Elbasan
La città contaminata
Albania, le radici della crisi PARTE 2
Testo di Alessandra Briganti
Fotografie di Ivo Saglietti

Elbasan, la città contaminata

A Elbasan non senti né odori né rumori. È un ibrido asettico, metà città metà campagna. Capre pascolano nei campi contaminati. Nemmeno loro emettono suoni. Con la sua sola presenza, il Metalurgjiku zittisce tutto ciò che gli gravita intorno. La monumentale fucina comunista di metalli pesanti non erutta più fumi tossici. Non come una volta almeno.

Albania, Elbasan 2019. Impianto di produzione e residui metallici

Quel che un tempo era stato il fiore all’occhiello dell’industria albanese, oggi è in gran parte dismesso. Nell’aria si sprigionano ancora tonnellate di ferro e nickel, ma non è nulla rispetto al passato. Quel passato in cui il regime comunista di Enver Hoxha aveva deciso di trasformare l’Albania da Paese degli agricoltori a quello dei proletari. Un processo, quello di industrializzazione, tenuto a battesimo dalle grandi potenze comuniste, Cina e Unione sovietica. Il cuore dell’operazione era Elbasan, 50 chilometri a sud della capitale Tirana. Avvolta dalle montagne, attraversata dal fiume Shkumbin. Erano gli anni Sessanta quando si iniziò a sviluppare il Metalurgjiku. Qui si lavoravano i metalli pesanti che andavano a rifornire tutta l’industria del Paese. Poi fu la volta del cementificio e degli impianti di lavorazione di nickel e ferrocromo.

Albania, Elbasan 2019. Panorama della città, una delle più inquinanti di tutta l’Albania

Allora l’ambiente non era un tema in agenda. Ci sarebbero voluti decenni perché se ne incominciasse a discutere. Eppure le ferite di quel monumento all’industria avevano già corrotto i cieli e scavato nella terra. Elbasan era ricoperta di una coltre di nebbia ferrosa. Il suolo è tuttora pregno di tonnellate di scorie di metalli pesanti, due milioni quelle rilevate sulle rive dello Shkumbin. Ad oggi non è stata mai avviata una bonifica dell’area. La terra rimane contaminata, così come i suoi frutti. Alla contaminazione si aggiunge poi la mutazione. Quella genetica di animali ed esseri umani. Nei primi anni Novanta, alla caduta del comunismo, le cronache dell’epoca iniziarono a riferire di vitelli a due teste e neonati malformi. Di certo l’incidenza di tumori a Elbasan è ancora molto alta. Risultato di un passato brutale su cui si innesta un presente altrettanto spietato.

Albania, Elbasan 2019. Ingresso alla zona industriale con le bandiere turca e albanese

Si chiama privatizzazione la nuova piaga di Elbasan. Archiviato il comunismo, si archiviò anche il Metalurgjiku, almeno all’inizio. Poi gli impianti furono in parte vampirizzati. Dall’Ecm, dalla Darfo Albania, dalla Terwingo e soprattutto da Kurum, l’azienda turca leader in Albania nel settore del riciclo dei metalli. Se il comunismo era un cadavere, i privati ora sono i vermi che si nutrono di un corpo in putrefazione.

Tira aria di festa oggi ad Elbasan. Si celebra la primavera in Albania e in tanti si riversano qui alla ricerca dei ballokume. Li vendono dappertutto, all’ombra di vecchi ombrelloni da spiaggia. Montagne di biscotti di farina di mais coperti da un velo sottile di pellicola. È la specialità del posto. Un dolce per festeggiare la stagione del risveglio in un luogo che grida morte e devastazione. Un altro paradosso nella terra dei paradossi.

Albania, Elbasan 2019. Vecchio impianto di una fonderia, estremamente inquinante e oggi di proprietà Turca

Nelle viscere del Metalurgjiku il vuoto si tramuta in un senso di soffocamento che toglie il respiro. Quei rottami di ferro arrugginito sono un’ideologia, prima ancora che un sito industriale. Sepolti da erbacce selvatiche come sepolto è il comunismo. Tra gli scheletri degli impianti dismessi, cumuli di rifiuti metallici. Sono lì che aspettano di essere smaltiti nel nuovo stabilimento di Kurum. Per anni l’azienda turca ha processato alluminio, ferro e altri metalli priva dei filtri per smaltire gli effetti collaterali del riciclo dei metalli. Le nuvole hanno ripreso a colorarsi di nero per anni e anni. Poi sono arrivate le proteste dei cittadini, esausti di una lotta tra diritto alla salute e privatizzazione selvaggia in cui lo Stato è spesso il primo alleato del profitto. Alla fine Kurum è stata costretta a dotarsi di quelle strutture. Non sempre però sono in funzione. E in quei giorni le nuvole tornano a essere nere e l’aria pesante preme sul petto.

Albania, Elbasan 2019. Vecchia fonderia, oggi di proprietà Turca

Rifiuti. È l’ultima delle ferite di Elbasan dopo i veleni sprigionati nell’aria dal Metalurgjiku e le scorie dei metalli penetrate nel sottosuolo. Su una collinetta poco distante dal villaggio si erge l’unico inceneritore realizzato sinora in Albania. Una storia che è un cocktail amaro di corruzione, arroganza e sprezzo delle regole che parte dal Paese delle aquile per arrivare in Italia. O almeno, questo è il sospetto. Costruito con una gara senza concorrenti del valore di 22 milioni di euro dalla Albtek Energy, l’inceneritore processa i rifiuti raccolti nel solo distretto di Elbasan. Troppo poco perché possa funzionare, sostiene Lavdosh Ferruni, a capo di un movimento ambientalista che monitora l’importazione dei rifiuti dall’estero. Perché l’inceneritore possa operare dovrebbe convergere su Elbasan la raccolta dei rifiuti di tutta l’Albania. “Gli scenari sono due”, attacca Ferruni. “O l’inceneritore non ha mai funzionato e in questo caso la gara d’appalto è stata montata ad arte per soddisfare gli appetiti della società che lo ha realizzato, oppure nell’impianto vengono bruciati rifiuti illegalmente importati dall’Italia”.

 

Albania, Elbasan 2019. Veduta della zona industriale

Illegalmente perché il primo atto del governo Rama è stato quello di proibire l’importazione dei rifiuti dall’estero, salvo poi fare retromarcia in un secondo momento. Il ribaltone però non è riuscito e il divieto è rimasto. Dietro un lungo muro di cemento si nasconde l’inceneritore. Al di là del muro, uccelli neri planano su un’enorme distesa di rifiuti. Restano lì in attesa di essere ingurgitati e risputati in forma di energia. Il mostro brucia rifiuti però è fermo. “Lavori di manutenzione”, si affretta a spiegarci l’ingegnere che ci fa da guida. Le voci si rincorrono. L’inceneritore è una macchina per far soldi, quelli di Klodian Zoto, l’imprenditore che sarebbe dietro alle costruzioni in corso anche degli inceneritori di Fier e Tirana. E forse la storia non finisce qui. Il sito di smaltimento sarebbe, sostengono fonti accreditate, anche una copertura. Lì verrebbero interrati i rifiuti dall’Italia. Una terra dei fuochi nel cuore d’Albania.

Albania, Elbasan 2019. Deposito di residui metallici da usare nella fonderia per la produzione di acciaio

C’è un angolo di paradiso in quell’inferno chiamato Elbasan. A pochi chilometri dalla città fantasma la terra si squarcia in due solcata dalle acque cristalline dell’Holta. È uno dei più spettacolari canyon che vanta l’Albania. Un monumento della natura fatto di grotte e ruscelli, meta prediletta ogni anno di migliaia di turisti. Non è bastato far rientrare il canyon tra le aree protette per tenerlo al riparo dall’intreccio di interessi privati e mondo politico che sta sfigurando il volto dell’Albania. In quest’area si vorrebbe realizzare una delle centinaia di centrali idroelettriche che puntellano il Paese e che hanno sollevato critiche e scatenato proteste di cittadini e movimenti ambientalisti. La controversa questione delle centrali idroelettriche tocca tutti i Paesi dei Balcani, ma l’Albania vanta un triste record. Secondo l’Agenzia delle risorse naturali sarebbero stati stipulati 183 contratti per la costruzione di 524 centrali idroelettriche, di cui 117 già in funzione, 43 in costruzione, e le restanti ferme alla fase progettuale.