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	<title>conflitto Archives - InsideOver</title>
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	<title>conflitto Archives - InsideOver</title>
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		<title>Si, viaggiare&#8230; Ma non in questi Paesi: troppo pericolosi</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/si-viaggiare-ma-non-in-questi-paesi-troppo-pericoloso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Zanella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2024 16:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[criminalità]]></category>
		<category><![CDATA[Narcotraffico]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/09/OVERCOME_20240906183952201_e732054d9bda7e309e94c447f24a0755-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Una classifica stila la lista dei Paesi più pericolosi del 2024: stupiscono in positivo l'Afghanistan e in negativo l'Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/si-viaggiare-ma-non-in-questi-paesi-troppo-pericoloso.html">Si, viaggiare&#8230; Ma non in questi Paesi: troppo pericolosi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>L&#8217;estate è praticamente finita ma questo, per chi ama viaggiare, non è certo un problema. Non si smette mai di sognare e di programmare la prossima avventura e ogni occasione è buona per riempire la valigia, mettere lo zaino in spalla e partire: feste comandate, ponti, ferie arretrate. Eppure, <strong>ci sono posti da cui sarebbe meglio tenersi alla larga</strong>. Posti dove anche il viaggiatore più scafato rischia di trovarsi spiazzato di fronte a una realtà oltre la sua portata.</p>



<p><strong>Disastri naturali, violenza, sanità assente o molto carente, conflitti armati in corso, corruzione, terrorismo</strong>. Insomma, esistono Paesi verso i quali, prima di partire, bisognerebbe fare più di una riflessione. A darci una mano per conoscerli (e magari evitarli) ha pensato il sito <a href="https://hellosafe.it/assicurazione-viaggio/i-paesi-meno-sicuri-in-cui-viaggiare">Hellosafe</a>, che per la prima volta ha pubblicato il Travel Safety Index, un indice che indica la sicurezza dei Paesi dal più sicuro al più pericoloso (per quanto riguarda il 2024).</p>



<p>Se l&#8217;<strong>Islanda </strong>svetta al primo posto come luogo più innocuo sulla faccia della terra e l&#8217;Italia si attesta su un modesto 33° posto tra i Paesi europei in cui viaggiare (l&#8217;Ucraina è al numero 36, seguita al 37 dalla Russia), a destare interesse sono, ovviamente, gli ultimi della fila, i cattivi maestri della geopolitica globale. Sul podio abbiamo, dal primo posto al terzo, <strong>Filippine, Colombia e Messico</strong>. Con un punteggio da 0 a 100, dove 0 sta per il massimo della sicurezza e 100 il massimo della pericolosità, le Filippine totalizzano un punteggio di 83,32, la Colombia 79,21 e il Messico 78.42.</p>



<p>Ma su cosa si basa questo indice? Come si legge sul sito, &#8220;l&#8217;HelloSafe Index è stato concepito per valutare la sicurezza complessiva dei Paesi di tutto il mondo attraverso un&#8217;analisi approfondita basata su una serie di 35 criteri raggruppati in cinque categorie principali, con dati tratti da fonti ufficiali di riferimento, in particolare da <strong>varie agenzie delle Nazioni Unite (UNDP, OMS, UNODC, UNHCR, UNSD, FAO)</strong>, dalla Banca Mondiale e da numerosi enti di ricerca internazionali (IEP, EIU, IMDC, SIPRI, IISS, UCDP). Questi criteri coprono vari aspetti della sicurezza, dai rischi ambientali agli aspetti sociali e politici, tra cui il <strong>coinvolgimento in conflitti armati e la qualità delle infrastrutture sanitarie</strong>. Inoltre, l&#8217;indice HelloSafe è destinato a essere aggiornato ogni anno&#8221;.</p>



<p>Altri Paesi considerati pericolosi secondo questo criterio (in ordine dal quarto posto a salire) sono: India, Russia, Yemen, Indonesia, Somalia, Mozambico, Pakistan, Venezuela, Iran, Siria, Stati Uniti e Bangladesh. Spicca, in questa hall of fame, la posizione intermedia di un paese come l&#8217;Afghanistan che, incredibilmente, ha totalizzato un punteggio di 54,29 (bene ma non benissimo).</p>



<p>Tornando ai tre Paesi più pericolosi, per quanto riguarda le Filippine hanno pesato principalmente l&#8217;instabilità politica, la carenza di infrastrutture sanitarie, il grado di militarizzazione e corruzione delle forze di polizia e <strong>il numero di omicidi ogni 100.000 abitanti</strong>. Per quanto riguarda Colombia e Messico è anche superfluo spiegare quale sia la ragione di questa pessima reputazione nel 2024: il <strong>narcotraffico </strong>è una piaga sociale, un vero doppio Stato che fin troppo spesso si sovrappone a quello legale. Diffusione di armi, violenza tra bande, omicidi, intimidazioni, corruzione. Insomma, il clima da quelle parti non è certo dei migliori.</p>



<p>La lista, tuttavia &#8211; come anche specificato nel sito -, non dev&#8217;essere intesa come un suggerimento turistico. In effetti, proprio il Messico e la Colombia godono di un turismo florido in ogni periodo dell&#8217;anno. Dunque è bene non generalizzare e, al di là di toni che possono essere ironici, anche questo articolo non intende scoraggiare i viaggiatori. L&#8217;importante è sapere che in certe zone del globo esistono situazioni limite ed è bene non partire sprovveduti. </p>



<p>Oltre a siti come Hellosafe esistono modi ufficiali per scegliere con cognizione di causa la prossima meta di viaggio. Indubbiamente, il portale più autorevole sul quale tenersi informati è quello che fa capo alla <strong>Farnesina</strong>: <a href="https://www.viaggiaresicuri.it/home">Viaggiare Sicuri</a>. Insomma, le informazioni ci sono, basta utilizzarle e, in fin dei conti, anche i paesi che nel 2024 sono stati considerati meno sicuri possono offrire opportunità per muoversi in sicurezza. </p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/si-viaggiare-ma-non-in-questi-paesi-troppo-pericoloso.html">Si, viaggiare&#8230; Ma non in questi Paesi: troppo pericolosi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Generale Capitini: &#8220;Che cosa vuol dire, davvero, la parola guerra&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 May 2024 14:09:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La terza guerra mondiale a pezzi, il cyberspazio, il cosmo. Il generale Capitini sottolinea le nuove realtà della guerra e la necessità di parlarne con consapevolezza e corretta informazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html">Generale Capitini: &#8220;Che cosa vuol dire, davvero, la parola guerra&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_20240505084704970_bb99de61d16a00a62b6ce7e03019bd70-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><strong>Nel mondo in cui la guerra torna affare di dominio pubblico </strong>anche in un Occidente svegliato dal torpore post-storico degli ultimi anni, saper parlare, e bene, dell&#8217;arte militare è oggi necessità ineludibile.<strong> Paolo Capitini</strong>, generale di brigata in riserva dell’Esercito, è sul tema autore con Mirko Campochiari, del volume “<em>Le Parole della Guerra – Viaggio nel mondo dei termini militari –Esercito</em>” (edizioni Parabellum) in cui è al centro la necessità di discutere, appropriatamente, dei conflitti evitando fraintendimenti e una comunicazione errata che possa produrre infodemia. Con lui parliamo del tema di come <a href="https://it.insideover.com/eventi/raccontare-la-guerra-oggi-quarantanni-di-conflitti-visti-con-gli-occhi-dei-giornalisti-italiani.html"><strong>raccontare oggi la guerra</strong>, da sempre caro a <em>InsideOver</em>.</a></p>



<h4 class="wp-block-heading"><strong>Generale, il saggio è centrato sulle “parole” della guerra. Ovvero sul parlare, con proprietà, dei moderni conflitti. Quanto è &#8211; oggigiorno &#8211; fragile sul tema l’opinione pubblica e soprattutto quanto lo è il mondo dell’informazione, in una fase in cui servirebbe informare correttamente e attivamente?</strong></h4>



<p>Si potrebbe dire che è il vecchio tema del racconto, cioè del descrivere per comprendere cosa accade fuori da noi. Senza le parole questo meccanismo di semplificazione, razionalizzazione e infine interpretazione della realtà è semplicemente impossibile. Ecco perché individuare le parole, ma soprattutto interiorizzare il loro esatto significato è premessa indispensabile per essere parte attiva nella narrazione e non bersaglio inerte esposto alle parole della propaganda. Queste si mistificate, poste fuori contesto e deprivate del loro significato per parlare non più alla mente ma alla pancia del pubblico. Il pericolo di non possedere il significato delle parole, non solo quelle della guerra, è nei paesi a democrazia avanzata particolarmente grave. Da noi infatti è richiesto a tutti un ruolo attivo di partecipazione alla formazione del sentire comune. Ogni opinione è quindi importantissima, ma proprio per questo deve essere quanto più informata e oggettiva possibile, proprio per non deprivare il popolo di uno dei suoi strumenti più importanti di controllo del potere, quello cioè della critica. In questo senso l’intero sistema dell’informazione, anche se non dovrebbe svolgere un ruolo puramente pedagogico come fu nei decenni del boom economico e in quelli immediatamente successivi, deve però, a mio parere, mantenere una certa vocazione educativa e non certo manipolativa. Ecco perché nel campo della guerra come in tutti gli altri campi il sistema dell’informazione non può accontentarsi di un vocabolario approssimativo, sensazionalistico, emotivo che poco spiega e molto spaventa. Certo i tempi dell’informazione specie quella televisiva non consentono grandi approfondimenti, ma almeno si può tentare di rifuggire da semplificazioni a volte imbarazzanti. Credo sia anche opportuno fare un cenno alla presunta disaffezione del pubblico dall’informazione e il suo virare verso l’intrattenimento. Questo può essere vero proprio se riferito ai media tradizionali come la televisione e, in misura leggermente minore, i giornali, ma è molto meno vero se si considera l’informazione che viaggia sulla rete. Non è questa la sede per discutere sulla qualità e sull’attendibilità di questa informazione, né dei toni o delle parole che usa, ma di certo i numeri degli utenti e delle visualizzazioni testimoniano di un grande bisogno di informazione percepita come non manipolata e libera, soprattutto da parte del pubblico più giovane. Fornire al pubblico e agli operatori uno strumento per iniziare a comprendere le parole della guerra è quindi, almeno nell’idea mia e di Mirko, non solo un contributo per potersi muovere con maggiore competenza all’interno di questo argomento, ma anche uno strumento per incrementare la consapevolezza e con essa la capacità di comprendere, valutare e quindi decidere consapevolmente.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Si parla spesso di “ritorno” della guerra. Ma verrebbe da pensare: la guerra non se ne è mai andata. Come cambia, ai giorni nostri, la guerra e come sta cambiando la sua narrazione?</h4>



<p>La guerra, è facile intuire, non se ne è mai andata, né mai se ne andrà perché, volenti o nolenti, è parte della nostra natura umana. Nessun altro animale infatti combatte guerre contro i suoi simili. Certo combatte per il cibo e il territorio, ma non è in grado di pensare ad un sistema di violenza organizzata che lo porterà ad affrontare un tempo di dolore e sofferenza con l’unico scopo di causarne di maggiori al nemico. In questo senso la guerra non cambia e non cambierà. Si tratta in sintesi del ricadere sempre nella antica illusoria scommessa che questa volta le cose andranno diversamente dall’ultima guerra e che, soprattutto, tutto si svolgerà come si è immaginato. Purtroppo una volta scatenato il demone della guerra vive di vita propria, prendendo strade inattese e perseguendo fini non immediatamente palesi. In questa la guerra di oggi non differisce molto da tutte quelle che l’hanno preceduta e che di certo la seguiranno. Ciò che cambia perché legato al tempo e al periodo è la tecnica, vale a dire gli strumenti e i sistemi che si utilizzano per combatterla. In questo riferirsi alla seconda guerra mondiale come termine di paragone di un grande conflitto regolare e simmetrico è inevitabile ma fuorviante. Quel mondo è infatti scomparso in gran parte con Hiroshima e a seppellirlo hanno contribuito l’era della elettronica e quella della cibernetica che hanno dilatato il campo di battaglia in spazi inimmaginabili. È infatti molto difficile per noi tutti accettare che non esista più una netta separazione tra lo spazio della guerra e quello della pace ma che tutti noi viviamo in un unico spazio della competizione permanente che, talvolta, si esprime anche attraverso la violenza armata e organizzata del conflitto. Quella che segue non è mai una pace, ma il ritorno del conflitto sotto soglie di violenza più o meno accettabili. In questo senso la sintesi proposta da Papa Francesco quando parla di Terza Guerra mondiale a pezzi non è lontana dalla realtà. Come narrare quindi questo mondo in cui tutti siamo soldati e nello stesso tempo vittime civili? Credo non sia facile, ma un buon inizio credo sia tentare come primo passo di raccontare quel che accade cercando di comprenderne le ragioni e i motivi e, soprattutto, senza voler imporre un proprio punto di vista ritenuto giusto e per questo prevalente. Siamo proprio sicuri, ad esempio, che tutto il mondo interpreti la propria realtà in chiave economicista? Che ponga il denaro al di sopra di tutto? Sorprenderà sapere che per molti questo non è vero. Potere, prestigio, credo religioso sono per molte comunità valori di gran lunga superiori al denaro, all’economia e alla finanza e per questi valori sono disposti a combattere. La guerra quindi impone di riflettere sulla nostra società, su quella che è e su che cosa davvero sia per essa importante. In questo senso la narrazione può aiutare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nel saggio parlate anche delle dimensioni spaziali della guerra. I conflitti si combattono ormai in luoghi fisici, ma anche nella rete e nello spazio cyber. Come devono evolvere le forze armate in quest’ottica per prepararsi a scenari sempre più complicati?</h4>



<p>Certo, si tratta, come detto, di una iper estensione del campo di battaglia. Lontanissimi ormai i tempi di Campaldino, delle Termopili e persino di Stalingrado dove il rumore del cannone e la polvere marcavano il luogo dello scontro. Oggi questo si è espanso, in primo luogo, nella dimensione immateriale del cyberspazio che avvolge ormai l’intero pianeta e in cui galleggia non senza qualche pericolo l’intero Occidente industrializzato e progredito. Il secondo ambiente operativo è quello dello spazio extraatmosferico. Oltre i 100 km dal suolo, dove non è possibile alcun volo sostenuto dall’aerodinamica terrestre, si apre un territorio del tutto nuovo. È innegabile che con l’avvento dell’era digitale con le sue espansioni verso le reti di dati e l’interconnessione globale il cyperspazio, questo dominio immateriale, si è trasformato in un concreto campo di battaglia. Assolutamente concreti ed affatto immateriali sono infatti i danni che un’azione ostile provocherebbe alla rete dati globale. Mercati finanziari, reti energetiche, controllo del traffico marittimo e aereo, sistemi amministrativi di interi stati dipendono infatti dalla capacità ormai data per scontata di scambiare un’enorme mole di dati in tempi brevissimi. Interrompere o comunque degradare questa capacità vitale è di per sé stesso un obiettivo pagante per qualsiasi potenza in guerra con un’altra. Aggiungerei che non si deve poi essere apertamente in guerra per ricorrere a questo tipo di aggressioni. E’ questo infatti il contesto in cui si sviluppa parte della cosiddetta “guerra ibrida” che prevede una serie di misure ostili, estremamente dannose che però non sfociano in vere e proprie azioni cinetiche. La Federazione russa in questo è stata un precursore e uno degli Stati che più di altri si affida a questo nuovo tipo di confronto, ma non è certo l’unica. Il nuovo ambiente operativo, per semplicità denominato cyberspazio, impone a tutti di adottare misure, costituire unità specializzate e sviluppare una precisa dottrina di impiego espressamente dedicate al contrasto di questa minaccia immateriale ma sempre incombente. Un discorso a parte merita invece il quinto dominio operativo: lo spazio extra-atmosferico. È questa la dimensione dei satelliti. Ce ne sono di tutti i tipi e in grandissimo numero; da quelli meteorologici ai satelliti per telecomunicazioni, da quelli per le misurazioni a terra ai satelliti, è ovvio, militari. Si tratta in gran parte di sistemi per la sorveglianza di ampie aree, dedicati alla funzione intelligence. Il numero e la sofisticazione di questi apparati in pratica ha quasi completamente privato chiunque della possibilità di mantenere qualcosa veramente segreta. Si potrebbe dire che si tratta della fine del principio clausewitziano della sorpresa, ma ecco perché si sta sviluppando una serie di possibilità per accecare la rete satellitare avversaria a vantaggio della propria. Certamente questa è ancora una possibilità nelle mani di poche potenze tecnologicamente molto avanzate, ma niente esclude che nel futuro si possa assistete ad una certa “democratizzazione” degli armamenti anche in questo settore.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Due anni di guerra in Ucraina, la guerra a Gaza, le crisi internazionali sempre più attive nel mondo stanno chiamando a una nuova mobilitazione l’economia e la politica nei Paesi più avanzati. Che scenari si preparano?</h4>



<p>Stiamo tutti vivendo la fine della globalizzazione almeno come la si era intesa nei primi decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica. Negli anni ’90 e per tutta la prima decade di quelli duemila ci si era illusi che la fine della contrapposizione bipolare tra USA e URSS avesse rappresentato l’inizio del “secolo americano”, altro termine con cui si poteva definire la globalizzazione. Una sola super potenza finanziaria, economica e soprattutto militare in grado di dettare l’agenda ad un intero pianeta; questo almeno nell’illusione degli Stati Uniti. Sono gli anni in cui si annunciava la fine della storia, l’integrazione mondiale e la riduzione della guerra a piccole e marginali questioni di potere locale tra signori della guerra e stati falliti. Sarebbe stata la Comunità Internazionale, questa immateriale entità fatta di bontà e saggezza a garantire la pace mondiale attraverso limitate e chirurgiche operazioni di pace che anche nei termini rifuggivano dalla parola “guerra”. Già a partire dagli inizi del secondo decennio degli anni duemila il risveglio è stato brusco e amaro. Senza qui ripercorrere le tappe di questo ritorno alla realtà mi limiterò a ricordarne gli effetti. Mentre l’America delocalizzava gran parte della sua catena produttiva in Cina non si era resa forse conto di come e quanto la grande potenza asiatica stava crescendo e non solo economicamente. Il progetto della nuova via della seta, soprattutto nella sua declinazione marittima, imponeva infatti alla Cina di uscire dai suoi mari litoranei e proiettarsi verso l’indo-pacifico. Ciò significa che, prima o poi, Cina e Stati Uniti si troveranno a competere per il dominio su quest’area vitale e potrebbe non essere un confronto pacifico e indolore. C’è poi la Federazione russa, resuscitata dall’abisso degli anni di Eltzin e ora più che mai decisa a riprendersi uno spazio sulla scena internazionale. L’improvvida definizione che della Russia diede il presidente Obama quando la relegò a una potenza regionale evidentemente sta molto stretta a Putin e al gruppo di potere che da due decenni governa la Russia. E poi c’è l’India che sta facendo passi avanti giganteschi sia sul piano economico sia su quello militare e che prima o poi dovrà confrontarsi con il suo competitor più vicino: la Cina. Anche l’Africa sta cambiando ad una velocità difficilmente percepita qui in Europa. La Francafrique sembra ormai tramontata e anche se in apparenza potrebbe essere presto sostituita da Cina e Russia quello che emerge sempre più chiaramente è la volontà dei popoli africani a governarsi da soli, senza più il tutoraggio di qualche potenza extra-africana. A questo scenario confuso si aggiungono poi i movimenti di altre potenze regionali come la Turchia che con la sua politica di Mavi Vatan – la “patria blu” punta a ritagliarsi uno spazio esclusivo nel Mediterraneo e a ricostituire un’area di influenza neo-ottomana estesa a tutti i vecchi domini della Sublime Porta. Si potrebbe continuare con la crisi interna agli stessi Stati Uniti, sempre più polarizzati al loro interno o con le difficoltà dell’Europa a costituirsi come vera Unione superando l’attuale configurazione di unione finanziaria e mercantile e diaspora politico-militare. Crisi climatica e demografia fuori controllo completano un quadro più che pericoloso. Quali scenari si preparano? Non lo so, ma tutti quelli che mi vengono in mente sono uno peggiore dell’altro.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’Europa, in quest’ottica, torna a parlare di guerra. Ma è attrezzata a competere in scenari bellici? Abbiamo digerito definitivamente il mito della “fine della storia”?</h4>



<p>Credo che sia bene sfatare un mito. L’Europa come entità politica non esiste. Quello che ci ostiniamo a credere lo sia, vale a dire l’Unione Europea è in realtà un forum in cui gli Stati del continente negoziano tra loro i propri interessi nazionali ben felici di portare a casa un risultato positivo per loro anche quando questo avviene a scapito e danno di qualcun altro. L’avere una moneta unica non ha certo significato l’essere una sola nazione, in altri termini l’Euro non è il Dollaro. In assenza di un governo comune, di un parlamento europeo con pieni e veri poteri, di una politica estera comune non ha quindi senso parlare di difesa comune. E’ bene infatti ricordare che una difesa comune protegge sempre una politica comune e qui siamo molto, molto lontani. La guerra in Europa, quindi, sarà affrontata non certo dall’Unione Europea ma dagli Stati che amministrano questa prospera penisola del continente asiatico. Al limite in caso di conflitto si potrà far conto sulla NATO, vale a dire sugli Stati Uniti che, almeno in questo, non possono permettersi di perdere il pilastro europeo. Non sarà però un aiuto indolore sia in termini economico-finanziari sia umani e materiali. Gli Stati europei membri dell’Alleanza Atlantica da oggi in avanti saranno infatti chiamati a destinare sempre maggiori risorse alla Difesa e non solo in termini economici, ma anche come qualità e quantità di truppe. Insomma l’era della pace universale e duratura sembra declinare velocemente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/generale-capitini-che-cosa-vuol-dire-davvero-la-parola-guerra.html">Generale Capitini: &#8220;Che cosa vuol dire, davvero, la parola guerra&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;insurrezione nel Sinai è un problema per il governo egiziano</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/linsurrezione-nel-sinai-e-un-problema-per-il-governo-egiziano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Walton]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2019 15:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
		<category><![CDATA[Sinai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1368" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-1024x730.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le forze di sicurezza egiziane hanno ucciso, nel corso di uno scontro a fuoco, quindici terroristi nella città di Arish, nella regione del Sinai del Nord. Gli insorti stavano organizzando un attentato e vistisi scoperti hanno ingaggiato un confronto, rivelatosi fatale, con i militari. L&#8217;operazione anti-terrorismo va inquadrata in un più ampio sforzo dell&#8217;apparato statale &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/linsurrezione-nel-sinai-e-un-problema-per-il-governo-egiziano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1368" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-768x547.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Al-Sisi-1024x730.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Le forze di sicurezza egiziane <a href="https://www.egypttoday.com/Article/1/75352/15-terrorists-killed-in-shoot-out-in-North-Sinai">hanno ucciso</a>, nel corso di uno scontro a fuoco, quindici terroristi nella città di Arish, nella regione del <strong>Sinai</strong> del Nord. Gli insorti stavano organizzando un attentato e vistisi scoperti hanno ingaggiato un confronto, rivelatosi fatale, con i militari. L&#8217;operazione anti-terrorismo va inquadrata in un più ampio sforzo dell&#8217;apparato statale per cercare di ristabilire pace e sicurezza nella regione: nella sola giornata del 27 settembre, infatti, erano stati uccisi 118 estremisti ed erano stati disattivati circa 273 ordigni esplosivi. <strong>L&#8217;insurrezione islamista</strong> nel Sinai, guidata dal Wilayat Sinai, l&#8217;emanazione locale dello Stato Islamico, continua a rivelarsi una pericolosa spina nel fianco per il governo egiziano sin dal 2013, quando si è rafforzata in seguito al caos derivante dalla rimozione dal potere del presidente Mohammed Morsi. La mancanza di stabilità al Cairo ha favorito il radicamento territoriale dei terroristi e le risposte delle autorità non sono riuscite, finora, a risolvere del tutto il problema. Il Presidente Abdel Fattah al-Sisi, già alle prese con un&#8217;economia stagnante ed<a href="https://it.insideover.com/politica/un-nuovo-fronte-di-proteste-preoccupa-al-sisi.html"> il ritorno delle dimostrazioni</a> di piazza, ha bisogno di una vittoria nella regione per fortificare la propria posizione politica.</p>
<h2>Sforzi e strategie</h2>
<p>L&#8217;esecutivo egiziano <a href="https://www.rand.org/blog/2019/08/making-headway-against-the-sinai-insurgency.html">ha stanziato</a> 42.000 uomini, suddivisi in 88 battaglioni, nel nord del Sinai, intraprendendo così una <strong>gigantesca campagna militare</strong> per sradicare l&#8217;insurrezione ma, nonostante tutto, i risultati non sono stati quelli attesi e lo spargimento di sangue è aumentato sempre di più. Stime incomplete parlano di almeno mille uomini delle forze di sicurezza  uccisi, centomila abitanti della regione, su un totale di un milione e mezzo, costretti ad abbandonare le proprie case ed altri quattrocentomila bisognosi di ricevere aiuti umanitari, migliaia di militanti eliminati ed altre decine di migliaia arrestati. Gravi attentati hanno però continuato a segnare la vita degli abitanti della zona, come l&#8217;assalto dei militanti islamici alla moschea Sufi di Bir Al-Abed, nel novembre del 2017, che ha provocato più di trecento morti e più in generale una serie di attacchi che sono stati portati avanti contro le forze di sicurezza ed i civili. L&#8217;obiettivo dei terroristi non è solo quello di destabilizzare l&#8217;esecutivo di Al-Sisi, ma anche quello di privare l&#8217;economia egiziana delle sue principali fonti di entrate: su tutte quelle del settore turistico. <a href="https://jamestown.org/program/cairos-struggle-to-contain-north-sinai-militancy/">L&#8217;abbattimento</a> dell&#8217;aereo passeggeri russo partito da Sharm el-Sheik, nell&#8217;ottobre del 2015, ha provocato la morte di 224 persone e un significativo danno d&#8217;immagine all&#8217;industria del turismo, che continua a stentare. Le operazioni militari nel Sinai del Nord non si limitano a colpire i presunti terroristi ma anche i sospetti o potenziali fiancheggiatori e per questo motivo non è raro che le abitazioni dei sospettati vengano distrutte. Questo genera ulteriore alienazione e dissenso tra la popolazione che si sente marginalizzata dal governo centrale e che già da molto tempo era ostile nei confronti delle autorità.</p>
<h2>Possibili soluzioni</h2>
<p>La risposta del Cairo all&#8217;insurrezione nel Sinai chiarisce come la sola forza non sia sufficiente a sconfiggere una ribellione radicata, ma debba invece coordinarsi con maggiori investimenti economici e con la creazione di nuove prospettive di sviluppo per gli abitanti. Questo è anche quanto, secondo alcune fonti, è stato suggerito dai partner americani, che elargiscono<a href="https://www.wsj.com/articles/egypts-war-against-islamic-state-upends-lives-of-sinai-residents-1539250200"> ingenti quantità</a> di aiuti militari al governo egiziano. La popolazione della regione è anche il principale bacino di reclutamento per i terroristi e questo reclutamento, che viene indirettamente potenziato dalle attività repressive dell&#8217;esercito, è favorito dal senso di disperazione e di alienazione che pervade gli abitanti. Il presidente Al-Sisi è probabilmente conscio del rischio che, sfruttando debolezze o periodi di instabilità, i gruppi di radicali islamici possano espandere ancor di più le proprie attività dal Sinai al resto del Paese, andando così a minacciare direttamente la sua autorità. La resilienza degli insorti, anche di fronte alla repressione, indica chiaramente come la conquista dei cuori e delle menti dei civili debba essere prioritaria, per svuotare le fila del <strong>Wilayat Sinai</strong> dei fiancheggiatori locali. La prosecuzione di un approccio militare potrebbe portare Il Cairo a doversi confrontare con un conflitto senza fine e destinato a provocare ulteriori sofferenze ed instabilità, in un momento in cui anche le dimostrazioni di protesta dei civili sembrano poter prendere di nuovo piede nel Paese. L&#8217;Egitto, una nazione dall&#8217;importanza strategica fondamentale per l&#8217;Africa del Nord ed il Medio Oriente, non può permettersi ulteriori passi falsi e se ciò avvenisse è probabile che il caos torni a colpire Il Cairo.</p>
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		<title>Kashmir, India e Pakistan sempre più vicini allo scontro</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/kashmir-india-e-pakistan-sempre-piu-vicini-allo-scontro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Walton]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Sep 2019 15:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[nazionalismo]]></category>
		<category><![CDATA[scontri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="India, allerta terrorismo in Kashmir (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Non si placano le tensioni nel Kashmir indiano, l&#8217;unico Stato a maggioranza musulmana sotto il controllo di Nuova Delhi, che rischia di divenire una nuova polveriera in Asia meridionale. L&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 370 della Costituzione indiana, decisa dal governo centrale il 5 agosto, ha praticamente cancellato la vasta autonomia di cui godeva la regione, rivendicata anche &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/kashmir-india-e-pakistan-sempre-piu-vicini-allo-scontro.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/kashmir-india-e-pakistan-sempre-piu-vicini-allo-scontro.html">Kashmir, India e Pakistan sempre più vicini allo scontro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="India, allerta terrorismo in Kashmir (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/09/Allerta-terrorismo-in-Kashmir-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Non si placano le tensioni nel Kashmir indiano, l&#8217;unico Stato a maggioranza musulmana sotto il controllo di Nuova Delhi, che rischia di divenire una nuova polveriera in Asia meridionale. L&#8217;abolizione dell&#8217;articolo 370 della Costituzione indiana, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2019/08/india-abolishes-kashmir-special-status-rush-decree-190805061331958.html">decisa dal governo centrale il 5 agosto</a>, ha praticamente cancellato la vasta <strong>autonomia</strong> di cui godeva la regione, rivendicata anche da Islamabad. Il Kashmir godeva, infatti, di autonoma potestà legislativa in molti ambiti, con l&#8217;esclusione di difesa, comunicazioni e politica estera e l&#8217;articolo impediva inoltre ai non residenti di trasferirsi permanentemente nella regione e di acquistarvi terreni. In questo modo l&#8217;equilibrio demografico locale, a favore degli abitanti del luogo, era garantito. <span style="font-size: 1rem;">L&#8217;esecutivo nazionalista di Nuova Delhi, guidato dal premier <strong>Narendra Modi</strong>, sembra così aver deciso di riportare il territorio sotto un più stretto controllo statale. La decisione è stata probabilmente influenzata dal successo elettorale, nelle consultazioni nazionali di aprile e maggio del 2019, del partito di governo Bharatiya janata party (Bjp), che ha conquistato 303 seggi su 545 nel Lok Sabha, la Camera Bassa centrale. La fine dell&#8217;autonomia del Kashmir ha generato pesanti ripercussioni: </span><a style="font-size: 1rem;" href="https://www.aljazeera.com/news/2019/08/india-revokes-kashmir-special-status-latest-updates-190806134011673.html">i dati ufficiali di New Delhi parlano di 3800 persone arrestate</a><span style="font-size: 1rem;"> (2600 delle quali già rilasciate) in seguito ai disordini scatenatisi nella regione dal 5 agosto ad oggi. Preoccupa inoltre la posizione assunta dall&#8217;esecutivo del Pakistan. Shah Mehmood Qureshi, ministro degli Esteri di Islamabad, ha affermato l&#8217;attuale situazione rischia di generare un conflitto,</span><a style="font-size: 1rem;" href="https://www.encyclopedia.com/history/asia-and-africa/south-asian-history/india-pakistan-wars"> il quarto dall&#8217;indipendenza delle due nazioni avvenuta nel 1947</a><span style="font-size: 1rem;">, con Nuova Delhi. Entrambi gli Stati sono potenze nucleari e questo fattore rende ancora più minaccioso un possibile scoppio delle ostilità. Il Pakistan si è fortemente schierato contro la decisione indiana di revocare l&#8217;autonomia territoriale.</span></p>
<h2>Tensioni mai sopite</h2>
<p>I recenti sviluppi in Kashmir rischiano di portare la regione sull&#8217;orlo della guerra civile, come già successo in passato con pesanti scontri e spargimenti di sangue. Sin dal 1947 l&#8217;India amministra la parte più significativa del Kashmir e <a href="https://www.bbc.com/news/world-south-asia-16069078">dalla fine degli anni Ottanta diversi gruppi separatisti operano per staccare questa area dall&#8217;occupazione di Nuova Delhi. </a>L&#8217;insurrezione ha causato, ad oggi, <a href="https://www.thenewhumanitarian.org/news/2019/06/11/kashmir-s-decade-high-death-toll-warning-sign">più di 40mila morti</a> e vede opposte le truppe inviate dal governo indiano e i ribelli musulmani locali, che non riconoscono l&#8217;appartenenza di questo territorio alla nazione indiana. Nuova Delhi ha ripetutamente accusato Islamabad di fomentare il terrorismo nella regione e di aver fornito assistenza agli insorti con rifornimenti di armi e finanziamenti economici. La questione locale ha avuto dunque riflessi diplomatici importanti e ha condizionato le relazioni tra i due giganti dell&#8217;Asia meridionale. Ma è anche la vita quotidiana degli abitanti del territorio conteso ad essere stata, sin dal 5 agosto, stravolta dalle restrizioni imposte dal governo indiano per prevenire scontri. <a href="https://www.indiatoday.in/india/story/kashmir-update-article-370-normalcy-jammu-restrictions-1599119-2019-09-14">Internet non funziona</a>, le comunicazioni telefoniche sono estremamente ridotte, le scuole sono vuote perché i genitori preferiscono non mandarvi i figli per paura di disordini, il trasporto pubblico e i negozi sono perlopiù chiusi. Le <strong>preghiere del venerdì</strong> sono state interdette nelle principali moschee, nel timore che gli assembramenti possano sfociare in disordini. Gli abitanti di alcuni villaggi noti per le loro simpatie separatiste hanno dichiarato di essere stati picchiati e torturati da membri dell&#8217;esercito indiano, una versione che è stata seccamente smentita dalle Forze Armate. Le tensioni continuano ad aumentare e si rischia di avvicinarsi, pericolosamente, ad un punto di non ritorno.</p>
<h2>Lo scacchiere internazionale e la posizione cinese</h2>
<p>Le mosse indiane hanno generato una serie di risposte e minacce, al momento non particolarmente efficaci, da parte di Islamabad. <a href="https://www.hindustantimes.com/india-news/pak-battles-to-push-for-un-debate-on-kashmir-amid-lack-of-support/story-5SQBoO59nLR8IbOSRccSzI.html">La diplomazia pakistana ha richiesto più volte, ma al momento invano</a>, che il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Unhchr) istituisca una commissione di inchiesta per occuparsi del Kashmir. Il primo ministro Imran Khan ha affermato che parlerà della questione in tutte le sedi internazionali possibili, <a href="https://www.livemint.com/news/india/imran-khan-vows-not-to-disappoint-kashmiris-at-un-general-assembly-1568386889789.html">a partire dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevista per il 27 settembre </a>e ha rivendicato come, grazie all&#8217;attivismo della sua nazione, l&#8217;Unione europea abbia dichiarato che le controversie del Kashmir debbano essere risolte secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite. Khan ha anche ricordato come il Consiglio della cooperazione Islamica supporti la posizione del Pakistan in materia. La Cina, infine, si è risolutamente schierata al fianco di Islamabad, dichiarando come sia contraria ad ogni mossa unilaterale che minacci l&#8217;equilibrio regionale. Pechino occupa il 20 percento del territorio conteso, un&#8217;area denominata Aksai Chin e rivendicata dall&#8217;India. I tradizionali buoni rapporti tra la superpotenza asiatica e il Pakistan rischiano di minacciare, più di ogni altro fattore, le politiche di Nuova Delhi nella regione e di ostacolarne il suo assorbimento. La questione di fondo resta di difficile soluzione: le esigenze e le volontà della popolazione musulmana del Kashmir e del governo centrale indiano sono estremamente divergenti, in particolar modo da quando l&#8217;esecutivo è dominato da un movimento nazionalista determinato ad intensificare il controllo territoriale a discapito dell&#8217;autonomia. La revoca di quest&#8217;ultima rischia così di aprire un nuovo e sanguinoso capitolo nelle travagliate vicende della regione. Un&#8217;alleanza diplomatica tra Cina e Pakistan potrebbe parzialmente influire sugli esiti della vicenda e isolare Nuova Delhi in una posizione di minoranza. La situazione sul campo potrà però essere modificata, sostanzialmente, solo in caso di conflitto diretto tra le tre grandi superpotenze, un esito non auspicabile anche perché il tutto potrebbe degenerare in uno scontro nucleare dalle conclusioni catastrofiche ed imprevedibili. L&#8217;unico modo per abbassare la tensione resta quello di un coinvolgimento della comunità internazionale, in particolar modo delle Nazioni Unite, che possano favorire l&#8217;elaborazione di piani concordati per prevenire altri morti, sangue e distruzioni una regione che ha già sofferto abbastanza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/kashmir-india-e-pakistan-sempre-piu-vicini-allo-scontro.html">Kashmir, India e Pakistan sempre più vicini allo scontro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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Object Caching 52/233 objects using Redis
Page Caching using Disk: Enhanced 
Minified using Disk

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