Non si placano le tensioni nel Kashmir indiano, l’unico Stato a maggioranza musulmana sotto il controllo di Nuova Delhi, che rischia di divenire una nuova polveriera in Asia meridionale. L’abolizione dell’articolo 370 della Costituzione indiana, decisa dal governo centrale il 5 agosto, ha praticamente cancellato la vasta autonomia di cui godeva la regione, rivendicata anche da Islamabad. Il Kashmir godeva, infatti, di autonoma potestà legislativa in molti ambiti, con l’esclusione di difesa, comunicazioni e politica estera e l’articolo impediva inoltre ai non residenti di trasferirsi permanentemente nella regione e di acquistarvi terreni. In questo modo l’equilibrio demografico locale, a favore degli abitanti del luogo, era garantito. L’esecutivo nazionalista di Nuova Delhi, guidato dal premier Narendra Modi, sembra così aver deciso di riportare il territorio sotto un più stretto controllo statale. La decisione è stata probabilmente influenzata dal successo elettorale, nelle consultazioni nazionali di aprile e maggio del 2019, del partito di governo Bharatiya janata party (Bjp), che ha conquistato 303 seggi su 545 nel Lok Sabha, la Camera Bassa centrale. La fine dell’autonomia del Kashmir ha generato pesanti ripercussioni: i dati ufficiali di New Delhi parlano di 3800 persone arrestate (2600 delle quali già rilasciate) in seguito ai disordini scatenatisi nella regione dal 5 agosto ad oggi. Preoccupa inoltre la posizione assunta dall’esecutivo del Pakistan. Shah Mehmood Qureshi, ministro degli Esteri di Islamabad, ha affermato l’attuale situazione rischia di generare un conflitto, il quarto dall’indipendenza delle due nazioni avvenuta nel 1947, con Nuova Delhi. Entrambi gli Stati sono potenze nucleari e questo fattore rende ancora più minaccioso un possibile scoppio delle ostilità. Il Pakistan si è fortemente schierato contro la decisione indiana di revocare l’autonomia territoriale.

Tensioni mai sopite

I recenti sviluppi in Kashmir rischiano di portare la regione sull’orlo della guerra civile, come già successo in passato con pesanti scontri e spargimenti di sangue. Sin dal 1947 l’India amministra la parte più significativa del Kashmir e dalla fine degli anni Ottanta diversi gruppi separatisti operano per staccare questa area dall’occupazione di Nuova Delhi. L’insurrezione ha causato, ad oggi, più di 40mila morti e vede opposte le truppe inviate dal governo indiano e i ribelli musulmani locali, che non riconoscono l’appartenenza di questo territorio alla nazione indiana. Nuova Delhi ha ripetutamente accusato Islamabad di fomentare il terrorismo nella regione e di aver fornito assistenza agli insorti con rifornimenti di armi e finanziamenti economici. La questione locale ha avuto dunque riflessi diplomatici importanti e ha condizionato le relazioni tra i due giganti dell’Asia meridionale. Ma è anche la vita quotidiana degli abitanti del territorio conteso ad essere stata, sin dal 5 agosto, stravolta dalle restrizioni imposte dal governo indiano per prevenire scontri. Internet non funziona, le comunicazioni telefoniche sono estremamente ridotte, le scuole sono vuote perché i genitori preferiscono non mandarvi i figli per paura di disordini, il trasporto pubblico e i negozi sono perlopiù chiusi. Le preghiere del venerdì sono state interdette nelle principali moschee, nel timore che gli assembramenti possano sfociare in disordini. Gli abitanti di alcuni villaggi noti per le loro simpatie separatiste hanno dichiarato di essere stati picchiati e torturati da membri dell’esercito indiano, una versione che è stata seccamente smentita dalle Forze Armate. Le tensioni continuano ad aumentare e si rischia di avvicinarsi, pericolosamente, ad un punto di non ritorno.

Lo scacchiere internazionale e la posizione cinese

Le mosse indiane hanno generato una serie di risposte e minacce, al momento non particolarmente efficaci, da parte di Islamabad. La diplomazia pakistana ha richiesto più volte, ma al momento invano, che il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Unhchr) istituisca una commissione di inchiesta per occuparsi del Kashmir. Il primo ministro Imran Khan ha affermato che parlerà della questione in tutte le sedi internazionali possibili, a partire dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevista per il 27 settembre e ha rivendicato come, grazie all’attivismo della sua nazione, l’Unione europea abbia dichiarato che le controversie del Kashmir debbano essere risolte secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite. Khan ha anche ricordato come il Consiglio della cooperazione Islamica supporti la posizione del Pakistan in materia. La Cina, infine, si è risolutamente schierata al fianco di Islamabad, dichiarando come sia contraria ad ogni mossa unilaterale che minacci l’equilibrio regionale. Pechino occupa il 20 percento del territorio conteso, un’area denominata Aksai Chin e rivendicata dall’India. I tradizionali buoni rapporti tra la superpotenza asiatica e il Pakistan rischiano di minacciare, più di ogni altro fattore, le politiche di Nuova Delhi nella regione e di ostacolarne il suo assorbimento. La questione di fondo resta di difficile soluzione: le esigenze e le volontà della popolazione musulmana del Kashmir e del governo centrale indiano sono estremamente divergenti, in particolar modo da quando l’esecutivo è dominato da un movimento nazionalista determinato ad intensificare il controllo territoriale a discapito dell’autonomia. La revoca di quest’ultima rischia così di aprire un nuovo e sanguinoso capitolo nelle travagliate vicende della regione. Un’alleanza diplomatica tra Cina e Pakistan potrebbe parzialmente influire sugli esiti della vicenda e isolare Nuova Delhi in una posizione di minoranza. La situazione sul campo potrà però essere modificata, sostanzialmente, solo in caso di conflitto diretto tra le tre grandi superpotenze, un esito non auspicabile anche perché il tutto potrebbe degenerare in uno scontro nucleare dalle conclusioni catastrofiche ed imprevedibili. L’unico modo per abbassare la tensione resta quello di un coinvolgimento della comunità internazionale, in particolar modo delle Nazioni Unite, che possano favorire l’elaborazione di piani concordati per prevenire altri morti, sangue e distruzioni una regione che ha già sofferto abbastanza.

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