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	<title>Isis (Stato islamico) Archives - InsideOver</title>
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	<title>Isis (Stato islamico) Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Perché la Siria di al-Sharaa non attaccherà Hezbollah</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giorgia di gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 10:59:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260807085820481_f2754059be5b8ad725bbcd4d34b29b29-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Al-Sharaa ha un vecchio conto in sospeso con Hezbollah, ma oggi la Siria ha altre priorità, per primo l'ISIS.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-la-siria-di-al-sharaa-non-attacchera-hezbollah.html">Perché la Siria di al-Sharaa non attaccherà Hezbollah</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Sulla carta, <strong>Ahmed al-Sharaa</strong> avrebbe avuto più di una ragione per colpire Hezbollah. In realtà, la rivalità tra le due parti nasce a partire dal 2011 quando, durante la rivolta siriana, Hezbollah intervenne a sostegno di Bashar al Assad e partecipò a battaglie decisive contro le forze ribelli, tra cui lo stesso al-Sharaa. Allora perché non attaccare, ora che Hezbollah risulta indebolito dagli attacchi israeliani? La risposta potrebbe trovarsi tanto nella storia recente del Medio Oriente quanto nelle priorità strategiche della nuova leadership siriana.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il fantasma del passato</strong></h2>



<p>Nonostante al-Sharaa abbia più di un conto in sospeso con <strong>Hezbollah</strong>, la nuova leadership siriana sembra guardare oltre le rivalità maturate durante la guerra civile.&nbsp;A pesare sulle valutazioni di Damasco è soprattutto&nbsp;<a href="https://levant24.com/en/article/how-the-scars-of-wars-past-shape-syrias-lebanon-policy">il precedente del 1976</a>, quando Hafez al-Assad intervenne militarmente in Libano. Quella che doveva essere una missione temporanea si trasformò in una presenza destinata a durare quasi trent&#8217;anni, fino alla cosiddetta <strong>Rivoluzione dei Cedri del 2005.</strong> Una lezione che la Siria sembrerebbe non aver dimenticato: entrare in Libano può essere semplice, uscirne molto meno. In questo senso, la storia aiuta a comprendere la prudenza di Damasco, ma non basta a spiegare il rifiuto di al-Sharaa.</p>



<p>La cautela del leader siriano emerge ancora di più guardando alle <strong>pressioni americane</strong> delle ultime settimane. È il 21 luglio quando&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/features/2026/7/22/trump-push-for-syrian-intervention-against-hezbollah-short-sighted">Donald Trump riceve alla Casa Bianca il presidente libanese Joseph Aoun</a>. Ma se Beirut arriva a Washington per discutere di ricostruzione e del ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese, il presidente americano sembra avere un&#8217;altra priorità: trovare un attore capace di ridimensionare Hezbollah. Eppure, Trump aveva già provato a percorrere un&#8217;altra strada: convincere la Siria di Ahmed al-Sharaa a farsi carico del dossier Hezbollah. L’invito in questione risale a novembre scorso, mentre diverse testate riprendono un’interessante dichiarazione di Trump: «Ho suggerito ad Israele che sia la Siria a occuparsi di Hezbollah, perché ad essere onesti, farebbero (la Siria) un lavoro migliore».</p>



<p>Al contrario di quanto Trump abbia voluto fare credere al presidente Aoun durante il loro incontro nella Casa Bianca, il leader siriano ha prontamente declinato la proposta americana, <strong>escludendo qualsiasi intervento militare contro Hezbollah</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;ISIS prima di Hezbollah</strong></h2>



<p>In un&#8217;analisi pubblicata da&nbsp;<em>Middle East Eye</em>, l’analista Ali Rizk propone infatti una lettura diversa. Secondo l&#8217;analista, Hezbollah continua certamente a rappresentare un avversario storico della nuova leadership siriana, ma <strong>non costituisce la minaccia più grave</strong> alla sua sopravvivenza politica. Quel ruolo spetterebbe invece allo Stato Islamico. Rizk osserva come, nonostante la lunga storia di ostilità tra Damasco e il gruppo sciita libanese, Hezbollah non abbia dichiarato guerra all&#8217;attuale governo siriano. Al contrario, <strong>il vero pericolo per al-Sharaa sarebbe rappresentato dalle reti jihadiste dell&#8217;ISIS</strong>, che continuano a costituire una minaccia per la sicurezza del Paese proprio mentre la Siria cerca di ricostruire le proprie istituzioni dopo anni di conflitto.<br>Non è un caso che negli ultimi mesi le autorità siriane abbiano concentrato gran parte dei propri sforzi sul contrasto ai gruppi jihadisti e sul rafforzamento della cooperazione di sicurezza con il Libano. Aprire un nuovo fronte contro Hezbollah significherebbe inevitabilmente disperdere risorse preziose e spostare l&#8217;attenzione da quello che Damasco considera il nemico prioritario.</p>



<p>A dimostrazione di quanto la sicurezza condivisa sia diventata una priorità per entrambi i Paesi, <a href="https://www.middleeasteye.net/opinion/why-syria-will-not-join-fight-against-hezbollah-lebanon">Rizk osserva</a>: «Il Libano si è affermato come un partner importante per la Siria nella<strong>l otta contro l’IS</strong>IS. Secondo quanto riferito, la condivisione di informazioni dei servizi segreti ha contribuito a smascherare e smantellare la cellula accusata di aver orchestrato un attentato dinamitardo a Damasco».</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una guerra che potrebbe ritorcersi contro Damasco</strong></h2>



<p>C&#8217;è poi un altro elemento che contribuisce a rendere poco appetibile l&#8217;opzione militare. Secondo Rizk, un intervento siriano contro Hezbollah rischierebbe di riaccendere la storica <strong>contrapposizione tra sunniti e sciiti </strong>nella regione, un terreno sul quale organizzazioni come <strong>lo Stato Islamico</strong> hanno costruito negli anni parte della propria narrativa e della propria capacità di reclutamento. È proprio nei momenti di maggiore instabilità, infatti, che gruppi come l&#8217;ISIS riescono a guadagnare terreno, inserendosi nei vuoti di potere lasciati dagli Stati.</p>



<p>In quest&#8217;ottica, un nuovo conflitto regionale rischierebbe di offrire proprio quelle condizioni di caos e frammentazione dalle quali lo Stato Islamico ha storicamente tratto vantaggio.</p>



<p>Ma non è l&#8217;unico rischio. Paradossalmente, <strong>una guerra pensata per indebolire Hezbollah potrebbe persino produrre l&#8217;effetto opposto</strong>. Diversi osservatori ritengono infatti che il movimento sciita potrebbe sfruttare un eventuale intervento siriano per presentarsi ancora una volta come difensore della sovranità libanese contro interferenze esterne, recuperando parte del consenso perso negli ultimi anni. A ciò si aggiunge un problema d&#8217;immagine non trascurabile. Accettare una proposta sostenuta pubblicamente da Donald Trump rischierebbe di alimentare la percezione di una Siria allineata agli interessi statunitensi, fornendo argomenti tanto ai gruppi jihadisti quanto agli oppositori più radicali del nuovo governo.</p>



<p>Più che il desiderio di colpire un vecchio nemico, sembra quindi prevalere una fredda valutazione strategica. Per quanto Hezbollah rimanga legato a una delle pagine più dolorose della guerra civile siriana, Damasco non sembra intenzionata ad aprire un nuovo fronte. <strong>La priorità, oggi, è un&#8217;altra</strong>: evitare che il caos della regione offra allo Stato Islamico l&#8217;occasione di tornare protagonista.</p>
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		<title>Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l&#8217;Africa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/sudan-etiopia-congo-jihadismo-le-molte-crisi-che-perturbano-lafrica.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 00:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="968" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-600x387.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-300x194.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-1024x661.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_2025060314025129_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_393352-768x496.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l'Africa lette dall'analista Luciano Pollichieni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/sudan-etiopia-congo-jihadismo-le-molte-crisi-che-perturbano-lafrica.html">Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l&#8217;Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Le <strong>crisi dell<a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/africa-la-crescita-economica-come-arma-per-una-sanita-sostenibile.html">&#8216;Africa contemporanea</a></strong> sono molte e polimorfe e delineano uno scenario geopolitico instabile in cui guerre, unità nazionali precarie, insorgenze jihadiste rendono critico il contesto interno di un continente strategico che, proprio per la sua crescente importanza nelle dinamiche globali, è oggi conteso da molti appetiti contrastanti. Per capire le sfide che lo riguardano abbiamo dialogato con <strong>Luciano Pollichieni,</strong> analista di scenari strategici e securitari specializzato nel contesto africano e nelle sue dinamiche geopolitiche e militari, <a href="https://africanniche.substack.com/">autore della newsletter Substack &#8220;Africanismi&#8221;.</a></p>



<p><strong>Lo scenario africano vede una serie di conflitti attivi e latenti che, oggigiorno, minacciano la stabilità del continente. Che scenari e che punti caldi interessano, principalmente, il continente?</strong></p>



<p>&#8220;Se guardiamo alle regioni caratterizzate da instabilità e strategicamente più rilevanti, le aree calde sono fondamentalmente tre. <strong>La prima è il Sahel occidentale,</strong> in particolare Burkina Faso, Mali e Niger, che si trova al centro di un&#8217;insurrezione nominalmente jihadista &nbsp;persistente. <strong>Segue l&#8217;area dei Grandi Laghi</strong>, in particolar modo quella delle province orientali del Nord e Sud Kivu della Repubblica Democratica del Congo. Qui è in corso una guerra tra il governo di Kinshasa, sempre più supportato dagli Stati Uniti di Donald Trump che hanno dispiegato i loro <em>contractors</em> nell’area, e il gruppo ribelle M23, supportato dal Ruanda, che è riuscito a estendere il proprio dominio su aree significative del Paese. Nonostante i ripetuti dinieghi ufficiali, il legame tra l&#8217;M23 e il governo ruandese appare evidente, come dimostrato anche dalle recenti sanzioni statunitensi comminate contro alti graduati dell&#8217;esercito di Kigali per il loro coinvolgimento nel conflitto. </p>



<p>Infine, <strong>il terzo fronte è quello del Corno d’Africa,</strong> dove assistiamo a una ridefinizione generale degli equilibri regionali e dei sistemi di potere interni a diversi Stati. In quest&#8217;area dobbiamo distinguere tre conflitti principali: la crisi nel Nord-Est dell&#8217;Etiopia, dove la regione del Tigray sembra prossima a una nuova guerra e poi le iniziative del governo etiope per garantirsi un accesso diretto al Mar Rosso, che si scontrano con la ferma opposizione di Somalia ed Eritrea; e infine la guerra civile somala. Quest&#8217;ultima è aggravata non solo dall&#8217;insurrezione di Al-Shabaab che continua a mostrarsi resiliente ma anche dal deterioramento delle relazioni tra il governo centrale e gli Stati federati. </p>



<p><strong>Infine c’è la guerra dei &#8220;due generali&#8221; in Sudan</strong>, dove lo scontro tra le forze regolari guidate da Al-Burhan e i paramilitari delle RSF guidate da Hemedti mette in discussione il futuro stesso del sistema di potere interno allo Stato. Da un lato, l&#8217;esercito regolare mira a salvaguardare la leadership delle élite storica di Khartoum, mentre dall&#8217;altro le RSF puntano sulla cosiddetta &#8220;alleanza delle periferie&#8221; per ridimensionare o epurare i partiti islamisti legati al vecchio regime e dare un maggior peso nei centri decisionali del Paese al popolo delle periferie&#8221;.</p>



<p><strong>Sul fronte del conflitto in Sudan, come la guerra a tuo avviso sta venendo impattata dall’estensione dei conflitti mediorientali al Golfo e all’Iran?</strong></p>



<p>&#8220;Credo che in questa fase l&#8217;impatto della guerra in Iran sul conflitto sudanese sia piuttosto minimo, anche se mi rendo conto che questa valutazione mi pone in netta minoranza. Al momento, la dinamica bellica sul campo non risente in modo particolare dell&#8217;impegno iraniano nel difendersi dagli attacchi americani e israeliani, stiamo pur sempre parlando di un orizzonte temporale di circa 20 giorni, quindi abbastanza breve. Tuttavia, se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi più lungo del previsto, potremmo assistere a ripercussioni significative nel medio e lungo periodo. Per esempio l’Iran potrebbe non riuscire più a fornire il proprio supporto, specialmente la fornitura di droni e missili, alle forze regolari sudanesi (SAF), ridimensionandone le capacità belliche e spingendole a cercare nuovi fornitori. </p>



<p>Parallelamente, penso che assisteremo a un blocco quasi completo degli sforzi diplomatici per un cessate il fuoco: attori chiave come gli Emirati Arabi Uniti e l&#8217;Arabia Saudita sono attualmente assorbiti dalle conseguenze dirette del conflitto mediorientale, e quindi la mediazione diplomatica sul Sudan perde importanza nella lista delle loro priorità. <strong>Un altro aspetto fondamentale riguarda l&#8217;aumento dei prezzi di petrolio e gas. </strong>Sarà determinante osservare come le parti metteranno a frutto il controllo delle infrastrutture energetiche: i regolari controllano i terminali di Port Sudan, mentre le RSF hanno conquistato diversi giacimenti e coltivano rapporti importanti con il governo del Sud Sudan (il vero detentore degli idrocarburi in questo quadrante). A questo punto bisognerà vedere come l’aumento dei prezzi si innesterà nel calcolo bellico dei belligeranti. I due eserciti potrebbero decidere di danneggiare le infrastrutture o di utilizzare un numero sempre maggiore di effettivi per il controllo delle infrastrutture, capitalizzando sulla crisi energetica&#8221;.</p>



<p><strong>Turchia, Emirati, Arabia Saudita: la guerra in Sudan è da molti ritenuta anche una “proxy war” tra potenze regionali mediorientali. Come si saldano gli archi di crisi del Medio Oriente e l’Africa orientale?</strong></p>



<p>&#8220;Anche in questo caso ho un&#8217;opinione minoritaria: non considero la guerra sudanese una <em>proxy </em><i>par</i>, né ritengo che l&#8217;instabilità in Medio Oriente e Africa Orientale possa essere ricondotta a un unico schema interpretativo. Spesso queste letture sono frutto di una certa pigrizia intellettuale nostra o di una scarsa conoscenza della natura profonda dei conflitti africani. La guerra in Sudan ha cause chiare ma di tutt’altra natura. La caduta del regime di Al-Bashir ha innescato un processo endogeno di ridefinizione degli equilibri di potere. I militari e le RSF sono stati d&#8217;accordo solo sull’esclusione dei civili dal futuro governo; una volta rimossi i civili dal governo, l&#8217;impossibilità di una convivenza tra Al-Burhan e Hemedti è diventata ineludibile e ha portato inevitabilmente alla guerra. </p>



<p>Gli Stati esterni si sono limitati a riposizionarsi per cercare di mantenere un ruolo di rilievo o prepararsi a un futuro tavolo della pace, ma la violenza sul campo è dettata da due visioni opposte per il futuro del Paese e meeno dalle agende di attori esterni. Lo dimostrano sia il fatto che la dinamica del conflitto in Sudan, a 20 giorni dallo scoppio della guerra in Iran, è sostanzialmente intatta, cioè è rimasta quella carneficina che culmina in una guerra d&#8217;attrito. Lo dimostra anche la formazione di due governi paralleli tra Khartoum e il Darfur. <strong>Mentre in Medio Oriente assistiamo a un classico conflitto interstatale, in Africa si combatte per ridisegnare la cartografia e gli equilibri interni,</strong> influenzati da una bilancia demografica in piena espansione che differisce da quella mediorientale. Esistono certamente legami geografici e commerciali tra le due regioni, come la rotta del Canale di Suez, che è parte di un unico circuito commerciale che comincia nello stretto di Hormuz ma i conflitti africani mantengono una loro autonomia e non sono necessariamente lo specchio di quelli esterni. Se così non fosse allora perché non ci poniamo mai la domanda in termini inversi: cioè come le tensioni in Sudan, in Etiopia o in Somalia stanno influenzando le dinamiche mediorientali? Dovremmo imparare che non si possono comprendere queste crisi se cerchiamo di raggrupparle o vederle come mere appendici di dinamiche globali&#8221;.</p>



<p><strong>Ritieni possibile che sulla dorsale Egitto-Sudan-Sud Sudan-Etiopia si possano espandere ulteriori dinamiche critiche?</strong></p>



<p>&#8220;Il rischio di <strong>una ripresa del conflitto tra l&#8217;Etiopia e il Tigray, quest&#8217;ultimo potenzialmente supportato dall&#8217;Eritrea, rappresenta oggi la minaccia principale. </strong>Parliamo di una guerra che ha già causato centinaia di migliaia di morti nel 2020 e il 2022 e che rischia di saldarsi con l&#8217;instabilità interna nelle regioni etiopi dell’Oromia e dll’Amhara. Tuttavia, un elemento spesso sottovalutato ma altrettanto pregnante è la ripresa del conflitto in Sud Sudan. Nonostante i tentativi di Giuba di isolarsi dalla crisi del Sudan, i due conflitti si stanno progressivamente saldando in un&#8217;unica placca di destabilizzazione che parte dal Sudan, attraversa Etiopia e Somalia e arriva fino ai confini del Kenya. Data la strategicità dell&#8217;area per il commercio marittimo, un allargamento di questa faglia avrebbe ripercussioni economiche e umanitarie notevoli. In Somalia, inoltre, oltre alla questione del Somaliland, i rapporti tra governo centrale e governi federati sono travagliate. Stati come il Jubaland e il Puntland, evocano sempre più frequentemente la possibilità di una secessione a fronte di una riforma costituzionale centralista varata dal governo federale. In sintesi, <strong>lo scenario peggiore vede la ripresa della guerra etiope, l&#8217;allargamento della crisi sudanese al Sud Sudan e il rafforzamento delle spinte centrifughe in Somalia.</strong> A questo si aggiungono le notizie degli ultimi giorni su un possibile allargamento del conflitto in Sudan al Ciad. Insomma, l’Africa centrorientale è in piena ebollizione e in questo contesto tutto può succedere&#8221;.</p>



<p><strong>Qual è, invece, lo stato dell’arte della sfida dell’insorgenza jihadista in Africa?</strong></p>



<p>&#8220;Frammentato, ma purtroppo positivo per le insorgenze cosiddette jihadiste. In Somalia, al-Shabaab è riuscita, almeno finora, a speculare sulle divisioni interne al fronte governativo: nonostante alcune sconfitte militari importanti, il gruppo beneficia del peggioramento delle relazioni tra Stato federale e Stati federati, che impedisce un coordinamento efficace della contro-insurrezione. Al contrario, <strong>lo Stato Islamico nel Puntland ha subito pesanti perdite</strong> grazie a una stretta collaborazione tra le autorità locali e gli Stati Uniti, un successo che però alimenta ulteriormente la spinta autonomista del Puntland rispetto a Mogadiscio. In Africa Occidentale assistiamo a un consolidamento della supremazia jihadista in Mali e Burkina Faso, dove ampie aree di entrambi i Paesi sono sotto l’influenza di gruppi che utilizzano una strategia di strangolamento economico contro Bamako e Ouagadougou attraverso il controllo delle reti logistiche che in questo momento mettono sotto pressione i principali centri abitati di entrambi i paesi. </p>



<p>In questo contesto sta prendendo piede anche la spinta verso il Golfo di Guinea, con attacchi in Togo, Benin e ai confini con il Ghana, che recentemente ha firmato un accordo di cooperazione contro il terrorismo con l’Unione Europea. Io non credo che in questa fase i gruppi jihadisti abbiano la potenzialità per arrivare fino all&#8217;oceano Atlantico ma possono comunque mettere pressione ai principali paesi rivieraschi della regione con le ricadute economiche che immaginiamo. <strong>Anche la Nigeria, nonostante il rinnovato supporto americano, vive una recrudescenza jihadista </strong>che mette sotto pressione il principale attore economico della regione. In linea generale poi vanno considerate due dinamiche. La prima è il pragmatismo crescente dei jihadisti in Africa occidentale, con gruppi come il JNIM che si sono alleati anche con organizzazioni separatiste a causa dell’etnicizzazione del conflitto prodotta dai discorsi delle giunte al potere nella regione che hanno stigmatizzato più volte le comunità Peul e Tuareg. Seconda, e più tattica, la progressiva sofisticazione degli arsenali degli insorti che ormai usano i droni con una grande capacità diventando più letali&#8221;.</p>



<p><strong>Come l’Europa e Paesi come l’Italia dovrebbero, a tuo avviso, affrontare tali scenari?</strong></p>



<p>&#8220;Difficile dirlo perché oggettivamente, almeno per quanto riguarda l&#8217;Africa subsahariana, la situazione attuale richiederebbe l’uso di una dose massiccia di realismo politico e di pragmatismo e in questa fase in pochi sono disposti ad usarlo. Per quanto riguarda l&#8217;Africa occidentale, sarebbe logico spingere per accordi con i gruppi armati locali, dato che ogni opzione di tipo militare ha fallito, ma questo tipo di iniziative è inconcepibile per Paesi come la Francia. Questo posizionamento francese apre a delle possibilità per noi italiani, <strong>più ben voluti nella regione rispetto all’ex potenza coloniale</strong>, e che come già avvenuto in passato, potremmo giocare di sponda con la diplomazia vaticana, storicamente un moltiplicatore della nostra influenza in Africa, per favorire queste mediazioni che sedando o ridimensionando i conflitti contribuirebbero a ridimensionare anche i flussi migratori verso il nostro Paese. Nel Corno d’Africa la situazione è invece completamente diversa. <strong>Il nostro spazio di manovra rispetto a conflitti come quello in corso in Sudan è molto più limitato</strong>, specialmente dopo che la nuova amministrazione americana ha escluso i partner europei dalla principale piattaforma negoziale, il cosiddetto quartetto. </p>



<p>Al momento possiamo solo cercare di mitigare le esternalità negative, come la crisi umanitaria e i rischi per la navigazione. Il nostro governo si è mosso in questo senso consegnando una prima tranche di aiuti umanitari che sono arrivati a Port Sudan nel dicembre scorso, poco prima di Natale. Nel lungo termine, <strong>la crisi del Corno d’Africa potrebbe rappresentare un banco di prova per la nostra postura diplomatica</strong>: abbiamo sempre mantenuto una posizione equilibrata, che ci ha consentito di parlare con tutti gli attori della regione, anche con quelli in conflitto tra loro, ma questa potrebbe diventare non più sostenibile. Il protrarsi dei conflitti potrebbe imporci di sceglier tra fazioni contrapposte in Sudan, Somalia o Etiopia. Sarà necessario modificare la nostra strategia storica per adattarci a un&#8217;epoca di scelte inevitabili, sperando di confermare la capacità del nostro Paese di individuare la direzione corretta nel lungo periodo come abbiamo spesso fatto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale&#8221;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/sudan-etiopia-congo-jihadismo-le-molte-crisi-che-perturbano-lafrica.html">Sudan, Etiopia, Congo, jihadismo: le molte crisi che perturbano l&#8217;Africa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il Sahel oggi come la Siria ieri: si va allo scontro tra Isis e Al Qaeda</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-sahel-oggi-come-la-siria-ieri-si-va-allo-scontro-tra-isis-e-al-qaeda.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 01:15:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Jihadismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sahel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260226155213172_d0999613db361636ebf58d1d1d055e69-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I due principali gruppi jihadisti, tramite le proprie sigle locali, sono entrati in conflitto per il controllo di interi territori nel Sahel.</p>
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<p>Così come accaduto in Siria alcuni anni fa, <strong>anche in Africa si va verso lo scontro tutto interno al mondo islamista tra Isis e Al Qaeda</strong>. Tra le due sigle, cioè, che più hanno tragicamente rappresentato negli ultimi decenni la galassia jihadista,<strong> capaci nel Sahel di conquistare il controllo di ampie fette di territorio</strong>. Ed è proprio sul controllo del terreno che sono nate le prime dispute, adesso sempre più proiettate a trasformarsi <strong>in veri e propri confronti armati</strong>. A rompere definitivamente gli equilibri è stato uno dei principali leader terroristici della regione: <strong>Saa&#8217;d</strong>, così com&#8217;è conosciuto con il suo nome da battaglia,<a href="https://x.com/BrantPhilip_/status/2026608772685132148"> ha infatti annunciato la propria defezione da Al Qaeda ed è contestualmente passato tra le fila dell&#8217;Isis. </a></p>



<h2 class="wp-block-heading">Jnim contro Isgs</h2>



<p>Per la verità, le sigle con cui le due principali organizzazioni terroristiche sono conosciute in Africa hanno svariate declinazioni. L&#8217;Isis ad esempio, a seconda della regione di riferimento, può diventare <strong>Isgs</strong> (Stato Islamico del Grande Sahara) oppure <strong>Iswap</strong> (Stato Islamico dell&#8217;Africa Occidentale). Al Qaeda invece, nella regione subsahariana è più nota con la sigla <strong>Jnim</strong>. Si tratta dell&#8217;acronimo d<em>i Jamaʿat Nusrat al Islam wa muslimin</em>, ossia &#8220;Fronte dell&#8217;Appoggio all&#8217;Islam e ai Musulmani&#8221;. Il gruppo è nato dalla fusione delle varie milizie islamiste che hanno avviato <strong>la guerra civile nel Nord del Mali nel 2012</strong>, lì dove erano riuscite a costruire un vero e proprio califfato.</p>



<p>Dal Mali poi, la guerriglia jihadista si è spostata rapidamente circa un decennio fa in <strong>Burkina Faso</strong>. Fino a raggiungere, in tempi più recenti, anche il <strong>Niger</strong>. I tre Paesi del Sahel, tutti e tre governati da giunte militari che progressivamente dal 2020 al 2023 hanno preso il potere, sono preda della violenza jihadista. La quale non si manifesta solo con gli attentati, <strong>ma anche con il controllo e l&#8217;amministrazione del territorio.</strong> Si calcola che oltre il 50% del Mali e del Burkina Faso siano oramai fuori dal controllo statale, minore ma comunque importante è la percentuale che riguarda il Niger. <strong>Il Jnim ha sempre rappresentato il gruppo più influente, ma adesso qualcosa sta cambiando</strong>. L&#8217;Isgs vorrebbe costituire qui uno <strong>Stato Islamico </strong>simile al modello visto in Siria e in Iraq tra il 2014 e il 2019. Ed è quindi intenzionata a lanciare uno scontro a tutto campo contro il Jnim. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="it" dir="ltr"><a href="https://twitter.com/hashtag/BurkinaFaso?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#BurkinaFaso</a> <a href="https://twitter.com/hashtag/Jnim?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Jnim</a> <a href="https://twitter.com/hashtag/Isgs?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Isgs</a> Importante defezione nelle file di Jnin. Uno dei leader del movimento nella zona del burkina faso, Saa&#39;d, sarebbe passato con tutti i suoi effettivi dalla parte di ISGS. Il che fa presagire un&#39;espansione del controllo del califfato a spese di Jnim in… <a href="https://t.co/8vOo32x0f2">pic.twitter.com/8vOo32x0f2</a></p>&mdash; Majakovsk (@Majakovsk73) <a href="https://twitter.com/Majakovsk73/status/2021281571131523436?ref_src=twsrc%5Etfw">February 10, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<h2 class="wp-block-heading">Le defezioni e gli scontri armati</h2>



<p>Saa&#8217;d, come detto in precedenza, ha sparigliato le carte. In un comunicato diffuso sui canali web dell&#8217;Isis, il terrorista ha dichiarato di essere stato deluso dal Jnim. Secondo il leader jihadista, il gruppo affiliato ad Al Qaeda non applicherebbe in modo così rigido la <strong>sharia</strong> e avrebbe portato avanti <strong>tecniche militari non condivise. </strong>Con il suo passaggio all&#8217;Isgs, la sigla più vicina all&#8217;Isis adesso ha guadagnato non poco terreno. Soprattutto in Burkina Faso, principale &#8220;feudo&#8221; di Saa&#8217;d. Qui ora lo Stato Islamico controlla buona parte della cosiddetta &#8220;<strong>area dei tre confini</strong>&#8220;, una zona cioè dove convergono i confini di Burkina Faso, Mali e Niger. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">Jama’at Nusrat al-Islam wa al-Muslimin (<a href="https://twitter.com/hashtag/JNIM?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#JNIM</a>) Militants Kill 50 Burkinabe Soldiers in a Large-Scale Armed Assault in <a href="https://twitter.com/hashtag/Tandjari?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Tandjari</a>, <a href="https://twitter.com/hashtag/Gourma?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Gourma</a> Province, <a href="https://twitter.com/hashtag/Burkina?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Burkina</a> Faso <a href="https://t.co/lqxRxwqdhl">https://t.co/lqxRxwqdhl</a> <a href="https://t.co/1jRqEsxhpS">pic.twitter.com/1jRqEsxhpS</a></p>&mdash; TRACTerrorism (@TracTerrorism) <a href="https://twitter.com/TracTerrorism/status/2023824775974703151?ref_src=twsrc%5Etfw">February 17, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Il Jnim però non è rimasto a guardare. Non solo i propri combattenti hanno agito contro l&#8217;Isgs, prendendo di mira le aree dove è forte il radicamento dei combattenti vicini a Saa&#8217;d, <strong>ma ha anche intensificato le azioni contro il governo</strong>. Il 15 febbraio scorso, così come reso noto da diversi media locali, miliziani Jnim hanno ucciso in un&#8217;imboscata oltre 50 soldati burkinabé a <strong>Tandjari</strong>. Segno di come il gruppo abbia oramai alzato il tiro nei confronti di ogni presenza statale. Un modo, tra le altre cose, per dimostrare all&#8217;Isgs la propria forza.</p>
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		<title>&#8220;Essere amici degli Usa può essere fatale&#8221;: i curdi sedotti e abbandonati da Washington in Siria</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/essere-amici-degli-usa-puo-essere-fatale-i-curdi-sedotti-e-abbandonati-da-washington-in-siria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Jan 2026 10:21:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>I curdi in Siria sono stati scaricati da Washington, che non ha mosso un dito per fermare l'avanzata dei governativi di al-Shaara.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/OVERCOME_20260120104737763_f3a8e9a159d15156304c96a1fd70a401-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sedotti e abbandonati. Sembra essere questo il triste e tragico destino dei curdi in Siria, un tempo impiegati come <em>proxy</em> dagli Stati Uniti e dalla coalizione occidentale nella lotta contro l&#8217;ISIS e oggi lasciati soli dinanzi all&#8217;avanzata delle truppe governative di Al-Shaara, che hanno <a href="https://it.insideover.com/guerra/siria-la-caduta-del-rojava-non-spegne-le-violenze-tra-governo-centrale-e-curdi.html">posto fine a un decennio di autonomia curda nella regione del <strong>Rojava</strong></a>. Sabato le truppe governative sono avanzate rapidamente nel territorio controllato per anni dalle forze guidate dalla <em>Syrian Democratic Forces</em> (SDF), catturando città su entrambi i lati del fiume Eufrate, il più grande giacimento petrolifero del Paese (Al-Omar) e uno di gas.</p>



<p>Sotto la pressione di un&#8217;avanzata governativa nelle aree controllate dai curdi, il leader delle Forze Democratiche Siriane (SDF), <strong>Mazloum Abdi</strong>, ha annunciato domenica un accordo di cessate il fuoco che formalizza l&#8217;integrazione curda nello Stato, al fine di evitare una &#8220;guerra civile&#8221;. Tuttavia, per molti curdi questo patto rappresenta non una vittoria, ma un&#8217;amara capitolazione dopo anni di sacrifici nella lotta contro lo Stato Islamico (IS).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Abbattuta la statua simbolo delle donne curde</h2>



<p>Fonti ufficiali e di sicurezza hanno confermato la conquista di infrastrutture strategiche, <strong>inclusi giacimenti energetici che rappresentavano una porzione significativa della produzione siriana di petrolio e gas</strong>. La provincia di Al-Hasakah, in particolare, produceva storicamente quasi <strong>due terzi del petrolio e del gas nazionale</strong>. Un episodio simbolico diffuso sui social in queste ore ha sottolineato la portata di quanto accaduto nel weekend: le forze governative hanno abbattuto una statua dedicata alle <em>Women’s Protection Units</em> (YPJ), le donne curde combattenti delle forze di autodifesa, nel Nord-Est della Siria. Le YPJ, parte integrante delle SDF, erano diventate un <strong>simbolo internazionale della resistenza curda</strong> e della lotta per i diritti delle donne.</p>



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<p><strong>Farhad Shami</strong>, portavoce delle SDF, ha dichiarato a Rudaw che circa 1.500 militanti dell&#8217;ISIS – tra cui stranieri e siriani – sono stati rilasciati da gruppi armati affiliati a Damasco dalla prigione di Al-Shaddadi, nella provincia di Hasaka. In un comunicato urgente del 19 gennaio 2026, il Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK) ha denunciato direttamente le forze di Al-Sharaa per aver attaccato Al-Shaddadi, rilasciato migliaia di miliziani dell&#8217;ISIS e lanciato assalti su Kobane – simbolo della resistenza curda del 2015 contro lo Stato Islamico – accusando la coalizione internazionale di inerzia e chiamando il mondo a denunciare questi &#8220;attacchi genocidi&#8221;.</p>



<p>Il Ministero dei Beni Religiosi siriano ha invitato le moschee a celebrare con preghiere e takbir le “conquiste e vittorie” contro i curdi, in un clima di festeggiamenti ufficiali per il ripristino del controllo centrale. </p>



<p>Le forze governative stanno ora entrando a <strong>Hasakah</strong>, città di circa 420.000 abitanti e capoluogo della provincia omonima. Hasakah, a maggioranza araba ma con una significativa popolazione curda e una presenza cristiana, era considerata dalle SDF – guidate dal generale <strong>Mazloum Abdi</strong> – come un&#8217;area da tutelare con un certo grado di autonomia. Quelle speranze sono ora svanite. La città si trova circa 80 km  a sud di Qamishli, roccaforte a maggioranza curda. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli Usa abbandonano i curdi</h2>



<p>Cruciale, in tal senso, il ritiro dell&#8217;appoggio ai curdi da parte degli Stati Uniti, che non hanno mosso un dito per tentare di fermare l&#8217;avanzata degli uomini di Al-Shaara. Il comandante delle Unità di Protezione Popolare (YPG), <strong>Sipan Hamo</strong>,<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/kurdish-commander-calls-us-intervene-forcefully-syria-clashes-2026-01-18/"> ha dichiarato all&#8217;agenzia <em>Reuters</em></a> che l’incontro svoltosi sabato tra l’inviato speciale statunitense <strong>Tom Barrack</strong> e i rappresentanti curdi non ha prodotto alcuna tabella di marcia concreta per un cessate il fuoco.</p>



<p>Hamo ha smentito categoricamente l’intenzione dei curdi siriani di separarsi dalla Siria o di creare uno Stato indipendente, sottolineando che il loro futuro resta all’interno del paese siriano. «La nostra più grande speranza è ottenere un risultato concreto, soprattutto da parte della coalizione internazionale e degli Stati Uniti – ha affermato Hamo – ovvero che intervengano con maggiore decisione e incisività sui problemi attuali rispetto a quanto stanno facendo finora». Nonostante l’appello del <strong>Comando Centrale statunitense (CENTCOM) </strong>a interrompere le ostilità, le truppe governative siriane hanno proseguito l’avanzata nei territori controllati dai curdi. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La delusione dei curdi</h2>



<p>La verità è che i curdi siriani rappresentano <strong>l&#8217;ennesimo popolo sedotto e abbandonato dagli Stati Uniti</strong> per calcoli geopolitici cinici. Durante la guerra civile siriana, le YPG/SDF si sono alleate con Washington contro l&#8217;ISIS, combattendo in prima linea per liberare Raqqa, Kobane e altri territori, con migliaia di martiri. Per un lungo periodo, i curdi siriani speravano che la caduta di <strong>Bashar al-Assad</strong>, portasse al formale riconoscimento dell&#8217;autonomia nel Rojava. </p>



<p>Ma con l&#8217;ascesa di Ahmed al-Sharaa (ex leader di Hayat Tahrir al-Sham, sostenuto tra gli altri dalla Turchia), tutto è svanito. Ankara vede le YPG come una pericolosa estensione del PKK e una minaccia alla sicurezza nazionale. E gli USA, dopo aver usato i curdi come <em>proxy</em> anti-ISIS, hanno ridotto il sostegno, accettando <em>de facto</em> l&#8217;avanzata delle forze di Damasco per stabilizzare il post-Assad. </p>



<p>La disillusione tra i curdi, dopo l&#8217;accordo siglato domenica, è ai massimi livelli. «Non ho mai avuto la sensazione che il sostegno degli americani fosse genuino«, <a href="https://www.france24.com/en/live-news/20260119-syria-s-kurds-feel-disappointed-abandoned-by-us-after-damascus-deal">ha affermato a <em>France24</em></a> l&#8217;attivista curda quarantenne <strong>Hevi Ahmed</strong>, che ha paragonato i rapporti di Washington con le persone a «una semplice attività di intermediazione immobiliare. L&#8217;accordo è una delusione dopo anni di speranza che la Costituzione siriana potesse prevedere un futuro migliore per i curdi», ha aggiunto.</p>



<p>Sedotti e abbandonati, dunque: affidarsi agli Stati Uniti non sempre è un grande affare, perché Washington ha dimostrato in più occasioni di non avere remore a lasciare sul campo i suoi ex alleati con le loro speranze, i loro morti e le loro statue abbattute. Forse non ha torto chi diceva: «​Essere nemici degli Usa può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale». <br></p>



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<p><a href="https://x.com/ShawnRyan762"></a><a href="https://x.com/ShawnRyan762"></a></p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/essere-amici-degli-usa-puo-essere-fatale-i-curdi-sedotti-e-abbandonati-da-washington-in-siria.html">&#8220;Essere amici degli Usa può essere fatale&#8221;: i curdi sedotti e abbandonati da Washington in Siria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Attacco all&#8217;Isis: il raid congiunto di Francia e Regno Unito in Siria</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/attacco-allisis-il-raid-congiunto-di-francia-e-regno-unito-in-siria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 07:47:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Francia e Regno Unito hanno colpito congiuntamente dei depositi d&#8217;armi dello Stato Islamico in Siria attaccando, nella notte tra sabato 3 e domenica 4 gennaio, dei tunnel ritenuti funzionali a stoccare armi ed esplosivi appartenenti all&#8217;arsenale dell&#8217;Isis a Nord di Palmira. L&#8217;attacco franco-britannico in Siria L&#8217;operazione congiunta ha visto operare i caccia Eurofighter Typhoon della &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/attacco-allisis-il-raid-congiunto-di-francia-e-regno-unito-in-siria.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/attacco-allisis-il-raid-congiunto-di-francia-e-regno-unito-in-siria.html">Attacco all&#8217;Isis: il raid congiunto di Francia e Regno Unito in Siria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/01/G6mjL-UWQAAX4mH-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Francia e Regno Unito </strong>hanno colpito congiuntamente dei <strong>depositi d&#8217;armi dello Stato Islamico</strong> in Siria attaccando, nella notte tra sabato 3 e domenica 4 gennaio, dei tunnel ritenuti funzionali a stoccare armi ed esplosivi appartenenti all&#8217;arsenale dell&#8217;Isis a Nord di Palmira. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;attacco franco-britannico in Siria</h2>



<p>L&#8217;operazione congiunta ha <strong>visto operare i caccia Eurofighter Typhoon</strong> della Royal Air Force e i <strong>Dassault Rafale</strong> dell&#8217;Arméé de l&#8217;Air e de l&#8217;Espace francese in un raro caso di attacco coordinato multinazionale contro l&#8217;Isis, come non si vedeva da diversi anni: era il 14 aprile 2018 quando Francia, Regno Unito e Stati Uniti attaccarono <a href="https://it.insideover.com/guerra/attacco-contro-la-siria-sei-cose-da-sapere.html">congiuntamente le forze del <strong>regime siriano di Bashar al-Assad</strong></a> per danneggiare la sua capacità di compiere attacchi con armi chimiche. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">The <a href="https://twitter.com/RoyalAirForce?ref_src=twsrc%5Etfw">@RoyalAirForce</a> have continued to conduct patrols over Syria to help prevent any attempted resurgence of the Daesh terrorist movement.<br><br>The RAF joined French aircraft in a joint strike on an underground facility on the evening of Saturday 3 January: <a href="https://t.co/k3pV3OVvIi">https://t.co/k3pV3OVvIi</a> <a href="https://t.co/mk9XvnPMpH">pic.twitter.com/mk9XvnPMpH</a></p>&mdash; Ministry of Defence 🇬🇧 (@DefenceHQ) <a href="https://twitter.com/DefenceHQ/status/2007579263101456883?ref_src=twsrc%5Etfw">January 3, 2026</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Oggi, la Siria è completamente diversa. Assad è caduto e in esilio a Mosca, il Paese è governato da <strong>Ahmad al-Sharaa</strong>, passato in poco tempo da jihadista a presidente, e Damasco ha goduto di una grande apertura di credito da parte dell&#8217;Occidente che ha spinto capitali europee come Londra e Parigi ad allentare le sanzioni e a aprire un canale di cooperazione diretto che passa anche per il rilancio della collaborazione militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La presenza dell&#8217;Isis non è terminata</h2>



<p><a href="https://www.ouest-france.fr/monde/syrie/la-france-et-la-grande-bretagne-ont-mene-une-operation-contre-letat-islamique-en-syrie-2d62efdc-e8ff-11f0-9b78-7c77e15311d5">L&#8217;attacco</a>, nota lo <em>Uk Defense Journal</em>, ha comportato l&#8217;uso di bombe di precisione Paveway 4 da parte di un<a href="https://ukdefencejournal.org.uk/british-and-french-jets-strike-target-in-syria/"> caccia Typhoon della Raf per colpire in maniera precisa gli obiettivi dell&#8217;Isis</a> e va analizzato in particolar modo per la sua valenza politica oltre che strategica. Sul fronte militare, infatti, <strong>Francia e Regno Unito partecipano alla coalizione contro lo Stato Islamico</strong> nata nel 2014 a cui, <a href="https://www.atlanticcouncil.org/blogs/menasource/syria-joining-the-anti-isis-coalition-is-a-westward-pivot-with-opportunities-and-risks/">da novembre 2025, si è unita anche la nuova Siria post-Assad,</a> in una manovra politica volta a consolidare la marcia di al-Sharaa oltre il passato jihadista. </p>



<p><strong>La residua presenza dell&#8217;Isis</strong> appare un&#8217;utile palestra grazie a cui allenare questa nuova capacità di cooperazione. Gli Usa di Donald Trump lo hanno dimostrato a dicembre, colpendo decine di obiettivi Isis nell&#8217;operazione &#8220;<strong>Hawkeye Strike</strong>&#8221; dopo che proprio a Palmira due militari e un interprete americani erano stati uccisi in un attentato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un banco di prova</h2>



<p>Inoltre, per Francia e Regno Unito quella siriana contro l&#8217;Isis è un&#8217;operazione che mostra la capacità di <strong>interoperabilità, senza il supporto americano, delle forze aeree di Parigi e Londra</strong>. L&#8217;ultimo incontro bilaterale tra le due aeronautiche, tenutosi a dicembre a Lione, ha sottolineato proprio la necessità di<a href="https://www.raf.mod.uk/news/articles/raf-and-french-air-space-force-strengthen-ties-at-board-to-board-meeting-in-lyon/"> una crescente cooperazione che in questo caso ha avuto una solida prova</a> dopo il precedente dell&#8217;esercitazione francese <a href="https://ukdefencejournal.org.uk/raf-joins-french-led-exercise-volfa-2025-in-southern-france/">Volfa 2025 a cui la Raf ha partecipato.</a> Un banco di prova che sicuramente non mancherà di avere effetto sulla strutturazione del rapporto militare franco-britannico anche nel quadro di una Nato in cui la sicurezza europea sarà sempre più delegata dagli Usa alle proprie forze dei partner del Vecchio Continente. Un&#8217;eventualità a cui Regno Unito e Francia intendono prepararsi.</p>



<p><strong><em>Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. <a href="https://it.insideover.com/abbonamenti-standard">Unisciti a noi, abbonati oggi!</a></em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/attacco-allisis-il-raid-congiunto-di-francia-e-regno-unito-in-siria.html">Attacco all&#8217;Isis: il raid congiunto di Francia e Regno Unito in Siria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Usa all&#8217;attacco dell&#8217;Isis in Nigeria: Tomahawk sui campi d&#8217;addestramento nel Nord</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/usa-allattacco-dellisis-in-nigeria-tomahawk-sui-campi-daddestramento-nel-nord.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2025 07:18:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1898" height="896" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5.jpg 1898w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-300x142.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-1024x483.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-768x363.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-1536x725.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-600x283.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1898px) 100vw, 1898px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti hanno attaccato lo Stato Islamico nel Nord-Ovest della Nigeria. Lo ha comunicato il presidente Donald Trump annunciando il raid avvenuto nella notte di Natale americana. Oltre dodici missili Tomahawk sono stati utilizzati per un attacco di precisione su due campi d&#8217;addestramento dell&#8217;Isis, lanciati dal cacciatorpediniere Uss Paul Ignatius, della classe Arleigh Burke, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/usa-allattacco-dellisis-in-nigeria-tomahawk-sui-campi-daddestramento-nel-nord.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/usa-allattacco-dellisis-in-nigeria-tomahawk-sui-campi-daddestramento-nel-nord.html">Usa all&#8217;attacco dell&#8217;Isis in Nigeria: Tomahawk sui campi d&#8217;addestramento nel Nord</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1898" height="896" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5.jpg 1898w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-300x142.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-1024x483.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-768x363.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-1536x725.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/68c1a4da-5570-4b05-bf75-cf899692fdf5-600x283.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1898px) 100vw, 1898px" /></p>
<p>Gli <strong>Stati Uniti hanno attaccato lo Stato Islamico</strong> nel Nord-Ovest della Nigeria. Lo ha comunicato il presidente <strong>Donald Trump</strong> annunciando il raid avvenuto nella notte di Natale americana. Oltre dodici <strong>missili Tomahawk</strong> sono stati utilizzati per un attacco di precisione su due campi d&#8217;addestramento dell&#8217;Isis, lanciati dal <strong>cacciatorpediniere Uss Paul Ignatius,</strong> della classe <strong>Arleigh Burke</strong>, che nelle scorse settimane si era avvicinata al teatro d&#8217;operazioni dell&#8217;Atlantico centro-orientale dopo aver incrociato al largo del Marocco.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">VIDEO: The US missile strike that hit ISIS in north-west Nigeria <a href="https://t.co/NlIeITYh5y">pic.twitter.com/NlIeITYh5y</a></p>&mdash; TheCable (@thecableng) <a href="https://twitter.com/thecableng/status/2004446700161978492?ref_src=twsrc%5Etfw">December 26, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>Il<a href="https://it.insideover.com/guerra/caos-in-benin-tentativo-di-golpe-fallisce-dopo-lintervento-nigeriano.html"> governo nigeriano </a>avrebbe approvato l&#8217;azione del Comando Africano (Africom) degli Usa nel quadro del coordinamento d&#8217;intelligence e sicurezza. Abuja avrebbe richiesto l&#8217;assistenza militare Usa anche se Washington non ha approvato alcuna <strong>risoluzione operativa finalizzata a approvare azioni di questo tipo</strong>. Justin Amash, ex deputato repubblicano del Michigan, ha scritto su X un duro post di critica all&#8217;unilateralismo di Trump, sottolineando che &#8220;se gli Stati Uniti debbano o meno impegnarsi in conflitti in tutto il mondo è una decisione che spetta ai rappresentanti del popolo al Congresso, non al presidente&#8221;.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-rich is-provider-twitter wp-block-embed-twitter"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true"><p lang="en" dir="ltr">There’s no authority for strikes on terrorists in Nigeria or anywhere on earth.<br><br>The 2001 AUMF is only for the perpetrators of the 9/11 attacks.<br><br>The War Powers Resolution doesn’t grant any authority beyond the Constitution. Offensive military actions need congressional approval.… <a href="https://t.co/CUbx3yQXC9">pic.twitter.com/CUbx3yQXC9</a></p>&mdash; Justin Amash (@justinamash) <a href="https://twitter.com/justinamash/status/2004337047343972528?ref_src=twsrc%5Etfw">December 25, 2025</a></blockquote><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script>
</div></figure>



<p>L&#8217;operazione segue una serie di <strong>analoghe operazioni contro lo Stato Islamico in Siria, dove settimana scorsa gli Usa</strong> hanno colpito almeno <strong>70 obiettivi riconducibili ai jihadisti</strong> e, al contempo, si inserisce nella complessa dialettica con la Nigeria. Negli scorsi mesi Trump ha più volte polemizzato a distanza con il presidente nigeriano <strong>Bola Tinbu,</strong> accusando Abuja di non fare abbastanza per contrastare il terrorismo e l&#8217;insorgenza dell&#8217;Isis e di Boko Haram e ponendo in particolare al centro la questione dei <strong>massacri di cristiani</strong> nigeriani. Quest&#8217;ultimo fronte è molto diffuso nel mondo <strong>conservatore statunitense come cavallo di battaglia</strong></p>



<p>&#8220;L&#8217;insurrezione è in corso da oltre un decennio, uccidendo migliaia di cristiani e musulmani di ogni confessione religiosa&#8221;, <a href="https://www.nytimes.com/2025/12/25/us/politics/trump-isis-nigeria-strike.html">scrive il New York Times</a>, sottolineando che le autorità nigeriane respingono l&#8217;idea del &#8220;genocidio cristiano&#8221;, nel contesto di un&#8217;escalation di violenza che nel Nord del Paese crea grandi problemi: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La Nigeria non è ufficialmente in guerra, ma lì vengono uccise più persone che nella maggior parte dei paesi devastati dalla guerra. Solo quest&#8217;anno, più di 12.000 persone sono state uccise da vari gruppi violenti, secondo Armed Conflict Location and Event Data, un gruppo di monitoraggio dei conflitti.</p>
</blockquote>



<p>Un conflitto violento che anche nel mondo delle <strong>istituzioni religiose cristiane è letto con cautela, tanto che anche il Cardinale Pietro Parolin</strong>, segretario di Stato <a href="https://www.ncregister.com/news/caldwell-parolin-nigeria-comments">della Santa Sede, ha ribadito che <strong>la radice dello scontro è sociale, non religiosa</strong>.</a> Ma per gli Usa quest&#8217;ultima chiave di lettura va cavalcata, tanto che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha giustificato l&#8217;azione dichiarando che &#8221; l&#8217;uccisione di <a href="https://abcnews.go.com/Politics/trump-us-launched-strike-isis-terrorists-nigeria/story?id=128697246">cristiani innocenti in Nigeria (e altrove) deve finire&#8221;.</a> </p>



<p><strong>Il primo Natale del Trump 2.0 si chiude dunque come un Natale di bombe e missili</strong> che segna l&#8217;intervento Usa in un nuovo conflitto dopo che nel 2025 Washington ha colpito in Yemen, Somalia, Siria, Iran e tra Oceano Pacifico e Mar dei Caraibi contro i presunti narcotrafficanti. Un&#8217;espansione della proiezione militare americana che oggi arriva fino all&#8217;Africa occidentale, con conseguenze tutte da analizzare sugli equilibri interni della Nigeria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/usa-allattacco-dellisis-in-nigeria-tomahawk-sui-campi-daddestramento-nel-nord.html">Usa all&#8217;attacco dell&#8217;Isis in Nigeria: Tomahawk sui campi d&#8217;addestramento nel Nord</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Mozambico, torna l&#8217;incubo Isis a Cabo Delgado: 50mila persone in fuga</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/mozambico-torna-lincubo-isis-a-cabo-delgado-50mila-persone-in-fuga.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Nov 2025 05:53:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Total]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1648" height="910" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mozambico" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico.webp 1648w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-300x166.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-1024x565.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-768x424.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-1536x848.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-600x331.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1648px) 100vw, 1648px" /></p>
<p>Gli islamisti colpiscono nel Nord del Mozambico con una frequenza quasi quotidiana, spesso in più comunità nello stesso giorno. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/mozambico-torna-lincubo-isis-a-cabo-delgado-50mila-persone-in-fuga.html">Mozambico, torna l&#8217;incubo Isis a Cabo Delgado: 50mila persone in fuga</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1648" height="910" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico.webp" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Mozambico" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico.webp 1648w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-300x166.webp 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-1024x565.webp 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-768x424.webp 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-1536x848.webp 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/mozambico-600x331.webp 600w" sizes="auto, (max-width: 1648px) 100vw, 1648px" /></p>
<p>Nel <strong>Nord del Mozambico, tra Nampula e Cabo Delgado</strong>, una violenza che sembrava attenuarsi è tornata a travolgere intere comunità. In poche settimane oltre cinquantamila persone sono scappate dai villaggi di Memba, inseguite dalla paura di nuovi assalti e dalla certezza che gli insorti non fanno distinzioni: bruciano case, distruggono scuole, saccheggiano negozi, rapiscono bambini. È una fuga disordinata, fatta di donne e bambini che percorrono chilometri verso l’interno, dove le strutture che li accolgono sono già sovraffollate.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ritorno degli insorti e l’assenza dello Stato</h2>



<p>Dopo una breve pausa, gli insorti sono riapparsi a Memba il 10 novembre. Da allora colpiscono con una frequenza quasi quotidiana, spesso in più comunità nello stesso giorno. Danni materiali enormi, paura diffusa e l’idea, confermata dal governatore <strong>Eduardo Abdula</strong>, che non si tratti di una migrazione spontanea ma di un’espulsione forzata: famiglie cacciate dalle loro terre. E mentre si raccolgono i primi cinquanta mila sfollati, altre migliaia potrebbero arrivare.</p>



<p>La situazione sanitaria precipita. Il colera, già presente con centinaia di casi, trova terreno fertile tra rifugi precari, mancanza di acqua e piogge imminenti. È un’emergenza che rischia di trasformarsi in una catastrofe.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cabo Delgado: una guerra di otto anni</h2>



<p>Il dramma di Nampula si somma alla crisi storica di <strong>Cabo Delgado, dove da otto anni gli insorti affiliati allo Stato Islamico agiscono con brutalità</strong>: decapitazioni, sequestri, assalti alle città. A settembre il gruppo ha lanciato una nuova offensiva nella sua ex roccaforte di Mocimboa da Praia, provocando altri novantatremila sfollati. Gli analisti di ACLED stimano che l’undici per cento delle azioni violente globali dell’IS nel 2025 sia avvenuto proprio in Mozambico. Il Paese è diventato uno dei poli africani dell’estremismo jihadista.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tagli agli aiuti e vuoti pericolosi</h2>



<p>A complicare tutto, i tagli ai programmi di assistenza degli Stati Uniti. Lo smantellamento dell’USAID deciso a gennaio ha cancellato o ridotto drasticamente iniziative dedicate alla prevenzione dell’estremismo, soprattutto in aree dove i giovani, senza opportunità, finiscono reclutati dagli insorti. Ex funzionari dell’Agenzia lo dicono apertamente: <strong>la fine dei programmi ha creato uno spazio che i gruppi jihadisti hanno riempito con facilità.</strong></p>



<p>Anche gli aiuti delle Nazioni Unite sono insufficienti: i fondi arrivati coprono appena un quinto di quanto richiesto per il 2025. Il Programma alimentare mondiale ha dovuto ridurre gli assistiti da un milione a poco più di trecentomila persone, lasciando indietro centinaia di migliaia di sfollati.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il paradosso delle risorse: gas e instabilità</h2>



<p>Il cuore del paradosso mozambicano è tutto qui: a pochi chilometri dalla crisi umanitaria si trovano giacimenti di gas naturale tra i più promettenti dell’Africa. Colossi come TotalEnergies ed ExxonMobil hanno investito miliardi nel progetto di Afungi, vicino a Palma. <strong>Ma lo sviluppo è continuamente frenato dall’instabilità.</strong> Il solo attacco del 2021 ha costretto a sospendere i lavori e a evacuare tecnici e operai. Ora <a href="https://it.insideover.com/guerra/massacri-in-mozambico-total-denunciata-in-francia.html">TotalEnergies</a> lascia intendere che potrebbe revocare la “forza maggiore”, ma la ripresa dipende dal ritorno della sicurezza. E quando la sicurezza è così fragile, ogni decisione diventa un azzardo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione</h2>



<p>Il Nord del Mozambico non è solo teatro di una crisi locale. È un crocevia dove estremismo, povertà, fragilità istituzionale e interessi energetici globali si sovrappongono. Le fughe di massa, i villaggi incendiati e le scuole distrutte sono il sintomo più evidente di <strong>uno Stato che non riesce a controllare una parte del proprio territorio.</strong> Finché la comunità internazionale non investirà con continuità nella stabilizzazione – e non solo nelle emergenze – questa crisi continuerà a ripresentarsi, ogni volta più devastante della precedente.</p>
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		<title>I rapimenti dei cristiani e le vulnerabilità della Nigeria</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/i-rapimenti-dei-cristiani-e-le-vulnerabilita-della-nigeria.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2025 13:16:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Nigeria è piombata nuovamente nell&#8217;incubo di Chibok, località quest&#8217;ultima resa tristemente famosa dal rapimento di massa di 275 giovani studentesse cristiane da parte di Boko Haram. La storia adesso si ripete. Venerdì scorso a Papiri, nello Stato di Niger (da non confondere con l&#8217;omonimo Paese saheliano), un gruppo armato ha portato via 315 persone &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/i-rapimenti-dei-cristiani-e-le-vulnerabilita-della-nigeria.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/i-rapimenti-dei-cristiani-e-le-vulnerabilita-della-nigeria.html">I rapimenti dei cristiani e le vulnerabilità della Nigeria</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/OVERCOME_202511241400497_61d6897f34e47fe4df2ac159dd68ae1c-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Nigeria è piombata nuovamente nell&#8217;incubo di <strong>Chibok</strong>, località quest&#8217;ultima resa tristemente famosa dal rapimento di massa di 275 giovani studentesse cristiane <a href="https://it.insideover.com/video/in-fuga-da-boko-haram">da parte di Boko Haram</a>. La storia adesso si ripete. Venerdì scorso a <strong>Papiri</strong>, nello Stato di Niger (da non confondere con l&#8217;omonimo Paese saheliano), un gruppo armato ha portato via 315 persone da una scuola cattolica. Si tratta dell&#8217;istituto <strong>St. Mary</strong>, dove studiano ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 18 anni. Tra le persone rapite, 303 sono studenti e 12 sono invece insegnanti. Alcuni di loro sono riusciti a fuggire dalle grinfie dei rapitori, ma tanti altri sono ancora rinchiusi da qualche parte nella foresta attorno Papiri. <strong>Il loro incubo è lo stesso di un intero Paese</strong> che, ancora una volta, si mostra vulnerabile e impotente davanti l&#8217;avanzare della violenza. </p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;incubo iniziato durante le ore di lezione</h2>



<p>Alcuni segnali, è la testimonianza emersa dei media locali, si sono avuti nei giorni precedenti il rapimento. Il 17 novembre, ad esempio, nel vicino Stato di <strong>Kebbi</strong> almeno 25 studentesse<a href="https://www.dw.com/en/nigeria-gunmen-kidnap-25-students-from-kebbi-high-school/a-74782165"> sono state portate via da un&#8217;altra scuola cristiana</a>. Più a sud, nella località di <strong>Eruku</strong>, nello Stato di Kwara, un gruppo armato il 18 novembre ha fatto irruzione in una Chiesa pentecostale durante la messa e ha rapito 38 fedeli. Le condizioni di sicurezza dunque, in tutta l&#8217;area sono considerate <strong>in fase di repentino deterioramento. </strong></p>



<p>Venerdì scorso, durante le ore di lezione, il rumore dei colpi di arma da fuoco avvertito dagli studenti della St. Mary ha forse subito fatto pensare al peggio. Dopo i tanti episodi registrati nei giorni precedenti, l&#8217;ombra dei rapimenti ha fatto così capolino a Papiri<strong>. I rapitori hanno agito pressoché disturbati</strong>: l&#8217;istituto ha alcune guardie armate all&#8217;ingresso, ma sono state ferite e subito messe in condizione di non agire. Gli assalitori sono andati verso le classi e lì hanno iniziato con la forza a caricare decine di studenti su alcune camionette. Dopo l&#8217;azione, <strong>la banda armata ha fatto perdere le sue tracc</strong>e. L&#8217;area circostante presenta una fitta vegetazione, con diversi boschi a lambire le rive del fiume Niger: condizioni ideali per nascondere e far sparire nel nulla centinaia di persone. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Ignoti ancora molti dettagli dell&#8217;irruzione</h2>



<p>C&#8217;è un dettaglio che occorre sottolineare: lo Stato di Niger si trova nella <strong>Nigeria centro occidentale</strong>, lontano dalle aree settentrionali del Paese.<strong> Lì dove cioè l&#8217;azione islamista di Boko Haram e dell&#8217;Isis è più ramificata</strong>. Questo rende più difficile risalire agli autori del rapimento di Papiri. Perché ad agire potrebbero essere stati miliziani jihadisti, così come però anche bande sì organizzate ma non ricollegabili all&#8217;islamismo. Oppure, ancora, potrebbe esserci stata l&#8217;azione di chi pensa solo a guadagnare dai riscatti ma, all&#8217;occorrenza, preferisce indossare le insegne dei gruppi islamisti.</p>



<p>L&#8217;assenza di rivendicazioni sta al momento complicando ulteriormente il quadro. Il governo centrale è costretto a brancolare nel buio delle ipotesi, mostrandosi ancora una volta <strong>incapace di gestire la sicurezza.</strong> L&#8217;unica misura presa dopo i fatti di Papiri, ha riguardato la chiusura di decine di scuole cristiane per evitare nuovi episodi del genere. Una scelta forse obbligata, ma che sa più di <strong>resa</strong> al cospetto della proliferazione dei gruppi armati. </p>



<p>Non proprio un bel segnale per il governo del presidente<strong> Bola Tinubu</strong>, rientrato di corsa dal G20 di Johannesburg dopo la notizia del rapimento. Proprio lui nei giorni scorsi ha subito la minaccia del presidente Usa, <strong>Donald Trump</strong>, di un intervento militare per proteggere i cristiani in Nigeria. La risposta di Tinubu è stata piuttosto schietta: <em>&#8220;Non abbiamo problemi con i cristiani</em> &#8211; si legge nelle sue frasi &#8211; <em>ma problemi con un terrorismo che colpisce indiscriminatamente tutti&#8221;</em>. Dimostrare oggi di saper tenere in mano la situazione, appare molto più difficile. </p>
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		<title>Massacri in Mozambico, Total denunciata in Francia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/massacri-in-mozambico-total-denunciata-in-francia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2025 15:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Total]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>TotalEnergies è sotto attacco nel suo Paese d&#8217;origine, la Francia, dopo che&#160; il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) ha presentato una denuncia alla Procura nazionale antiterrorismo francese (Pnat) per complicità in crimini di guerra, tortura e sparizione forzata nel quadro dell&#8217;attivit.à del colosso transalpino in Mozambico, Paese ove nel 2021 l&#8217;insorgenza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/massacri-in-mozambico-total-denunciata-in-francia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/TOTAL-MOZAMBICO-600x450.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>TotalEnergies è sotto attacco nel suo Paese d&#8217;origine, la Francia, dopo che&nbsp; il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) ha presentato una denuncia alla Procura nazionale antiterrorismo francese (Pnat) per complicità in crimini di guerra, tortura e sparizione forzata nel quadro dell&#8217;attivit.à del colosso transalpino in Mozambico, Paese ove nel 2021 l&#8217;insorgenza dello Stato Islamico a Cabo Delgado spinse il governo di Maputo a intervenire con la mano pesante della repressione e in cui TotalEnergies è accusata di aver permesso che nei suoi stabilimenti avvenissero veri e propri massacri di civili, spesso in fuga dalle orde ribelli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le violenze in Mozambico</h2>



<p>Nel marzo-aprile 2021 l&#8217;assalto dell&#8217;Isis mozambicano a <strong>Palma, città della provincia settentrionale di <a href="https://it.insideover.com/energia/mozambico-le-multinazionali-il-denaro-italiano-e-il-gas-insanguinato-di-cabo-delgado.html">Cabo Delgado,</a> al confine con la Tanzania</strong>, provocò un vero e proprio shock in Mozambico e spinse Total a sospendere le sue operazioni in loco, minacciando il ritiro dai grandi progetti di <strong>estrazione del gas naturale che sono vitali per l’economia di Maputo</strong>. Dal 2019, infatti, Total aveva in campo un enorme investimento per realizzare impianti di estrazione del gas naturale e un terminal di esportazione del <strong>gas naturale liquefatto (Gnl) nella penisola di Afungi, </strong>nella provincia di Cabo Delgado. Come ha scritto <em>Politico.eu, </em>il piano “insieme allo sviluppo di un secondo giacimento di gas da parte di ExxonMobil, era considerato il <a href="https://www.afdb.org/sites/default/files/documents/projects-and-operations/mozambique_-_mozambique_lng_area_1_-_psn_compressed.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">più grande investimento privato</a> mai realizzato in Africa, con un costo totale di 50 miliardi di dollari”, ma è rimasto fermo dall’attacco dell’Isis, sostenuto da volontari somali di Al-Shabaab, a Cabo Delgado.</p>



<p>Il piano per Mozambique LNG, la joint venture per l&#8217;estrazione di gas guidata da Total, fu contrastato dall&#8217;Isis, desideroso di provocare il collasso economico del Paese africano colpendo le regioni produttive sul piano energetico. L&#8217;assalto a Palma portò dunque grande apprensione a Total, e fu il campanello d&#8217;allarme che portò alla vigorosa controffensiva del Mozambico, sostenuto dai combattivi militanti <a href="https://www.mod.gov.rw/news-detail/mozambique-defence-minister-receives-the-incoming-rwanda-security-forces-joint-task-force-commander">del <strong>Ruanda</strong></a><strong> e da truppe fornite da Tanzania, Sudafrica, Botswana e Lesotho nel quadro della missione della Comunità per lo Sviluppo dell&#8217;Africa Australe (Sadc).</strong> </p>



<h2 class="wp-block-heading">Le accuse a Total</h2>



<p>Ebbene, secondo l’Ecchr nel quadro della controffensiva si verificarono massacri che la Total non avrebbe in alcun modo impedito proprio in prossimità dei suoi siti. <a href="https://www.politico.eu/article/totalenergies-mozambique-patrick-pouyanne-atrocites-afungi-palma-cabo-delgado-al-shabab-isis/">Nella sua inchiesta per <em>Politico.eu, </em>in particolare Alex Perry ha denunciato</a> che le truppe della Joint Task Force, l&#8217;unità dell&#8217;esercito mozambicano che forniva protezione ai lavori di Total, avrebbero trattenuto in condizioni brutali dentro dei container, picchiato, abusato e ucciso decine di civili che erano scappati dal fuoco incrociato con i jihadisti, accusandoli di essere sostenitori occulti dell&#8217;Isis. Almeno 97 civili sarebbero morti, ma per alcune scuse sarebbero il doppio. L&#8217;accusa degli attivisti è che Total sapesse ciò che stava accadendo, e Ecchr fa anche riferimento al caso <strong>di un’altra </strong><a href="https://www.lemonde.fr/en/le-monde-africa/article/2025/03/15/french-prosecutors-launch-manslaughter-probe-against-totalenergies-over-mozambique-attack_6739177_124.html"><strong>indagine aperta dalla Procura di Nanterre riguardo l’operato di Total in Mozambico</strong></a><strong>.</strong></p>



<p><strong>Sostanzialmente, l’azienda di Courbevoie </strong>è accusata di aver chiuso un occhio sull’operato dei militari mozambicani che proteggevano i suoi asset con l’obiettivo di ottenere una rapida e sbrigativa fine del problema Isis nella regione. <a href="https://ca.news.yahoo.com/total-faces-war-crimes-allegations-100215717.html">Total nega ogni responsabilità</a> e bisognerà capire se la procura francese darà seguito alla denuncia, che però riapre <strong>una ferita mai sanata nella recente storia africana. Quella di Cabo Delgado </strong>è stata, e continua a essere, una guerra insurrezionale brutale su ogni fronte. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Una guerra devastante per i civili</h2>



<p>Da un lato, l’insorgenza dell’Isis guidato in loco dal comandante Abu Yasir Hassan si è <strong>nutrito tanto del fanatismo religioso quanto del distacco dallo Stato centrale </strong>degli abitanti di Cabo Delgado, provincia povera e dimenticata del Mozambico, e ha <strong>provocato violenti massacri</strong>, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/11/10/isil-linked-attackers-behead-50-people-in-northern-mozambique">decapitazioni di massa</a> e <a href="https://www.theguardian.com/world/2021/mar/16/isis-linked-militants-beheading-children-in-mozambique-says-aid-group">uccisioni di bambini</a> comprese. Dall’altro, il ristabilimento dell’autorità legittima è stato spesso accompagnato da violenze di <strong>rango non secondario, in un brutale semplificazionismo </strong>che ha spinto i militari mozambicani e i loro alleati a accanirsi su avversari e civili senza distinzione, con una foga sospetta se non si pensasse alla volontà di ristabilire quanto prima lo status quo e, dunque, gli affari energetici. In totale, almeno 6mila i morti accertati nell&#8217;insorgenza dal 2017 a oggi.</p>



<p> La denuncia a Total arriva proprio mentre il gruppo energetico francese si sta <a href="https://www.lemonde.fr/en/environment/article/2025/03/15/trump-administration-backs-totalenergies-controversial-gas-megaproject-in-mozambique_6739164_114.html">preparando a far ripartire il progetto</a>, sostenuta da un corposo prestito di 4,7 miliardi di dollari <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-10-25/totalenergies-makes-call-to-end-force-majeure-at-mozambique-lng">della Export-Import Bank degli Usa</a> nonostante il parere contrario della società civile di molti Paesi. <strong>Si apre un mosaico complesso, tra ricordi di violenze mai sanate e una giustizia che tarda a emergere</strong>. Ma un dato di fatto è chiaro: a Cabo Delgado i civili sono o oggetto di dinamiche violente o una componente sullo sfondo, in un grande gioco di affari e sangue che appare sempre più difficile comprendere appieno.</p>



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		<title>Bataclan, il terrorismo islamista dieci anni dopo i massacri di Parigi: parla Carlo Biffani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 05:42:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Attentati di Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Bataclan]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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<p>Bataclan, la minaccia del terrorismo islamista dieci anni dopo i massacri di Parigi: parla Carlo Biffani, esperto di terrorismo.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Bataclan-la-minaccia-del-terrorismo-islamista-dieci-anni-dopo-i-massacri-di-Parigi-parla-Carlo-Biffani-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sono passati ormai 10 anni da quando, il 13 novembre 2015, <strong>Parigi fu insanguinata da una serie di attacchi terroristici</strong> organizzati dallo Stato Islamico che ebbero il loro epicentro nell&#8217;assalto di un commando di jihadisti alla discoteca Bataclan. <strong>130 civili furono uccisi </strong>nel più sanguinoso attentato della storia francese e in uno dei più scioccanti casi di terrorismo jihadista della storia europea.</p>



<p>A dieci anni di distanza, che lezioni ha insegnato il Bataclan e che sfide pone ancora il terrorismo islamista? Ne abbiamo parlato con l&#8217;esperto <strong>Carlo Biffani,</strong> ricercatore in materia di sicurezza e intelligence e da oltre 20 anni in campo come operatore nel settore del Risk Assesment e del Risk Management. <strong>Dal 2009, Biffani è CEO del Security Consulting Group</strong> ed è un attivo divulgatore di tematiche legate agli scenari securitari e all&#8217;antiterrorismo.</p>



<p><strong>Dieci anni dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, cosa resta di quella notte nella memoria collettiva europea e nelle politiche di sicurezza del continente?</strong></p>



<p>&#8220;Leggevo lunedi sul Corriere una interessante intervista all’ex presidente francese Hollande, in merito agli attacchi multipli a Parigi di dieci anni fa, e una cosa ha attirato la mia attenzione, ovvero quando in un passaggio lo stesso definisce quanto accaduto una “azione di guerra” e non un attacco terroristico. In effetti la definizione è quantomai adeguata e calzante, oltre che pienamente in linea con la soluzione strategica dettata ed auspicata dal Califfo Al-Baghdadi che, nel sermone di tenuta a battesimo di Isis a Mosul, invitò gli affiliati e i suoi seguaci a, cito testualmente “portare la guerra nelle città abitate dagli infedeli”. Quella che accadde fu a tutti gli effetti una azione di guerra, visto che un team di più di dieci terroristi attaccò praticamente in simultanea una serie di obiettivi diversi, utilizzando armi individuali come fucili d’assalto e pistole oltre che cariche esplosive&#8221;.</p>



<p><strong>Quali furono i tratti salienti che consentono di definirlo un vero atto di guerra?</strong></p>



<p>&#8220;Come ho avuto modo di sottolineare più volte, l’aspetto importante sta nel fatto che, in buona sostanza, si presero la città per ore, generando oltre che morte e dolore, uno stato di panico e di isteria generale che gettò nella costernazione il Paese e l’Europa intera, lasciando inoltre per mesi insinuarsi la sensazione che, malgrado Charlie Hebdo e l’attacco al supermercato Kosher del giorno successivo, fossero accaduti solo poco tempo prima, il pericolo fosse stato largamente sottovalutato e loro potessero agire come e quando volevano, nelle nostre città. Ho analizzato quello che accadde e pur riconoscendo le enormi difficoltà che sussisterebbero per gli attaccanti nel voler replicare una azione simile e gli innumerevoli errori commessi dai terroristi, non solo in quello ma in episodi precedenti e successivi, non possiamo sottovalutare la pericolosità che azioni di questa portata, generano in via indiretta anche in termini di tentativi di emulazione&#8221;.</p>



<p><strong>Cosa ci ha insegnato il Bataclan in termini di vulnerabilità dei sistemi di sicurezza e capacità di risposta operativa?&nbsp;</strong></p>



<p>&#8220;Come spiegavo in precedenza, uno degli aspetti fondamentali è quello del lascito di “modelli da emulare e replicare” e questo vale tanto per chi è in attacco quanto per chi deve difendersi. Il Sistema di Sicurezza che ricordiamolo, si basa sulla interazione fra aspetti quali gli investimenti che vengono fatti in materia di prevenzione e contrasto, l’integrazione dell’attività degli organismi di intelligence e di messa a sistema e condivisione dei dati che vengono raccolti, l’azione degli organi inquirenti e l’operato dell’anti terrorismo e del contro terrorismo, tutto questo congiuntamente alla creazione di banche dati che contengono le informazioni su soggetti in odore di contiguità o di partecipazione diretta a gruppi ispirati al jihadismo, ha generato un sistema di prevenzione e reazione molto più performante se paragonato a quanto accadeva dieci o quindici anni fa. </p>



<p>Si è inoltre molto lavorato in questi ultimi dieci anni e più, a modelli di risposta da parte di Unità specializzate nel contro terrorismo, cercando di generare un modello che consentisse l’intervento di operatori addestrati ed in possesso di dotazioni e piattaforme che li mettano nel minor tempo possibile, in condizione di intervenire per contenere la minaccia, evitando che a farlo debba essere il personale impegnato nelle cosiddette attività di routine delle Forze di Polizia. Oggigiorno esistono, anche sul territorio nazionale, Unità e Reparti che si addestrano incessantemente per mantenere altissima la loro performance in ipotesi di scenari di intervento complessi e si cerca di lavorare al meglio sui tempi di reazione che devono necessariamente essere quanto più contenuti sia possibile, visto che, come anche io sottolineo da anni, il vero discrimine fra la riuscita o il fallimento di una azione terroristica è rappresentato principalmente dal tempo di intervento di quelli che in gergo vengono definiti First Responder&#8221;.</p>



<p><strong>Come è cambiata, in questi dieci anni, la natura della minaccia islamista in Europa?</strong></p>



<p>&#8220;Non esistendo più un territorio geografico, ovvero il cosiddetto Stato Islamico in Siria ed Iraq, nel quale dei leader esercitano il loro potere, raccolgono cifre ingenti, dettano la strategia ed organizzano in maniera verticistica e piramidale le azioni da compiere, è venuta meno la componente di strutturazione e pianificazione organica degli attacchi, ma Isis Daesh va considerato come una sorta di organizzazione svincolata dalla necessità di strutturazione classica dei gruppi terroristici che abbiamo visto nascere e svilupparsi negli ultimi 50 anni. “Andate e colpiteli con qualsiasi mezzo” è il dogma e il credo emanato dal Califfo Al-Baghdadi, quindi è lecito attendersi un lungo sviluppo negli anni a venire di azioni forse, ma non è detto, meno complesse e strutturate di quella di dieci anni fa, ma non per questo meno pericolose, sanguinose e a fortissimo impatto mediatico. Non esiste più una linearità fra chi decide cosa fare, dove, quando farlo ed a chi farlo fare e la perdita di una struttura verticistica, potrebbe essere sotto molti aspetti, un motivo di ulteriore preoccupazione&#8221;.</p>



<p><strong>Oggi siamo di fronte a una minaccia “diffusa” e meno strutturata, o esistono ancora reti organizzate in grado di colpire con la stessa efficacia di allora?</strong></p>



<p>&#8220;Esistono regioni, aree e zone del mondo nelle quali i gruppi di ispirazione quaedista o jihadista più in generale agiscono ancora potendo contare su una serie di debolezze sistemiche dei Paesi nei quali agiscono. Basti pensare all’area Sub Sahariana, nella quale i terroristi che si ispirano alle modalità tattiche ed agli obiettivi propri di Isis, agiscono pressoché da padroni, permettendosi il lusso, come accaduto in Mali recentemente, di costringere a sganciarsi ed a abbandonare il terreno ad una forza armata delle dimensioni e della potenza della compagine francese&#8221;.</p>



<p><strong>Quali sono oggi le priorità operative e strategiche nella lotta al terrorismo in Europa?</strong></p>



<p>&#8220;Si potrebbero riassumere nella necessità di continuare a sostenere nel tempo, aggiungerei in una economia di guerra per altro, i costi di una imponente attività di prevenzione e di raccolta e condivisione delle evidenze di intelligence. Non mollare la presa significa continuare a investire, a monitorare, a raccogliere informazioni e dati ed a mantenere alte le capacità ed il livello di performance di chi è deputato a contrastare tali minacce integrando e perfezionando i piani di contingenza, ma si tratta, mi spiace dirlo, di attività estremamente dispendiose&#8221;.</p>



<p><strong>Come valuta l’efficacia delle misure di intelligence condivisa tra i Paesi europei? Esiste ancora una carenza di coordinamento?</strong></p>



<p>&#8220;Sarò lapidario, mi spiace, riguardo a questo. Riterrei, pur riconoscendo che qualcosa in tal senso sia stato tentato, che l’i<em>ntelligence information sharing</em> rappresenti più una aspirazione da dare in pasto alla opinione pubblica che un perseguibile e concreto obiettivo strategico in cima alla lista dei desiderata degli organismi di intelligence alleati e non. Il dato di intelligence rappresenta da sempre un elemento di assoluto valore strategico, che solo nella fantasia, visto il vantaggio che rappresenta per chi lo detiene, può essere condiviso con chi è al di là dei propri confini&#8221;.</p>



<p><strong>La dimensione “ibrida” delle minacce (terrorismo, radicalizzazione, cyber e disinformazione) richiede una nuova mentalità di difesa?</strong></p>



<p>&#8220;Quello di affrontare le minacce in maniera integrata e globale e di considerarle come un unicum è un passaggio obbligato ed una modalità di pensiero ed azione che si è andata consolidando nel tempo. Le minacce sono sempre più integrate le une con le altre ed ultimamente, come è chiaramente evidente, anche gli Stati si ispirano a strategie e modalità applicative meno rigide, compartimentate e più ispirate al modello ibrido. Basta guardare cosa accade nel conflitto Ucraina-Russia ed all’utilizzo di strumenti come i droni od i cyber attacchi&#8221;.</p>
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