri di rifugio antiatomico che sarebbe servito a dare riparo ai vertici della polizia e al personale del ministero degli Interni in caso di un&#8217;invasione. Una ventina di stanze ora divenute un museo delle forze di polizia, un luogo per riflettere sui metodi impiegati in particolare dal Sigurimi, la polizia segreta albanese operativa durante il comunismo. Arresti preventivi, false incriminazioni, confessioni estorte con la tortura. Un&#8217;impressionante lista di nomi ricorda le vittime di 45 anni di comunismo: 6,027 condannati a morte, 34mila prigionieri, più di 50mila deportati nei campi di internamento.</p>

    </div>
</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1177" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019195.jpg" alt="" class="wp-image-225856" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019195.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019195-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019195-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019195-1024x628.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Tirana 2019. Bunker art N.2, oggi museo. Cartellina con ritratti di Stalin e Oxa</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Una breccia si apre nella cupola in cemento del bunker. Un anno dopo l&#8217;apertura del museo al pubblico nel 2014 la struttura è stata presa d&#8217;assalto durante una manifestazione indetta dal Partito democratico di Sali Berisha. Il museo, è l&#8217;accusa, è un modo per il Partito socialista del premier <strong>Edi Rama</strong> che ne ha deciso la costruzione, di celebrare una pagina buia della Storia. I segni della distruzione sono stati lasciati lì per volontà del governo.</p>
<figure id="attachment_226218" aria-describedby="caption-attachment-226218" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019253-2.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226218 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019253-2-1024x689.jpg" alt="" width="1024" height="689" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019253-2-1024x689.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019253-2-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019253-2-768x516.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226218" class="wp-caption-text">Albania, Tirana 2019. Bunker N.2, oggi museo. Foto e armi dell&#8217;occupazione italiana</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Un&#8217;<strong>area militare abbandonata</strong> inutilizzata per vent&#8217;anni, offre una vista spettacolare sulle montagne intorno a Tirana. Qui un gruppo di studenti di studi europei orientali alla Freie Universitat di Berlino in collaborazione con lo spazio d&#8217;arte alternativo Tirana Ekspres ha dato vita a Tek Bunkeri, un progetto di riqualificazione che trasforma i bunker in nuovi spazi culturali.</p>
<p>&nbsp;</p>

    </div>
</div><div class="bottom-page">
    <div class="bottom-page-content text-center d-flex justify-content-center flex-column">
        <div data-aos="zoom-in">
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                                            <div class="authors__label mb-2">
                            Testo di
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                    <div class="authors__link-list">
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                                    Alessandra Briganti
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                                                                        </div>
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                                    Ivo Saglietti
                                </a>
                                                                        </div>
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/bunker-dalbania-una-ferita-da-raccontare.html">Memorie dal sottosuolo: i bunker in Albania</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Petrolia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/petrolio-albania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[io-admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jan 2019 09:35:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1268" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-1024x676.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Camminare per le strade di Kucova è come attraversare a grandi falcate la Storia dell&#8217;Albania. Una Storia di occupazioni avversate, ideali traditi, speranze disattese. C&#8217;è tutto questo tra le rovine di quella che un tempo era una delle città industriali più importanti del Paese. Un sottosuolo ricco di greggio ne è stato insieme la fortuna &#8230; <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/petrolio-albania.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/albania-le-radici-della-crisi/petrolio-albania.html">Petrolia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1268" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-768x507.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/01/Bosnia.019138-1-1024x676.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                <h1 class="article__title">
                    Petrolia
                </h1>

                                    <div class="article__lead">
                        Camminare per le strade di Kucova è come attraversare a grandi falcate la Storia dell&#8217;Albania. Una Storia di occupazioni avversate, ideali traditi, speranze disattese. C&#8217;è tutto questo tra le rovine di quella che un tempo era una delle città industriali&#8230;
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        <p>Camminare per le strade di Kucova è come attraversare a grandi falcate la Storia dell&#8217;Albania. Una Storia di occupazioni avversate, ideali traditi, speranze disattese. C&#8217;è tutto questo tra le rovine di quella che un tempo era una delle città industriali più importanti del Paese. Un sottosuolo ricco di greggio ne è stato insieme la fortuna e la disgrazia. Anche l&#8217;aria è impregnata dell&#8217;odore intenso e acre del <strong>petrolio</strong>. L&#8217;oro nero zampilla dai pozzi sparsi ovunque in città. Agli angoli delle strade, nei cortili delle case, tra le lapidi dei cimiteri. Rottami di ferro arrugginito che continuano a scavare nella terra portando in superficie poche migliaia di tonnellate di greggio.</p><figure id="attachment_226025" aria-describedby="caption-attachment-226025" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019013.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226025 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019013-1024x825.jpg" alt="" width="1024" height="825" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019013-1024x825.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019013-300x242.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019013-768x619.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226025" class="wp-caption-text">Albania, Kuchova 2019. Resti della raffineria italiana</figcaption></figure>
    </div>
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        <p>Tutto intorno è il disastro. Greggi di pecore ruminano erba sporca di petrolio. Oleodotti usurati dal tempo e dall&#8217;incuria spaccano le strade e i marciapiedi della città. Le ciminiere del vecchio impianto di estrazione si stagliano al centro di Kucova, imponenti come il senso di abbandono che trasmettono. Per capire la storia di Kucova, occorre partire dall&#8217;Italia. Da quell&#8217;Italia degli anni Venti affamata di petrolio che trovò nell&#8217;Albania una delle sue fonti di approvvigionamento. Proprio dalla valle del fiume Davoli proveniva il 10% del fabbisogno italiano annuo di petrolio. Da piccolo villaggio rurale Kucova si trasformò nell&#8217;arco di pochi anni in una vera e propria <strong>città industriale</strong>.</p>

    </div>
</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="701" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019188.jpg" alt="" class="wp-image-226026" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019188.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019188-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019188-768x280.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019188-1024x374.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Kuchova 2019. Resti della raffineria italiana costruita durante l’occupazione fascista</figcaption></figure>
    <div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Vennero costruiti chilometri di strade, ponti, oleodotti, stazioni ferroviarie, impianti di estrazione petrolifera. E ancora una piccola raffineria per lavorare il greggio in loco, e un aeroporto militare. Il piccolo Paese si andò via via popolando di impiegati e operai, italiani e albanesi. Fu così che, durante l&#8217;occupazione fascista, Kucova venne persino ribattezzata <strong>Petrolia</strong>, città del petrolio. Furono gli anni del boom economico, ma anche quelli del tradimento. Perché tradite furono le promesse da parte italiana di costruire delle raffinerie lì, nei dintorni della città. La maggior parte del greggio invece venne preso e trasportato a Bari dove veniva lavorato e impiegato a uso interno. Un saccheggio durato fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Cacciato l&#8217;invasore, Kucova visse l&#8217;ennesima metamorfosi.</p>
<figure id="attachment_226027" aria-describedby="caption-attachment-226027" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019181.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226027 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019181-1024x670.jpg" alt="" width="1024" height="670" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019181-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019181-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019181-768x503.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226027" class="wp-caption-text">Albania, Kuchova 2019. Ingresso dell&#8217;aeroporto aereoporto militare, che dovrebbe ospitare una base NATO</figcaption></figure>

    </div>
</div><div class="special-container">
    <div class="special-container__content primary-color">
        <p>Alla base aerea di Kucova la sensazione è di precipitare d&#8217;improvviso ai tempi della Guerra fredda. Abbandonata, ingombra di caccia inutilizzabili risalenti all&#8217;epoca della dittatura comunista di <strong>Enver Hoxha</strong>. Relitti di veivoli costruiti tra gli anni Cinquanta e fine anni Settanta da sovietici e cinesi quando nel mondo diviso, il Paese delle aquile si collocava a Est della Cortina di ferro. Allora Kucova cessò di essere Petrolia e divenne <em>Qyteti Stalin</em>, <strong>la città di Stalin</strong>. Quel che non cessò fu la sua attività industriale. Estromessi gli italiani dell&#8217;Aipa, gli impianti di estrazione petrolifera passarono nelle mani del regime. Eppure la città prese il volto cupo di un distretto militare, chiuso come chiusa era l&#8217;Albania comunista di Hoxha.</p>

    </div>
</div>    
    <figure class="wp-block-image is-style-full-content"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="706" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019165.jpg" alt="" class="wp-image-226028" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019165.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019165-300x110.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019165-768x282.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Albania.019165-1024x376.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /><figcaption>Albania, Kuchova 2019.  Aeroporto con vecchi mig ormai inutilizzabili sulla pista di quella che dovrebbe diventare una base NATO</figcaption></figure>
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        <p>Passarono 45 anni prima che Kucova tornasse a riprendere il nome originario. Era il 1990. Il regime era caduto sotto il peso della miseria. Bisognava rimuovere ogni traccia di quel passato, abbracciare l&#8217;utopia di un mondo libero e aperto, la stessa che aveva fatto crollare il muro di Berlino. Eppure a crollare furono le speranze, insieme alle piramidi. Erano trascorsi solo sette anni quando l&#8217;Albania precipitò in una crisi economica che spinse il Paese sull&#8217;orlo della guerra civile. Per molto tempo Kucova si portò addosso i segni di quegli scontri. Edifici bucherellati dai kalashnikov, danni alla struttura dell&#8217;aeroporto militare. Fu allora che ebbe inizio la lenta fase di declino della città. Gli impianti, quasi tutti, chiusero i battenti. A Kucova non restò che il disincanto.</p>
<figure id="attachment_226029" aria-describedby="caption-attachment-226029" style="width: 1024px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019141.jpg"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" loading="lazy" class="wp-image-226029 size-large" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019141-1024x676.jpg" alt="" width="1024" height="676" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019141-1024x676.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019141-300x198.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Bosnia.019141-768x507.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption id="caption-attachment-226029" class="wp-caption-text">Albania, Kuchova 2019. Piccolo campo petrolifero</figcaption></figure>

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        <p>È il mezzogiorno di un assolato giorno di marzo. In una città semideserta i bar sono gremiti di persone. Giovani, anziani, le facce sprofondate nei caffé. In televisione scorrono le immagini delle manifestazioni a Tirana. Da mesi l&#8217;opposizione scende in piazza per chiedere le dimissioni del premier albanese, <strong>Edi Rama</strong>. Chi lo difende, chi lo attacca, comune però è il malcontento. Stipendi da fame, precario il lavoro, a Kucova il presente non è che la sala di attesa di un futuro che stenta ad arrivare. L&#8217;estate scorsa però quel futuro ha fatto capolino su Facebook. La <strong>Nato</strong>, ha annunciato Rama in un post, investirà 50 milioni di euro per ammodernare la base militare di Kucova. Obiettivo è farne un centro, il primo nei Balcani, per il supporto logistico, la polizia aerea, la formazione e le esercitazioni. A gennaio il lancio ufficiale dei lavori.</p>

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