A Lutsk a ogni alba inizia un nuovo esodo. Alle 5:30 in punto parte la prima corriera per Lublino. Mezzora prima la stazione è già un carnaio che si muove scomposto e frenetico per accaparrarsi un biglietto. La giornata comincia così e così tira fino a notte. Un travaso di 13 bus e circa 700 persone che ogni giorno si lasciano alle spalle questa città di frontiera dell’Ucraina occidentale per raggiungere la Polonia.

Hanno 230 chilometri e sei ore di tempo per trovarsi un lavoro e una stanza in cui alloggiare. Li vedi parlottare, scambiarsi informazioni. Molti hanno già amici e familiari che li aspettano al di là del confine. Altri partono all’avventura, male che vada si può ripiegare nei campi. Ora è tempo di mele, in stazione a Lublino c’è sempre qualcuno che cerca lavoratori per la raccolta. 

In un paio d’ore Yulyia, 25 anni, trova lavoro come cassiera al supermercato Biedronka, quasi una tappa obbligata per i migranti ucraini. Yulyia ha una laurea in economia e parla perfettamente inglese e russo. Eppure in un’Ucraina dilaniata da nepotismo e corruzione, la sola alternativa è partire, soprattutto se come Yulyia hai un buon livello d’istruzione, un pizzico di talento e poche connessioni. 

“Tutto è cambiato con la guerra, racconta Yulyia. Prima le persone emigravano in Russia. Qualcuno delle nostre parti andava in Polonia perché è più vicina, ma in genere non era una meta ambita”. La guerra in Donbass ha quindi cambiato il verso all’emigrazione. Una forte ondata di migranti si è riversata ad ovest, in Polonia per lo più.

Come in tutto l’Est Europa anche qui la manodopera scarseggia. Dall’ingresso in Ue nel 2004 due milioni di polacchi si sono trasferiti nei Paesi dell’Europa occidentale. Intanto l’economia ha continuato a galoppare tanto che la Polonia non è entrata in recessione nemmeno quando la crisi finanziaria ha investito le due sponde dell’Atlantico. 

Per sostenere quei ritmi di produzione però serve forza lavoro: nel solo 2017 in Polonia sono stati rilasciati 683mila permessi di soggiorno il 68% dei quali a cittadini ucraini. Un record assoluto in Europa: nessun Paese ne ha mai rilasciati tanti in un anno, nemmeno Germania o Francia. Secondo una stima approssimativa in Polonia di ucraini ce ne sarebbero circa due milioni. È il paradosso del sovranismo polacco: tuonare contro l’immigrazione e non poterne fare a meno.

Lublino è la prima tappa del viaggio per molti ucraini, spesso è anche l’ultima. In stazione le fermate dei bus sono tappezzate da offerte di lavoro in russo o ucraino. A fermarsi nel più grande centro urbano della Polonia orientale sono soprattutto gli ucraini che vivono vicino al confine o quelli che vengono impiegati in lavori stagionali. Tre mesi in Polonia equivalgono a un anno intero di stipendi in Ucraina.

Allo sportello per il rilascio dei permessi di soggiorno decine di persone aspettano in silenzio il loro turno. È una di quelle attese snervanti che si trascinano da mesi. Almeno otto se sei fortunato, ma nella capitale si può attendere fino a due anni per uno straccio di carta che regolarizzi la propria posizione. Iryna sorride di un sorriso amaro, “fosse solo la burocrazia il problema”. Originaria di Kovel, cittadina ucraina di frontiera, Iryna, 24 anni, si è trasferita a Lublino da un anno. All’inizio ha lavorato come cameriera in un ristorante. “Lo avevo trovato tramite un uomo che conoscono tutti qui a Lublino, una specie di intermediario. Lavoravo dieci ore al giorno per 3 euro l’ora. La cosa più difficile è stata cercare un lavoro con regolare contratto”. Un problema quello del lavoro in nero talmente diffuso da rendere inattendibili anche le statistiche sulla presenza degli ucraini in Polonia.

Per dare un’idea: a Lublino gli ucraini registrati sono meno di 3mila, ma secondo le rilevazioni marketing effettuate dalla compagnia telefonica polacca Selectivv ce ne sarebbero almeno 26mila. 

Oggi Iryna è stata regolarmente assunta come addetta vendite in una società di servizi eppure viene pagata meno dei suoi colleghi polacchi. “I datori di lavoro sanno che molti ucraini sono costretti ad andare all’estero e ne approfittano per violare i nostri diritti, mentre guadagnano profitti extra, spiega Vitaly Makhinko, presidente del sindacato ucraino Pracownicza Solidarnosc. Gli enti statali fingono di non accorgersene. D’altra parte, in Ucraina non esiste una politica che tuteli gli interessi dei propri cittadini all’estero, così i migranti sono lasciati a se stessi”.

Eppure secondo Makhinko le condizioni di vita e di lavoro degli ucraini stanno leggermente migliorando. “C’è, prosegue il sindacalista, una maggiore competizione sul mercato del lavoro che costringe i datori di lavoro a cambiare e a offrire ai lavoratori migliori condizioni contrattuali. In questi ultimi cinque anni poi gli ucraini hanno acquisito esperienza professionale e chiaramente questo fa aumentare il loro valore sul mercato”.

E poi c’è un altro elemento che spinge non solo i datori di lavoro, ma anche il governo polacco a migliorare il trattamento dei migranti ucraini: la crescente richiesta di manodopera ucraina dalla Germania. “Non appena Berlino aprirà i confini, molti ucraini che lavorano in Polonia si trasferiranno lì con la conseguenza che negli anni la Polonia perderà un gran numero di nostri lavoratori. Se la Polonia è ora al secondo posto (dopo la Russia) per numero di lavoratori ucraini, in pochi anni passerà al quarto. Secondo le nostre previsioni, conclude Makhinko, la Russia rimarrà al primo posto, la Germania si piazzerà al secondo, l’Italia al terzo e la Polonia al quarto”. 

Andrey si aggira tra i volumi polverosi del museo della tipografia di Lublino. E poi, riviste e frammenti di film che circolavano clandestinamente nella Polonia socialista tra il 1976 e il 1989. “Questo, racconta, è il mimeografo con cui è stato stampato il primo numero della rivista underground Zapis, è stato anche grazie a queste pubblicazioni se è nata Solidarnosc”.

Andrey, 33 anni, lavora al museo da qualche anno. Da Lviv, città dell’Ucraina occidentale, si è trasferito a Lublino per studiare relazioni internazionali. Qualche lavoretto come interprete, poi dopo la laurea per Andrey inizia la ricerca di un lavoro vero e proprio. “Non è stato semplice. Gli ucraini servono nei campi, nei supermercati, ai cantieri, nei ristoranti. Trovare un lavoro intellettuale è quasi impossibile da queste parti. In alcune offerte lo dicono esplicitamente: ‘richiesta cittadinanza polacca’. Ancora oggi leggo lo stupore negli occhi delle persone a cui dico di lavorare in un museo. Per migliorare la situazione bisognerebbe prima cambiare la politica dell’immigrazione in Polonia”.

Da quando è emigrato in Polonia, Andrey ha visto crescere il sentimento di ostilità verso gli ucraini. In questa terra è bastato poco per soffiare sul fuoco di vecchi rancori ad esempio con l’istituzione della giornata della memoria l’11 luglio per ricordare il massacro della Volinia nel corso del quale decina di migliaia di polacchi vennero uccisi per mano dell’esercito insurrezionale ucraino. Una memoria distorta che tralascia le responsabilità polacche e dimentica le vittime ucraine. 

“C’è stato un cambiamento di mentalità in Polonia. Prima le persone che incontravo erano più amichevoli. Ora c’è molta aggressività, in televisione, per strada. Ti urlano qualsiasi cosa: assassino, non ti vogliamo qui. Ho capito che per restare qui anch’io devo essere più radicale, fare una cernita delle persone che frequento. Altrimenti, conclude Andrey, non resta che andare via: dopotutto la Polonia non è l’unico posto in cui vivere”.

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