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Le forze di sicurezza egiziane hanno ucciso, nel corso di uno scontro a fuoco, quindici terroristi nella città di Arish, nella regione del Sinai del Nord. Gli insorti stavano organizzando un attentato e vistisi scoperti hanno ingaggiato un confronto, rivelatosi fatale, con i militari. L’operazione anti-terrorismo va inquadrata in un più ampio sforzo dell’apparato statale per cercare di ristabilire pace e sicurezza nella regione: nella sola giornata del 27 settembre, infatti, erano stati uccisi 118 estremisti ed erano stati disattivati circa 273 ordigni esplosivi. L’insurrezione islamista nel Sinai, guidata dal Wilayat Sinai, l’emanazione locale dello Stato Islamico, continua a rivelarsi una pericolosa spina nel fianco per il governo egiziano sin dal 2013, quando si è rafforzata in seguito al caos derivante dalla rimozione dal potere del presidente Mohammed Morsi. La mancanza di stabilità al Cairo ha favorito il radicamento territoriale dei terroristi e le risposte delle autorità non sono riuscite, finora, a risolvere del tutto il problema. Il Presidente Abdel Fattah al-Sisi, già alle prese con un’economia stagnante ed il ritorno delle dimostrazioni di piazza, ha bisogno di una vittoria nella regione per fortificare la propria posizione politica.

Sforzi e strategie

L’esecutivo egiziano ha stanziato 42.000 uomini, suddivisi in 88 battaglioni, nel nord del Sinai, intraprendendo così una gigantesca campagna militare per sradicare l’insurrezione ma, nonostante tutto, i risultati non sono stati quelli attesi e lo spargimento di sangue è aumentato sempre di più. Stime incomplete parlano di almeno mille uomini delle forze di sicurezza  uccisi, centomila abitanti della regione, su un totale di un milione e mezzo, costretti ad abbandonare le proprie case ed altri quattrocentomila bisognosi di ricevere aiuti umanitari, migliaia di militanti eliminati ed altre decine di migliaia arrestati. Gravi attentati hanno però continuato a segnare la vita degli abitanti della zona, come l’assalto dei militanti islamici alla moschea Sufi di Bir Al-Abed, nel novembre del 2017, che ha provocato più di trecento morti e più in generale una serie di attacchi che sono stati portati avanti contro le forze di sicurezza ed i civili. L’obiettivo dei terroristi non è solo quello di destabilizzare l’esecutivo di Al-Sisi, ma anche quello di privare l’economia egiziana delle sue principali fonti di entrate: su tutte quelle del settore turistico. L’abbattimento dell’aereo passeggeri russo partito da Sharm el-Sheik, nell’ottobre del 2015, ha provocato la morte di 224 persone e un significativo danno d’immagine all’industria del turismo, che continua a stentare. Le operazioni militari nel Sinai del Nord non si limitano a colpire i presunti terroristi ma anche i sospetti o potenziali fiancheggiatori e per questo motivo non è raro che le abitazioni dei sospettati vengano distrutte. Questo genera ulteriore alienazione e dissenso tra la popolazione che si sente marginalizzata dal governo centrale e che già da molto tempo era ostile nei confronti delle autorità.

Possibili soluzioni

La risposta del Cairo all’insurrezione nel Sinai chiarisce come la sola forza non sia sufficiente a sconfiggere una ribellione radicata, ma debba invece coordinarsi con maggiori investimenti economici e con la creazione di nuove prospettive di sviluppo per gli abitanti. Questo è anche quanto, secondo alcune fonti, è stato suggerito dai partner americani, che elargiscono ingenti quantità di aiuti militari al governo egiziano. La popolazione della regione è anche il principale bacino di reclutamento per i terroristi e questo reclutamento, che viene indirettamente potenziato dalle attività repressive dell’esercito, è favorito dal senso di disperazione e di alienazione che pervade gli abitanti. Il presidente Al-Sisi è probabilmente conscio del rischio che, sfruttando debolezze o periodi di instabilità, i gruppi di radicali islamici possano espandere ancor di più le proprie attività dal Sinai al resto del Paese, andando così a minacciare direttamente la sua autorità. La resilienza degli insorti, anche di fronte alla repressione, indica chiaramente come la conquista dei cuori e delle menti dei civili debba essere prioritaria, per svuotare le fila del Wilayat Sinai dei fiancheggiatori locali. La prosecuzione di un approccio militare potrebbe portare Il Cairo a doversi confrontare con un conflitto senza fine e destinato a provocare ulteriori sofferenze ed instabilità, in un momento in cui anche le dimostrazioni di protesta dei civili sembrano poter prendere di nuovo piede nel Paese. L’Egitto, una nazione dall’importanza strategica fondamentale per l’Africa del Nord ed il Medio Oriente, non può permettersi ulteriori passi falsi e se ciò avvenisse è probabile che il caos torni a colpire Il Cairo.