In fuga da Boko Haram

Le immagini del racconto prendono vita nitidamente, come se l’incubo si stesse materializzandodavanti a noi. I particolari della tragedia ci fanno sprofondare in un vortice di orrore, in cui veniamo trascinati, sempre più a fondo, in preda a un’angoscia dettata dalla violenza della narrazione. È l’agosto del 2014 e nella città di Gwoza, al confine col Ciad, si sentono degli spari in lontananza. È mattina e i colpi provengono da lontano; può essere l’esercito, oppure i guerriglieri di Boko Haram. I colpi a poco a poco si fanno più nitidi e gli spari secchi degli Ak 47 ormai sono vicini e iniziano a cadere verso le abitazioni della città nigeriana. È chiaro: è un’incursione degli jihadisti di Abubakar Shekau; ora non ci sono dubbi. Non si odono solo i crepitii secchi dei kalashnikov; i miliziani islamisti attaccano anche con armi pesanti: i proiettili dell’artiglieria e dei fucili d’assalto viaggiano in tutte le direzioni e dalla boscaglia e dai campi intorno alla città si incominciano a scorgere i soldati del Califfato d’Africa. Sagome che avanzano nei cespugli, sulle piste di terra battuta, sbucano da dietro alberi e arbusti e queste figure, dagli occhi satirici e dalle barbe spettrali, diventano sempre più definite. Alcuni hanno delle divise militari, altri solo delle giacche mimetiche, molti indossano abiti civili e kefiah al collo. Urlano ”Allah u Akbar”, salmodiano i versi del Corano e intanto sparano; non conoscono tregua: avanzano e sparano. La gente di Gwoza inizia a scappare, corre sui monti e anche i militari dell’esercito nigeriano, dopo una debole resistenza, si danno alla fuga sull’altipiano. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi