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Matthias Warnig, il Richelieu del Nord Stream 2

Il Nord Stream 2 è finalmente realtà: Stati Uniti e Germania hanno raggiunto un accordo basato sul do ut facias che, ponendo fine ad una controversia durata esattamente un decennio, permetterà al re dei gasdotti di entrare in operatività senza il timore di sanzioni, boicotaggi e sabotaggi da parte dell’America e dei suoi alleati nel cuore d’Europa.

L’accordo sul NS2 costituisce una sconfitta totale per Kiev e per la lobby antirussa con sede a Washington, sebbene vada letto più come una concessione a Berlino che come una bandiera bianca verso Mosca, e verrà ricordato da contemporanei e posteri come un atto storico. Storico perché sancisce una storica rivalsa dell’eunuca egemonia tedesca sugli Stati Uniti, che dal secondo dopoguerra sono i custodi del Vecchio Continente e i severi tutori della Germania.

È possibile che Angela Merkel abbia offerto dei grassi agnelli sacrificali a Joe Biden, oltre alla presa in carico dell’Ucraina – che le autorità tedesche si impegnano ad aiutare diplomaticamente ed economicamente negli anni a venire –, quali ad esempio una maggiore rigidità nei confronti della Cina e un appiattimento ulteriore della politica estera su altri dossier rilevanti per gli Stati Uniti, ma l’accordo sul NS2 ha comunque dello storico: è la vittoria di un inibito Davide contro un temibile Golia.

E questo Davide germanico deve la traslazione in realtà di quel sogno chiamato NS2 non soltanto alla Merkel, ma anche (e soprattutto) a due teologi della GeRussia: l’ex cancelliere Gerhard Schröder e l’ex Stasi Matthias Warnig.

Matthias Warnig nasce il 26 luglio 1955 ad Altdöbern, un piccolo comune del Brandeburgo. Era l’epoca della Germania divisa in due, e Warnig ebbe la sfortuna (o la fortuna?) di nascere nella trincea della Cortina di ferro: la Repubblica Democratica Tedesca, altresì nota come DDR (Deutsche Demokratische Republik).

Poco e nulla è noto del suo percorso formativo, a parte una permanenza alla Scuola superiore di economia Bruno Leuschner. E poco e nulla si sa del suo curriculum ante-spionistico, dato che la sua biografia sembra iniziare soltanto nel 1974, anno dell’entrata nella Stasi, la potente agenzia di spionaggio della DDR.

Restano ignote le mansioni ricoperte da Warnig presso la Stasi, sebbene alcuni documenti suggeriscano che abbia potuto coordinare l’invio e il reclutamento di spie nella vicina Germania Ovest – supervisionando la sorveglianza della sua politica commerciale ed energetica – e gestire l’intercollaborazione con le controparti del KGB di stanza a Berlino Est. E sarebbe stato nel contesto del dialogo tra Stati e KGB che Warnig avrebbe fatto la conoscenza di Vladimir Putin, all’epoca residente a Berlino Est in qualità di funzionario dei servizi segreti sovietici, instaurando un rapporto resistito alla fine dei tempi e allo scorrere degli anni.

Warnig, ad ogni modo, ha sempre respinto tali indiscrezioni, sostenendo di avere incontrato Putin per la prima volta nel 1991, a guerra fredda terminata e ad assunzione di incarichi differenti: il primo reinventatosi uomo d’affari e il secondo a capo della Commissione per le relazioni esterne dell’ufficio del sindaco di San Pietroburgo.

Descritto dalla stampa berlinese come “il più vecchio amico tedesco di Putin” e “il tedesco più attivo nei circoli affaristici russi”, Warnig è un personaggio schivo e riservato, che non ama né la luce dei riflettori né i microfoni dei giornalisti, ma che non ha mai nascosto di avere un debole per la Russia, o meglio per quell’idea rispondente al nome di GeRussia, e di essere legato al capo del Cremlino da un rapporto di stima reciproca e di profonda amistà.

Quanto sia forte il legame affettivo tra Warnig e Putin può essere compreso soltanto spostandosi per un attimo dagli affari ai sentimenti disinteressati. È il 1993 e Ljudmila Putina, l’allora moglie dell’attuale presidente russo, è vittima di un grave incidente automobilistico. Rischia la vita e Putin, consapevole dei limiti della neonata Federazione russa, vorrebbe che venisse ricoverata altrove, preferibilmente nelle strutture ospedaliere dell’Occidente. Un desiderio che sarebbe riuscito a realizzare grazie a Warnig, curatore del trasferimento nottetempo e salvavita di Ljudmila in Germania. Un evento che avrebbe giocato un ruolo determinante nel trasformare la natura della relazione tra i due uomini, legati prima da un passato nello spionaggio e al servizio del comunismo e dopo, a partire da quella tragedia sfiorata, da una genuina amicizia.

Tornando al Warnig politico, dal dopo-guerra fredda ad oggi è stato uno dei più grandi sostenitore della necessità di un’intesa russo-tedesca per la sicurezza dell’Europa e il benessere della Germania – secondo soltanto a Schröder –, dedicandosi personalmente allo sviluppo delle relazioni bilaterali in materia di commercio, energia, finanza e investimenti.

Continuamente in viaggio tra Berlino e Mosca, Warnig, negli anni, ha ricoperto una grande varietà di incarichi di rilievo, tra i quali presidente della sussidiaria russa della Dresdner Bank – la prima banca d’Europa occidentale ad aver aperto una divisione in Russia – e consigliere d’amministrazione di Rosneft – il gigante russo del gas e del petrolio – e VTB Bank.

L’incarico più prestigioso, o meglio l’incarico della vita, però, viene ottenuto soltanto nel 2005. Perché quell’anno a Warnig sarebbe stata affidata la direzione generale del consorzio Nord Stream AG, l’ente incaricato di unire Germania e Russia con un tubo lungo 1.224 chilometri attraversante il mar Baltico: il Nord Stream.

Portato a compimento il Nord Stream nel 2011, Warnig si fa paladino e portavoce di un piano ambizioso: cementare la sicurezza energetica della Germania a mezzo del prolungamento del gasdotto. L’idea piace alla dirigenza tedesca, che riesce a placare i malumori oltreoceanici boicottando la materializzazione del concorrente South Stream, ma l’aggravarsi della guerra fredda 2.0 conduce ad un rallentamento dei lavori all’interno dei cantieri del NS2.

Lo stesso Warnig resta coinvolto nel confronto egemonico: la VBT Bank viene sanzionata dagli Stati Uniti nel 2017, le relazioni russo-tedesche peggiorano per via di periodiche crisi e l’amministrazione Trump prima minaccia e poi comincia a punire realmente alcuni degli attori coinvolti nella costruzione del NS2.

Vane saranno, però, le pressioni: il NS2 è sinonimo di sicurezza energetica in Germania, un imperativo irrinunciabile da portare a compimento, perciò gli operai continueranno a posare i tubi, anche se a rilento, anche se circondati dalla cappa della massima pressione voluta dalla presidenza Trump. E Biden, una volta fatto ingresso alla Casa Bianca, non potrà che prendere atto dell’impossibilità di bloccare un cantiere virtualmente ultimato, nonché dell’inamovibilità tedesca sulla questione, procedendo a negoziare i termini di un salvacondotto per l’Ucraina e a benedire a malincuore il NS2, il gasdotto del destino – il destino della GeRussia.