Un accordo storico e impensabile fino a pochi decenni fa è stato concluso tra Egitto e Israele, rendendo il gas una nuova architrave del potere regionale. L’annuncio dell’accordo da 35 miliardi di dollari fra la compagnia israeliana NewMed Energy, detentrice del 45% del giacimento Leviathan, e la statunitense Chevron, che ne possiede il 40%, per fornire gas naturale all’Egitto fino al 2040 segna un punto di svolta per il Medio Oriente. Fino a trent’anni fa, sarebbe stato quasi inconcepibile che il più grande contratto di esportazione energetica mai firmato da Israele avesse come partner il Cairo, il primo Paese arabo a firmare la pace con lo Stato ebraico nel 1979, ma anche un vicino con cui i rapporti sono sempre stati caratterizzati da una “pace fredda”, fatta di relazioni istituzionali stabili ma di reciproca diffidenza.
Il giacimento Leviathan, attivo dal 2019 e localizzato al largo delle coste settentrionali israeliane, è uno dei più grandi scoperti nel Mediterraneo orientale, con riserve stimate in 600 miliardi di metri cubi di gas. In base all’accordo, l’Egitto riceverà circa 130 miliardi di metri cubi di gas attraverso gasdotti sottomarini, evitando così i costi e le complessità logistiche del gas naturale liquefatto (LNG), che richiede processi di liquefazione, trasporto navale e rigassificazione.
Il collasso della produzione egiziana
Il contesto interno egiziano spiega bene la portata della decisione. Negli ultimi tre anni, la produzione di gas del Paese è crollata del 45%, passando dai 6,1 milioni di metri cubi di marzo 2021 ai 3,5 milioni di maggio 2025. Un tracollo dovuto a una combinazione di fattori: calo naturale dei giacimenti maturi, ritardi nello sviluppo di nuovi campi, problemi tecnici e forse una gestione non ottimale delle infrastrutture energetiche.
Questo deficit ha costretto il Cairo a importare LNG a prezzi elevati, aggravando il deficit della bilancia commerciale e alimentando la pressione sul cambio e sull’inflazione interna. Il prezzo medio del LNG sul mercato internazionale è di circa 13,5 dollari per milione di BTU, quasi il doppio rispetto ai 7,75 dollari del gas israeliano. L’accordo con Tel Aviv, secondo fonti vicine alle trattative, prevede un prezzo maggiorato del 20% rispetto alla media israeliana, ma resta comunque competitivo.
Dal sogno di hub regionale alla dipendenza
Fino al 2022, l’Egitto coltivava ambizioni da hub energetico per il Mediterraneo: utilizzando i propri terminali di liquefazione di Idku e Damietta, puntava a esportare gas, proprio grazie anche a forniture dai giacimenti israeliani e ciprioti. Ma la crisi produttiva interna ha ribaltato il paradigma. Da potenziale fulcro delle esportazioni, il Cairo si ritrova oggi a importare in modo strutturale per garantire energia alla propria popolazione e sostenere un’economia già fragile.
Dal punto di vista geoeconomico, ciò significa che Israele si ritrova in una posizione di fornitore strategico indispensabile, con il gas che copre già il 15-20% del fabbisogno egiziano. Un rapporto di interdipendenza sbilanciata, perché mentre per Israele il contratto rappresenta una delle tante fonti di entrate, per l’Egitto è una condizione vitale per la stabilità interna.
Il costo politico: la frattura con la società
Se economicamente la mossa è comprensibile, politicamente è rischiosa. L’opinione pubblica egiziana è largamente ostile a una normalizzazione con Israele: secondo un sondaggio Arab Barometer del 2022, solo il 5% degli egiziani approva relazioni aperte con Tel Aviv, e appena l’11% accetta rapporti commerciali.
Questo accordo rischia di allargare la frattura tra il regime di Abdel Fattah al-Sisi e una società storicamente solidale con i palestinesi. La percezione di un Cairo “sottomesso” a Tel Aviv per necessità economiche è alimentata anche da episodi recenti: durante la rappresaglia missilistica iraniana contro Israele, centinaia di cittadini israeliani hanno potuto attraversare il Sinai per rifugiarsi temporaneamente, mentre ai palestinesi di Gaza, sotto attacco da due anni, non è stata concessa la stessa possibilità.
Il rischio del ricatto energetico
L’esperienza della Giordania è illuminante. Amman ha un contratto ventennale firmato nel 2016 per l’importazione di gas dal Leviathan. Negli ultimi anni, una campagna di protesta interna ha chiesto la cancellazione dell’accordo, definendo la dipendenza da Israele un “triplo crimine”: minaccia alla sovranità, trasferimento di ricchezza pubblica verso un paese percepito come ostile e rinuncia a investire in fonti interne rinnovabili.
Anche l’Egitto potrebbe trovarsi presto in questa posizione. La sicurezza dell’approvvigionamento non è garantita: a giugno 2025, in seguito ad attacchi israeliani contro l’Iran, le operazioni del Leviathan sono state sospese, dimostrando la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche. Un’interruzione prolungata in piena estate provocherebbe blackout diffusi e gravi tensioni sociali.
Implicazioni strategico-militari e regionali
Sul piano strategico, Israele ottiene un vantaggio notevole: l’Egitto diventa più cauto nelle sue prese di posizione su Gaza e nei negoziati con Hamas. Il Cairo, pur mantenendo un ruolo di mediatore, è meno libero di esercitare pressioni. Il legame energetico diventa quindi una leva diplomatica nelle mani israeliane, utilizzabile anche su altri dossier, come la sicurezza nel Mar Rosso o la cooperazione militare contro gruppi jihadisti nel Sinai.
Israele, dal canto suo, consolida la propria immagine di fornitore affidabile in un’area instabile, guadagnando punti anche nei confronti di partner internazionali alla ricerca di fonti energetiche diversificate dopo la crisi ucraina.
Il gas come strumento di potere
Questa vicenda conferma una tendenza di fondo: nel XXI secolo, le risorse energetiche non sono solo beni di scambio, ma strumenti di potere. Chi controlla i flussi di gas o di petrolio esercita un’influenza che va ben oltre il piano economico, incidendo su scelte politiche, alleanze e posture strategiche.
Per l’Egitto, la sfida sarà evitare che la dipendenza energetica si trasformi in dipendenza politica, bilanciando l’accordo con investimenti in energie rinnovabili, sviluppo di nuovi giacimenti e diversificazione delle fonti. Per Israele, il rischio è che un eccessivo utilizzo della leva energetica possa innescare reazioni ostili e spingere i vicini a cercare alternative, riducendo nel lungo periodo il proprio peso contrattuale.
In ogni caso, l’intesa Israele–Egitto rappresenta una delle mosse più significative degli ultimi anni nello scacchiere mediorientale, perché lega in modo indissolubile energia, economia e geopolitica, e ridefinisce le priorità strategiche di entrambi i paesi.

