SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI
Politica /

Centinaia di dimostranti hanno manifestato in Piazza Tahrir ed in altri luoghi dell’Egitto, come Alessandria e Suez, contro l’esecutivo di Abdel Fattah Al Sisi. Le proteste hanno avuto luogo in seguito alle accuse di corruzione lanciate dall’uomo di affari Mohamed Ali contro il governo del Paese. Ali ha criticato il capo dello Stato per il presunto spreco di milioni di sterline egiziane in residence ed hotel mentre molti vivono in uno stato di povertà. Al-Sisi ha risposto alle critiche rivoltegli definendole “bugie e calunnie” ed almeno cinque persone sono state arrestate dalle forze di sicurezza.

Gli echi delle massicce proteste che portarono alla caduta, nel 2011, del regime di Hosni Mubarak sembrano ancora lontani, dato anche lo scarso numero di persone scese nelle piazze e nelle strade. Le manifestazioni rappresentano comunque un campanello d’allarme da non sottovalutare per l’esecutivo egiziano, la cui popolarità non è aiutata dal perseguimento di politiche economiche di austerità. L’opposizione interna, seppur indebolita, continua ad essere presente in forma latente e potrebbe riattivarsi con poco preavviso, generando più di qualche grattacapo all’esecutivo.

Una nuova fase

Il presidente Al Sisi è stato eletto nel 2014 con il 97% dei consensi e rieletto quattro anni dopo con la stessa percentuale di voti, in assenza di rivali politici. I suoi sostenitori gli attribuiscono la capacità di aver stabilizzato l’Egitto, che aveva vissuto momenti di grave tensione ed instabilità in seguito alla deposizione di Mubarak. Le consultazioni del 2012 avevano infatti portato all’elezione di Mohammed Morsi, vicino al movimento dei Fratelli Musulmani e la sua presidenza aveva generato una profonda contrapposizione tra le diverse anime della popolazione del Paese. Nel 2013 i militari, guidati dall’attuale Capo di Stato, avevano rimosso Morsi con un colpo di stato ed in seguito avviato una serie di arresti e repressioni nei confronti dell’opposizione per cercare di stabilizzare l’Egitto.

Una tenace insurrezione di matrice islamista, sviluppatasi in seguito agli eventi del 2011, si è però radicata nella penisola del Sinai ed ha causato la morte, anche con attentati suicidi, di centinaia di militari, poliziotti e civili. La rivolta, capeggiata da fazioni vicine ad Al Qaeda ed allo Stato islamico, continua ad essere un problema per le autorità, che vorrebbero diffondere un’immagine della nazione come completamente pacificata e sotto il controllo dell’esecutivo. Le accuse di corruzione e le prime proteste popolari rischiano invece di aprire un nuovo fronte di scontro con alcuni settori della popolazione, esasperati dalle cattive condizioni dell’economia nazionale e dal tasso di povertà, che colpisce almeno il 60 per cento degli egiziani. Il governo del Paese si era recentemente rafforzato, sul piano interno, in seguito alla vittoria ottenuta, con l’88 per cento dei consensi, nel referendum costituzionale dell’aprile del 2019. L’approvazione popolare dei quesiti referendari ha portato alla potenziale estensione dei mandati presidenziali di Al Sisi sino al 2030 e ad un rafforzamento dei poteri esecutivi del capo dello Stato.

Le possibili evoluzioni

Il vero rischio per Il Cairo è quello di sottovalutare, anche a causa delle ridotte dimensioni delle proteste, la rabbia popolare presente nel Paese a causa delle cattive condizioni economiche e della mancanza di prospettive di sviluppo. L’esecutivo dovrebbe quindi affrontare alla radice i fenomeni di corruzione e cercare di implementare strategie di crescita che possano diffondere un certo livello di benessere tra la popolazione. La natura divisiva del governo Al Sisi, nato in forte contrapposizione all’elemento politico islamista, impedisce comunque alle autorità di estendere in misura accentuata la propria base di consenso. C’è la possibilità che questa base possa ridursi sempre di più, fiaccata dall’insoddisfazione per un tenore di vita troppo basso e dall’opposizione ideologica di fazioni avverse. Le politiche perseguite da Al-Sisi potrebbero rivelarsi un boomerang, qualora non contribuiscano a stabilizzare la scena politica interna e ad evitare il ripetersi degli scenari del 2011. Nel breve periodo la tenuta del governo non sembra minacciata da queste piccole dimostrazioni ma gli sviluppi nel lungo periodo, qualora non saranno risolti i problemi di base dell’insoddisfazione della popolazione, potrebbero essere ben diversi e più minacciosi. Sullo sfondo restano i timori per le conseguenze di un’eventuale instabilità dell’Egitto sulle dinamiche politiche del Nord Africa e del Medio Oriente e per un possibile ritorno di fenomeni in stile Primavera Araba nella regione.