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	<title>Gas naturale Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 10 Aug 2025 16:17:44 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Gas naturale Archives - InsideOver</title>
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		<title>Israele-Egitto, il patto del gas: Il Cairo dipende sempre più da Tel Aviv</title>
		<link>https://it.insideover.com/energia/israele-egitto-il-patto-del-gas-il-cairo-dipende-sempre-piu-da-tel-aviv.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Aug 2025 16:17:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250506073216984_00c884c721474436ffd1df22c64ceaaf-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Israele-Egitto, il patto del gas: Il Cairo dipenderà sempre più da Tel Aviv, nonostante le proteste per Gaza.</p>
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<p>Un accordo storico e impensabile fino a pochi decenni fa è stato concluso tra Egitto e Israele, rendendo il gas una nuova architrave del potere regionale. L’annuncio dell’accordo da <strong>35 miliardi di dollari</strong> fra la compagnia israeliana NewMed Energy, detentrice del 45% del giacimento Leviathan, e la statunitense Chevron, che ne possiede il 40%, per <strong>fornire gas naturale all’Egitto fino al 2040 </strong>segna un punto di svolta per il Medio Oriente. Fino a trent’anni fa, sarebbe stato quasi inconcepibile che il più grande contratto di esportazione energetica mai firmato da Israele avesse come partner il Cairo, il primo Paese arabo a firmare la pace con lo Stato ebraico nel 1979, ma anche un vicino con cui i rapporti sono sempre stati caratterizzati da una “pace fredda”, fatta di relazioni istituzionali stabili ma di reciproca diffidenza.</p>



<p>Il giacimento Leviathan, attivo dal 2019 e localizzato al largo delle coste settentrionali israeliane, è uno dei più grandi scoperti nel Mediterraneo orientale, con riserve stimate in 600 miliardi di metri cubi di gas. In base all’accordo, <strong>l’Egitto riceverà circa 130 miliardi di metri cubi di gas</strong> attraverso gasdotti sottomarini, evitando così i costi e le complessità logistiche del gas naturale liquefatto (LNG), che richiede processi di liquefazione, trasporto navale e rigassificazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il collasso della produzione egiziana</h2>



<p>Il contesto interno egiziano spiega bene la portata della decisione. <strong>Negli ultimi tre anni, la produzione di gas del Paese è crollata del 45%</strong>, passando dai 6,1 milioni di metri cubi di marzo 2021 ai 3,5 milioni di maggio 2025. Un tracollo dovuto a una combinazione di fattori: calo naturale dei giacimenti maturi, ritardi nello sviluppo di nuovi campi, problemi tecnici e forse una gestione non ottimale delle infrastrutture energetiche.</p>



<p>Questo deficit ha<strong><a href="https://it.insideover.com/schede/energia/che-cose-il-gas-naturale-liquefatto-gnl.html"> costretto il Cairo a importare LNG a prezzi elevati,</a></strong> aggravando il deficit della bilancia commerciale e alimentando la pressione sul cambio e sull’inflazione interna. Il prezzo medio del LNG sul mercato internazionale è di circa 13,5 dollari per milione di BTU, quasi il doppio rispetto ai 7,75 dollari del gas israeliano. L’accordo con Tel Aviv, secondo fonti vicine alle trattative, prevede un prezzo maggiorato del 20% rispetto alla media israeliana, ma resta comunque competitivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dal sogno di hub regionale alla dipendenza</h2>



<p>Fino al 2022, l<strong><a href="https://it.insideover.com/politica/il-ruolo-del-gas-nelle-relazioni-di-israele-con-libano-ed-egitto.html">’Egitto coltivava ambizioni da hub energetico per il Mediterraneo: </a></strong>utilizzando i propri terminali di liquefazione di Idku e Damietta, puntava a esportare gas, proprio grazie anche a forniture dai giacimenti israeliani e ciprioti. Ma la crisi produttiva interna ha ribaltato il paradigma. Da potenziale fulcro delle esportazioni, il Cairo si ritrova oggi a importare in modo strutturale per garantire energia alla propria popolazione e sostenere un’economia già fragile.</p>



<p>Dal punto di vista geoeconomico, ciò significa che Israele si ritrova in una posizione di fornitore strategico indispensabile, con <strong>il gas che copre già il 15-20% del fabbisogno egiziano</strong>. Un rapporto di interdipendenza sbilanciata, perché mentre per Israele il contratto rappresenta una delle tante fonti di entrate, per l’Egitto è una condizione vitale per la stabilità interna.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il costo politico: la frattura con la società</h2>



<p>Se economicamente la mossa è comprensibile, politicamente è rischiosa. L’opinione pubblica egiziana è largamente ostile a una normalizzazione con Israele: secondo un sondaggio Arab Barometer del 2022, <strong>solo il 5% degli egiziani approva relazioni aperte con Tel Aviv, e appena l’11% accetta rapporti commerciali.</strong></p>



<p>Questo accordo rischia di allargare la<strong> frattura tra il regime di Abdel Fattah al-Sisi e una società storicamente solidale con i palestinesi. </strong>La percezione di un Cairo “sottomesso” a Tel Aviv per necessità economiche è alimentata anche da episodi recenti: durante la rappresaglia missilistica iraniana contro Israele, centinaia di cittadini israeliani hanno potuto attraversare il Sinai per rifugiarsi temporaneamente, mentre ai palestinesi di Gaza, sotto attacco da due anni, non è stata concessa la stessa possibilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rischio del ricatto energetico</h2>



<p>L’esperienza della Giordania è illuminante. Amman ha un contratto ventennale firmato nel 2016 per l’importazione di gas dal Leviathan. Negli ultimi anni, una campagna di protesta interna ha chiesto la cancellazione dell’accordo, definendo la dipendenza da Israele un “triplo crimine”: minaccia alla sovranità, trasferimento di ricchezza pubblica verso un paese percepito come ostile e rinuncia a investire in fonti interne rinnovabili.</p>



<p><strong>Anche l’Egitto potrebbe trovarsi presto in questa posizione</strong>. La sicurezza dell’approvvigionamento non è garantita: a giugno 2025, in seguito ad attacchi israeliani contro l’Iran, le operazioni del Leviathan sono state sospese, dimostrando la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche. Un’interruzione prolungata in piena estate provocherebbe blackout diffusi e gravi tensioni sociali.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Implicazioni strategico-militari e regionali</h2>



<p>Sul piano strategico, Israele ottiene un vantaggio notevole: <strong>l’Egitto diventa più cauto nelle sue prese di posizione su Gaza</strong> e nei negoziati con Hamas. Il Cairo, pur mantenendo un ruolo di mediatore, è meno libero di esercitare pressioni. Il legame energetico diventa quindi una leva diplomatica nelle mani israeliane, utilizzabile anche su altri dossier, come la sicurezza nel Mar Rosso o la cooperazione militare contro gruppi jihadisti nel Sinai.</p>



<p>Israele, dal canto suo, consolida la propria immagine di fornitore affidabile in un’area instabile, guadagnando punti anche nei confronti di partner internazionali alla ricerca di fonti energetiche diversificate dopo la crisi ucraina.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il gas come strumento di potere</h2>



<p>Questa vicenda conferma una tendenza di fondo: nel XXI secolo, le risorse energetiche non sono solo beni di scambio, <strong>ma strumenti di potere.</strong> Chi controlla i flussi di gas o di petrolio esercita un’influenza che va ben oltre il piano economico, incidendo su scelte politiche, alleanze e posture strategiche.</p>



<p>Per l’Egitto, la sfida sarà evitare che la dipendenza energetica si trasformi in dipendenza politica, <strong>bilanciando l’accordo con investimenti in energie rinnovabili</strong>, sviluppo di nuovi giacimenti e diversificazione delle fonti. Per Israele, il rischio è che un eccessivo utilizzo della leva energetica possa innescare reazioni ostili e spingere i vicini a cercare alternative, riducendo nel lungo periodo il proprio peso contrattuale.</p>



<p>In ogni caso, l’intesa Israele–Egitto rappresenta una delle mosse più significative degli ultimi anni nello scacchiere mediorientale, perché lega in modo indissolubile energia, economia e geopolitica, e ridefinisce le priorità strategiche di entrambi i paesi.</p>
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		<title>Le grandi manovre della finanza anglosassone per fare ripartire Nord Stream</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/le-grandi-manovre-della-finanza-anglosassone-per-fare-ripartire-nord-stream.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Gagliano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Mar 2025 08:08:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Gas naturale]]></category>
		<category><![CDATA[nord stream]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="736" height="422" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream.png 736w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream-600x344.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream-300x172.png 300w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></p>
<p>La possibile acquisizione di Nord Stream 2 da parte di investitori occidentali solleva interrogativi pesanti per l’Unione Europea.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="736" height="422" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream.png" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream.png 736w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream-600x344.png 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/Nordstream-300x172.png 300w" sizes="auto, (max-width: 736px) 100vw, 736px" /></p>
<p>Nella giornata di domenica <strong><a href="https://it.insideover.com/schede/politica/matthias-warnig-il-richelieu-del-nord-stream-2.html">Matthias Warnig</a></strong>, stratega del gasdotto Nord Stream, ha prospettato che la ripresa della conduttura russo-tedesca possa inserirsi nel quadro della futura distensione tra Occidente e Russia. Fonti accreditate parlano di due finanzieri, Stephen P. Lynch e Will Abbott, pronti a entrare in campo per <strong>investire nell&#8217;infrastruttura</strong>.</p>



<p><a href="https://it.insideover.com/energia/nella-trattativa-usa-russia-anche-il-piano-warnig-far-ripartire-il-nord-stream.html">La possibile acquisizione di Nord Stream 2 </a>da parte di investitori occidentali solleva interrogativi pesanti per l’Ue. Da un lato, l’Europa nel 2022-2023 ha compiuto uno <strong>sforzo storico per emanciparsi dal gas russo</strong>, azzerando di fatto la propria dipendenza energetica da Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Riattivare Nord Stream 2 rischierebbe di <strong>invertire questa strategia</strong>, riaprendo la porta al gas siberiano a basso costo e mettendo in crisi i piani di diversificazione (GNL americano, pipeline nordafricane, rinnovabili, ecc.).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il futuro di Nord Stream</h2>



<p>Numerosi governi Ue – in primis quelli dell’Est Europa, baltici e la Polonia – vedrebbero ciò come un <strong>vulnus alla sicurezza energetica collettiva</strong> e una vittoria politica per il Cremlino. D’altro canto, <strong>pressioni industriali interne all’UE</strong> spingono in direzione opposta: alcune aziende dell’ex Germania Est e settori energivori tedeschi già <strong>auspicano il ritorno del gas russo</strong> per recuperare competitività. La prospettiva che un consorzio USA-Ue controlli il gasdotto (anziché Gazprom) potrebbe rendere politicamente più accettabile, per certi attori, la ripresa dei flussi. E a questo puntano i due finanzieri attivi nel dialogare per un&#8217;acquisizione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Stephen P. Lynch, il cacciatore di asset russi</h2>



<p>Stephen P. Lynch è un finanziere di Miami, noto per operare <strong>sotto traccia</strong> nell’acquisto di asset russi in difficoltà. Fondatore nel 1999 del fondo <strong>Monte Valle Partners</strong>, ha trascorso due decenni nel mondo degli affari a Mosca, specializzandosi in operazioni su beni <strong>distressed</strong> (in crisi). Ad esempio, ha partecipato alla vendita della filiale svizzera di Sberbank (ribattezzata TradeXBank) nel 2022, acquisendone una quota del 10% dopo aver aiutato a sbloccarne la cessione nonostante le sanzioni USA. Già negli anni 2000 Lynch era coinvolto nell’affaire <strong>Yukos</strong>, il colosso petrolifero smantellato dal Cremlino – un’esperienza che lo ha inserito nei circuiti degli affari russo-occidentali. Sul fronte politico, Lynch è vicino all’orbita trumpiana: è un donatore del Partito Repubblicano (ha contribuito con oltre 300.000 dollari alla campagna di Donald Trump) e condivide l’approccio favorevole a un riavvicinamento con Mosca.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;interesse per Nord Stream 2 e i legami con Mosca</strong></h2>



<p>Lynch intravede in <strong>Nord Stream 2</strong> un’opportunità unica. Ha dichiarato che rilevare il gasdotto sul Baltico offrirebbe <strong>“un controllo americano ed europeo”</strong> sulle forniture di gas all’Europa per il resto dell’era fossile. La sua strategia, rivelata dal <em>Wall Street Journal</em>, è di acquistare ciò che resta del gasdotto in un’asta fallimentare in Svizzera. A tal fine, già da febbraio 2024 ha avviato colloqui col Dipartimento del Tesoro USA per <strong>ottenere una deroga e trattare con entità sanzionate</strong>. In parallelo, ha ingaggiato potenti lobbisti a Washington – fra cui l’ex senatore John Breaux – per promuovere l’operazione presso politici e agenzie federali. Lynch presenta l’acquisizione come una mossa di <strong>leva strategica</strong>: il gasdotto, in mano occidentale, potrebbe essere un asset di pressione nei futuri negoziati di pace tra Russia e Ucraina.</p>



<p>Malgrado la retorica “patriottica”, <strong>il piano di Lynch gode di sostegno a Mosca</strong>. Fonti di <em>Intelligence Online</em> indicano che <strong>esponenti vicini al Cremlino appoggiano attivamente</strong> l’investitore americano. In particolare, <strong>Matthias Warnig</strong> – ex ufficiale della Stasi e uomo di fiducia di Putin – sarebbe il regista occulto dell’operazione. Warnig, fino al 2023 CEO della società che gestiva Nord Stream 2, avrebbe avviato contatti con uomini d’affari USA per coinvolgerli nel progetto di riavvio del gasdotto. L’idea, un tempo impensabile, <strong>riflette l’ampiezza del riavvicinamento</strong> tra Washington (amministrazione Trump) e Mosca, commenta il <em>Financial Times</em>. Sebbene Warnig neghi un coinvolgimento diretto, fonti citate dalla stampa anglosassone confermano che <strong>Lynch sta coordinandosi dietro le quinte con figure legate al Cremlino</strong> per preparare un consorzio di investitori post-sanzioni. In sintesi, Stephen Lynch – forte dei suoi <strong>agganci politici negli USA</strong> e della sua <strong>decennale rete di contatti a Mosca</strong> – si propone come intermediario per rimettere in moto Nord Stream 2, con il tacito benestare di Putin.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Precedenti investimenti e connessioni</strong></h2>



<p>Oltre al caso Yukos e Sberbank Suisse, Lynch vanta altre operazioni in cui affari e geopolitica si intrecciano. Ha costruito rapporti con oligarchi russi e istituzioni finanziarie sanzionate, presentandosi come acquirente occidentale “pulito” per asset altrimenti congelati. Questa reputazione di&nbsp;<strong>problem-solver tra due mondi</strong>&nbsp;spiega perché Mosca lo ritenga un partner utile. Allo stesso tempo, la sua vicinanza alla cerchia di Trump e ad esponenti influenti del Partito Repubblicano indica che&nbsp;<strong>le sue mosse hanno anche una valenza politica</strong>: Lynch sembra puntare su un cambio di clima politico a Washington (con Trump o altri filo-russi al potere) per far decollare l’operazione Nord Stream&nbsp;2.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Will Abbott, il finanziere britannico nell’ombra del gasdotto</h2>



<p>Parallelamente a Lynch, un <strong>finanziere britannico</strong> gioca un ruolo chiave dietro le quinte: si tratta di <strong>Wilfred “Will” Abbott</strong>, 44 anni, descritto come un operatore “opaco” ma ben inserito nei circuiti dell’export russo. La sua specializzazione sono le <strong>commodities agricole</strong>: Abbott è partner di <strong>Segetia UK Ltd.</strong>, una società d’investimento, e dal 2018 siede come consigliere indipendente nel CdA di <strong>Rustranscom Plc</strong>. Rustranscom, con sede legale a Cipro, è il maggiore operatore russo di trasporto ferroviario di cereali, fertilizzanti e legname – in pratica una colonna portante della catena logistica per le <strong>esportazioni agricole russe</strong>. In passato Abbott ha lavorato anche per VTB Capital, il braccio finanziario di una primaria banca statale russa, guidandone il dipartimento “situazioni speciali” (dedito a investimenti in asset problematici) nel 2008-2009. Questo ruolo suggerisce un coinvolgimento diretto nella risoluzione di crisi aziendali in Russia, proprio negli anni successivi al caso Yukos.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Legami con la Russia e attività nel settore agricolo</strong></h2>



<p>Will Abbott può essere considerato un&nbsp;<strong>“facilitatore” occidentale per interessi russi</strong>. Nel settore del grano e dei prodotti agricoli, i suoi collegamenti sono profondi: Rustranscom stessa fa parte di&nbsp;<strong>Demetra Holding</strong>, il conglomerato del grano creato dalla banca VTB per consolidare infrastrutture e trading cerealicolo. Quando VTB nel 2019 acquisì la maggioranza di Rustranscom (poi parzialmente dismessa a investitori privati nel 2020), figure come Abbott emersero come partner strategici per gestire queste attività. Documenti societari mostrano che Abbott, tramite Segetia e altre entità offshore, ha partecipazioni o ruoli chiave in tali aziende di export. Ad esempio, nel 2020 VTB ha ceduto metà di Demetra Holding a investitori esterni: sebbene i nomi non siano pubblici, fonti di settore indicano che&nbsp;<strong>capitali occidentali “amici”</strong>&nbsp;– verosimilmente riconducibili a finanziari come Abbott – abbiano preso parte all’operazione. La sua posizione è quindi peculiare:&nbsp;<strong>è britannico, ma integrato nell’economia russa</strong>, al punto da essere fiduciario in imprese vitali (grano e logistica) per Mosca. Non a caso,&nbsp;<em>Intelligence Online</em>&nbsp;lo definisce un finanziere dai&nbsp;<strong>“network offshore russi”</strong>&nbsp;al centro del dossier Nord Stream.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ruolo nel salvataggio di Nord Stream&nbsp;2</strong></h2>



<p>Secondo fonti confidenziali, Abbott avrebbe&nbsp;<strong>affiancato Lynch</strong>&nbsp;mettendo a disposizione la sua rete di società e contatti finanziari per strutturare l’operazione di acquisto del gasdotto. In altre parole, mentre Lynch cura l’aspetto politico e legale con Washington e Berlino, Abbott lavorerebbe sui&nbsp;<strong>meccanismi finanziari internazionali</strong>&nbsp;necessari a far affluire capitali (russi e non) verso Nord Stream&nbsp;2 aggirando le restrizioni. La coppia&nbsp;<strong>Lynch–Abbott</strong>&nbsp;non è nuova a collaborazioni: già nel 2007, all’epoca dello smembramento di Yukos, i due avrebbero operato in tandem, probabilmente nell’acquisto di asset secondari del colosso petrolifero tramite aste fallimentari. In quell’occasione Lynch fornì il profilo USA “presentabile”, mentre Abbott con le sue conoscenze locali assicurò i rapporti con i venditori russi. Uno schema analogo potrebbe ripetersi oggi:&nbsp;<strong>Lynch come volto pubblico dell’offerta per Nord Stream&nbsp;2, Abbott come regista finanziario dietro le quinte</strong>. La presenza di Abbott garantisce inoltre a Mosca che interessi russi (ad esempio di Gazprom o altri attori statali) verranno tutelati nell’operazione, pur se formalmente il controllo passasse a mani occidentali. In sintesi, Will Abbott è l’anello di congiunzione tra il denaro russo e i mercati globali – un ruolo che ora torna centrale nell’affare Nord Stream&nbsp;2.</p>
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