Un mese prima della visita di Donald J.Trump a Pechino, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese ha rivolto un invito a Cheng Li-wun, presidente del partito d’opposizione alla presidenza di Taiwan, il Kuomintang (KMT). In questo incontro le risonanze con la storia delle interferenze statunitensi sull’isola sono molte, lo scambio tra una parte del parlamento taiwanese e il governo cinese, sottolinea Reuters, sembrerebbe funzionale ad evitare le minacce di escaltion iniziate con l’ingerenza del primo governo Trump, consolidata dall’amministrazione Biden.
Per comprendere il ruolo delle potenze, da tempo invischiate nelle questioni dell’isola, è doverosa una panoramica storica.
Nel 1945 Taiwan passò dal dominio coloniale giapponese — iniziato nel 1895 — al controllo della Repubblica di Cina, come coronamento della promessa avanzata dal presidente Franklin Delano Roosvelt al Presidente – dell’allora – Governo Nazionalista Cinese e fondatore del Kuomintang (KMT): Chiang Kai-shek.
La vicinanza statunitense alla Cina, durante la guerra, era dovuta al ruolo strategico di avversario storico del Giappone.
Al contrario di quanto si possa pensare (e di quanto viene rivendicato dall’attuale Repubblica Popolare), l’isola fu ignorata per secoli dalle dinastie continentali cinesi. Fu, infatti, conquistata solo nel 1683 dall‘Impero Qing – una dinastia che, a sua volta, aveva sottomesso la Cina – fin quando Il Giappone imperiale non sconfisse i Qing, impossessandosi di Taiwan come bottino di guerra nel cosiddetto “secolo dell’umiliazione” per la Cina.
Il professor Sulmaan Khan, docente di relazioni internazionali e storia presso la Fletcher School, fornisce una ricostruzione sfaccettata dell’avversione taiwanese nei confronti della Cina, dietro la quale ha serpeggiato l’azione statunitense.
E doveroso sottolineare che prima della decisione americana di consegnare Taiwan a Chiang Kai-shek, l’occupazione giapponese comportò una significativa modernizzazione dell’isola, generando nei taiwanesi una memoria storica contrastante ( nonostante furono, comunque, considerati cittadini di seconda categoria dai coloni nipponici) .D’altra parte, la dittatura di Chiang Kai-shek a Taiwan, che ebbe inizio poco dopo la fuga seguita alla sconfitta contro i comunisti di Mao Zedong nel continente,non lascia spazio a memorie positive, vista la violenza che la caratterizzò.
Il dominio del KMT, ricordato come “Terrore Bianco”, iniziò con l’incidente del 28 febbraio 1947, dando luogo al periodo di legge marziale più lungo della storia (superato solo dalla legge marziale in Siria) durato fino al 15 luglio 1987. Gli Stati Uniti, che sostennero Chiang Kai-shek durante la guerra civile cinese (nonostante fu proprio la corruzione, la repressione e la brutalità del suo regime a spingere la popolazione cinese tra le braccia dei comunisti di Mao Zedong), continuarono a supportarlo a Taiwan, come alleato strategico. È emblematico, in tal senso, che il movimento studentesco del Giglio Selvatico che ha dato avvio alla transizione democratica del Paese,abbia fondato la propria azione di dissenso in antitesi al regime del Kuomintang, e non in opposizione al Partito Comunista Cinese, contrariamente a quanto si potrebbe desumere. Solo in seguito, la democrazia vibrante (iniziata nel 1996) ha creato una nuova identità taiwanese che rifiuta categoricamente l’unificazione con la Repubblica Popolare Cinese (che priverebbe nuovamente i cittadini taiwanesi dei diritti acquisiti) .
L’unico momento in cui — secondo il professor Khan —gli USA avrebbero adottato una strategia vincente per mitigare i conflitti è stato durantegli anni della guerra Fredda e delle tensioni nucleari. Negli anni ’70 Taiwan rappresentava una minaccia letale alla sovranità cinese sostenuta, inoltre, da una superpotenza globale ostile. Tale ostilità fu risolta grazie ad un compromesso diplomatico orchestrato da Richard Nixon e Henry Kissinger, in cui gli Stati Uniti riconoscevano (formalmente) la posizione di Pechino (che considerava Taiwan come parte della Cina). Questo “capolavoro di pragmatismo”, così definito da Khan, si rivelò dirimente per la stabilità globale e per la normalizzazione delle relazioni tra Stati Uniti e Cina che riuscirono ad allontanarsi dall’orlo di una guerra nucleare.
Tale stabilità è stata lentamente logorata. Sotto il primo mandato presidenziale di Donald Trump, la politica di “Una sola Cina”, inaugurata dai suoi predecessori, non fu considerata un fondamento di stabilità ma una merce di scambio in una guerra commerciale. Questa imprudenza nelle trattative è stata accompagnata da un profondo cambiamento a Pechino, come ha dimostrato lo smantellamento del modello “Un Paese, due sistemi” a Hong Kong, distruggendo la credibilità di un’offerta di riunificazione pacifica per Taiwan. Khan sostiene, inoltre, che l’amministrazione Biden, anziché correggere la rotta, abbia raddoppiato la dose di belligeranza e di inutili provocazioni.
Allo stato attuale delle cose, Xi Jinping ha deciso di collaborare con il partito fondato dal nemico storico del Partito Comunista Cinese, il KMT, non potendo affidare in alcun modo le sorti pacifiche dell’area a Donald Trump.
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