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	<title>Politics Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Thu, 11 Jun 2026 08:09:21 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Politics Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/gli-arabi-via-o-privi-di-ogni-diritto-cosi-il-ministro-bezalel-smotrich-immaginava-la-palestina-gia-nel-2017.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Arigotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:09:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o subire un'emigrazione forzata. Così per gli arabi secondo Smotrich. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-arabi-via-o-privi-di-ogni-diritto-cosi-il-ministro-bezalel-smotrich-immaginava-la-palestina-gia-nel-2017.html">Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Israele" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/smotrich-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il <a href="https://www.limesonline.com/rivista/israele-e-il-piano-decisivo-di-bezalel-smotrich-22039304/">documento</a> in questione fu stilato dall’attuale ministro delle Finanze israeliano <strong>Bezalel Smotrich,</strong> esponente di punta di Sionismo religioso, partito radicale dell’estrema destra: si tratta del cosiddetto «piano decisivo per Israele», intitolato <em>Una speranza</em>, reso pubblico nel 2017. Quella che proponiamo è una lettura critica, che potrebbe risultare utile per comprendere come nella filosofia portata avanti da diversi esponenti dell’attuale esecutivo, alcuni punti fermi &#8211; dal diniego verso qualunque prospettiva di autodeterminazione della popolazione araba, sino al corollario dell’annessione dell’intera Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria – non sono mai cambiati. E non finisce qui, visto che nei contenuti si evoca esplicitamente una sorta di gerarchia su base etnica – istituzionalizzata con la <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-i-rischi-della-nuova-legge-sullo-stato-nazione-21068">legge sulla patria ebraica</a> del 2018 – e un regime giuridico differenziato, ovviamente a danno della componente araba.</p>



<p>Il <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/09/smotrich-gaza-israele-palestina-oggi/8089954/">punto di partenza</a>, e qui citiamo testualmente, è l’affermazione secondo la quale “in questa terra non sorgerà mai uno Stato arabo”, visto che a Ovest del fiume Giordano <strong>l’unica autodeterminazione ammissibile è quella ebraica. </strong> Per garantire questo risultato si parla esplicitamente del “trasferimento” di centinaia di migliaia di coloni, così da renderne irreversibile il controllo israeliano. Solo questo passaggio si esporrebbe a innumerevoli critiche, che il documento ignora totalmente: dalla patente violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, a un modello chiaramente ispirato a garantire diritti e libertà esclusivamente su base etnica.</p>



<p>In questo scenario, agli arabi non resterebbe che rinunciare per sempre a qualunque aspirazione nazionale, per poi operare una scelta secca: accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o emigrare, magari con qualche incentivo di tipo economico (chiamato “<a href="https://www.terrasanta.net/2024/09/documenti-una-speranza/">contributo di separazione</a>”). In sostanza, si tratterebbe di <strong>una sorta di emigrazione forzata </strong>– a voler essere generosi indotta – che andrebbe contro ogni principio giuridico, a cominciare da quello della libera autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.</p>



<p>Per coloro che “scegliessero” di restare, il piano immaginava sei circoscrizioni municipali arabe &#8211; <strong>Hebron, Betlemme, Ramallah, Gerico, Nablus, Jenin</strong> – alle quali sarebbero conferite funzioni amministrative, ma nessuna reale sovranità. <strong>Il diritto di voto</strong> in una prima fase – difficile ipotizzarne tempi ed evoluzione, si parlava di dieci anni – <strong>sarebbe escluso per le elezioni politiche</strong> per la Knesset. A chi contestasse che in tal modo si violerebbero i principi della democrazia rappresentativa, basata sul suffragio universale, non veniva opposta alcuna solida argomentazione.</p>



<p>Per Smotrich cancellando la possibilità di uno stato palestinese si rimuoverebbe per sempre il pericolo del terrorismo, perché a suo dire sarebbe proprio questa “speranza” a dare vita al fenomeno, dimostrando così una totale ignoranza circa alcune delle cause strutturali, come il regime di occupazione e la privazione dei diritti per gli abitanti della Cisgiordania.</p>



<p>A giustificare la sovranità ebraica basterebbe la legittimazione su base biblica, alla quale dovrebbe essere indotta a cedere la comunità internazionale. E pure su questo punto la violazione del diritto internazionale è talmente plateale da non richiedere ulteriori commenti.</p>



<p>In ultima analisi un piano ammantato di giustificazioni inconsistenti sotto il profilo giuridico e del diritto umanitario, che lungi dal determinare una maggiore sicurezza per tutti, finirebbe per acutizzare quei fenomeni terroristici che si vorrebbero prevenire, oltre che accrescere l’isolamento e il danno all’immagine dello stato ebraico, che i fatti di Gaza hanno già compromesso in modo forse irreparabile. A non voler dire che l’adozione di un approccio di tipo radicale non farebbe che rafforzare le analoghe fazioni dall’altro lato della barricata.</p>



<p>Per la verità, per quanto suoni paradossale, forse esiste un punto sul quale Smotrich potrebbe aver avuto ragione: quando sostiene l’impossibilità della costituzione di uno Stato arabo alla luce delle circostanze storiche. Quello che il ministro trascura è che le ragioni alla base di questa conclusione sono molto diverse, per non dire opposte, a quelle proposte nel documento.</p>



<p>In tal senso sorprende sentire ripetere incessantemente la formula “due popoli per due stati”. Delle due l’una: o c’è mala fede, o c’è ignoranza, ed è difficile dire quale delle due opzioni sia la peggiore. E il documento che abbiamo sommariamente illustrato sta lì a dimostrarlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-arabi-via-o-privi-di-ogni-diritto-cosi-il-ministro-bezalel-smotrich-immaginava-la-palestina-gia-nel-2017.html">Gli arabi via o privi di ogni diritto: così il ministro Bezalel Smotrich immaginava la Palestina già nel 2017</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dallo Stretto di Hormuz alle miniere di uranio: così la crisi Iran-USA riscrive la geografia del nucleare</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/dallo-stretto-di-hormuz-alle-miniere-di-uranio-cosi-la-crisi-iran-usa-riscrive-la-geografia-del-nucleare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 04:25:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[Technology]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1321" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-1024x705.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-1536x1057.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-600x413.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La crisi tra Washington e Teheran sta modificando gli equilibri globali delle materie prime strategiche, l'uranio per primo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/dallo-stretto-di-hormuz-alle-miniere-di-uranio-cosi-la-crisi-iran-usa-riscrive-la-geografia-del-nucleare.html">Dallo Stretto di Hormuz alle miniere di uranio: così la crisi Iran-USA riscrive la geografia del nucleare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1321" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-300x206.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-1024x705.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-768x528.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-1536x1057.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/Non-fermeremo-larricchimento-delluranio-no-a-negoziati-diretti-con-gli-Usa-lIran-gela-Washington-600x413.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dietro le dichiarazioni di <a href="https://www.rainews.it/video/2026/05/nuovi-paletti-di-trump-sullintesa-con-liran-55d0ff85-db87-493c-ba0d-9b5a6597d951.html">Donald Trump, le smentite iraniane e le trattative sulla riapertura dello Stretto di Hormuz si nasconde una realtà molto più profonda</a>. La crisi tra Washington e Teheran non riguarda soltanto il futuro del programma nucleare iraniano, ma <strong>sta modificando gli equilibri globali delle materie prime strategiche </strong>e dell’intera filiera atomica. L’uranio è tornato al centro della competizione internazionale. Non per una carenza immediata del minerale, ma perché la sua disponibilità, la sua tracciabilità e la sua sicurezza politica sono diventate variabili decisive per governi, industrie energetiche e apparati di sicurezza nazionale. Le richieste avanzate da Trump – distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito, assenza di finanziamenti a Teheran, garanzie sulla libera navigazione e sminamento di Hormuz – rappresentano infatti il tentativo di trasformare una tregua militare in un nuovo assetto strategico regionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’uranio arricchito è il cuore dello scontro</strong></h2>



<p>Il punto più delicato resta la sorte dello stock di uranio arricchito accumulato dall’Iran negli ultimi anni. <a href="https://www.lasicilia.it/news/italia-mondo/3044716/uranio-hormuz-e-la-mossa-di-trump-l-intesa-con-l-iran-e-sul-filo-del-rasoio.html">Secondo le valutazioni dell’<strong>Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA)</strong>, prima degli attacchi del 2025 Teheran disponeva di centinaia di chilogrammi di uranio arricchito al 60%,</a> una soglia che non equivale alla costruzione di un’arma nucleare ma che riduce sensibilmente il tempo necessario per raggiungere livelli militari. È qui che si concentra il confronto politico. Gli Stati Uniti chiedono che il materiale venga neutralizzato, trasferito o comunque sottratto alla disponibilità diretta iraniana. Teheran, al contrario, considera tale richiesta una rinuncia preventiva a uno dei principali strumenti di pressione negoziale. La distanza tra le due posizioni appare evidente: Washington vuole eliminare il rischio alla radice; l’Iran intende conservare una leva strategica fino all’ottenimento di garanzie ritenute credibili sul piano politico e militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Hormuz vale quasi quanto il dossier nucleare</strong></h2>



<p>Parallelamente al confronto sull’uranio, si sviluppa la battaglia sul controllo dello <strong>Stretto di Hormuz</strong>, il passaggio marittimo attraverso cui transita una quota fondamentale del commercio energetico mondiale. Questo corridoio collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e rappresenta uno dei più importanti chokepoint della geoeconomia contemporanea. Per Washington, garantire la libera navigazione significa impedire che Teheran possa utilizzare il traffico petrolifero come strumento di coercizione politica. Per l’Iran, invece, <strong>Hormuz costituisce una delle poche leve capaci di compensare l’asimmetria militare rispetto agli Stati Uniti. </strong>La riapertura completa dello stretto, annunciata da Trump ma contestata dalle autorità iraniane, è quindi molto più di una questione commerciale: è un test sulla capacità delle parti di trasformare una tregua fragile in un equilibrio sostenibile.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché Kazakistan, Canada e Namibia sono diventati asset strategici</strong></h2>



<p>La crisi iraniana ha prodotto un effetto meno visibile ma altrettanto significativo: la rivalutazione geopolitica dei grandi produttori mondiali di uranio. Oggi <strong>Kazakistan</strong>, <strong>Canada</strong> e <strong>Namibia</strong> concentrano circa tre quarti della produzione mineraria globale. Questo dato non significa che controllino l’intero ciclo nucleare, ma indica che una quota enorme dell’offerta primaria mondiale dipende da appena tre paesi.</p>



<p>Il <strong>Kazakistan</strong> occupa una posizione centrale grazie ai suoi giganteschi giacimenti e alla capacità di produrre a costi competitivi. Tuttavia la sua collocazione tra Russia, Cina e Occidente rende ogni valutazione strategica particolarmente complessa.</p>



<p>Il <strong>Canada</strong>, al contrario, rappresenta il modello del fornitore politicamente affidabile. Stabilità istituzionale, certezza giuridica e integrazione nelle alleanze occidentali ne fanno un partner privilegiato per i paesi che puntano sull’espansione del nucleare civile.</p>



<p>La <strong>Namibia</strong>, infine, è emersa come una nuova piattaforma strategica africana. Le sue miniere attraggono investimenti internazionali e la collocano al centro della crescente competizione tra potenze per il controllo delle filiere critiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La vera vulnerabilità è nella filiera</strong></h2>



<p>L’errore più comune consiste nel confondere il possesso del minerale con il controllo dell’intera catena produttiva. L’uranio estratto deve infatti attraversare una lunga sequenza industriale: conversione, arricchimento, fabbricazione del combustibile, trasporto certificato e gestione delle scorte. La vulnerabilità strategica non nasce quindi soltanto dalla concentrazione delle miniere. <strong>Nasce soprattutto dai colli di bottiglia industriali c</strong>he possono emergere lungo il percorso. Per questo motivo la competizione internazionale si sta spostando progressivamente dai giacimenti alle infrastrutture tecnologiche. Chi controllerà le capacità di conversione e arricchimento avrà un vantaggio probabilmente superiore rispetto a chi possiede semplicemente le risorse naturali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il ritorno della sicurezza energetica</strong></h2>



<p>La crisi tra Stati Uniti e Iran dimostra come energia, sicurezza e geopolitica siano ormai elementi inseparabili. Le centrali nucleari che numerosi paesi stanno progettando per ridurre le emissioni e rafforzare l’autonomia energetica necessitano di combustibile affidabile per decenni. Di conseguenza, la stabilità delle forniture è diventata un tema di sicurezza nazionale. La conseguenza è evidente: governi e operatori non cercano più soltanto uranio. Cercano <strong>uranio proveniente da paesi stabili, contratti garantiti, catene logistiche sicure e partner politicamente affidabili</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una crisi che ridefinisce gli equilibri globali</strong></h2>



<p>Il confronto tra Washington e Teheran non determinerà soltanto il futuro del programma nucleare iraniano. Determinerà anche il valore strategico delle grandi aree minerarie, l’orientamento degli investimenti energetici e la configurazione delle future filiere nucleari. Se l’accordo dovesse fallire, il premio geopolitico associato alle forniture provenienti da Kazakistan, Canada e Namibia aumenterebbe ulteriormente. Se invece la diplomazia riuscisse a trovare un compromesso verificabile sullo stock iraniano e sulla sicurezza di Hormuz, <strong>il sistema energetico globale potrebbe recuperare una parte della stabilità perduta. </strong>In entrambi i casi, una conclusione appare già evidente: nel XXI secolo il potere non si misura soltanto con eserciti e missili. Si misura anche attraverso il controllo delle materie prime strategiche, delle infrastrutture energetiche e delle catene industriali che alimentano la sicurezza economica delle grandi potenze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/dallo-stretto-di-hormuz-alle-miniere-di-uranio-cosi-la-crisi-iran-usa-riscrive-la-geografia-del-nucleare.html">Dallo Stretto di Hormuz alle miniere di uranio: così la crisi Iran-USA riscrive la geografia del nucleare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Armi e soldati del Pakistan in Arabia Saudita all&#8217;ombra della Cina: è la nuova deterrenza del Golfo, baby!</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/armi-e-soldati-del-pakistan-in-arabia-saudita-allombra-della-cina-e-la-nuova-deterrenza-del-golfo-baby.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 03:52:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1204" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-1024x642.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-768x482.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-1536x963.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-2048x1284.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Alla luce dei problemi di Hormuz la presenza militare pakistana in Arabia Saudita assume una valenza che va oltre la dimensione regionale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/armi-e-soldati-del-pakistan-in-arabia-saudita-allombra-della-cina-e-la-nuova-deterrenza-del-golfo-baby.html">Armi e soldati del Pakistan in Arabia Saudita all&#8217;ombra della Cina: è la nuova deterrenza del Golfo, baby!</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1204" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-1024x642.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-768x482.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-1536x963.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/principi-arabia-saudita-2048x1284.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il dispiegamento militare del Pakistan in Arabia Saudita segna un passaggio qualitativo nella geometria della sicurezza del Golfo. Non si tratta più soltanto di una cooperazione storica o di un sostegno politico implicito, ma della traduzione operativa di <strong>un patto di difesa che ridefinisce le logiche di deterrenza regionale.</strong> In un contesto segnato dalle tensioni con Iran e dall’incertezza sul livello di coinvolgimento degli Stati Uniti, la presenza pakistana introduce un terzo livello di garanzia che altera gli equilibri tradizionali.</p>



<p><strong>Dalla garanzia politica alla presenza militare osservabile</strong></p>



<p>Il punto di svolta è il passaggio da una <strong>clausola politica di difesa reciproca</strong> a una presenza militare concreta. Secondo le ricostruzioni giornalistiche internazionali, il dispositivo includerebbe migliaia di militari pakistani, asset aerei e sistemi di difesa aerea. Al di là della verifica puntuale delle cifre, ciò che conta è la trasformazione strutturale: la sicurezza saudita non è più solo promessa, ma <strong>postura visibile sul terreno</strong>. Questa evoluzione modifica la natura stessa della deterrenza. Non è più solo l’ombrello statunitense a definire la soglia del rischio, ma una combinazione di attori che include Islamabad come fornitore diretto di capacità militari e, indirettamente, anche la rete tecnologica cinese.</p>



<p><strong>Architettura della deterrenza e filiera sino-pakistana</strong></p>



<p>La componente più significativa del dispositivo riguarda la sua <strong>architettura tecnologica</strong>. Sistemi come il caccia JF-17, sviluppato congiuntamente da Pakistan e industria aeronautica cinese, e piattaforme di difesa aerea a lungo raggio riconducibili alla filiera della Cina, indicano che la deterrenza saudita si sta ibridando. Questa non è una semplice sostituzione di fornitori occidentali, ma una <strong>stratificazione di standard militari</strong>. Il risultato è un sistema di difesa in cui interoperabilità, manutenzione e addestramento dipendono da una catena logistica non occidentale. In termini geopolitici, ciò significa che Pechino entra nel teatro mediorientale non come attore militare diretto, ma come <strong>infrastruttura di potenza indiretta</strong>.</p>



<p><strong>Stretto di Hormuz e vulnerabilità energetica globale</strong></p>



<p>Ogni evoluzione della deterrenza nel Golfo si riflette immediatamente sul sistema energetico globale. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei principali <em>choke point </em>mondiali: una quota rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto globale transita attraverso questa arteria marittima. In questo contesto, la presenza militare pakistana in Arabia Saudita assume una valenza che va oltre la dimensione regionale. Essa contribuisce a proteggere infrastrutture critiche e rotte energetiche, ma allo stesso tempo aumenta la complessità del sistema di <strong>sicurezza marittima</strong>, perché introduce nuovi livelli di coordinamento tra attori eterogenei.</p>



<p><strong>Triangolazione strategica: Washington, Teheran e Islamabad</strong></p>



<p>Il cuore della dinamica resta la triangolazione tra Stati Uniti, Iran e Pakistan. <a href="https://www.analisidifesa.it/2026/05/il-pakistan-a-difesa-dellarabia-saudita-il-golfo-persico-nellera-delle-garanzie-incrociate/">Washington mantiene un ruolo di arbitro e garante storico della sicurezza saudita, ma deve confrontarsi con una crescente frammentazione delle responsabilità. Islamabad, dal canto suo, assume una posizione ibrida: è al tempo stesso <strong>garante militare di Riad e potenziale mediatore con Teheran</strong></a>. Questa doppia funzione è strategicamente utile ma intrinsecamente instabile, perché riduce la percezione di neutralità del Pakistan nel caso di un’escalation regionale. Teheran interpreta inevitabilmente qualsiasi rafforzamento militare nel Golfo come un possibile incremento della pressione strategica. Anche in assenza di intenzioni offensive esplicite, la sola presenza di asset avanzati modifica i calcoli iraniani sulla <strong>profondità della deterrenza avversaria</strong>.</p>



<p><strong>Arabia Saudita: diversificazione della sicurezza e riduzione della dipendenza</strong></p>



<p>Per l&#8217;Arabia Saudita, il dispiegamento pakistano risponde a una logica di <strong>diversificazione strategica</strong>. Per decenni la sicurezza del regno è stata fondata su una relazione quasi esclusiva con gli Stati Uniti e su una massiccia importazione di tecnologia militare occidentale. Oggi la logica cambia: non si tratta di sostituire Washington, ma di ridurne l’esclusività. La costruzione di una seconda cintura di sicurezza consente a Riad di aumentare la resilienza, ma introduce anche un elemento di <strong>complessità decisionale</strong> nelle crisi future, dove più attori avranno capacità operative sullo stesso teatro.</p>



<p><strong>Implicazioni strategiche: tra deterrenza estesa e rischio di opacità</strong></p>



<p>Il sistema emergente produce tre effetti principali. Il primo è il rafforzamento della <strong>deterrenza estesa</strong>, che rende più costoso qualsiasi attacco diretto alle infrastrutture saudite. Il secondo è l’aumento della <strong>interdipendenza tecnologica</strong>, soprattutto con la Cina attraverso la filiera pakistana. Il terzo è la crescita dell’<strong>opacità strategica</strong>. Questa opacità è il vero elemento critico. In un sistema multipolare, la deterrenza funziona solo se le soglie di intervento sono leggibili. Quando invece le responsabilità sono distribuite tra più attori, il rischio è che un incidente locale venga interpretato come parte di una catena più ampia, accelerando dinamiche di escalation non intenzionale.</p>



<p><strong>Il Golfo come sistema di sicurezza stratificato</strong></p>



<p>Il dispiegamento pakistano in Arabia Saudita non rappresenta un episodio isolato, ma un indicatore della transizione verso un Medio Oriente <strong>stratificato sul piano della sicurezza</strong>. La logica unipolare della protezione americana lascia spazio a un sistema più complesso, dove alleanze militari, forniture tecnologiche e mediazioni diplomatiche si sovrappongono. In questo nuovo assetto, la stabilità non dipenderà solo dalla forza degli attori, ma dalla loro capacità di gestire la comunicazione strategica e di evitare ambiguità sulle linee rosse. La deterrenza può funzionare meglio in un sistema multipolare, ma può anche fallire più rapidamente se la complessità supera la capacità di controllo. Il Golfo, oggi, è esattamente in questa soglia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/armi-e-soldati-del-pakistan-in-arabia-saudita-allombra-della-cina-e-la-nuova-deterrenza-del-golfo-baby.html">Armi e soldati del Pakistan in Arabia Saudita all&#8217;ombra della Cina: è la nuova deterrenza del Golfo, baby!</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Dall&#8217;Azerbaigian alla Slovacchia, col permesso dell&#8217;Ucraina: la sfida di portare il gas dal Caspio al cuore del&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/dallazerbaigian-alla-slovacchia-col-permesso-dellucraina-la-sfida-di-portare-il-gas-dal-caspio-al-cuore-deleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 May 2026 16:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="980" height="645" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia.jpg 980w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia-768x505.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></p>
<p>La Slovacchia non sta semplicemente negoziando un nuovo contratto energetico con l’Azerbaigian. Sta tentando di ridefinire il proprio posizionamento strategico dentro una Europa che, dopo la crisi ucraina e la progressiva erosione del transito russo, ha scoperto quanto la sicurezza energetica sia tornata a essere una questione di potenza geopolitica, infrastrutture e sovranità industriale. Le &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/dallazerbaigian-alla-slovacchia-col-permesso-dellucraina-la-sfida-di-portare-il-gas-dal-caspio-al-cuore-deleuropa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="980" height="645" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia.jpg 980w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia-300x197.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2017/07/gasdotto-in-Slovacchia-768x505.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 980px) 100vw, 980px" /></p>
<p>La Slovacchia non sta semplicemente negoziando un nuovo contratto energetico con l’Azerbaigian. Sta tentando di ridefinire il proprio posizionamento strategico dentro una Europa che, dopo la crisi ucraina e la progressiva erosione del transito russo, ha scoperto quanto la sicurezza energetica sia tornata a essere una questione di <strong>potenza geopolitica</strong>, infrastrutture e sovranità industriale. Le dichiarazioni del vicepremier slovacco <strong>Tomáš Taraba </strong>sull’ipotesi di una fornitura decennale da Baku non possono essere interpretate come un semplice annuncio commerciale. Il nodo centrale riguarda infatti la possibilità concreta di trasportare il gas azero fino al cuore dell’Europa centrale attraverso <strong>una rete di interconnessioni oggi sottoposta a enormi pressioni politiche, regolatorie e logistiche. </strong>La Slovacchia arriva a questo passaggio storico in una posizione particolarmente delicata. Per decenni Bratislava ha costruito parte della propria rilevanza economica sul ruolo di piattaforma di transito del gas russo diretto verso l’Europa occidentale. La guerra in Ucraina e il progressivo disaccoppiamento energetico tra Bruxelles e Mosca hanno però incrinato quel modello, lasciando il Paese con infrastrutture gigantesche ma con flussi molto ridotti rispetto al passato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corridoio azero e i limiti della diversificazione europea</h2>



<p>La strategia slovacca si inserisce dentro il più ampio progetto europeo di diversificazione energetica. L’Azerbaigian è diventato negli ultimi anni uno dei partner privilegiati dell’Unione Europea grazie al <strong>Southern Gas Corridor</strong>, il sistema di condotte che collega il bacino del Caspio ai mercati europei passando attraverso Caucaso, Turchia e Balcani. Tuttavia esiste una differenza sostanziale tra annunciare una diversificazione e renderla realmente operativa. Il gas azero arriva oggi soprattutto nell’Europa sudorientale e in Italia attraverso TANAP e TAP. <strong>Portare volumi significativi fino alla Slovacchia richiede invece una catena molto più complessa di accordi commerciali,</strong> capacità infrastrutturali e coordinamento tra operatori energetici nazionali. È qui che emerge il vero problema geopolitico. Bratislava non è terminale naturale del corridoio meridionale e non possiede una connessione diretta con il Caspio. Per trasformare un’intesa politica in forniture stabili servono capacità prenotate lungo le reti balcaniche, interoperabilità tecnica tra sistemi differenti e soprattutto prezzi competitivi rispetto al gas liquefatto o ai residui flussi russi ancora presenti nel mercato europeo. Il rischio è che la diversificazione resti più politica che fisica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Bratislava tra Bruxelles e Mosca</h2>



<p>Il governo guidato da <strong>Robert Fico </strong>ha assunto negli ultimi mesi una posizione sempre più critica verso il <em>phase-out </em>accelerato del gas russo promosso dalla Commissione europea. Bratislava sostiene che i costi della transizione energetica siano distribuiti in modo diseguale e che l’Europa centrale stia pagando un prezzo molto più elevato rispetto ai grandi Paesi occidentali. Dietro questa tensione esiste una realtà strutturale. L’economia slovacca resta fortemente dipendente dal gas naturale, soprattutto per il comparto industriale e per i consumi civili. La riduzione improvvisa delle forniture russe ha quindi aperto un problema di competitività economica, stabilità sociale e sostenibilità finanziaria. In questo quadro il gas azero assume una doppia funzione. <strong>Da un lato rappresenta una possibile alternativa strategica a Mosca. Dall’altro costituisce una leva negoziale con Bruxelles,</strong> utile per dimostrare che la Slovacchia non rifiuta la diversificazione energetica, ma pretende che essa sia tecnicamente realizzabile e finanziariamente sostenibile. La posizione slovacca riflette una contraddizione sempre più evidente dentro l’Unione europea: gli obiettivi geopolitici comunitari avanzano più rapidamente delle infrastrutture necessarie per sostenerli.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo dell’Ucraina nella nuova architettura energetica</h2>



<p>La variabile più sensibile resta però quella ucraina. Sul piano tecnico la rete di transito dell’Ucraina continua a essere una delle più estese ed efficienti del continente. Sul piano politico, invece, ogni ipotesi di utilizzo di quel corridoio dopo l’invasione russa è diventata estremamente problematica. Negli ultimi mesi sono circolate ipotesi relative a meccanismi di swap o <strong>all’utilizzo della rete ucraina per il trasporto di gas formalmente non russo</strong>, compresi eventuali volumi provenienti dall’Azerbaigian. Una soluzione del genere consentirebbe di sfruttare infrastrutture già esistenti e ridurre i costi logistici. Tuttavia aprirebbe interrogativi enormi sulla tracciabilità delle molecole, sulla gestione dei pagamenti di transito e sul rischio di vantaggi indiretti per Mosca. Paradossalmente, la soluzione più efficiente sotto il profilo infrastrutturale potrebbe rivelarsi la più fragile sul piano diplomatico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Baku vuole consolidare il proprio peso strategico</h2>



<p><strong>Anche l’Azerbaigian ha interessi molto chiari. </strong>Baku sta cercando di trasformarsi in un pilastro della sicurezza energetica europea approfittando del vuoto lasciato dal progressivo ridimensionamento russo. Per riuscirci, però, ha bisogno di aumentare la produzione e soprattutto di ottenere contratti di lungo periodo in grado di giustificare nuovi investimenti infrastrutturali. La <strong>Slovacchia rappresenta quindi un partner prezioso perché offre domanda stabile,</strong> posizione geografica centrale e valore politico dentro il dibattito energetico europeo. La convergenza tra Bratislava e Baku nasce da questa complementarità strategica: l’Azerbaigian cerca mercati affidabili, la Slovacchia cerca sicurezza energetica senza shock economici.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La nuova Europa dell’energia frammentata</h2>



<p>Il dossier slovacco dimostra che l’Europa sta entrando in una fase completamente nuova. Il vecchio sistema energetico continentale si basava su pochi grandi corridoi, contratti stabili e forniture relativamente prevedibili. <strong>Il nuovo modello appare invece più frammentato, più costoso e molto più esposto alla competizione geopolitica.</strong> La sicurezza energetica non dipende più soltanto dalla disponibilità di gas, ma dalla capacità di coordinare reti, regolazione, finanza pubblica e diplomazia. In questo senso la Slovacchia è diventata uno dei laboratori più importanti della nuova geopolitica europea dell’energia. Il vero test non sarà la firma di un memorandum con SOCAR o l’annuncio di un accordo decennale. La prova decisiva arriverà soltanto quando il gas azero riuscirà davvero a raggiungere Bratislava con continuità, costi sostenibili e origine verificabile. È lì che si misurerà la credibilità della nuova architettura energetica europea.</p>
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		<title>Rand Corporation e gli Usa in America Latina: fermare Russia e Cina ma soprattutto proteggere il dollaro</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/rand-corporation-e-gli-usa-in-america-latina-fermare-russia-e-cina-ma-soprattutto-proteggere-il-dollaro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Arigotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 04:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Brasile" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il nuovo rapporto della Rand Corporation indica gli obiettivi strategici degli Usa in America Latina e i modi per raggiungerli. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/rand-corporation-e-gli-usa-in-america-latina-fermare-russia-e-cina-ma-soprattutto-proteggere-il-dollaro.html">Rand Corporation e gli Usa in America Latina: fermare Russia e Cina ma soprattutto proteggere il dollaro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Brasile" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/brasile-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La RAND Corporation ha pubblicato nei giorni scorsi un nuovo rapporto, denominato <a href="https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA3928-1.html">Force Multipliers in the Americas</a>, che racchiude al suo interno una serie di strategie volte a rafforzare l’influenza degli Stati Uniti nel continente latino americano, incluso il ricorso all’utilizzo e assistenza delle forze di sicurezza (SFA), come la <em>National Guard State Partnership Program</em> o l’<em>Army Security Cooperation Group—South</em>.</p>



<p>Prima di proseguire è il caso di spendere due parole sulla <a href="https://www.rand.org/">Rand Corporation</a>. Parliamo di uno dei più importanti centri di ricerca degli USA, fondato nel 1946 col sostegno finanziario del Dipartimento della Difesa; dispone anche di una diramazione nel Vecchio Continente, dove nel 1992 è stata costituita la <a href="https://www.rand.org/randeurope.html">Rand Europe</a>. Si occupa soprattutto di analisi di tipo strategico e militare, e deve parte della sua fama al fatto di aver <a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/rand-corporation_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/">preconizzato alcuni scenari</a> circa l’evoluzione del terrorismo internazionale, che avrebbero condotto all’attentato dell’11 settembre 2001. In teoria apartitica, il fatto di percepire generosi finanziamenti pubblici e governativi ha fatto dubitare più volte circa <a href="https://it.insideover.com/difesa/soldi-dai-governi-e-dalle-armi-conflitti-di-interesse-il-lato-oscuro-dei-think-tank.html">l’imparzialità del suo operato</a>, senza escludere contatti col cosiddetto Stato Profondo.</p>



<p>Veniamo ora al merito del documento. Il nocciolo, partendo dall’assunto che l’America Latina rappresenta da sempre un’area strategica per gli Stati Uniti, sia sotto il profilo delle opportunità che dei rischi, indica <strong>nell’utilizzo innovativo delle forze di sicurezza un modo per espandere la sfera di influenza di Washington</strong> a costi relativamente contenuti, oltre che per contrastare una serie di minacce all’egemonia nel “<a href="https://ilcaffegeopolitico.net/378/il-cortile-di-casa">cortile di casa</a>”, comprese quelle degli attori non statali e della guerra irregolare.</p>



<p>Il rapporto naturalmente enuclea i potenziali avversari che potrebbero contendere il tradizionale primato. Cina e <a href="https://www.geopolitica.ru/en/article/hawks-rand-are-inciting-violent-operations-latin-america">Russia</a> sono in cima alla lista, con Mosca che compare 74 volte nel rapporto, Pechino 115. In particolare, <strong>i russi sarebbero particolarmente attivi in nazioni come Cuba, Nicaragua, Venezuela e Brasile,</strong> con investimenti di tipo politico, economico e militare volti a promuovere un nuovo ordine multipolare, per quanto gli stessi autori debbano riconoscere l’entità residuale delle risorse, rispetto a quelle stanziate da USA o UE. Le stesse conclusioni per quanto concerne la penetrazione della Cina che, giova ricordarlo, rappresenta il <a href="https://www.cese-m.eu/cesem/2023/11/lamerica-latina-e-i-rapporti-con-la-cina-verso-lespansione-della-bri/">principale partner economico</a> per diverse nazioni del Centro e soprattutto Sud America e circa la quale, come si legge sul portale istituzionale della Rand, una serie di misure “sono concepite per contrastare la coercizione economica nei Paesi partner, che rappresenta il metodo prevalente con cui la Cina proietta il proprio potere in America Latina.”</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo spettro de-dollarizzazione</h2>



<p>Per offrire una sponda a eventuali azioni di forza (vedi il caso venezuelano) si ricorre alla minaccia di gruppi criminali, magari con connessioni con governi “nemici” di Washington, paventando il fatto che sinora le politiche di sicurezza non abbiano dato i risultati sperati in termini di riduzione dei fenomeni criminali, come quelli legati al <a href="https://www.rsi.ch/info/mondo/Trump-minaccia-Cuba-e-lancia-la-guerra-ai-cartelli--3573831.html">narcotraffico</a>.</p>



<p>Il maggior timore, però, resta legato alla <a href="https://am.pictet.com/pictetperte/guida-alla-finanza/2025/dedollarizzazione-brics-vertice-paesi-moneta">de-dollarizzazione</a>. Non soltanto l’Amministrazione Trump ha più volte minacciato dazi contro i Paesi che decidano di ridurre l’impiego della valuta statunitense, ma la stessa diffusione di ulteriori meccanismi alternativi – come la Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS – vengono percepite come altrettante minacce. </p>



<p>Nel sottolineare che, nonostante l’autorevolezza del think thank e le innegabili connessioni con il <em>Deep State</em>, parliamo pur sempre di un documento meramente consultivo, è ovvio che le conclusioni potrebbero essere adottate come spunto per influenzare non solo la pianificazione strategica  nel continente – già enucleata nella <a href="https://www.affarinternazionali.it/la-nuova-strategia-di-difesa-nazionale-degli-stati-uniti-leuropa-sempre-piu-lontana/">nuova strategia</a> per la difesa nazionale del 2025 – ma soprattutto per dare la stura a nuove operazioni più o meno ibride, che potenzialmente offrirebbero nuovi terreni di scontro con i rivali strategici degli USA, o per dirla con le parole del defunto papa Francesco, per un nuovo capitolo della “<a href="https://www.repubblica.it/esteri/2014/08/18/news/papa_francesco_terza_guerra_mondiale_kurdistan-94038973/">guerra mondiale a pezzi</a>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/rand-corporation-e-gli-usa-in-america-latina-fermare-russia-e-cina-ma-soprattutto-proteggere-il-dollaro.html">Rand Corporation e gli Usa in America Latina: fermare Russia e Cina ma soprattutto proteggere il dollaro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Siria: Tartus, il convoglio SPARTA e la nuova scommessa russa nel Mediterraneo</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/siria-tartus-il-convoglio-sparta-e-la-nuova-scommessa-russa-nel-mediterraneo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 10:26:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Siria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-600x398.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'arrivo del convoglio russo Sparta nel porto siriano di Tartus è il segnale della strategia di Mosca per il Mediterraneo orientale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/siria-tartus-il-convoglio-sparta-e-la-nuova-scommessa-russa-nel-mediterraneo.html">Siria: Tartus, il convoglio SPARTA e la nuova scommessa russa nel Mediterraneo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1275" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Siria" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-1024x680.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-768x510.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-1536x1020.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/Siria-600x398.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’arrivo della nave Ro-Ro russa <strong>SPARTA</strong> nel porto siriano di Tartus il 9 maggio 2026 non rappresenta soltanto un episodio logistico. È, piuttosto, il segnale di una strategia più ampia con cui Mosca tenta di preservare la propria presenza nel <strong>Mediterraneo orientale</strong> dopo il collasso del sistema Assad. In gioco non vi è semplicemente una base navale, ma la possibilità per la Russia di mantenere una continuità operativa tra il Mar Nero, il Levante e il continente africano. Il dato più rilevante non è infatti il carico – rimasto non confermato ufficialmente – bensì la struttura del convoglio attribuito a Mosca: la presenza della moderna fregata <strong>Admiral Flota Kasatonov</strong>, della tanker <strong>General Skobelev</strong> e dell’unità di supporto <strong>Akademik Pashin</strong> suggerisce una missione pianificata con attenzione politica e militare. Dopo la caduta di <strong>Bashar al-Assad</strong> nel dicembre 2024, la Siria non è più una piattaforma automaticamente disponibile per il Cremlino. Ogni attracco russo a Tartus oggi deve essere letto come il risultato di una negoziazione continua con le nuove autorità di Damasco.</p>



<h3 class="wp-block-heading">SPARTA e la logistica militare russa</h3>



<p>La nave <strong>SPARTA</strong>, identificata con IMO 9268710, è collegata alla rete logistica di <strong>Oboronlogistika/SK-Yug</strong>, già oggetto di sanzioni occidentali e considerata parte integrante del sistema di trasporto del Ministero della Difesa russo. Nel corso degli anni, queste unità sono state associate al cosiddetto <em>Syrian Express</em>, il ponte marittimo utilizzato da Mosca per sostenere le operazioni in Siria. Il convoglio osservato nel Mediterraneo centrale nei primi giorni di maggio, secondo fonti OSINT e monitoraggi satellitari, mostrava anomalie AIS e comportamenti compatibili con una navigazione sensibile. La discrepanza nei segnali trasmessi dalla tanker <strong>General Skobelev</strong>, ufficialmente localizzata nel Baltico ma rilevata a Sud di Malta, <strong>rafforza l’ipotesi di un transito volutamente schermato dalla sorveglianza occidentale.</strong> Questo elemento non prova il contenuto del cargo, ma suggerisce che Mosca consideri ancora la direttrice Tartus-Hmeimim una linea strategica da proteggere.</p>



<h3 class="wp-block-heading">La fregata Kasatonov e il messaggio politico di Mosca</h3>



<p>Il coinvolgimento della fregata <strong>Admiral Flota Kasatonov</strong>, unità della classe <a href="https://www.adnkronos.com/internazionale/esteri/siria-lue-rinnova-le-sanzioni-anti-assad-ma-accorcia-la-lista-nera_1L5JUSEVkZxJBUukrIwWwP">Project 22350, costituisce il dato più significativo dell’intera operazione. Non si tratta di una semplice nave di scorta: è una piattaforma avanzata di difesa aerea, guerra antisommergibile e strike navale. </a>La sua presenza accanto a SPARTA comunica tre messaggi precisi. Primo: <strong>la Russia considera il convoglio abbastanza importante da assegnargli una protezione di alto livello.</strong> Secondo: Mosca vuole dimostrare di mantenere capacità di proiezione nel Mediterraneo nonostante la pressione occidentale e la guerra in Ucraina. Terzo: il Cremlino intende scoraggiare eventuali pressioni diplomatiche o attività di interdizione indiretta lungo le rotte verso la Siria. In altre parole, la scorta militare trasforma un normale movimento logistico in un atto geopolitico.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Siria, energia e sopravvivenza reciproca</h3>



<p>Il dossier siriano oggi non ruota soltanto attorno alle basi militari. Il nodo centrale è diventato energetico. <strong>Nel 2026 la Russia è tornata a essere uno dei principali fornitori di petrolio della Siria,</strong> in un contesto di gravissima vulnerabilità economica di Damasco. Per il nuovo governo siriano, Mosca rappresenta contemporaneamente un partner problematico e una risorsa indispensabile. La Siria ha bisogno di carburante, assistenza tecnica, protezione diplomatica e investimenti minimi per evitare il collasso definitivo delle proprie infrastrutture. Per la Russia, invece, Tartus e Hmeimim restano fondamentali per impedire una ritirata strategica dal Mediterraneo e dall’Africa. <strong>Senza la Siria, l’intera rete russa verso Libia, Sahel e Corno d’Africa diventerebbe logisticamente più fragile e molto più costosa.</strong> È qui che la relazione russo-siriana assume la forma di un compromesso pragmatico: non più alleanza ideologica, ma scambio di sopravvivenza geopolitica.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Il confine iracheno e la nuova architettura regionale</h3>



<p>La costruzione del muro iracheno lungo oltre 600 chilometri al confine siriano si inserisce nella stessa dinamica regionale. <a href="https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2026-05/iraq-blinda-confine-siria-intervista.html">Baghdad teme che la fragilità della Siria post-Assad possa riattivare reti jihadiste, traffici illegali e infiltrazioni armate. Ma il tema sicurezza si intreccia ormai con quello dei <strong>corridoi energetici</strong>.</a> La crisi dello Stretto di Hormuz e l’instabilità tra Iran e Stati Uniti stanno spingendo Iraq, Turchia e attori occidentali a valutare rotte terrestri alternative per petrolio e commercio. In questo scenario, la Siria non è più soltanto un teatro di guerra: rischia di trasformarsi in un crocevia logistico tra Mediterraneo, Golfo e Asia occidentale. Mosca lo ha compreso perfettamente. <strong>Mantenere accesso a Tartus significa conservare una leva sulla futura architettura commerciale ed energetica della regione.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Una presenza negoziata, non restaurata</h3>



<p>L’errore più grande sarebbe interpretare il caso SPARTA come il ritorno della Siria completamente nell’orbita russa. Non è così. La nuova leadership di Damasco sta cercando di bilanciare aperture verso Occidente, relazioni con Ankara e necessità di cooperazione con Mosca. <strong>Per questo Tartus oggi non è una base garantita, ma una concessione negoziabile. </strong>La Russia sembra aver compreso che non può più imporre la propria presenza come durante l’era Assad. Sta invece sperimentando un modello più flessibile: accessi selettivi, rotazioni limitate, presenza navale calibrata e utilizzo della leva energetica. Il convoglio SPARTA-Kasatonov appare quindi come un test politico prima ancora che logistico. La domanda decisiva non è se Mosca sia tornata stabilmente in Siria. La vera questione è un’altra: fino a che punto Damasco sarà disposta a tollerare – e monetizzare – la continuità strategica russa nel Mediterraneo orientale.</p>
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		<title>UE: bocciata la tassa sugli extra-profitti energetici. Pesa l&#8217;ombra della lobby petrolifera</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/ue-bocciata-la-tassa-agli-extra-profitti-delle-compagnie-energetiche-il-ruolo-della-lobby-petrolifera.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Rocca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 17:34:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 3 aprile 2026,&#160; in un gesto di rara coordinazione, i ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo hanno avanzato alla Commissione Europea una richiesta formale: tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche per evitare che il peso della crisi &#160;– causata dal conflitto USA-Iran –&#160;gravi interamente su famiglie e bilanci pubblici. La &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/ue-bocciata-la-tassa-agli-extra-profitti-delle-compagnie-energetiche-il-ruolo-della-lobby-petrolifera.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/environmental-pollution-industry-exterior-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 3 aprile 2026,&nbsp; in un gesto di rara coordinazione, i ministri dell’Economia di <strong>Italia, Germania, Spagna, Austria e Portogallo</strong> hanno avanzato alla Commissione Europea una richiesta formale: <strong>tassare i profitti straordinari delle compagnie energetiche </strong>per evitare che il peso della crisi <strong>&nbsp;</strong>– causata dal conflitto USA-Iran –&nbsp;gravi interamente su famiglie e bilanci pubblici.</p>



<p>La risposta, arrivata il 22 aprile tramite il pacchetto <strong>“AccelerateEU”</strong>, è stata chiara. La Commissione ha escluso la tassa, preferendo la strada della &#8220;flessibilità&#8221;. La resistenza alla richiesta dei ministri è motivata dall’assenza di un consenso unanime all’interno del Consiglio UE. I Paesi che si sono mostrati reticenti, lo sono per motivazioni apparentemente molto diverse: da un lato i Paesi Bassi e i Nordici si sono detti “timorosi che la tassa freni gli investimenti verdi”, dall’altro l’Ungheria, che ha sposato una linea di deregulation generale, ha dichiarato di voler sospendere anche le norme relative all’emissioni di metano. Nel mezzo, Repubblica Ceca e Slovenia, gelose della propria autonomia fiscale.</p>



<p>Nel concreto la decisione di Bruxelles <strong>blocca un flusso di entrate che sarebbe necessario all&#8217;Unione per far fronte alla crisi energetica ed economica,</strong> che intende affrontare con il pacchetto <strong><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/22/le-proposte-ue-contro-il-caro-energia-voucher-e-tagli-alle-accise-solo-per-i-vulnerabili-no-alla-tassa-sugli-extra-profitti-manca-lunanimita/8362954/" id="https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/04/22/le-proposte-ue-contro-il-caro-energia-voucher-e-tagli-alle-accise-solo-per-i-vulnerabili-no-alla-tassa-sugli-extra-profitti-manca-lunanimita/8362954/">AccelerateEU</a></strong>. Le<strong>misure previste</strong>, tra cui: voucher energetici, leasing sociale per pannelli fotovoltaici e trasporti pubblici economici — coerenti con un’agenda incentrata sull’equità sociale e la transizione ecologica —<strong>rimangono prive della necessaria copertura finanziaria</strong> che una tassa sugli extra-profitti avrebbe garantito.</p>



<p>La decisone è paradossale se si considera che, tra il  2022 e il 2026, <strong>il trend della crescita dei profitti del settore energetico ha segnato un record storico, </strong>con il 2026 che ha segnato il picco: nel primo trimestre, i margini sono volati del <strong>60% sopra la media, </strong>con l’aggravante che i risultati registrati non sono motivati dall&#8217;efficienza, ma da <strong>distorsioni sistemiche. </strong></p>



<p>Il meccanismo del <strong>&#8220;marginal price”</strong>, per esempio, ha permesso (e permette) a chi produce energia da rinnovabili o nucleare (a costi bassi) di venderla a prezzi altissimi, dettati dal gas o, ancora, le <strong>operazioni speculative</strong> condotte dalle divisioni di&nbsp;<strong>trading</strong>&nbsp;interne ai colossi energetici (come Shell ed Eni) che, sfruttando una netta&nbsp;<strong>asimmetria informativa</strong>, incassano miliardi scommettendo quotidianamente sulle oscillazioni dei prezzi dell&#8217;energia.</p>



<p>A tale orizzonte speculativo si aggiunge un <strong>meccanismo di distribuzione </strong>che vede una parte enorme di questi <strong>extra-profitti rimanere nel circuito finanziario o nel settore fossile</strong>. Invece di un massiccio reinvestimento nella rete, le aziende ricomprano le proprie azioni con il meccanismo di <strong>buyback</strong>, per farne salire il valore in borsa, e distribuiscono dividendi “record” agli azionisti, per mantenerli fedeli durante la transizione energetica.</p>



<p>La conseguenza, come riporta l’IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia), è che <strong>meno del 50% di questi guadagni viene reinvestito in energia pulita</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il blocco della misura a danno dei colossi energetici non è casuale; lo strapotere che esercitano, attraverso l’attività di lobbying, riesce ad indirizzare legislazione ed iniziative europee.</p>



<p>Secondo i rapporti pubblicati in aprile 2026 dal <a href="https://www.corporateeurope.org/en">Corporate Europe Observatory </a>(la principale ONG che monitora l’attività di lobbying), <strong>le lobby del gas</strong> hanno speso, per l’appunto, oltre <strong>250 milioni di euro</strong> in un anno, <strong>per influenzare AccelerateEU.</strong></p>



<p>Il lavoro di <a href="https://www.investigate-europe.eu">Investigate Europe&nbsp; </a>– consorzio di giornalisti che pubblica regolarmente inchieste sui sussidi occulti ai combustibili fossili (che in UE superano ancora i <strong>50 miliardi di euro</strong> l’anno) – rivela, invece, i meccanismi con cui i <strong>governi nazionali proteggono i propri campioni energetici durante le votazioni in Consiglio UE</strong>.</p>



<p>Non è un caso se, tra i <strong>Paesi che risultano maggiormente influenzati dalle lobby del petrolio</strong>, compaiano (insieme a Germania ed Italia)  proprio l’<strong>Ungheria</strong> e la <strong>Repubblica Ceca</strong> (due tra i Paesi che hanno bloccato la proposta in Consiglio). Il primo è, infatti, noto per le strette relazioni tra il governo e i fornitori, storicamente russi, ora diversificati; il secondo, la cui economia è mossa da un settore dell’industria pesante,  vede nelle regolamentazioni ambientali un rischio immediato per la competitività economica in tempi di crisi.</p>



<p>In questo scenario, da un<a href="https://www.affarieuropei.gov.it/it/comunicazione/europarole/paper-non-paper/"> <em>non-paper</em></a> è trapelata l&#8217;informazione che la Commissione Europea sta valutando con discrezione di sospendere le sanzioni sulle <strong>emissioni di metano</strong>: senza limiti di tempo, senza una definizione chiara di cosa costituisca una crisi e senza un tetto massimo alla durata delle esenzioni. Tutto ciò non è avvenuto nel vuoto. È il risultato della pressione diretta dell&#8217;amministrazione Trump, concretizzatasi nell’editoriale pubblicato il <strong>12 maggio 2026</strong> sul <strong>Financial Times, </strong>firmato dell’Ambasciatore statunitense presso l&#8217;UE, <strong>John Rakolta Jr., </strong>il quale sostiene che norme sul metano &#8220;potrebbero innescare una crisi energetica&#8221;. L&#8217;industria ha fatto eco a queste tesi.  Il riccatto della lobby del petrolio è sottile: <a href="https://www.ft.com/content/bf577c80-e3d0-463e-87ee-cc029add0b79?syn-25a6b1a6=1">&#8220;Se ci multate per le emissioni, le navi di GNL andranno in Asia e l&#8217;Europa resterà al freddo&#8221;</a>.</p>



<p>Il settore a cui verrebbero applicate le nuove deroghe, secondo una strategia che la Direttrice Generale per l&#8217;Energia della Commissione Europea Ditte Juul Jørgensen considera “pragmatica”: è <strong>responsabile per quasi il 30% dell’aumento della temperatura globale</strong>, secondo&nbsp;l’Agenzia Internazionale dell’Energia.</p>



<p></p>
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		<title>Dalla Libia al Sahel: la guerra tra Ucraina e Russia trascina anche l’Africa sulla linea del fronte</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/dalla-libia-al-sahel-la-guerra-tra-ucraina-e-russia-trascina-anche-lafrica-sulla-linea-del-fronte.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 12:31:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Society]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="799" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libia e Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-600x479.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-300x240.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Offrire assistenza militare in cambio di sostegno geopolitico, informazioni strategiche o forniture. Russia e Ucraina si contendono l'Africa. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="799" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libia e Russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-600x479.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-300x240.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/libia-768x614.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>L’attacco alla petroliera russa <em>Artic Metagaz</em>, colpita nel Mediterraneo centrale e successivamente abbandonata tra Malta, Lampedusa e la Cirenaica, rappresenta molto più di un episodio isolato. È il segnale di una trasformazione profonda: la guerra tra Mosca e Kiev non è più confinata all’Europa orientale, ma si sta espandendo lungo le rotte energetiche, commerciali e militari che collegano il <strong>Mediterraneo</strong>, il <strong>Sahel</strong> e il <strong>Mar Rosso</strong>. <a href="https://www.terzogiornale.it/2025/08/12/libia-e-russia-il-legame-pericoloso/">Secondo diverse ricostruzioni, i droni utilizzati contro la nave russa sarebbero partiti dalla Libia occidentale</a>. Se confermata, l’operazione dimostrerebbe che l’Ucraina dispone ormai di una rete logistica e operativa capace di proiettarsi ben oltre il Mar Nero. L’obiettivo strategico appare evidente: colpire la <strong>flotta ombra russa</strong> utilizzata per aggirare le sanzioni energetiche occidentali e ridurre i flussi finanziari con cui il Cremlino sostiene il proprio apparato bellico. La nave trasportava Gnl ed era già sottoposta a sanzioni internazionali. Ma il vero nodo geopolitico riguarda il luogo dell’attacco: <strong>la Libia, oggi diventata il crocevia della competizione globale tra Russia, Ucraina, Turchia, Stati Uniti </strong>e potenze regionali arabe.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La strategia africana di Kiev</h2>



<p>Negli ultimi tre anni Kiev ha progressivamente modificato la propria politica estera verso il continente africano. Dopo il voto dell’Assemblea generale Onu del 2022, che registrò numerose astensioni africane sulla condanna della Russia, la leadership ucraina ha compreso come il conflitto si giochi anche sul terreno diplomatico e simbolico. L’Ucraina non vuole più essere percepita soltanto come avamposto dell’Occidente. <a href="https://it.euronews.com/2026/05/07/niger-russia-il-corridoio-segreto-delluranio-passa-dalla-libia-di-haftar">Per questo ha iniziato a costruire relazioni dirette con governi africani e mediorientali, sfruttando soprattutto il proprio know-how militare nel settore dei <strong>droni</strong>, della guerra elettronica e delle operazioni speciali.</a> In Sudan, ad esempio, emissari dell’intelligence ucraina sarebbero intervenuti contro strutture riconducibili al vecchio Gruppo Wagner. Parallelamente Kiev avrebbe ottenuto canali alternativi di approvvigionamento di armamenti sovietici, indispensabili per sostenere lo sforzo bellico sul fronte orientale. Il modello è chiaro: <strong>offrire assistenza tecnica e militare in cambio di sostegno geopolitico, informazioni strategiche o forniture belliche. </strong>È una forma di diplomazia securitaria che trasforma l’esperienza maturata nella guerra contro Mosca in uno strumento di influenza internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Libia come piattaforma militare e logistica</strong></h2>



<p>La Libia rappresenta il perno di questa nuova proiezione strategica. Formalmente il Paese vive una fase di relativa stabilizzazione dopo gli scontri tra Tripoli e Bengasi, ma sul terreno permane una frammentazione profonda. A Est domina il sistema di potere del maresciallo <strong>Khalifa Haftar</strong>, sostenuto da Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. A Ovest resiste il Governo di Unità Nazionale di Tripoli, riconosciuto dall’Onu e appoggiato militarmente dalla Turchia. In mezzo si sviluppa un mosaico di milizie, traffici illegali, rotte migratorie e interessi energetici che rende la Libia il principale hub geopolitico africano del Mediterraneo. Le recenti segnalazioni sulla presenza di personale ucraino nell’area di Misurata suggeriscono che Kiev stia tentando di replicare, in senso opposto, la penetrazione che Mosca aveva costruito attraverso Wagner negli anni precedenti. Non più soltanto supporto diplomatico, ma presenza operativa stabile. La Libia consente infatti tre vantaggi decisivi:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>controllo delle rotte marittime nel Mediterraneo centrale;</li>



<li>accesso diretto al Sahel;</li>



<li>possibilità di monitorare i flussi energetici e militari tra Africa ed Europa.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il Sahel e la guerra per le risorse strategiche</strong></h2>



<p>Dietro la dimensione militare emerge una competizione ancora più importante: quella per le <strong>materie prime strategiche</strong>. Il Niger, dopo il golpe del 2023, è progressivamente entrato nell’orbita russa. La presenza dell’Africa Corps, struttura subentrata a Wagner, <strong>ha consolidato il controllo di Mosca su aree cruciali per l’estrazione dell’uranio. </strong>Secondo diverse fonti regionali, sarebbe operativo un corridoio logistico che collega Niamey alla Cirenaica libica per trasferire “yellowcake” verso la Russia mediante cargo militari. <strong>La base di Al Khadim, nei pressi di Bengasi, sarebbe diventata uno snodo fondamentale di questa rete.</strong> L’uranio del Niger possiede un valore strategico enorme. Serve alla produzione energetica civile, ma soprattutto rappresenta un asset geopolitico centrale nella filiera nucleare globale dominata dal colosso russo Rosatom. Chi controlla le miniere saheliane e le rotte di trasporto controlla una parte decisiva della sicurezza energetica internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Droni, mercenari e guerra ibrida</strong></h2>



<p>La vera novità dello scenario africano è tuttavia l’evoluzione della guerra ibrida. In Libia, Sudan e Sahel si stanno sperimentando modelli operativi già osservati in Ucraina e nel Golfo Persico: utilizzo massiccio di droni, mercenari, intelligence privata e operazioni clandestine. Le forze di Haftar avrebbero recentemente acquisito droni cinesi Feilong-1 e Bayraktar TB2 turchi, mentre diverse inchieste hanno documentato traffici di componenti elettroniche dirette verso la Cirenaica. <strong>L’Africa rischia così di diventare il nuovo laboratorio mondiale della guerra automatizzata a basso costo. </strong>Non è un caso che anche gli Stati Uniti stiano aumentando la propria attenzione verso la regione. Le esercitazioni Flintlock 2026, coordinate dall’US Africa Command con il coinvolgimento di forze libiche, italiane e turche, mostrano come Washington consideri ormai la Libia un teatro strategico prioritario.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il nuovo confronto globale passa dall’Africa</strong></h2>



<p>Dietro le operazioni navali, i droni e le basi militari si intravede una trasformazione geopolitica più ampia. La guerra tra Russia e Ucraina sta progressivamente mutando in un conflitto globale per il controllo delle infrastrutture energetiche, delle risorse minerarie e delle rotte strategiche africane. <strong>Mosca punta a consolidare una cintura d’influenza che dal Sahel arrivi al Mediterraneo. </strong>Kiev, sostenuta indirettamente da parte dell’Occidente, tenta invece di sabotare questa espansione costruendo proprie reti di influenza locali. La Libia diventa così il punto di collisione tra due modelli di proiezione geopolitica: quello russo fondato su mercenari, risorse e basi militari; e quello ucraino, basato su droni, intelligence e operazioni asimmetriche. Il rischio è che il continente africano si trasformi definitivamente nel nuovo fronte occulto della guerra euroasiatica.</p>
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		<title>Dal treno Xi’an-Teheran alla guerra dei corridoi: così ferrovia, yuan e sanzioni ridisegnano l’Eurasia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/dal-treno-xian-teheran-alla-guerra-dei-corridoi-cosi-ferrovia-yuan-e-sanzioni-ridisegnano-leurasia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 04:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Il corridoio ferroviario Cina-Iran non è una rivoluzione, ma un adattamento. Non crea un sistema impermeabile, ma una rete più flessibile. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-scaled-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/07/ponte-cina-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><br>Il collegamento ferroviario diretto tra Cina e Iran, operativo dal 2025 lungo la direttrice Xi’an–Asia Centrale–Teheran–Aprin Dry Port, non può essere ridotto a un semplice avanzamento logistico. È piuttosto <strong>un tassello di una trasformazione più ampia</strong>: la fusione tra commercio, infrastruttura e sicurezza in un contesto di competizione sistemica. Il primo treno arrivato a maggio 2025 segna un passaggio simbolico ma anche operativo: il trasporto merci diventa strumento geopolitico. Non sostituisce le rotte marittime, ma introduce una variabile cruciale, quella della resilienza.</p>



<p><strong>Resilienza eurasiatica contro dominio marittimo</strong><br>La Cina resta una potenza marittima dipendente dalle rotte oceaniche, ma sta costruendo alternative terrestri per ridurre la vulnerabilità ai chokepoint come Malacca o Hormuz. <strong>La ferrovia verso l’Iran si inserisce in questa logica: </strong>non elimina il rischio, ma lo redistribuisce. Spostare parte del traffico su terra significa sottrarsi, almeno in parte, alla superiorità navale occidentale. Tuttavia, il dominio terrestre introduce nuove fragilità: frontiere, instabilità politica e dipendenza da Paesi terzi.<br><strong>Il vantaggio più evidente del corridoio ferroviario è la riduzione dei tempi:</strong> circa 15 giorni contro i 30-40 via mare. Un miglioramento significativo, ma non decisivo. La nave resta imbattibile per volumi e costi. La ferrovia diventa competitiva quando contano rapidità, sicurezza politica e continuità delle forniture. È dunque una soluzione selettiva, non sistemica. Il suo valore cresce in scenari di crisi, non nella normalità del commercio globale.</p>



<p><strong>Iran: crocevia geografico e leva politica</strong><br>Il ruolo dell’Iran è centrale. La sua posizione lo rende un nodo naturale tra Asia Centrale, Medio Oriente e Mediterraneo. In un contesto di sanzioni, <strong>Teheran trasforma la geografia in leva negoziale.</strong> Il corridoio ferroviario consente di aggirare parzialmente l’isolamento, offrendo alla Cina accesso terrestre e all’Iran una funzione di hub. Ma questa centralità non cancella le criticità: infrastrutture incomplete, pressione internazionale e instabilità regionale restano fattori determinanti.</p>



<p><strong>Aprin Dry Port: il cuore nascosto del sistema</strong><br>Aprin non è un porto marittimo, ma un terminal intermodale interno. Questa distinzione è cruciale. Il <em>dry port </em>consente di spostare funzioni logistiche lontano dalla costa, riducendo l’esposizione immediata a crisi navali. Tuttavia, la sua efficacia dipende dalla qualità delle connessioni ferroviarie e stradali, oltre che dall’efficienza doganale. È un nodo strategico, ma anche un potenziale collo di bottiglia.</p>



<p><strong>Sanzioni e yuan: una partita finanziaria</strong><br>L’idea di una “fortezza sanzionatoria” è fuorviante. Le sanzioni moderne colpiscono l’intero ecosistema economico: banche, assicurazioni, logistica. La ferrovia riduce alcune vulnerabilità, ma ne crea altre. L’uso dello yuan e di meccanismi di barter permette di attenuare la dipendenza dal dollaro, ma introduce opacità e inefficienze. Non si tratta di immunità, bensì di diversificazione del rischio.</p>



<p><strong>La guerra dei corridoi: BRI, INSTC e IMEC</strong><br><a href="https://contropiano.org/news/internazionale-news/2026/04/23/la-guerra-contro-liran-ridefinisce-la-guerra-dei-corridoi-di-connettivita-0194327">Il corridoio Cina-Iran si inserisce in una competizione più ampia tra grandi direttrici eurasiatiche. Da un lato la Belt and Road Initiative, dall’altro il Corridoio Nord-Sud (Russia-Iran-India)</a>. In opposizione emerge l’IMEC, sostenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Tuttavia, le tensioni regionali e i danni infrastrutturali recenti ne mettono in dubbio la fattibilità. L’Eurasia si configura così come un mosaico di corridoi in competizione, più che un sistema integrato.</p>



<p><strong>India, Cina e la partita iraniana</strong><br>L’Iran è anche terreno di competizione tra Cina e India. <strong>Nuova Delhi vede nei porti iraniani una via d’accesso all’Asia Centrale, </strong>ma le pressioni statunitensi e le tensioni geopolitiche hanno rallentato i progetti. Pechino, al contrario, appare più determinata e coerente. Questo squilibrio potrebbe ridefinire gli equilibri regionali, rafforzando l’asse sino-iraniano.</p>



<p><strong>Pipelineistan e ambizioni turche</strong><br>Parallelamente, la Turchia sviluppa la propria strategia energetica, puntando su corridoi di gas e petrolio. Il cosiddetto “Pipelineistan” rappresenta un’altra dimensione della competizione: quella energetica. Tuttavia, molti progetti restano incompleti o politicamente instabili. La costruzione di infrastrutture energetiche si scontra con costi elevati e contesti geopolitici fragili.</p>



<p><strong>Dalla fortezza alla rete</strong><br>Il corridoio ferroviario Cina-Iran non è una rivoluzione, ma un adattamento. Non crea un sistema impermeabile, ma una rete più flessibile. La Cina non abbandona il mare, ma costruisce alternative. L’Iran non supera le sanzioni, ma le aggira parzialmente. La vera trasformazione è concettuale: dalla logica della dipendenza unica a quella della ridondanza. La partita si giocherà sulla continuità operativa. Se il corridoio diventerà regolare, scalabile e finanziariamente sostenibile, acquisirà valore strategico. In caso contrario, resterà un simbolo. In ogni caso, segna una direzione: l’Eurasia non si integra attraverso un’unica via, ma attraverso una pluralità di corridoi in competizione. E in questa competizione, la logistica è ormai geopolitica.</p>
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		<title>Taiwan tra pressione cinese e ambiguità occidentale: i dodici alleati come frontiera geopolitica globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/taiwan-tra-pressione-cinese-e-ambiguita-occidentale-i-dodici-alleati-come-frontiera-geopolitica-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 15:09:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Diplomazia residua e competizione sistemica Il dato dei dodici alleati diplomatici di Taiwan nel 2026 non è un dettaglio statistico, ma un indicatore avanzato della competizione tra Repubblica Popolare Cinese e Taipei. La loro distribuzione geografica – America Latina, Pacifico, Africa ed Europa – riflette una geopolitica dei piccoli Stati, dove il riconoscimento formale diventa &#8230; <a href="https://it.insideover.com/difesa/taiwan-tra-pressione-cinese-e-ambiguita-occidentale-i-dodici-alleati-come-frontiera-geopolitica-globale.html">[...]</a></p>
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<p><strong>Diplomazia residua e competizione sistemica</strong></p>



<p>Il dato dei <strong>dodici alleati diplomatici</strong> di Taiwan nel 2026 non è un dettaglio statistico, ma un indicatore avanzato della competizione tra <strong>Repubblica Popolare Cinese</strong> e Taipei. La loro distribuzione geografica – America Latina, Pacifico, Africa ed Europa – riflette una <strong>geopolitica dei piccoli Stati</strong>, dove il riconoscimento formale diventa leva di influenza. La riduzione progressiva del network, soprattutto dopo il 2016, segnala una dinamica strutturale: Pechino utilizza <strong>leva economica, accesso al mercato e infrastrutture</strong> per attrarre partner, mentre Taiwan fatica a competere in termini di scala. Tuttavia, il valore di questi alleati non è quantitativo ma <strong>strategico e simbolico</strong>, perché consente a Taipei di mantenere una presenza internazionale minima ma significativa.</p>



<p><strong>Il precedente Eswatini e la geopolitica dell’accesso</strong></p>



<p>La visita del presidente Lai Ching-te in <strong>Eswatini</strong> introduce un elemento nuovo: la pressione non si esercita solo sul riconoscimento, ma anche sulla <strong>mobilità diplomatica</strong>. Le difficoltà nei permessi di sorvolo nell’Oceano Indiano indicano un uso crescente della <strong>geografia logistica</strong> come strumento politico. Questo passaggio segna una trasformazione: la diplomazia non è più soltanto rappresentanza, ma diventa <strong>operazione</strong>, dove rotte aeree, scali e autorizzazioni possono limitare la visibilità internazionale. In tale contesto, anche un viaggio presidenziale assume caratteristiche quasi militari, richiedendo pianificazione e protezione.</p>



<p><strong>La leva cinese: economia, reputazione, logistica</strong></p>



<p>L’azione di Pechino si sviluppa su tre livelli. Il primo è <strong>economico</strong>, attraverso investimenti e accesso commerciale. Il secondo è <strong>reputazionale</strong>, costruendo la narrativa dell’inevitabilità del riconoscimento cinese. Il terzo, più recente, è <strong>logistico</strong>, incidendo su rotte, accessi e visibilità diplomatica. Questa strategia non implica coercizione diretta in ogni caso, ma sfrutta la vulnerabilità strutturale dei piccoli Stati: <strong>debito, instabilità fiscale e bisogno di infrastrutture</strong>. Taiwan, al contrario, dispone di risorse più limitate e deve puntare su <strong>affidabilità, cooperazione tecnica e soft power</strong>.</p>



<p><strong>Gli Stati Uniti tra deterrenza e ambiguità</strong></p>



<p>Il ruolo degli Stati Uniti resta centrale ma contraddittorio. Washington sostiene Taiwan sul piano militare ed economico, ma non la riconosce formalmente dal 1979, creando un evidente <strong>paradosso diplomatico</strong>. Questo limita la capacità occidentale di promuovere il riconoscimento taiwanese senza alimentare tensioni con Pechino. <a href="https://it.insideover.com/difesa/anche-dietro-ai-danni-dellalleata-taiwan-ci-sono-gli-usa.html#google_vignette">La strategia più realistica non è quindi l’espansione del riconoscimento, ma il rafforzamento dei partner esistenti attraverso <strong>cooperazione economica e resilienza infrastrutturale</strong>.</a> In questo senso, la diplomazia si sposta dal piano formale a quello <strong>materiale</strong>.</p>



<p><strong>Radici storiche: dalla guerra civile alla Guerra fredda</strong></p>



<p>Per comprendere l’attuale equilibrio bisogna tornare al 1949 e alla divisione tra Cina continentale e Taiwan. La svolta fu la <strong>Risoluzione ONU 2758 del 1971</strong>, che riconobbe Pechino come unico rappresentante cinese, avviando l’isolamento diplomatico di Taipei. Il compromesso strategico raggiunto negli anni ’70 da <strong>Richard Nixon</strong> e <strong>Henry Kissinger</strong> rappresentò un punto di equilibrio tra le potenze, riducendo il rischio di conflitto nucleare. Tuttavia, questo assetto si è progressivamente eroso, soprattutto con il ritorno della competizione tra grandi potenze.</p>



<p><strong>L’eredità del Kuomintang e la dimensione interna</strong></p>



<p>Il recente dialogo tra Pechino e il Kuomintang (KMT) evidenzia un ulteriore livello di complessità. Il partito fondato da <strong>Chiang Kai-shek</strong>, protagonista della storia taiwanese, resta un attore chiave nelle relazioni con la Cina. La storia dell’isola – dal colonialismo giapponese al “<strong>Terrore Bianco</strong>” – ha prodotto una <strong>identità taiwanese distinta</strong>, consolidata dalla democratizzazione degli anni ’90. Questa identità rappresenta oggi il principale ostacolo a una riunificazione politica, anche in presenza di pressioni economiche.</p>



<p><strong>Dal pragmatismo alla frizione strategica</strong></p>



<p>Il progressivo deterioramento della stabilità deriva anche dalle scelte statunitensi più recenti. L’approccio dell’amministrazione <strong>Donald Trump</strong> ha trasformato la politica di “Una sola Cina” in uno strumento negoziale, mentre la linea successiva ha mantenuto una postura assertiva. Parallelamente, la crisi di <strong>Hong Kong</strong> ha indebolito la credibilità del modello “un Paese, due sistemi”, riducendo le possibilità di una soluzione negoziata. In questo contesto, la Cina ha iniziato a diversificare le proprie strategie, includendo il dialogo con attori politici taiwanesi alternativi al governo.</p>



<p><strong>Scenari e implicazioni strategiche</strong></p>



<p>Il futuro dei dodici alleati si gioca su un equilibrio fragile. Nel migliore dei casi, Taiwan riuscirà a consolidare il network attraverso <strong>cooperazione concreta e sostegno occidentale</strong>. Nel peggiore, ulteriori defezioni potrebbero rafforzare la narrativa cinese e ridurre lo spazio internazionale di Taipei. Lo scenario più realistico è una <strong>stabilità instabile</strong>: nessuna espansione significativa, ma crescente pressione economica e logistica. In tale contesto, ogni alleato diventa un nodo critico, non solo diplomatico ma anche <strong>finanziario e infrastrutturale</strong>.</p>



<p><strong>Il valore strategico della sopravvivenza diplomatica</strong></p>



<p>La partita non riguarda solo il numero degli alleati, ma la capacità di Taiwan di restare un attore visibile nel sistema internazionale. La competizione con la Cina si gioca su più livelli: <strong>diritto internazionale, economia, logistica e narrativa</strong>. La sopravvivenza diplomatica di Taipei dipenderà dalla sua capacità di trasformare relazioni fragili in <strong>partnership resilienti</strong>, mentre Pechino continuerà a sfruttare ogni vulnerabilità. Il rischio non è un crollo improvviso, ma un’erosione graduale, fatta di decisioni apparentemente minori: un accordo commerciale, una crisi fiscale, o persino un <strong>permesso di sorvolo negato</strong>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/taiwan-tra-pressione-cinese-e-ambiguita-occidentale-i-dodici-alleati-come-frontiera-geopolitica-globale.html">Taiwan tra pressione cinese e ambiguità occidentale: i dodici alleati come frontiera geopolitica globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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