Negli ultimi anni Israele è diventato uno dei Paesi mediorientali più importanti per quanto riguarda l’esportazione di gas naturale. Lo sfruttamento di questa particolare risorsa energetica non solo ha avuto effetti positivi sull’economia israeliana, ma ha anche permesso al premier Benjamin Netanyahu di stringere nuove alleanze regionali ed espandere la propria influenza nel Mediterraneo. Tuttavia, con la scoperta dei giacimenti sono tornate a galla vecchie contese mai risolte con il vicino Libano circa i confini marittimi dei due Stati.

La contesa con il Libano

A fine giugno i rapporti tra Israele e il vicino Libano si sono fatti più tesi a seguito della decisione dello Stato ebraico di indire un bando per la ricerca di gas e petrolio in un’area marittima nota come Blocco 72 e tuttora contesa tra i due Paesi mediorientali. Il presidente libanese Michele Aoun ha condannato l’avvio della procedura, definendo l’operazione pericolosa e chiedendo alla Corte suprema di intervenire sul caso. Alla base della disputa tra i due Stati vi è il mancato accordo circa le Zone economiche esclusive appartenenti rispettivamente a Libano e Israele e circa i loro confini marittimi. Nel 2019 gli Stati Uniti avrebbero dovuto avviare una serie di negoziati tra i due Paesi per risolvere la questione, ma il tavolo delle trattative non è mai stato aperto. La mediazione di uno Stato terzo è però fondamentale per la definizione dei confini: il Libano non ha mai riconosciuto l’esistenza di Israele, pertanto accordarsi direttamente con Tel Aviv su tale questione è fuori discussione, anche perché vorrebbe dire legittimare lo Stato ebraico stesso. La contesa sulla Zona economica esclusiva era tornata già alla ribalta con la scoperta della presenza di gas nel blocco successivamente denominato Leviathan: il Libano aveva dichiarato che l’area si trovava nelle proprie acque territoriali, per poi lasciar perdere la contesa. L’interesse israeliano per il Blocco 72 però ha riaperto il contenzioso, dato che l’area si trova nei pressi della zona marittima oggetto di contesa tra i due Paesi.

Le relazioni con l’Egitto

Grazie all’esportazione di gas naturale, Israele è però riuscito a stringere rapporti ancora più stretti con il vicino Egitto. A inizio del 2020, lo Stato ebraico ha iniziato ad esportare il combustibile ottenuto dai blocchi Leviathan e Tamar verso Il Cairo, dove viene sottoposto al processo di liquefazione dalla compagnia Dolphinus Holdings. L’accordo siglato tra i due Paesi – definito dagli esperti il più importante dai tempi del Trattato di pace del 1979 – prevede il trasporto di 85,3 miliardi di metri cubi di gas per i prossimi 15 anni, la sua liquefazione e in futuro la sua eventuale vendita sul mercato europeo. Data l’importanza dello scambio commerciale, la Nobel Energy – una delle aziende che si occupa dei giacimenti Leviathan e Tamar – ha subito provveduto a migliorare il gasdotto che collega la città di Ashkelon all’Egitto, incrementandone così le capacità. L’accordo energetico siglato tra Israele ed Egitto è stato non solo un’importante vittoria geopolitica per lo Stato ebraico, ma ha anche avuto effetti positivi sull’economia israeliana come confermato dal ministro per l’Energia Yuval Steinitz. “La rivoluzione del gas naturale ci trasforma in una potenza energetica e ci offre non solo enormi entrate per il Paese, ma anche una drastica riduzione dell’inquinamento atmosferico”, ha affermato il ministro. Ma le ambizioni di Israele vanno ben oltre un semplice accordo commerciale con l’Egitto. Lo Stato ebraico sta infatti cercando di convincere Il Cairo a entrare a far parte del più grande progetto EastMed, il gasdotto che dovrebbe collegare Israele, Cipro, Grecia ed Italia e che è inoltre alla base di un nuovo scontro con la Turchia nel Mediterraneo.

Diversi esperti temevano però che il piano israeliano di annessione della Valle del Giordano avrebbe inasprito i rapporti tra Israele ed Egitto, con effetti negativi anche sul fronte energetico oltre che diplomatico. Questi pronostici sono stati però disattesi, dato che nulla è cambiato nelle relazioni tra i due Paesi né in quelle tra Israele e Giordania. Anche il Regno haschemita acquista gas a un prezzo vantaggioso dallo Stato ebraico e nonostante le rimostranze contro l’annessione e una serie di votazioni del Parlamento per chiedere l’annullamento degli accordi commerciali con Tel Aviv la situazione sul terreno è rimasta immutata.

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