La Nigeria è piombata nuovamente nell’incubo di Chibok, località quest’ultima resa tristemente famosa dal rapimento di massa di 275 giovani studentesse cristiane da parte di Boko Haram. La storia adesso si ripete. Venerdì scorso a Papiri, nello Stato di Niger (da non confondere con l’omonimo Paese saheliano), un gruppo armato ha portato via 315 persone da una scuola cattolica. Si tratta dell’istituto St. Mary, dove studiano ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 18 anni. Tra le persone rapite, 303 sono studenti e 12 sono invece insegnanti. Alcuni di loro sono riusciti a fuggire dalle grinfie dei rapitori, ma tanti altri sono ancora rinchiusi da qualche parte nella foresta attorno Papiri. Il loro incubo è lo stesso di un intero Paese che, ancora una volta, si mostra vulnerabile e impotente davanti l’avanzare della violenza.
L’incubo iniziato durante le ore di lezione
Alcuni segnali, è la testimonianza emersa dei media locali, si sono avuti nei giorni precedenti il rapimento. Il 17 novembre, ad esempio, nel vicino Stato di Kebbi almeno 25 studentesse sono state portate via da un’altra scuola cristiana. Più a sud, nella località di Eruku, nello Stato di Kwara, un gruppo armato il 18 novembre ha fatto irruzione in una Chiesa pentecostale durante la messa e ha rapito 38 fedeli. Le condizioni di sicurezza dunque, in tutta l’area sono considerate in fase di repentino deterioramento.
Venerdì scorso, durante le ore di lezione, il rumore dei colpi di arma da fuoco avvertito dagli studenti della St. Mary ha forse subito fatto pensare al peggio. Dopo i tanti episodi registrati nei giorni precedenti, l’ombra dei rapimenti ha fatto così capolino a Papiri. I rapitori hanno agito pressoché disturbati: l’istituto ha alcune guardie armate all’ingresso, ma sono state ferite e subito messe in condizione di non agire. Gli assalitori sono andati verso le classi e lì hanno iniziato con la forza a caricare decine di studenti su alcune camionette. Dopo l’azione, la banda armata ha fatto perdere le sue tracce. L’area circostante presenta una fitta vegetazione, con diversi boschi a lambire le rive del fiume Niger: condizioni ideali per nascondere e far sparire nel nulla centinaia di persone.
Ignoti ancora molti dettagli dell’irruzione
C’è un dettaglio che occorre sottolineare: lo Stato di Niger si trova nella Nigeria centro occidentale, lontano dalle aree settentrionali del Paese. Lì dove cioè l’azione islamista di Boko Haram e dell’Isis è più ramificata. Questo rende più difficile risalire agli autori del rapimento di Papiri. Perché ad agire potrebbero essere stati miliziani jihadisti, così come però anche bande sì organizzate ma non ricollegabili all’islamismo. Oppure, ancora, potrebbe esserci stata l’azione di chi pensa solo a guadagnare dai riscatti ma, all’occorrenza, preferisce indossare le insegne dei gruppi islamisti.
L’assenza di rivendicazioni sta al momento complicando ulteriormente il quadro. Il governo centrale è costretto a brancolare nel buio delle ipotesi, mostrandosi ancora una volta incapace di gestire la sicurezza. L’unica misura presa dopo i fatti di Papiri, ha riguardato la chiusura di decine di scuole cristiane per evitare nuovi episodi del genere. Una scelta forse obbligata, ma che sa più di resa al cospetto della proliferazione dei gruppi armati.
Non proprio un bel segnale per il governo del presidente Bola Tinubu, rientrato di corsa dal G20 di Johannesburg dopo la notizia del rapimento. Proprio lui nei giorni scorsi ha subito la minaccia del presidente Usa, Donald Trump, di un intervento militare per proteggere i cristiani in Nigeria. La risposta di Tinubu è stata piuttosto schietta: “Non abbiamo problemi con i cristiani – si legge nelle sue frasi – ma problemi con un terrorismo che colpisce indiscriminatamente tutti”. Dimostrare oggi di saper tenere in mano la situazione, appare molto più difficile.

