Bosnia, primavera 1992.

Non si udiva ancora né il tuono dei cannoni né i colpi di mortaio. Voci, ecco quello che si udiva. Le voci dei serbi che si preparavano alla fuga, che costruivano trincee. E poi le risate, fragorose, dei bosniaci musulmani.

All’alba del conflitto quell’idea era quanto di più ridicolo avessero mai sentito. Eppure al confine orientale, delineato dalle acque verdi della Drina, erano già calate le tenebre dell’umanità.

Non fu un caso. I confini sono come ponti, delimitano una terra e la riconnettono a un’altra. Per secoli la valle della Drina aveva cullato quell’amalgama affascinante di popoli narrato dal premio Nobel Ivo Andric:

Su questi sentieri che il vento spazza, la pioggia lava e il sole infetta, sentieri sui quali si incontrano solo bestie sofferenti e uomini dai volti duri, ho fondato il mio pensiero sulla bellezza dell’universo

Per distruggere l’Altro, occorreva far saltare quel collegamento. Fu così che la Drina si tinse di rosso. Intorno la Bosnia continuava a danzare al ritmo sgargiante delle fanfare, ignara del sopraggiungere di quella lunga notte.

Ventisette anni dopo il confine non esiste più. C’è un limes, una linea d’attacco che trasforma l’Altro nel nemico da cui difendersi. E lungo il limes brandelli di un passato che tutti ignorano. Per convenienza e per paura, per rancore e per pudore. Una terra spettrale, ripulita a ferro e fuoco, serbizzata a suon di stupri e massacri. Una terra nera di morte e bianca di stelle. Nessun odore più profuma di vita.

Una scritta bianca campeggia su un prato a Mravinjac. Tito. Quattro lettere dietro cui se ne celano altre dieci: Jugoslavia. Il mostro ibrido creato dal maresciallo non allineato e ridotto in cenere alla sua morte.

Ivo Saglietti, Bosnia, Confine con la Croazia, 2018

Foča, Hotel Zelengora. “Darai alla luce solo bambini serbi. Di musulmani non vi sarà più traccia”. Dragoljub Kunarac, generale serbo, alla testimone numero 48 dopo averla violentata in una stanza d’albergo insieme a un commilitone. Case, palestre, hotel furono adibiti a campi di stupro di donne e bambine. Ammazzate alcune, suicide altre. Per la prima volta nella storia il Tribunale Internazionale per l’ex Jugoslavia riconobbe lo stupro sistematico come crimine contro l’umanità. Alla lettura della sentenza gli imputati scossero la testa, increduli.

Visegrad. Il ponte Mehmed Paša Solokovic si staglia maestoso sulla Drina da quasi cinquecento anni. Era l’immagine più potente della Bosnia, punto di congiunzione tra Occidente e Oriente. Dal ponte narrato da Andric furono gettati migliaia di uomini rei di essere musulmani. Talmente tanti e tutti insieme che il direttore della diga Bajna Bašta pregò i responsabili di “rallentare i flussi dei corpi che galleggiano lungo il fiume, perché inceppano le turbine della diga”.

Distese di stele bianche si riflettono nel cimitero d’acqua chiamato Drina. Uomini, donne, bambini. La stessa religione, musulmana. Lo stesso anno di morte: 1992.

Sulla strada, direzione Zvornik. Chiese ortodosse e carcasse di maiali penzolanti. La guerra l’hanno vinta loro, quelli che hanno marcato il territorio serbo con il sangue degli Altri.

Bijeljina, città della Bosnia nord-orientale al confine con la Serbia. All’alba del conflitto Bijeljina cadde nelle mani delle Tigri di Arkan. Non vi fu resistenza. Nei dintorni, a Batkovic, fu costruito il primo campo di concentramento in quella lunga guerra. Ora su Bijeljina sventola trionfante la bandiera della Serbia.

Ultima fermata Velika Kladusa

Ventisette anni dopo un altro confine diventa limes. È quello tra la Bosnia nord-occidentale e la Croazia, tra migranti ed Europa. In questo straccio di terra i migranti sciamano come api a ogni angolo della città. Siriani, curdi, afghani, pachistani. Impossibile entrare in Croazia dalla Serbia, in Ungheria nemmeno a parlarne. Così in pochi mesi migliaia di migranti intrappolati nei Balcani si sono riversati qui. La fuga è una danza ignara su un tappeto di mine, una sfida ai lupi, al gelo, alle violenze della polizia.

Al Dom Borici di Bihac le tragedie del passato si intrecciano con quelle del presente. L’ex studentato danneggiato durante la guerra degli anni Novanta, dà riparo a centinaia di profughi. Dentro, tende ammassate, panni stesi, niente luce, niente acqua. Fuori, volontari e operatori della Croce rossa distribuiscono cibo, vestiti, sacchi a pelo. Le giornate scorrono lente tra un tentativo di fuga e l’altro. The game, lo chiamano. Il gioco. Vai, provi, ritorni al punto di partenza. Così finché non passi all’altra parte.

Nelle scarpe. Pioggia e sole, neve e vento. Sentieri, strade, boschi, pianure. E speranza e disperazione. Sofferenza e illusioni. Il cammino dei migranti verso la terra promessa, l’Europa che nulla vede e nulla ascolta.

Ivo Saglietti, Fiume Drina, Bosnia, Confine con la Serbia, 2018

Raffiora alla mente la storia del ratto-lupo. L’aveva raccontata Marina Abramovic in Balkan Baroque. I ratti sono protettivi tra di loro, le aveva detto un acchiapparatti di Belgrado, per farli fuori devi creare un ratto-lupo. Prendi dei topi, li metti in una gabbia, senza cibo. Per la fame inizieranno a sbranarsi tra di loro finché non ne rimarrà solo uno. Lo lasci a digiuno per un po’ e prima che muoia, gli cavi gli occhi e lo liberi. Solo allora il ratto-lupo sbranerà tutti i ratti che incontra sulla sua strada.

Velika Kladusa, la nuova giungla d’Europa. Odore di fango, polvere, latrine. Nei giorni di pioggia la tendopoli prende le sembianze di un’immensa pozzanghera disumana. Una manciata di chilometri alla frontiera. È l’ultimo, violento miglio. Davanti agli occhi la polizia croata: soprusi, furti, cellulari spaccati, respingimenti indiscriminati.

Ivo Saglietti, 2018

Capita però che nel disumano abiti l’umano. L’umano ha il volto di Ona, una giovane lussemburghese che armata di ramazza cerca di restituire dignità al campo profughi. O quelli di Hasan, bosniaco, e Petra, austriaca, che medicano piccole ferite in un pronto soccorso improvvisato. E ancora il volto di Vlatan, proprietario di un ristorante a Velika Kladusa che dona pasti caldi – trecento, quattrocento al giorno – ai rifugiati. Coperte e vestiti, té caldo e cibo in scatola per sopravvivere alla lunga marcia verso l’Europa.

Quando in un paese c’è sofferenza e guerra, ai suoi confini si affollano profughi che dormono nei vagoni e vivono di espedienti, esseri provvisori che possono essere rispediti indietro oppure sognano di andare altrove anche se il loro destino è quello di rimanere profughi di confine per tutta la vita (Franco Cassano, Il pensiero meridiano)