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Guerra

“Essere amici degli Usa può essere fatale”: i curdi sedotti e abbandonati da Washington in Siria

I curdi in Siria sono stati scaricati da Washington, che non ha mosso un dito per fermare l'avanzata dei governativi di al-Shaara.

Sedotti e abbandonati. Sembra essere questo il triste e tragico destino dei curdi in Siria, un tempo impiegati come proxy dagli Stati Uniti e dalla coalizione occidentale nella lotta contro l’ISIS e oggi lasciati soli dinanzi all’avanzata delle truppe governative di Al-Shaara, che hanno posto fine a un decennio di autonomia curda nella regione del Rojava. Sabato le truppe governative sono avanzate rapidamente nel territorio controllato per anni dalle forze guidate dalla Syrian Democratic Forces (SDF), catturando città su entrambi i lati del fiume Eufrate, il più grande giacimento petrolifero del Paese (Al-Omar) e uno di gas.

Sotto la pressione di un’avanzata governativa nelle aree controllate dai curdi, il leader delle Forze Democratiche Siriane (SDF), Mazloum Abdi, ha annunciato domenica un accordo di cessate il fuoco che formalizza l’integrazione curda nello Stato, al fine di evitare una “guerra civile”. Tuttavia, per molti curdi questo patto rappresenta non una vittoria, ma un’amara capitolazione dopo anni di sacrifici nella lotta contro lo Stato Islamico (IS).

Abbattuta la statua simbolo delle donne curde

Fonti ufficiali e di sicurezza hanno confermato la conquista di infrastrutture strategiche, inclusi giacimenti energetici che rappresentavano una porzione significativa della produzione siriana di petrolio e gas. La provincia di Al-Hasakah, in particolare, produceva storicamente quasi due terzi del petrolio e del gas nazionale. Un episodio simbolico diffuso sui social in queste ore ha sottolineato la portata di quanto accaduto nel weekend: le forze governative hanno abbattuto una statua dedicata alle Women’s Protection Units (YPJ), le donne curde combattenti delle forze di autodifesa, nel Nord-Est della Siria. Le YPJ, parte integrante delle SDF, erano diventate un simbolo internazionale della resistenza curda e della lotta per i diritti delle donne.

https://twitter.com/joshua_landis/status/2012941973536023015?s=20

Farhad Shami, portavoce delle SDF, ha dichiarato a Rudaw che circa 1.500 militanti dell’ISIS – tra cui stranieri e siriani – sono stati rilasciati da gruppi armati affiliati a Damasco dalla prigione di Al-Shaddadi, nella provincia di Hasaka. In un comunicato urgente del 19 gennaio 2026, il Congresso Nazionale del Kurdistan (KNK) ha denunciato direttamente le forze di Al-Sharaa per aver attaccato Al-Shaddadi, rilasciato migliaia di miliziani dell’ISIS e lanciato assalti su Kobane – simbolo della resistenza curda del 2015 contro lo Stato Islamico – accusando la coalizione internazionale di inerzia e chiamando il mondo a denunciare questi “attacchi genocidi”.

Il Ministero dei Beni Religiosi siriano ha invitato le moschee a celebrare con preghiere e takbir le “conquiste e vittorie” contro i curdi, in un clima di festeggiamenti ufficiali per il ripristino del controllo centrale.

Le forze governative stanno ora entrando a Hasakah, città di circa 420.000 abitanti e capoluogo della provincia omonima. Hasakah, a maggioranza araba ma con una significativa popolazione curda e una presenza cristiana, era considerata dalle SDF – guidate dal generale Mazloum Abdi – come un’area da tutelare con un certo grado di autonomia. Quelle speranze sono ora svanite. La città si trova circa 80 km a sud di Qamishli, roccaforte a maggioranza curda.

Gli Usa abbandonano i curdi

Cruciale, in tal senso, il ritiro dell’appoggio ai curdi da parte degli Stati Uniti, che non hanno mosso un dito per tentare di fermare l’avanzata degli uomini di Al-Shaara. Il comandante delle Unità di Protezione Popolare (YPG), Sipan Hamo, ha dichiarato all’agenzia Reuters che l’incontro svoltosi sabato tra l’inviato speciale statunitense Tom Barrack e i rappresentanti curdi non ha prodotto alcuna tabella di marcia concreta per un cessate il fuoco.

Hamo ha smentito categoricamente l’intenzione dei curdi siriani di separarsi dalla Siria o di creare uno Stato indipendente, sottolineando che il loro futuro resta all’interno del paese siriano. «La nostra più grande speranza è ottenere un risultato concreto, soprattutto da parte della coalizione internazionale e degli Stati Uniti – ha affermato Hamo – ovvero che intervengano con maggiore decisione e incisività sui problemi attuali rispetto a quanto stanno facendo finora». Nonostante l’appello del Comando Centrale statunitense (CENTCOM) a interrompere le ostilità, le truppe governative siriane hanno proseguito l’avanzata nei territori controllati dai curdi.

La delusione dei curdi

La verità è che i curdi siriani rappresentano l’ennesimo popolo sedotto e abbandonato dagli Stati Uniti per calcoli geopolitici cinici. Durante la guerra civile siriana, le YPG/SDF si sono alleate con Washington contro l’ISIS, combattendo in prima linea per liberare Raqqa, Kobane e altri territori, con migliaia di martiri. Per un lungo periodo, i curdi siriani speravano che la caduta di Bashar al-Assad, portasse al formale riconoscimento dell’autonomia nel Rojava.

Ma con l’ascesa di Ahmed al-Sharaa (ex leader di Hayat Tahrir al-Sham, sostenuto tra gli altri dalla Turchia), tutto è svanito. Ankara vede le YPG come una pericolosa estensione del PKK e una minaccia alla sicurezza nazionale. E gli USA, dopo aver usato i curdi come proxy anti-ISIS, hanno ridotto il sostegno, accettando de facto l’avanzata delle forze di Damasco per stabilizzare il post-Assad.

La disillusione tra i curdi, dopo l’accordo siglato domenica, è ai massimi livelli. «Non ho mai avuto la sensazione che il sostegno degli americani fosse genuino«, ha affermato a France24 l’attivista curda quarantenne Hevi Ahmed, che ha paragonato i rapporti di Washington con le persone a «una semplice attività di intermediazione immobiliare. L’accordo è una delusione dopo anni di speranza che la Costituzione siriana potesse prevedere un futuro migliore per i curdi», ha aggiunto.

Sedotti e abbandonati, dunque: affidarsi agli Stati Uniti non sempre è un grande affare, perché Washington ha dimostrato in più occasioni di non avere remore a lasciare sul campo i suoi ex alleati con le loro speranze, i loro morti e le loro statue abbattute. Forse non ha torto chi diceva: «​Essere nemici degli Usa può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale».

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