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	<title>Guerra Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Aug 2026 05:54:12 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Guerra Archives - InsideOver</title>
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		<title>L&#8217;Ucraina come cavia della Nato? Diamo un&#8217;occhiata da vicino al progetto UNITE</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lucraina-come-cavia-della-nato-diamo-unocchiata-da-vicino-al-progetto-unite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 05:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1371" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-1024x731.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-768x548.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-1536x1097.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-600x428.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Nato finanzia nuovi progetti, elaborati con aziende ucraine, nel campo dei  droni. Sfruttando le amare esperienze dei combattenti ucraini. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lucraina-come-cavia-della-nato-diamo-unocchiata-da-vicino-al-progetto-unite.html">L&#8217;Ucraina come cavia della Nato? Diamo un&#8217;occhiata da vicino al progetto UNITE</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1371" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="ucraina" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-300x214.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-1024x731.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-768x548.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-1536x1097.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-6-600x428.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In questi giorni si è molto parlato del programma <strong>UNITE-Brave Nato,</strong> ovvero dell&#8217;iniziativa congiunta di Nato e Ucraina (vedremo tra poco meglio la parte di Kiev) per produrre armamenti innovativi nel campo della difesa dai droni e dell&#8217;offesa con i droni. In realtà l&#8217;iniziativa era stata annunciata già a fine 2025 e il ri-esploso interesse dipende probabilmente dal fatto che ora si sta passando ai fatti, con denari veri da investire (10 milioni in una prima fase, che possono crescere fino a 50), <strong>condizioni precise per partecipare </strong>e obiettivi definiti: di fatto, garantire una migliore difesa aerea all&#8217;Ucraina per poi trasferire il know how maturato all&#8217;Alleanza Atlantica. <strong>Che il progetto contenga (anche) un senso di urgenza per le sorti dell&#8217;Ucraina risulta evidente</strong> dai primi temi proposti alle aziende che vorranno farsi avanti con i loro progetti: Sistemi di difesa attiva contro i droni, sistemi avanzati e sostenibile contro gli Shahed, Supporti elettromagnetici per Sigint, Tecnologie elettromagnetiche di attacco contro i droni. La parola &#8220;Russia&#8221; non figura ma è più che superflua. L&#8217;iniziativa prevede che qualunque progetto in cerca di finanziamento sia presentato da un&#8217;azienda ucraina insieme con una appartenente a un Paese Nato: un modo per incentivare la collaborazione, sostenere l&#8217;industria della difesa ucraina e garantire un fluido trasferimento di conoscenze e competenze. </p>



<p>Da un lato c&#8217;è la NATO, attraverso la Direzione per l&#8217;innovazione. Dall&#8217;altro , per l&#8217;Ucraina, il ministero della Trasformazione digitale (quello in cui ha lavorato con ottimo risultati il ministro <strong>Mychaylo Fedorov,</strong> poi passato al ministero della Difesa da dove è stato silurato in sei mesi) e quello della Difesa, travagliato dai ripetuti scandali di corruzione. Ma in realtà, e per fortuna della Nato e dell&#8217;Ucraina, <strong>il protagonista principale sarà Brave1</strong>, ovvero il cluster creato dal governo ucraino per accompagnare lo sviluppo di start up innovative e aziende del settore della Difesa. <strong>Sono ormai 2.500 le compagnie rappresentate nel cluster, </strong>di cui 500 specializzate nel settore dei droni aerei, 200 in quello dell&#8217;IA, 300 nel settore ELINT e così via. Brave1 è stata forse la più riuscita tra le iniziative di Fedorov che, apprestandosi a lasciare il ministero della Trasformazione digitale, aveva rimescolato gli incarichi, affidando le cariche direttive ad alcuni dei suoi più fidati collaboratori. <strong>Viktor Rudenko</strong>, una lunga esperienza nella digitalizzazione della pubblica amministrazione e poi, dopo l&#8217;invasione russa, nella tecnologia dei droni e della guerra elettronica, era diventato capo dell&#8217;I<em>nnovation Development Fund</em>, la cassaforte di Brave1. <strong>Andriy Hrytseniuk</strong>, un esperto delle tecnologie digitali applicate al settore bancario, era diventato direttore esecutivo di Brave1. E <strong>Irina Zabolotnaya</strong>, cresciuta all&#8217;interno del ministero per la Trasformazione digitale, era diventata vice-capa I<em>nnovation Development Fund </em>con delega ai rapporti internazionali. È lei, quindi, la prima interfaccia della NATO per UNITE-Brave NATO. </p>



<p>C&#8217;è l&#8217;impronta di Fedorov, dunque, in tutto questo. E il fatto che il suo posto che ministro della Trasformazione digitale sia andato a <strong>Oksana Ferchuk</strong>, già sua vice, conferma quanto peraltro non era stato difficile capire: non era il lavoro di Fedorov a non andare bene a Zelensky, ma piuttosto la sua personalità e la sua crescente personalità. </p>



<p>La NATO, che finanzia il tutto, non fa mistero di aver tutta l&#8217;intenzione di mettere a profitto l&#8217;esperienza a duro prezzo maturata fin qui dall&#8217;Ucraina in un settore, quello della guerra dei droni e della guerra contro i droni, che ha cambiato e sta ancora cambiando molte delle strategie della guerra contemporanea. Il proposito ha una sua logica. NATO e Ucraina hanno molto investito nella loro relazione fin dai tempi del presidente <strong>Petro Poroshenko</strong>. L&#8217;Ucraina è sottoposta a una prova durissima dalla pressione militare russa e la NATO è coinvolta nel conflitto, anche se non ha schierato le proprie truppe sul campo di battaglia. Considerato che <strong>dal 2022, dal vertice di Madrid, </strong>in seguito all&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina la Russia è giudicata dalla NATO &#8220;la minaccia più significativa a diretta&#8221; per i Paesi dell&#8217;Alleanza, l&#8217;idea di sfruttare la circostanza drammatica della guerra per approntare migliori difese future può sembrare razionale.</p>



<p>Ci sia consentito, però, avere anche un dubbio. Non è che la NATO sta approfittando (dire &#8220;speculando&#8221; sarebbe troppo) del sacrificio dell&#8217;Ucraina? Le aziende NATO che dovessero veder finanziati i propri progetti farebbero forse cosa emerita per la difesa presente e futura dell&#8217;Europa ma <strong>difficilmente sarebbero spinte a far finire il più presto possibile la guerra in corso. Loro, con la guerra, ci guadagnerebbero. Con la pace ci rimetterebbero. O no?</strong> </p>



<p>Secondo dubbio. <strong>Qual è, esattamente, il futuro che immaginiamo per l&#8217;Ucraina? </strong>Anche se tutti pensano solo a inventare o comprare nuove armi, diamo per scontato che il desiderio prevalente sia quello di far finire la guerra. E poi? La sensazione è che siano anche troppi quelli che pensano che <strong>l&#8217;Ucraina di domani sia destinata a diventare uno &#8220;Stato porcospino&#8221;</strong>, piazzata nel cuore dell&#8217;Europa e riempita di armi per tenere a bada i russi per la nostra tranquillità. E se nel frattempo gli ucraini, con le loro truppe e i loro servizi di intelligence, ci tolgono qualche castagna dal fuoco in giro per il mondo (nel Sahel, per esempio, dove i francesi sono stati presi a calci nel sedere, o in Libia), tanto di guadagnato. </p>



<p> Somiglia molto, questa prospettiva, al modo in cui Israele è stato piazzato in Medio Oriente per fare gli interessi prima degli inglesi e degli Usa. Come sia finita da quelle parti lo sappiamo: prima gli ebrei del nascente Israele si sono liberati degli inglesi e ora lo Stato ebraico di interessi fa i propri, piaccia o no agli Usa. <strong>Se domani finisse così anche con l&#8217;Ucraina in Europa non potremmo poi lamentarci troppo.</strong> Perché avevamo un esempio lampante davanti agli occhi. E perché gli ucraini avrebbero tutto il diritto, alla lettera guadagno sul campo, di non farsi sfruttare da noi.</p>



<p>A prescindere dal fatto che in Medio Oriente </p>



<p></p>



<p><strong>Riferimenti </strong></p>



<p>Per il bando di UNITE-Brave Nato: https://unite-brave-nato.brave1.tech. Per la NATO: https://www.ncia.nato.int/business/procurement/current-opportunities/42534805</p>



<p>Per Brave1: https://brave1.gov.ua/en/about</p>



<p>Per i nuovi dirigenti di Brave1: https://mezha.net/eng/bukvy/leadership-changes-boost-ukraine-s-defense-tech-and-startup-innovation/</p>



<p>Per il vertice NATO di Madrid 2022: https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2022/06/29/madrid-summit-declaration</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lucraina-come-cavia-della-nato-diamo-unocchiata-da-vicino-al-progetto-unite.html">L&#8217;Ucraina come cavia della Nato? Diamo un&#8217;occhiata da vicino al progetto UNITE</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Dalla Corea del Sud all’Oman, gli Usa di Trump se la prendono con&#8230; gli alleati</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/dalla-corea-del-sud-alloman-gli-usa-di-trump-se-la-prendono-con-gli-alleati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 05:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="944" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-300x148.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-1024x503.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-768x378.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-1536x755.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-600x295.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> La vera svolta della presidenza Trump, dunque, potrebbe essere il modo in cui Washington esercita la propria potenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/dalla-corea-del-sud-alloman-gli-usa-di-trump-se-la-prendono-con-gli-alleati.html">Dalla Corea del Sud all’Oman, gli Usa di Trump se la prendono con&#8230; gli alleati</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="944" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-300x148.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-1024x503.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-768x378.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-1536x755.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260820145747553_9f509d2c0231d5e8b4af196b9665e908-e1787230704773-600x295.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il <strong>21 agosto</strong>, le esercitazioni annuali <em>Ulchi Freedom Shield</em> tra Stati Uniti e Corea del Sud si sono concluse con largo anticipo rispetto alla programmazione originaria. La decisione è arrivata dopo l’ordine impartito da <strong>Donald Trump</strong> di ridurre «sostanzialmente» la partecipazione americana alle manovre, considerate costose e, soprattutto, inutilmente provocatorie nei confronti di <strong>Kim Jong-un</strong>. L&#8217;esercitazione, iniziata il 17 agosto, avrebbe dovuto durare undici giorni, ma è terminata dopo cinque.  </p>



<p>Il punto non è soltanto la durata di una simulazione militare. <a href="https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-08/quo-189/trump-kim-e-il-ruolo-degli-usa-nell-indo-pacifico.html">Da oltre settant’anni la presenza americana nella penisola rappresenta uno dei pilastri della <strong>deterrenza verso Pyongyang</strong>. Ridimensionare improvvisamente l&#8217;addestramento congiunto significa intervenire proprio sull&#8217;elemento che trasforma l&#8217;alleanza politica in una capacità militare concreta</a>: interoperabilità, comando, coordinamento e prontezza operativa. Trump ha legato esplicitamente la scelta anche al comportamento di Seoul nella crisi iraniana, accusando gli alleati di non sostenere sufficientemente Washington <strong>quando gli Stati Uniti entrano in guerra.</strong> È una logica significativa: la <strong>garanzia di sicurezza</strong> americana appare sempre più condizionata alla disponibilità dell&#8217;alleato a seguire le priorità strategiche della Casa Bianca.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Washington concede, Pyongyang rilancia</strong></h2>



<p>La scommessa di Trump è costruita sul rapporto personale con Kim Jong-un e sulla possibilità di riaprire una trattativa. Ma la risposta nordcoreana mostra quanto sia difficile trasformare una concessione unilaterale in un negoziato. Dopo la riduzione delle esercitazioni, Pyongyang ha infatti continuato a considerare la cooperazione militare americana-sudcoreana una minaccia e ha lanciato circa <strong>dieci missili balistici a corto raggio</strong><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/trump-demolisce-anche-lalleanza-storica-con-corea-del-sud-e-oman/">. Kim Jong-un ha inoltre respinto l&#8217;idea che il ridimensionamento delle manovre rappresenti una svolta sufficiente per modificare la posizione nordcoreana.</a>  La conseguenza strategica è delicata. Se Washington dimostra che la propria presenza militare può essere ridotta per ottenere un&#8217;apertura diplomatica da Pyongyang, <strong>Seoul potrebbe concludere che la deterrenza americana non è più un parametro stabile</strong>. Non significa automaticamente una rottura dell&#8217;alleanza, ma incentiva la Corea del Sud ad accelerare il rafforzamento delle proprie capacità autonome. È esattamente il genere di dinamica che una politica di pressione sugli alleati può produrre: anziché aumentare la dipendenza, induce gli alleati a cercare alternative.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Hormuz, l’Oman diventa il nuovo problema</strong></h2>



<p>La stessa logica emerge, con conseguenze potenzialmente molto più pesanti, nel <strong>Golfo Persico</strong>. L&#8217;Oman non è un alleato militare degli Stati Uniti paragonabile alla Corea del Sud, ma è da decenni un <strong>partner strategico e diplomatico privilegiato</strong> di Washington e ha svolto un ruolo importante nei contatti indiretti con Teheran. Il 17 agosto Trump ha minacciato di bombardare l&#8217;Oman qualora Muscat avesse ostacolato la strategia americana nei confronti dell&#8217;Iran. La minaccia è arrivata mentre Iran e Oman stavano negoziando una soluzione per consentire la navigazione commerciale attraverso lo <strong>Stretto di Hormuz</strong>, uno dei principali colli di bottiglia energetici mondiali.  </p>



<p>La questione è quindi molto più ampia del rapporto bilaterale Washington-Muscat. Hormuz è un&#8217;infrastruttura geopolitica dalla quale dipendono <strong>petrolio, gas, assicurazioni marittime, trasporti e finanza internazionale</strong>. Ogni aumento del rischio militare si trasferisce sui premi assicurativi, sui noli e sulle quotazioni energetiche, producendo effetti ben oltre il Medio Oriente. L&#8217;Oman, cercando una soluzione negoziale con Teheran, sta perseguendo un interesse nazionale perfettamente razionale: <strong>riaprire una via commerciale sicura</strong>. È precisamente questo che rende la minaccia americana politicamente rilevante.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La contraddizione Usa: meno presenza, più pressione</strong></h2>



<p>Il paradosso è che Washington sembra contemporaneamente <strong>ridurre alcune forme della propria presenza militare</strong> e aumentare la pressione politica sugli interlocutori regionali. Il Pentagono sta infatti valutando l&#8217;ipotesi di una presenza americana più contenuta nel Golfo una volta terminato il conflitto con l&#8217;Iran, anche alla luce dei danni subiti dalle installazioni statunitensi. Secondo il <em>Washington Post</em>, si tratta però ancora di una valutazione preliminare e non di una revisione formale della postura militare americana. </p>



<p> Questa possibile contrazione non equivale necessariamente a un disimpegno strategico. Potrebbe invece indicare una trasformazione del modello: <strong>meno basi permanenti, maggiore capacità di proiezione, più pressione economica e maggiore richiesta agli alleati di sostenere direttamente i costi della sicurezza regionale</strong>. È una distinzione fondamentale. Parlare semplicemente di «ritiro americano» rischia di essere fuorviante. Washington potrebbe ridurre la propria esposizione senza rinunciare al controllo delle principali leve finanziarie, tecnologiche, militari ed energetiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il nuovo vincolo americano</strong></h2>



<p>Corea del Sud e Oman rappresentano dunque due casi differenti, ma illuminano una stessa trasformazione. Nel primo caso Washington interviene sulla <strong>deterrenza militare</strong>; nel secondo esercita pressione su un partner diplomatico che cerca una soluzione autonoma alla crisi di Hormuz.</p>



<p>Non è necessario interpretare queste decisioni come il risultato di un unico disegno prestabilito. È sufficiente osservare gli effetti: <strong>le alleanze diventano più transazionali, gli impegni meno automatici e la sicurezza sempre più legata alla convenienza immediata americana</strong>. Per gli alleati il messaggio è netto. La protezione statunitense resta una risorsa straordinaria, ma non può più essere considerata un dato permanente e incondizionato. Per Seoul significa investire maggiormente nella propria autonomia militare; per le monarchie e i partner del Golfo significa diversificare interlocutori e garanzie; per l&#8217;Europa significa confrontarsi con la stessa domanda. </p>



<p>La vera svolta della presidenza Trump, dunque, potrebbe non essere il semplice <strong>ridimensionamento dell&#8217;America nel mondo</strong>, ma la trasformazione del modo in cui Washington esercita la propria potenza: meno promessa di stabilità permanente, più negoziazione, pressione e condizionalità. E quando persino la deterrenza nella penisola coreana e la mediazione omanita su Hormuz diventano elementi negoziabili, una certezza appare ormai difficile da sostenere: <strong>per gli alleati degli Stati Uniti, nulla può più essere dato completamente per scontato</strong>.</p>



<p><a href="https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-08/quo-189/trump-kim-e-il-ruolo-degli-usa-nell-indo-pacifico.html">https://www.osservatoreromano.va/it/news/2026-08/quo-189/trump-kim-e-il-ruolo-degli-usa-nell-indo-pacifico.html</a></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="CAITS3FSmT"><a href="https://www.linkiesta.it/2026/08/la-guerra-in-iran-presenta-il-conto-a-trump-e-lui-lo-gira-agli-alleati/">La guerra in Iran presenta il conto a Trump, e lui lo gira agli alleati</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;La guerra in Iran presenta il conto a Trump, e lui lo gira agli alleati&#8221; &#8212; Linkiesta.it" src="https://www.linkiesta.it/2026/08/la-guerra-in-iran-presenta-il-conto-a-trump-e-lui-lo-gira-agli-alleati/embed/#?secret=L3uv32ZclJ#?secret=CAITS3FSmT" data-secret="CAITS3FSmT" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><a href="https://www.laverita.info/geopolitica/alleanze-trump-iran-medio-oriente">https://www.laverita.info/geopolitica/alleanze-trump-iran-medio-oriente</a></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="wtXS8myl4N"><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/trump-demolisce-anche-lalleanza-storica-con-corea-del-sud-e-oman/">Trump demolisce anche l’alleanza storica con Corea del Sud e Oman</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Trump demolisce anche l’alleanza storica con Corea del Sud e Oman&#8221; &#8212; Analisi Difesa" src="https://www.analisidifesa.it/2026/08/trump-demolisce-anche-lalleanza-storica-con-corea-del-sud-e-oman/embed/#?secret=BfxaMJmjHD#?secret=wtXS8myl4N" data-secret="wtXS8myl4N" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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			</item>
		<item>
		<title>Ucraina, la guerra presenta il conto all’Occidente: armi, debito e industria hanno un limite</title>
		<link>https://it.insideover.com/economy/ucraina-la-guerra-presenta-il-conto-alloccidente-armi-debito-e-industria-hanno-un-limite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 16:46:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quanto potrebbe costare l'aiuto militare e finanziario all'Ucraina nei prossimi cinque o dieci anni? Questa la domanda cruciale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economy/ucraina-la-guerra-presenta-il-conto-alloccidente-armi-debito-e-industria-hanno-un-limite.html">Ucraina, la guerra presenta il conto all’Occidente: armi, debito e industria hanno un limite</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Ucraina sta entrando nella fase in cui la variabile decisiva potrebbe non essere più soltanto <strong>militare</strong>, ma soprattutto <strong>economica</strong>. Kyiv continua a dipendere da trasferimenti finanziari, armi, munizioni e sistemi di difesa prodotti all’estero, mentre gli Stati europei devono sostenere contemporaneamente welfare, debito pubblico, energia e riarmo. Il problema non è dunque soltanto quanto a lungo l’Ucraina possa combattere, ma <strong>quanto a lungo i suoi sponsor possano permettersi di finanziarne lo sforzo bellico</strong> senza sacrificare altri interessi strategici.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La guerra che diventa una questione di bilancio</strong></h2>



<p>Per comprendere il limite occidentale occorre uscire dalla contabilità dei singoli pacchetti di aiuti. La questione è strutturale: sostenere una guerra industriale per anni richiede <strong>produzione militare, capacità fiscale, energia, materie prime, personale e credito</strong>. <a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/">L’Unione europea ha appena predisposto per il 2026-2027 un prestito fino a <strong>90 miliardi di euro</strong> destinato all&#8217;Ucraina: circa 60 miliardi per la difesa e 30 per il sostegno di bilancio</a>. &nbsp;Non è un dettaglio contabile. È la dimostrazione che il finanziamento della guerra è ormai diventato una componente permanente della politica finanziaria europea. Il punto è che <strong>il denaro preso a prestito non equivale a ricchezza disponibile</strong>. Significa trasferire nel futuro una parte del costo presente, utilizzando il bilancio europeo come garanzia. E mentre Bruxelles aumenta l&#8217;impegno verso Kyiv, i governi nazionali devono finanziare pensioni, sanità, infrastrutture, interessi sul debito e contemporaneamente aumentare la spesa militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mancano anche le armi</strong></h2>



<p>La contraddizione emerge ancora più chiaramente sul piano industriale. L&#8217;Occidente può stanziare miliardi, ma non può trasformare immediatamente quei miliardi in <strong>missili, intercettori e munizioni</strong>. Il caso dei Patriot è emblematico. Nell&#8217;attacco russo contro Kyiv del 19-20 agosto, la scarsità di intercettori ha nuovamente rappresentato un problema centrale per la difesa ucraina. Reuters ha riferito che Zelensky ha accusato i ritardi nelle forniture di Patriot di contribuire alle perdite ucraine.  Il <em>Wall Street Journal </em>segnala inoltre che le scorte occidentali sono sotto pressione anche a causa delle necessità generate dai conflitti in Medio Oriente.  Qui emerge il vero limite della strategia occidentale: <strong>la capacità finanziaria e la capacità produttiva non coincidono</strong>. Anche disponendo delle risorse per acquistare nuovi sistemi, occorrono anni per ampliare le linee produttive, assicurarsi componenti e ricostituire le scorte.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il riarmo, una spirale finanziaria</strong></h2>



<p>L&#8217;Europa ha quindi imboccato una strada apparentemente inevitabile: più la guerra si prolunga, più aumenta la necessità di <strong>riarmarsi</strong>; più aumenta il riarmo, maggiori diventano le risorse sottratte ad altri capitoli di spesa oppure finanziate attraverso nuovo debito. La stessa Commissione europea indica per il solo 2026 fino a <strong>45 miliardi di euro</strong> di sostegno all&#8217;Ucraina, dei quali 28,3 miliardi destinati alle capacità industriali della difesa. &nbsp;Questo meccanismo può essere sostenibile per un periodo limitato. Diventa molto più problematico quando viene trasformato in una <strong>politica permanente</strong>. Il paradosso è evidente: l&#8217;Europa aumenta la spesa militare per prepararsi a una guerra potenziale con la Russia mentre deve contemporaneamente finanziare una guerra già in corso. Il risultato è una competizione interna per risorse pubbliche sempre più scarse.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Kyiv sopravvive grazie al finanziamento esterno</strong></h2>



<p>L&#8217;Ucraina, dal canto suo, non può sostenere autonomamente il costo della guerra. Il sostegno internazionale non è quindi un elemento accessorio, ma una <strong>condizione di funzionamento dello Stato</strong>. Anche il programma del Fondo monetario internazionale riflette questa dipendenza: nel luglio 2026 il board dell&#8217;FMI ha autorizzato un ulteriore esborso di circa 690 milioni di dollari nell&#8217;ambito dell&#8217;accordo quadriennale da 8,1 miliardi. &nbsp;La domanda strategica diventa allora inevitabile: <strong>per quanto tempo i finanziatori occidentali saranno disposti a trasformare il sostegno all&#8217;Ucraina in un impegno finanziario pluriennale?</strong> Finché la risposta sarà positiva, Kyiv potrà continuare a combattere. Ma ciò non significa che la strategia stia diventando economicamente più sostenibile. Significa piuttosto che il costo viene progressivamente trasferito dai bilanci ucraini a quelli occidentali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La perdita del margine strategico</strong></h2>



<p>È questo il punto che spesso sfugge alla propaganda bellica. Una guerra non viene necessariamente persa quando finiscono i soldati o quando cade una città. Può essere persa quando <strong>le opzioni disponibili diventano progressivamente più costose</strong>. L&#8217;Ucraina deve contemporaneamente difendere il fronte terrestre, proteggere le città, preservare la rete energetica, mantenere le esportazioni, produrre droni e sostenere un esercito sottoposto a enormi esigenze di personale e materiali. Ma anche l&#8217;Occidente deve scegliere. Ogni Patriot inviato a Kyiv è un sistema che non può essere immediatamente destinato alla ricostituzione delle scorte americane o europee. Ogni miliardo destinato alla difesa ucraina è un miliardo che deve essere finanziato attraverso <strong>tassazione, debito, tagli ad altre spese o crescita economica</strong>. E la crescita è proprio la variabile che non può essere data per scontata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Economicamente insostenibile o militarmente impossibile</strong>?</h2>



<p>Questo non significa che l&#8217;Occidente sia già incapace di finanziare l&#8217;Ucraina. Sarebbe una conclusione eccessiva: l&#8217;UE continua a mobilitare risorse considerevoli e ha costruito strumenti finanziari pluriennali. &nbsp;Significa però che <strong>il costo marginale della guerra aumenta</strong> mentre diminuisce la possibilità di ottenere risultati decisivi attraverso ulteriori trasferimenti. È qui che gli sponsor iniziano inevitabilmente a porsi la domanda più scomoda: non «quanto costa sostenere l&#8217;Ucraina oggi?», ma <strong>quanto costerà sostenerla ancora per altri tre, cinque o dieci anni?</strong> La risposta determina il vero limite della strategia occidentale. Perché se il conflitto non produce una soluzione politica e richiede contemporaneamente sempre più denaro, armi e debito, prima o poi il problema smette di essere esclusivamente ucraino. Diventa <strong>un problema di finanza pubblica occidentale</strong>. E quando una guerra comincia a competere con pensioni, sanità, infrastrutture, energia e sicurezza nazionale per le stesse risorse, la questione non è più soltanto quanto si vuole combattere. È <strong>quanto ci si può ancora permettere di farlo</strong>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="vwg17VwUdb"><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/">Il prezzo della frattura: la guerra russo-ucraina e il conto pagato dall’economia europea</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Il prezzo della frattura: la guerra russo-ucraina e il conto pagato dall’economia europea&#8221; &#8212; Analisi Difesa" src="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/embed/#?secret=CKSKJfHduc#?secret=vwg17VwUdb" data-secret="vwg17VwUdb" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Quo9kcc5kT"><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-i-costi-della-guerra-36924">Ucraina: i costi della guerra</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Ucraina: i costi della guerra&#8221; &#8212; ISPI" src="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-i-costi-della-guerra-36924/embed#?secret=SRFpnYmuWU#?secret=Quo9kcc5kT" data-secret="Quo9kcc5kT" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-notizie-geopolitiche wp-block-embed-notizie-geopolitiche"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BfP9QNrPn4"><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/oltre-quattro-anni-di-guerra-il-costo-umano-e-strategico-dellinvasione-russo-putiniana-dellucraina-la-tragedia-oltre-la-tragedia/">Oltre quattro anni di guerra: il costo umano e strategico dell&#8217;invasione russo &#8211; putiniana dell&#8217;Ucraina. La tragedia oltre la tragedia</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Oltre quattro anni di guerra: il costo umano e strategico dell&#8217;invasione russo &#8211; putiniana dell&#8217;Ucraina. La tragedia oltre la tragedia&#8221; &#8212; Notizie Geopolitiche" src="https://www.notiziegeopolitiche.net/oltre-quattro-anni-di-guerra-il-costo-umano-e-strategico-dellinvasione-russo-putiniana-dellucraina-la-tragedia-oltre-la-tragedia/embed/#?secret=jV3pMY9FxU#?secret=BfP9QNrPn4" data-secret="BfP9QNrPn4" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>S&#8217;infiamma lo scontro tra Turchia e Israele</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 13:54:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Turchia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio Oriente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele.html">S&#8217;infiamma lo scontro tra Turchia e Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Turchia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/turchia-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’attacco israeliano di alcuni giorni fa all’aeroporto militare di Abu al-Duhur, in Siria, inasprisce lo scontro tra Tel Aviv e Ankara che si protrae da tempo a motivo dal sostegno verbale di quest’ultima ad Hamas (e in genere alla causa palestinese) anche perché nata nell’alveo della Fratellanza musulmana, di cui il presidente <strong>Recep Erdogan </strong>si ritiene nume tutelare. Non è la prima volta che l’IDF fa incursioni nello Stato confinante dopo la caduta di Assad, che anzi si sono intensificate negli ultimi tempi soprattutto nelle regioni meridionali, occupate da Israele, e nelle zone circostanti. Ma stavolta era diverso, <strong>dal momento che il target delle bombe non era Damasco, ma Ankara.</strong></p>



<p>Infatti, secondo la ricostruzione israeliana, <strong>la base era stata appena visitata da una delegazione dell’esercito turco </strong>in vista di una sua ristrutturazione che permettesse di stanziare in loco le proprie forze armate. Uno sviluppo che Tel Aviv ritiene inaccettabile perché minaccerebbe la propria sicurezza, da cui l’aggressione preventiva per far capire ad Ankara che i suoi niet non sono solo verbali. Così, infatti, nella <a href="https://www.ndtv.com/world-news/benjamin-netanyahu-says-israel-sent-clear-message-to-turkey-after-syria-attack-11933108" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rivendicazione</a> pubblica di Netanyahu: Israele aveva inviato un messaggio “in termini generali” contro la presenza militare turca nell’aeroporto vicino ad Aleppo. “A quanto pare l’hanno ignorato, così ci siamo assicurati che lo capissero più chiaramente”. <strong>La Turchia ha negato che la visita della delegazione turca fosse parte di un progetto per stanziare le proprie forze armate in Siria,</strong> che anzi tale prospettiva non sarebbe neanche all’orizzonte.</p>



<p>Ma a tema non è tanto la veridicità o meno della ricostruzione israeliana, quanto il reale scopo dell’attacco, cioè il messaggio indirizzato a Erdogan, entrato ancor più nel mirino di Netanyahu da quando ha avuto un ruolo chiave nel far <a href="https://www.al-monitor.com/originals/2026/07/irans-araghchi-reveals-turkeys-role-thwarting-kurdish-offensive" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fallire l’attacco</a> israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, vanificando la pressione volta a ingaggiare i curdi nella jihad anti-Teheran (lo ha <a href="https://www.al-monitor.com/originals/2026/07/irans-araghchi-reveals-turkeys-role-thwarting-kurdish-offensive" target="_blank" rel="noreferrer noopener">riferito</a>, tra gli altri, anche il ministro degli Esteri iraniano <strong>Abbas Araghchi</strong>).</p>



<p>Il sultano turco negli ultimi tempi si sta muovendo con certa sagacia riuscendo a mettere a segno successi politici significativi. In particolare, un vero e proprio capolavoro politico: lui che era stato il peggior nemico dei curdi, con i quali per anni ha ingaggiato uno scontro sanguinoso, <strong>è riuscito nell’impossibile riuscendo a rappacificarsi con essi. </strong>Un processo lungo e tormentato che ha visto protagonista il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) <strong>Abdullah Ocalan</strong>, da decenni ristretto nelle carceri turche, che a febbraio del 2025 aveva lanciato un appello al suo movimento perché disarmasse.</p>



<p>Non era la prima volta che Ocalan tentava questa mossa, evidentemente concordata con le autorità di Ankara in un’ottica di riconciliazione, dal momento che si era prodotto in un analogo appello già <a href="https://www.piccolenote.it/postille/turchia-ocalan-disarma-i-curdi">nel lontano 2013</a> con scarso successo. Troppo presto e troppe ancora le divergenze tra le autorità turche e i curdi. Stavolta, però, era diverso. Tanta acqua era passata sotto i ponti, ma erano soprattutto le circostanze a essere radicalmente mutate. Erdogan aveva un disperato bisogno di questa riconciliazione per puntellare la sua più fragile posizione politica, mentre per i curdi si aprivano prospettive reali di far valere le proprie istanze, a lungo ignorate. Inoltre, <strong>mutato era il quadro mediorientale </strong>a causa dell’imperversare di Israele, del genocidio di Gaza, della stralunata politica estera americana. Da qui la svolta reale: dopo altri appelli di Ocalan e ulteriori trattative più o meno segrete tra le parti, il 10 agosto il Parlamento curdo, su sollecitazione di Erdogan, ha approvato una legge che decreta<a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/turkish-parliament-passes-landmark-law-advance-pkk-peace-process-2026-08-10/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> l’amnistia generale</a> per i militanti del PKK (in realtà, non è una vera e propria amnistia, ma è per intendersi).</p>



<p>Quando, <a href="https://www.piccolenote.it/mondo/convergenza-usa-russia-stop-massacri-siria">nel marzo del 2025</a>, scrivevamo di questo processo di pace, lo collegavamo a quanto stava accadendo in Siria, dove il governo di Damasco aveva intrapreso un negoziato con le fazioni curde sostenute dagli Stati Uniti perché si integrassero nel corpus statale, mettendo armi e miliziani al servizio dell’esercito e ponendo fine all’indipendenza <em>de facto </em>delle regioni da essi amministrate. Un processo lento quest’ultimo che si è concluso<a href="https://thecradle.co/articles/sdf-leader-declares-integration-with-damascus-complete" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> ufficialmente</a> in questi giorni e che è stato evidentemente una conseguenza diretta del voto del parlamento turco.</p>



<p>La tempistica dell’attacco dell’IDF, avvenuto in costanza di questa svolta, segnala <strong>il nervosismo di Tel Aviv per un processo che vanifica, o quantomeno rende meno probabile, il sogno di fare della Siria uno Stato fallito</strong>, abitato da una destabilizzazione permanente e facile preda del proprio espansionismo. Tale sviluppo, peraltro, lega in maniera temporaneamente irrevocabile Damasco alla Turchia, rafforzando ulteriormente Erdogan e il suo progetto neo-ottomano e minando la prospettiva israeliana di ergersi a dominus incontrastato del Medio Oriente.</p>



<p>Uno sviluppo, peraltro, che rafforza indirettamente anche la cosiddetta Nato sunnita, la recente alleanza siglata da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che impensierisce non poco Tel Aviv perché alternativa agli Accordi di Abramo. Non sappiamo se la visita della delegazione turca in Siria servisse anche a sollecitare l’ingresso di Damasco in tale alleanza, ma la prospettiva è a tema, dal momento che il ministro degli Esteri siriano <strong>Asaad Hassan Al-Shaibani,</strong> in un intervento in cui ha definito Ankara un partner chiave per la ricostruzione del suo Paese, ha dichiarato che Damasco non ha ancora deciso se aderire o meno all’alleanza.</p>



<p>In risposta indiretta all’attacco in Siria, la Turchia ha emesso un nuovo mandato di arresto contro Netanyahu per genocidio e per il sequestro dell’equipaggio della flottilla diretta a Gaza. Nel mandato, anche tal Afek Moskovitch,<a href="https://www.timesofisrael.com/turkey-issues-fresh-genocide-arrest-warrant-for-netanyahu-amid-growing-syria-tensions/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> ignoto anche ai media israeliani</a>. Probabile che si tratti di un messaggio in codice diretto a Netanyahu (io so cose…). La Turchia si rafforza, Israele si innervosisce. Altra carne al fuoco nel malmostoso Medio Oriente, che ieri, tra le altre e più drammatiche vicende, ha visto<a href="https://www.uawire.org/drone-attack-on-turkish-cargo-vessel-in-black-sea-forces-crew-to-abandon-ship" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> l’attacco di un drone a un mercantile turco</a> che navigava nel Mar Nero verso Novorossiysk: nessuna vittima, ma l’equipaggio ha dovuto abbandonare la nave al suo destino.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/sinfiamma-lo-scontro-tra-turchia-e-israele.html">S&#8217;infiamma lo scontro tra Turchia e Israele</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Italia e il riarmo: miliardi per la difesa ma il know-how strategico è sotto controllo estero</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/litalia-e-il-riarmo-miliardi-per-la-difesa-ma-il-know-how-strategico-e-sotto-controllo-estero.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 10:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un Paese può acquistare un sistema missilistico ma diventare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia necessaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/litalia-e-il-riarmo-miliardi-per-la-difesa-ma-il-know-how-strategico-e-sotto-controllo-estero.html">L&#8217;Italia e il riarmo: miliardi per la difesa ma il know-how strategico è sotto controllo estero</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Italia si prepara a mobilitare nuove risorse per la <strong>difesa</strong>, ma proprio mentre il Paese discute come finanziare il riarmo europeo emerge una contraddizione industriale difficile da ignorare: alcune competenze considerate strategiche continuano a passare sotto controllo straniero. Il caso più recente è quello di <strong>Tekne</strong>, società con base operativa a Ortona attiva nell’ingegneria della difesa, nei veicoli speciali e militari, nella guerra elettronica e nei sistemi anti-drone. Il 5 agosto 2026 il governo italiano ha autorizzato, attraverso il <strong>Golden Power</strong>, l’acquisizione del 70% da parte della statunitense NUBURU, imponendo prescrizioni. Il piano industriale prevede per Tekne circa <strong>565 milioni di euro di ricavi cumulati tra 2026 e 2030</strong> e circa 370 nuovi posti di lavoro. Non si tratta quindi di una normale operazione industriale. La stessa procedura di Golden Power dimostra che lo Stato considera quelle attività collegate a interessi strategici nazionali. La normativa italiana consente infatti al governo di intervenire sulle operazioni riguardanti imprese e asset rilevanti per <strong>difesa e sicurezza nazionale</strong>.</p>



<p><strong>Il prezzo del controllo industriale</strong></p>



<p>L&#8217;accordo definitivo delinea una valutazione pre-money di circa <a href="https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla"><strong>52 milioni di euro</strong>, attraverso conversione di finanziamenti soci, aumento di capitale, acquisto di quote dagli azionisti storici ed eventuale earn-out legato ai ricavi. NUBURU aveva già immesso oltre 16 milioni di euro di finanziamenti nella società.</a> Qui occorre però evitare una semplificazione: non è corretto confrontare automaticamente la valutazione di un&#8217;impresa in difficoltà con il valore futuro del suo piano industriale. I 565 milioni indicati sono <strong>ricavi prospettici</strong>, non valore dell&#8217;azienda né profitto. Inoltre l&#8217;investitore assume rischi finanziari e industriali che lo Stato potrebbe non voler assumere. La domanda strategica rimane tuttavia intatta: <strong>chi deve possedere il know-how necessario alla difesa nazionale?</strong></p>



<p><strong>SAFE e la contraddizione italiana</strong></p>



<p>La questione diventa ancora più significativa alla luce di <strong>SAFE</strong>, lo strumento europeo che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti a lunga scadenza per rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa europea attraverso appalti comuni. Tra i settori ammissibili figurano proprio <strong>droni, sistemi anti-drone, guerra elettronica, intelligenza artificiale e protezione delle infrastrutture critiche</strong>. L&#8217;Italia ha indicato una richiesta fino a <strong>14,9 miliardi</strong>, ma il punto politico è che quella cifra rappresenta un tetto, non necessariamente l&#8217;importo che verrà effettivamente utilizzato. La decisione finale sull&#8217;impiego delle risorse dovrà essere inserita nel percorso politico e finanziario nazionale. Il paradosso è evidente: Bruxelles offre capitale agevolato per rafforzare l&#8217;industria europea della difesa mentre, contemporaneamente, imprese italiane che operano proprio nei segmenti tecnologici prioritari possono essere acquisite da gruppi extraeuropei.</p>



<p><strong>Non basta comprare armi</strong></p>



<p>Il problema è soprattutto concettuale. <strong>Difesa non significa soltanto acquistare sistemi d&#8217;arma</strong>. Significa possedere competenze, brevetti, software, capacità produttive, laboratori, catene di approvvigionamento e personale qualificato. Un Paese può acquistare un sistema missilistico sofisticato, ma diventare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia necessaria per aggiornarlo, ripararlo o produrne componenti essenziali. È proprio questa la logica alla base delle regole SAFE: per gli acquisti finanziati dallo strumento europeo, il costo dei componenti provenienti da Paesi esterni all&#8217;UE, allo Spazio economico europeo, all&#8217;EFTA e all&#8217;Ucraina non può superare, in linea generale, il <strong>35%</strong>. Per alcune capacità più sensibili sono inoltre previste condizioni più rigorose sulla possibilità di modificare e far evolvere il prodotto senza restrizioni esterne. La direzione europea è quindi abbastanza chiara: <strong>spendere per creare capacità industriale</strong>, non soltanto per aumentare gli ordinativi.</p>



<p><strong>Il precedente Piaggio</strong></p>



<p>Il caso Tekne non è isolato. Nel giugno 2025 il governo autorizzò con Golden Power la cessione di <strong>Piaggio Aerospace</strong> alla turca Baykar. L&#8217;operazione riguardava una società storica dell&#8217;aerospazio italiano, da anni sottoposta ad amministrazione straordinaria. Baykar ha poi completato l&#8217;acquisizione, annunciando l&#8217;intenzione di utilizzare gli stabilimenti italiani anche come hub europeo per la produzione dei propri sistemi senza pilota. La vicenda mostra che il controllo straniero non equivale automaticamente a perdita di capacità nazionale. Se investimenti, occupazione, produzione e competenze rimangono in Italia, l&#8217;operazione può generare vantaggi industriali. Ma è proprio qui che dovrebbe concentrarsi la <strong>politica industriale</strong>: non sul passaporto dell&#8217;azionista in sé, bensì sulla conservazione delle capacità decisive.</p>



<p><strong>Golden Power e Parlamento</strong></p>



<p>C&#8217;è poi una questione istituzionale. Il <strong>Golden Power non è una nazionalizzazione</strong>: è uno strumento regolatorio attraverso il quale l&#8217;esecutivo può autorizzare, condizionare o bloccare determinate operazioni. La disciplina prevede inoltre forme di comunicazione alle commissioni parlamentari competenti. Questo significa che non ogni acquisizione strategica richiede un voto parlamentare preventivo. Ma quando si sommano <strong>riarmo, debito pubblico, tecnologia militare e trasferimento del controllo industriale</strong>, la discussione parlamentare assume un peso politico difficilmente eludibile. Il tema non è dunque impedire agli investitori stranieri di entrare nell&#8217;economia italiana. È stabilire quali condizioni debbano accompagnare l&#8217;ingresso del capitale quando l&#8217;asset ceduto incorpora una capacità essenziale per la sicurezza dello Stato.</p>



<p><strong>La vera sovranità</strong></p>



<p>L&#8217;Italia rischia altrimenti di confondere due piani: <strong>spesa militare e autonomia strategica</strong>. Sono collegati, ma non coincidono. Spendere miliardi per carri armati, missili, droni o sistemi elettronici aumenta le capacità operative delle Forze armate. Ma se una parte crescente della proprietà industriale e del know-how necessario alla loro progettazione e manutenzione dipende da soggetti esteri, la spesa può rafforzare la potenza militare senza aumentare nella stessa misura la <strong>sovranità tecnologica</strong>. La sfida del nuovo ciclo europeo del riarmo è quindi più complessa di quanto suggerisca la sola dimensione finanziaria. SAFE può diventare un&#8217;occasione per consolidare imprese italiane ed europee, favorire aggregazioni, finanziare ricerca e sviluppo e trattenere competenze strategiche. Il caso Tekne dovrebbe essere letto in questa prospettiva. Non come una semplice vendita di un&#8217;azienda, ma come una domanda sulla <strong>strategia industriale dello Stato</strong>. Se l&#8217;Italia prende a prestito miliardi per rafforzare la difesa, la questione decisiva sarà capire dove finiranno quei miliardi: <strong>nelle sole piattaforme che compriamo oppure anche nelle competenze che ci permettono di progettarle, produrle e controllarle?</strong> È in questa differenza che passa il confine tra un Paese che <strong>spende per la difesa</strong> e un Paese che costruisce una propria <strong>capacità strategica</strong>.</p>



<p><a href="https://www.avvenire.it/politica/il-governo-ha-deciso-di-utilizzare-safe-per-il-riarmo-ora-parola-al-parlamento_111417">https://www.avvenire.it/politica/il-governo-ha-deciso-di-utilizzare-safe-per-il-riarmo-ora-parola-al-parlamento_111417</a></p>



<p><a href="https://it.investing.com/news/stock-market-news/in-riarmo-europa-frammentato-settore-spaziale-italiano-affronta-prova-di-crescita-3516784">https://it.investing.com/news/stock-market-news/in-riarmo-europa-frammentato-settore-spaziale-italiano-affronta-prova-di-crescita-3516784</a></p>



<p><a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/07/difesa-tajani-abbiamo-deciso-di-chiedere-safe-per-149-miliardi-entro-la-fine-dellanno-b6200268-cfc5-414a-a30b-88e0f3bea9d6.html">https://www.rainews.it/articoli/2026/07/difesa-tajani-abbiamo-deciso-di-chiedere-safe-per-149-miliardi-entro-la-fine-dellanno-b6200268-cfc5-414a-a30b-88e0f3bea9d6.html</a></p>



<p><a href="https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla">https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Badakhshan, oro e guerriglia: perché i talebani hanno eliminato il mullah Fateh e il comandante Haseeb</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/badakhshan-oro-e-guerriglia-perche-i-talebani-hanno-eliminato-il-mullah-fateh-e-il-comandante-haseeb.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 23:46:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://it.insideover.com/?p=527266</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Afghanistan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Un mullah arrestato, un comandante ucciso. Nel Badakshan i talebani fanno pulizia. Obiettivo: le miniere d'oro. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Afghanistan" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/afghanistan-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La resa e la successiva detenzione del mullah <strong>Juma Khan Fateh</strong> e l’uccisione del comandante <strong>Haseeb Qowa-i-Markaz </strong>colpiscono due avversari molto diversi. Fateh era un dirigente talebano entrato in conflitto con il vertice; Haseeb apparteneva al Fronte nazionale di resistenza e combatteva apertamente il regime. Non esistono prove pubbliche sufficienti per affermare che le due operazioni siano state progettate insieme dalla Direzione generale dei servizi informativi talebani. Ma entrambe rispondono alla stessa esigenza strategica: eliminare nel Nord afghano <strong>qualsiasi centro armato capace di controllare territorio,</strong> uomini, collegamenti e risorse senza dipendere da Kabul o, più precisamente, dalla direzione talebana di Kandahar.</p>



<p><strong>Fateh rappresentava la disobbedienza interna; Haseeb la resistenza esterna.</strong> Il primo dimostrava che l’Emirato non era monolitico; il secondo ricordava che la conquista del 2021 non aveva cancellato completamente le strutture militari del vecchio fronte settentrionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Fateh e la trasformazione dei vincitori in ribelli</h2>



<p>Juma Khan Fateh era un comandante talebano tagico con una propria base sociale nei distretti settentrionali del Badakhshan. Proprio questa autonomia lo rendeva prezioso durante la guerra e pericoloso dopo la vittoria. I talebani conquistarono l’Afghanistan grazie a una struttura formata da comandanti locali, reti familiari, autorità religiose e gruppi capaci di finanziarsi autonomamente. Una volta raggiunto il potere, <strong>il vertice ha però dovuto trasformare questa coalizione militare in un apparato statale centralizzato.</strong> Il passaggio implica il disarmo dei comandanti, la sostituzione delle fedeltà personali con una catena di comando nazionale e il trasferimento delle rendite locali nelle mani del governo. Chi rifiuta diventa inevitabilmente un ribelle, anche se ha combattuto per vent’anni sotto la stessa bandiera.</p>



<p><strong>Nel caso di Fateh, la frattura sarebbe nata dal controllo delle miniere d’oro, </strong>dalle nomine amministrative e dalla richiesta di sciogliere o integrare le sue forze. Dopo quasi una settimana di combattimenti nel distretto di Nusay, il comandante si è arreso insieme ad alcuni uomini ed è stato trasferito sotto il controllo delle autorità talebane.</p>



<p>La resa non è soltanto una vittoria militare. È un avvertimento rivolto agli altri comandanti tagichi, uzbeki e locali: nessuna legittimità conquistata sul campo consente di sfidare l’autorità centrale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La miniera come banca del comandante</h2>



<p>Nel Badakhshan l’oro non è soltanto una risorsa economica. È una forma di potere politico. <strong>Le attività estrattive, spesso artigianali o prive di autorizzazione, finanziano combattenti, permettono di acquistare carburante e armi e alimentano sistemi di protezione locale.</strong> Fonti afghane hanno riferito che il governo provinciale avrebbe inviato circa mille uomini per riprendere il controllo delle aree minerarie e avrebbe ordinato la chiusura di quasi duemila siti considerati illegali. Sarebbero stati distrutti impianti di lavorazione e arrestati comandanti, parenti e intermediari legati alle diverse fazioni talebane.</p>



<p>Questi numeri non sono verificabili in modo indipendente, ma indicano la dimensione del conflitto. Il governo non sta cercando soltanto di imporre la legalità: vuole trasferire verso il centro una parte crescente delle rendite minerarie. Il controllo delle concessioni consente inoltre di negoziare con investitori stranieri, in particolare cinesi. Una miniera amministrata da un comandante locale produce denaro e autonomia; <strong>la stessa miniera controllata dal governo produce entrate, relazioni diplomatiche e riconoscimento internazionale.</strong> La centralizzazione può aumentare le entrate dello Stato, ma rischia di espropriare le comunità dei benefici economici. Se i profitti vengono trasferiti altrove e alla popolazione restano soltanto danni ambientali, tasse e repressione, la pacificazione militare prepara la futura rivolta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Haseeb e la guerra invisibile del Nord</h2>



<p><strong>Haseeb Qowa-i-Markaz, conosciuto anche come Haseeb Panjshiri,</strong> rappresentava una minaccia differente. Proveniva dalle strutture militari del precedente governo ed era diventato uno dei comandanti più visibili del Fronte nazionale di resistenza. La sua morte è stata confermata sia dal Fronte sia dal portavoce talebano. Le prime informazioni parlano di un’operazione condotta dopo l’individuazione dei suoi spostamenti. I particolari relativi al luogo, alle modalità dell’agguato e alle eventuali infiltrazioni rimangono però incompleti.</p>



<p>Se l’operazione è stata preparata attraverso una segnalazione interna, il risultato più importante non è l’uccisione in sé, ma la capacità dei servizi talebani di penetrare le comunicazioni della resistenza. In una guerriglia clandestina, conoscere il percorso di un comandante significa aver individuato almeno una parte della sua rete di collegamenti.</p>



<p><strong>Haseeb possedeva esperienza, prestigio e rapporti personali difficili da sostituire. </strong>La sua eliminazione può ridurre temporaneamente la capacità del Fronte di coordinare le cellule fra Panjshir, Parwan, Baghlan e le province nordorientali. Non significa però che la resistenza sia stata annientata. Le Nazioni Unite hanno registrato decine di azioni rivendicate dai gruppi antitalebani, verificandone soltanto una parte e valutando che essi non costituiscano ancora una minaccia decisiva per il regime. La loro forza non consiste nel conquistare grandi territori, ma nel dimostrare che l’Emirato non può controllare ogni valle senza ricorrere a un apparato permanente di sorveglianza e repressione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il Badakhshan come cerniera geopolitica</h2>



<p>Il Badakhshan confina con il Tagikistan, raggiunge la Cina attraverso il corridoio del Wakhan ed è collegato alle aree montuose che conducono verso Pakistan, Panjshir e Hindu Kush. È dunque contemporaneamente una periferia povera e una cerniera geopolitica.</p>



<p>Per la Cina rappresenta una possibile via di accesso alle risorse minerarie e una zona da proteggere dalla presenza di militanti uiguri. Per il Tagikistan è una frontiera difficile da controllare, caratterizzata da affinità linguistiche e familiari con le popolazioni afghane. Per la Russia è la soglia meridionale dell’Asia centrale. Per il Pakistan, infine, l’intero Afghanistan settentrionale rientra nel problema più ampio dei gruppi armati che attraversano le frontiere.</p>



<p>L’analisi originaria sostiene che i talebani vogliano trasferire combattenti stranieri fra Panjshir e Badakhshan per creare una fascia di protezione contro la resistenza e una base per operazioni jihadiste regionali. Questa ricostruzione non dispone, al momento, di conferme pubbliche sufficienti.</p>



<p>I rapporti delle Nazioni Unite descrivono tuttavia un ambiente permissivo per diverse organizzazioni armate internazionali, comprese Al Qaeda, il Movimento talebano pakistano e formazioni centroasiatiche. Questo quadro rende plausibile il rischio generale, ma non dimostra l’esistenza di uno specifico piano di trasferimento verso il Badakhshan.</p>



<h2 class="wp-block-heading">I tre scenari possibili</h2>



<p>Nel primo scenario, il governo riesce a disarmare i comandanti locali, elimina i principali dirigenti della resistenza e centralizza le miniere. Il Badakhshan diventa una provincia maggiormente controllata e una fonte regolare di entrate.</p>



<p>Nel secondo, la repressione produce una frammentazione permanente. I grandi comandanti scompaiono, ma piccoli gruppi continuano a colpire funzionari, mezzi e installazioni. Il regime controlla le città e le strade principali, senza riuscire a neutralizzare le reti montane.</p>



<p>Nel terzo, il trasferimento di combattenti provenienti da altre regioni o dall’estero altera gli equilibri etnici e provoca tensioni con le popolazioni tagiche e ismailite. La provincia potrebbe allora trasformarsi da problema interno afghano in questione di sicurezza per Cina e Asia centrale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il controllo non è ancora stabilità</h2>



<p><strong>La neutralizzazione di Fateh e Haseeb costituisce un successo per il regime. Ma controllare una provincia non significa renderla stabile. </strong>Nelle settimane precedenti erano stati uccisi il direttore provinciale dell’informazione e il sindaco di Faizabad, mentre altri attacchi hanno continuato a mettere in discussione la narrazione di una pacificazione completa.</p>



<p>I talebani possono conquistare le miniere, occupare i distretti e rimuovere i comandanti. Più difficile sarà costruire un ordine accettato dalle comunità locali.</p>



<p>Il Badakhshan mostra così il vero problema dell’Emirato: trasformare una vittoria militare in uno Stato senza distruggere gli equilibri locali che avevano reso possibile quella vittoria. Fateh e Haseeb sono stati neutralizzati perché rappresentavano due ostacoli differenti. Ma le cause che li avevano resi influenti — marginalizzazione, rendite minerarie, rivalità etniche e assenza di rappresentanza politica — sono ancora tutte presenti.</p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<p><a href="https://amu.tv/category/afghanistan/taliban-internal-rift">https://amu.tv/category/afghanistan/taliban-internal-rift</a></p>



<p><a href="https://amu.tv/244693">https://amu.tv/244693</a></p>



<p><a href="https://www.afintl.com/en/202605187049">https://www.afintl.com/en/202605187049</a></p>



<p><a href="https://www.afintl.com/en/202608205308">https://www.afintl.com/en/202608205308</a></p>



<p><a href="https://afghanislamicpress.com/en/news/107398">https://afghanislamicpress.com/en/news/107398</a></p>



<p><a href="https://thekabultribune.com/en/0010867">https://thekabultribune.com/en/0010867</a></p>



<p><a href="https://unama.unmissions.org/sites/default/files/2026-03/SG%20Report%20Afghanistan%20S-2026-99.pdf">https://unama.unmissions.org/sites/default/files/2026-03/SG%20Report%20Afghanistan%20S-2026-99.pdf</a></p>



<p><a href="https://amu.tv/189627">https://amu.tv/189627</a></p>



<p><a href="https://globalwitness.org/en/campaigns/conflict-resources/war-in-the-treasury-of-the-people">https://globalwitness.org/en/campaigns/conflict-resources/war-in-the-treasury-of-the-people</a></p>



<p><a href="https://apnews.com/article/4182dad323a9e831d286993888a31bb4">https://apnews.com/article/4182dad323a9e831d286993888a31bb4</a></p>



<p><a href="https://apnews.com/article/35ea4df990f4c75f2559d9a58ebcf5e3">https://apnews.com/article/35ea4df990f4c75f2559d9a58ebcf5e3</a></p>
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		<title>Cisgiordania: la banalità del Terrore</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/cisgiordania-la-banalita-del-terrore.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudia Carpinella]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 14:22:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="I coloni israeliani assediano le case dei palestinesi a Qusra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Cisgiordania la normalità palestinese si misura ormai sull’assenza di morti, demolizioni ed espulsioni. Tra violenze dei coloni, checkpoint, terre sottratte e segregazione quotidiana, anche la sopraffazione più brutale rischia di diventare routine. Fanno notizia solo i picchi di violenza, mentre il resto scivola nel silenzio. Così, dove nessuno è stato ucciso, si può persino parlare di un fine settimana tranquillo: la normalizzazione del terrore.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="I coloni israeliani assediano le case dei palestinesi a Qusra" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/LASSEDIO-DI-QUSRA-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quando non ci sono morti ammazzati, dai coloni o dall’esercito israeliano, quella sì che è una giornata tranquilla in Cisgiordania. La soglia di ciò che, per i palestinesi della West Bank, può essere considerato normale è ormai arrivata a tanto.</p>



<p>Un palestinese&nbsp;<a href="https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000">ha raccontato ad Haaretz</a> che il suo villaggio, <strong>Beit Duqqu</strong>, a nord-ovest di Gerusalemme, “aveva subito pochi danni” da un recente attacco. Così il giornale israeliano ha voluto capire cosa intendesse per “pochi danni”. Decine di chilometri quadrati di terra rubati per costruire insediamenti israeliani. Qualche saltuaria razzia dei coloni nel villaggio. Pochi palestinesi feriti. Questo, per i palestinesi, è riassumibile con “pochi danni”.</p>



<p>Ed è questo, annota il giornale israeliano, “lo standard a cui la vita palestinese in Cisgiordania è stata ridotta”. Un villaggio è considerato relativamente fortunato quando Israele ha preso solo una parte della sua terra e i coloni vi hanno fatto irruzione “solo occasionalmente”. “<strong>Un giorno tranquillo</strong> è quello cui la violenza rimane al di sotto della soglia della morte, della demolizione o dell’espulsione.”</p>



<p>Nell’ultima settimana i media si sono accorti delle violenze in Cisgiordania per via <strong>dell’assedio di Qusra</strong>. Quindici coloni hanno assediato tre case di palestinesi, sequestrando di fatto quindici persone, tra cui due bambini, e tagliando loro acqua ed elettricità. Fatto così grave da meritare, per una volta, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cj4kppdk2qwo">qualche menzione</a>. L’ennesimo attacco, che si aggiunge agli&nbsp;<a href="https://www.aljazeera.com/gallery/2026/8/16/timeline-the-one-week-siege-of-qusra-by-israeli-settlers-in-the-west-bank">oltre tremila</a> registrati da gennaio 2025 a giugno 2026. Sei aggressioni di coloni al giorno: questa è la media di tale impunita violenza.</p>



<p>Barbarie non certo casuale, ma frutto di una politica che&nbsp;<a href="https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement">Human Rights Watch</a>, nel suo ultimo rapporto, descrive così: “I coloni sparano, attaccano ed espellono i palestinesi dalla loro terra, mentre lo Stato fornisce le armi, la copertura legale e il budget per farlo”. Del resto, si legge ancora nel rapporto, “il governo israeliano e i coloni condividono lo stesso obiettivo di ‘prendere più terra possibile e ridurre al minimo la presenza palestinese’”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;apartheid in Cisgiordania</h2>



<p>Sui media locali e internazionali fanno notizia solo i picchi di violenza, gli episodi eclatanti, come quanto avvenuto nei giorni scorsi a Qabatiyah, dove i palestinesi arrestati sono stati marchiati con dei numeri, riecheggiando, come hanno scritto in tanti, quanto avveniva <a href="https://www.haaretz.com/opinion/2026-08-19/ty-article-opinion/i-resist-historical-comparisons-then-israel-marks-palestinians-with-numbers/000001a0-18e6-d117-afb8-3fe7c9f60000">nei campi di sterminio nazisti</a> (i soldati si sono poi scusati, tutto perdonato, come non fosse successo nulla; ma il simbolismo rimane).</p>



<p>Ma maggior parte degli episodi di violenza e sopraffazione restano sottotraccia. Sono parte del quotidiano, di una brutale routine. La <strong>segregazione razziale nella Cisgiordania</strong>, ad esempio, passa anche per le stazioni di servizio. Pompe di benzina separate: una per gli israeliani e una per i palestinesi, rigorosamente con prezzi maggiorati, ovviamente, per questi ultimi. Lo racconta un tassista palestinese ad Haaretz, senza sdegno, quasi fosse una delle tante incombenze della giornata.</p>



<p>L’occupazione è più visibile quando i soldati invadono un villaggio o quando i coloni danno fuoco alle case dei palestinesi. Eppure, continua Haaretz, gran parte dell’apartheid viene esercitato in modalità meno vistose: “Decidere chi può comprare carburante, chi può usare una strada, quale villaggio può essere chiuso e quanto tempo di un palestinese può essere rubato senza attirare l’attenzione”.</p>



<p>Un altro episodio spiega bene lo stato di apartheid che regna in Cisgiordania. Le strade per i palestinesi sono poche e scorrono a singhiozzo.&nbsp;Sono oltre&nbsp;<a href="https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026">900 i checkpoint</a>, tra fissi e mobili, che frammentano la regione, impedendo il naturale scorrere delle giornate degli abitanti (palestinesi, si intende). Andare al lavoro o raggiungere un ospedale <strong>non è un diritto</strong>. Dipende da chi presiede i posti di blocco, dalla sua etica o, come spesso accade, dall’umore del momento.</p>



<p>Non solo: “Una lunga fila di auto era ferma sulla strada che porta ad Atara”, si legge nell’articolo di Nagham Zbeedat. Ma a bloccare il traffico non erano i soldati israeliani o un checkpoint. “Era un colono che, in piedi, in mezzo alla strada, ne impediva il passaggio”. Le famiglie palestinesi hanno aspettato diverse ore nelle loro auto perché quel colono aveva deciso che non potevano passare. E nessuno poteva dire o fare nulla, coscienti che rischiavano l’intervento dell’esercito, con tutte le conseguenze del caso.</p>



<p>Nessun media ha riportato l’accaduto. D’altronde, “non c’erano morti né feriti, una situazione classificata come ‘pacifica’”. In Cisgiordania la vivibilità non la si misura in base ai criteri che valgono per le democrazie. La si misura in base al <a href="https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank">numero di persone uccise</a>, arrestate, ferite, malmenate e alle demolizioni delle case. Ecco perché Beit Duqqu, il villaggio di cui parlavamo all’inizio, può dirsi abbastanza tranquillo. A parte qualche razzia dei coloni e la terra rubata, nessuno è stato ucciso.</p>



<p>Lo stesso non può dirsi di Tal, al-Mughayyir, Mukhmas, Nablus, Jenin, Tulkarm, Ramallah e via dicendo: <strong>la lista sarebbe fin troppo lunga</strong>. Per ora, niente morti né bulldozer a Beit Duqqu. Secondo gli standard imposti ai palestinesi, “è stato un fine settimana tranquillo”. La normalizzazione del Terrore.</p>



<p><strong>Fonti</strong></p>



<p><strong><em>UNWRA</em></strong>: <a href="https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank">https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-232-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank</a></p>



<p><strong><em>OCHA</em></strong>: <a href="https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026">https://www.ochaopt.org/content/movement-and-access-west-bank-april-2026</a></p>



<p><strong><em>HAARETZ</em></strong>: <a href="https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000">https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-08-17/ty-article/.highlight/settlers-only-raid-us-occasionally-what-palestinian-life-has-been-reduced-to/000001a0-10a9-de4a-afe7-5aeb598e0000</a></p>



<p><strong><em>HUMAN RIGHTS WATCH</em></strong>: <a href="https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement">https://www.hrw.org/news/2026/08/20/west-bank-israel-backed-settler-violence-drives-displacement</a></p>
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		<title>Bombe sull&#8217;Oman e l&#8217;atomica sull&#8217;Iran?</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/bombe-sulloman-e-latomica-sulliran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 16:08:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1230" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-1024x656.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-768x492.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-1536x984.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-600x384.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti valutano un possibile uso di armi nucleari tattiche contro l'Iran nel quadro di una nuova dottrina nucleare</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1230" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-300x192.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-1024x656.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-768x492.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-1536x984.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/OVERCOME_20260818180752247_cb2526af6542dcb7089314684668d322-600x384.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’America sta considerando di usare l’atomica contro Teheran. A lanciare l’allarme è stata<a href="https://www.middleeasteye.net/news/us-considering-nuclear-weapons-against-iran-war-falters-says-marjorie-taylor-greene" rel="noreferrer noopener" target="_blank">&nbsp;l’ex deputata&nbsp;Marjorie Taylor Greene</a>&nbsp;che ha sottolineato: “Non sto facendo supposizioni, lo so”. Evidentemente qualche esponente dell’amministrazione Usa inquieto per questa deriva deve averla informata. D’altronde il recente mutamento della dottrina nucleare statunitense qualche allarme l’aveva suscitato.</p>



<p>Ne aveva parlato la NBC spiegando che <strong>Elbridge Colby</strong>, numero due del Pentagono, stava mettendo a punto, e ne aveva parlato in un forum riservato, una nuova strategia che prevede l’uso di armi nucleari tattiche anche in conflitti regionali. “Ciò di cui ho più paura” rispetto a un “attacco di massa” contro gli Stati Uniti “è una guerra regionale […] una guerra convenzionale che potrebbe prevedere l’impiego locale, Dio non voglia, di armi [nucleari] che potrebbe poi degenerare”.</p>



<p>La revisione mira a offrire al presidente degli Stati Uniti opzioni diverse da un attacco nucleare alzo zero, previsto nel caso di un attacco nucleare, in atto o potenziale, contro gli Stati Uniti, che comporterebbe la fine dell’umanità.</p>



<p>Tale cambiamento, come hanno osservato giustamente tanti analisti, rende più facile l’utilizzo dell’atomica e, anche se Colby ha limitato le possibilità di un tale ingaggio solo in un eventuale confronto con <strong>Russia e Cina</strong>, è alquanto ovvio che si tratta di un limite aleatorio. Una volta che il genio è uscito dalla lampada, tutto può accadere.</p>



<p>Si immagini che il conflitto con l’Iran riprenda e si allarghi e che le forze iraniane riescano a mettere a segno un colpo devastante come l’affondamento di una nave statunitense, cosa niente affatto impossibile. Le immagini di un simile rovescio potrebbero risultare insostenibili sia per l’opinione pubblica americana che per la sua stralunata leadership, che avrebbe a disposizione un’opzione in più, o meglio un tipo di rappresaglia più possibile di prima… l’attuale dialogo sull’uso dell’atomica contro Teheran diventerebbe di colpo più serrato e stringente.</p>



<p>Al di là di questa follia, peraltro niente affatto sorprendente, resta che la conflittualità iraniana ieri ha avuto un’impennata, con Trump che minacciato nuovamente di bombardare “senza pietà” l’Oman, reo di aver scantonato dai <strong>diktat americani sullo Stretto di Hormuz.</strong></p>



<p>Muscat, infatti, ha trattato con Teheran un nuovo regime di transito attraverso lo Stretto. Tale accordo potrebbe rappresentare la leva per rompere l’attuale stallo, inserendo l’intesa nel Memorandum di Islamabad e così riaprire il vitale corridoio marittimo: le dichiarazioni di Trump, almeno al momento, hanno affondato tale possibilità.</p>



<p>È ovvio, infatti, che il presidente americano è a conoscenza dei termini delle trattative e li ha rifiutati a suo modo, cioè minacciando di bombardare uno Stato che peraltro gli Stati Uniti classificano come alleato…</p>



<p>L’intesa Teheran-Muscat avrebbe il merito di chiarire la controversia più acuta del Memorandum di Islamabad, sulla quale i duellanti sono attualmente incagliati. Infatti, il punto riguardante il transito attraverso lo Stretto non era stato definito in modo specifico, così da dare agio agli Stati Uniti di interpretarlo a modo loro, cioè negando che fosse stato concesso all’Iran di poter imporre un qualsiasi tipo di tariffe.</p>



<p>Se scriviamo che si tratta di un’interpretazione di parte, e deliberatamente distorta, è perché, pur senza specifiche, era ovvio che al momento della firma del <strong>Memorandum gli States</strong> avevano accettato la richiesta iraniana.</p>



<p>Una conclusione che si trae facilmente da quanto riporta il&nbsp;<a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2026/08/17/60-days-after-signing-iran-deal-trump-stuck-quagmire-peace-talks-stall/" rel="noreferrer noopener" target="_blank">Washington Post</a>, media imperiale faro dei repubblicani: l’amministrazione Trump, scrive il giornale, ha disatteso vari punti del Mermorandum, tra questi quello che prevedeva “un ‘dialogo’ tra Iran e Oman sulla gestione dello Stretto di Hormuz”. Il sottinteso di questo dialogo è ovvio…</p>



<p>Tra l’altro, le richieste iraniane non sono così astruse come si vuole far credere, anzi. Il Financial Times ha riferito di un comunicato della banca JPMorgan che ha definito “<a href="https://www.bankingnews.gr/en/index.php?id=893935&amp;analyseis-ektheseis/articles/893935/jpmorgan-bombshell-iran-oman-control-over-hormuz-is-legal-will-become-the-global-model-for-all-energy-chokepoints" rel="noreferrer noopener" target="_blank">legale</a>” imporre tariffe per garantire la sicurezza della navigazione, e ha portato come esempio quelle imposte dalla Turchia negli Stretti che insistono sul suo territorio e quelle imposte da Danimarca e Svezia nello Stretto di Danimarca.</p>



<p>La <strong>doccia fredda di Trump giunge a 60 giorni dalla firma del Memorandum</strong>, scadenza che l’intesa pakistana fissava per chiudere un accordo più ampio tra Usa e Iran, che avrebbe dovuto porre fine alla tregua temporanea per dischiudere le porte a una pace duratura (o qualcosa del genere).</p>



<p>Non è andata così e, di fatto, il periodo del cessate il fuoco, o meglio la fine dello scontro su larga scala, è finito. Resta, però, de facto, almeno per ora. Nell’intervista, infatti, Trump ha aggiunto che userà pazienza con l’Iran, puntando sul fatto che il blocco navale imposto dalla Marina Usa porterà la sua leadership a cedere per evitare il collasso economico (ha anche aggiunto che Hormuz potrebbe diventare territorio statunitense… sul punto stendiamo un velo impietoso).</p>



<p>Sulla resilienza iraniana un documentato articolo di <strong>Djavad Salehi-Isfahani</strong> su <a href="https://responsiblestatecraft.org/iran-economy-war/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Responsible Statecraft</a>, il quale, dopo aver chiarito la differenza tra l’aggravio della situazione economica e il prospettato collasso, spiega che negli ultimi anni la leadership iraniana, più che puntare sullo sviluppo imprenditoriale e sul mercato come le precedenti, ha focalizzato la sua attenzione sulla redistribuzione delle risorse ai poveri.</p>



<p>E conclude: “L’Iran ha pagato un prezzo altissimo resistendo alle sanzioni e alla guerra per preservare la propria indipendenza. Le sanzioni hanno ridotto la crescita, danneggiato gli investimenti e aggravato l’inflazione, mentre la guerra ha distrutto imprese e posti di lavoro. Tuttavia, un’economia può andare male per un periodo molto lungo senza collassare, soprattutto quando lo Stato è in grado di redistribuire il reddito ai poveri e quando la popolazione attribuisce grande importanza all’indipendenza nazionale”.</p>



<p>Lo stallo, però, potrebbe essere rotto in maniera drammatica. <strong>Non solo dagli Stati Uniti o Israele</strong>, ma anche dall’Iran che, se la situazione economica o sociale dovesse diventare ingestibile, potrebbe tentare di rompere l’assedio. Un’iniziativa legittima, dal momento che il blocco statunitense resta un atto di guerra che miete vittime in modalità silenziosa.</p>



<p></p>
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		<title>La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l&#8217;ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini</title>
		<link>https://it.insideover.com/spionaggio/la-bomba-di-sebastopoli-la-bella-assassina-lufficiale-passato-ai-russi-e-la-tecnica-dei-servizi-ucraini.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Aug 2026 09:59:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Spionaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1080" height="887" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802.jpg 1080w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802-300x246.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802-1024x841.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802-768x631.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/maiala-e1786874385802-600x493.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1080px) 100vw, 1080px" /></p>
<p>L'attentato in cui, a Sebastopoli, è stato eliminato l'ufficiale russo Robert Shageev replica una tecnica collaudata degli ucraini. </p>
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<p>La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore <strong>Robert Shageev</strong>, <strong>49 anni, fino al 2014 comandante dello &#8220;Zaporizhzhia&#8221;,</strong> l&#8217;unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l&#8217;avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da <strong>Margarita Reut,</strong> 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per &#8220;discredito delle forze armate russe&#8221;, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l&#8217;attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l&#8217;ergastolo.</p>



<p>Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però <strong>correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n&#8217;è</strong> quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d&#8217;altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.</p>



<p>Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e <strong>quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo</strong>, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: <strong>in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. </strong>Un buon bacino di arruolamento dopo l&#8217;invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l&#8217;Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i <strong>circa 11 milioni di immigrati,</strong> in gran parte originari delle Repubbliche dell&#8217;Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.</p>



<p>Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo <strong>Igor Kirillov</strong>, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, <strong>Akhmad Kurbanov,</strong> al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l&#8217;atto terroristico. Meno di un anno prima, nell&#8217;aprile del 2023, in un attentato simile era morto <strong>Maxim Fomin,</strong> meglio noto come <strong>Vladen Tatarskij,</strong> un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all&#8217;interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l&#8217;altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.</p>



<p>Altro esempio: il generale <strong>Fanil Sarvarov,</strong> responsabile dell&#8217;addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l&#8217;ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.</p>



<p>Potremmo fare altri esempi ma il <em>modus </em><i>operandi</i> dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un &#8216;altra versione &#8220;indipendente&#8221; sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un&#8217;altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba <strong>Darya Dugina</strong>, figlia del filosofo <strong>Aleksander Dugin</strong>, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva &#8220;marcato&#8221; l&#8217;auto del padre e della figlia per indirizzare l&#8217;attentato. L&#8217;altra era un&#8217;ucraina, <strong>Natalja Vovk</strong>, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l&#8217;attentato contro l&#8217;oligarca ucraino <strong>Vadim Ermolaev </strong>nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere <strong>Anastasia Berezovska</strong>, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.</p>



<p>A proposito: per l&#8217;attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l&#8217;unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni. </p>



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		<title>Russia e Ucraina, più si avvicina il negoziato più la guerra si fa feroce</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/russia-e-ucraina-piu-si-avvicina-il-negoziato-piu-la-guerra-si-fa-feroce.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fulvio Scaglione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 23:52:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1300" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia e ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-300x203.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1024x693.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-768x520.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-1536x1040.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/russia-ucraina-600x406.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nella storia delle guerre moderne, combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari. </p>
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<p>A oltre quattro anni dall&#8217;inizio dell&#8217;invasione russa del febbraio 2022, <strong>il conflitto ucraino è ormai entrato nella sua terza trasformazione operativa. </strong>Dopo la fase iniziale caratterizzata dall&#8217;offensiva russa su più direttrici e dal tentativo di conquistare rapidamente Kiev per imporre un cambio di governo, è seguita la stagione delle controffensive ucraine, culminata con il recupero di importanti territori tra il 2022 e il 2023. Oggi prevale invece una lunga fase di logoramento, nella quale nessuno dei due contendenti appare in grado di conseguire una vittoria decisiva sul campo in maniera rapida.</p>



<p>La domanda cruciale non è tanto se la guerra continuerà, quanto <strong>quale funzione abbiano oggi le operazioni militari. </strong>Le forze ucraine cercano realmente di rompere lo stallo attraverso una serie di successi capaci di modificare radicalmente gli equilibri strategici? Oppure le offensive e gli attacchi in profondità costituiscono soprattutto strumenti per migliorare la propria posizione in vista di un futuro negoziato?</p>



<p>Le due ipotesi non si escludono. Nella storia delle guerre moderne, <strong>combattimenti e trattative non rappresentano dimensioni alternative ma complementari.</strong> Clausewitz ricordava che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi; altrettanto vero è che la politica continua durante la guerra. I canali diplomatici raramente si interrompono completamente, anche nei conflitti più duri. Cambiano intensità, interlocutori e obiettivi, ma continuano a esistere.</p>



<p>Paradossalmente, <strong>quanto più si avvicina la prospettiva di un negoziato, tanto più la guerra tende a intensificarsi. </strong>Le parti cercano di strappare gli ultimi vantaggi militari utili a rafforzare la propria posizione negoziale, nella consapevolezza che il rapporto di forza sul campo condizionerà inevitabilmente il compromesso diplomatico. È spesso alla vigilia della pace che la guerra mostra il suo volto più feroce.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli effetti del conflitto oltre il fronte</h2>



<p>L&#8217;errore più frequente consiste nell&#8217;osservare la guerra esclusivamente attraverso il confronto tra Mosca e Kiev. In realtà <strong>il teatro ucraino è inserito in una rete di rapporti molto più ampia, </strong>nella quale ogni attore combatte anche per obiettivi differenti da quelli immediatamente militari. Gli interessi di Washington, delle principali capitali europee, della Turchia, della Cina, dell&#8217;Iran e delle monarchie del Golfo contribuiscono a definire il quadro strategico almeno quanto le decisioni prese al Cremlino o a Bankova.</p>



<p>Da questo punto di vista, la guerra ha rappresentato per gli Stati Uniti uno strumento utile per provare parzialmente a riaffermare la centralità della NATO e consolidare la propria leadership sugli alleati europei dopo anni di crescenti divergenze. All&#8217;interno di alcune interpretazioni geopolitiche, inoltre, il conflitto viene letto anche come <strong>un fattore che ha accelerato il distacco energetico tra Germania e Russia,</strong> riducendo una forma di interdipendenza considerata potenzialmente problematica per la coesione del blocco occidentale. Si tratta di una lettura discussa, ma che evidenzia come il conflitto abbia prodotto effetti ben oltre il fronte militare.</p>



<p>Ciò non significa che Washington persegua necessariamente una sconfitta totale della Federazione Russa. Al contrario, la linea seguita prima dall&#8217;amministrazione Biden e poi, pur con una retorica differente, dall&#8217;amministrazione Trump sembra mantenere una costante: <strong>sostenere l&#8217;Ucraina senza provocare un collasso dello Stato russo.</strong> Una destabilizzazione incontrollata della principale potenza nucleare del pianeta rappresenterebbe infatti un rischio difficilmente gestibile.</p>



<p>Allo stesso tempo, una Russia percepita come una minaccia continua a svolgere una funzione politica nei confronti dell&#8217;Europa orientale, contribuendo a mantenere <strong>la centralità della presenza americana sul continente</strong> e, più in generale, la leadership statunitense all&#8217;interno della NATO, anche nei confronti della Germania.</p>



<p>In questa chiave di lettura utile ricordare anche il tentativo di rivolta guidato da <strong>Evgenij Prigožin </strong>nel giugno 2023. In quei giorni Washington invitò gli alleati a non sfruttare la crisi interna russa e a evitare qualsiasi iniziativa che potesse essere interpretata come un coinvolgimento diretto negli eventi, segnalando come l&#8217;obiettivo non fosse favorire un collasso del potere statale russo.</p>



<p>Del resto, pur essendo stati rivali per gran parte dell&#8217;ultimo secolo, Stati Uniti e Russia hanno sempre evitato uno scontro militare diretto tra le rispettive forze armate. Anche durante le fasi di massima tensione della Guerra fredda, entrambe le potenze hanno privilegiato il confronto indiretto, nella consapevolezza che era utile per entrambe tenere la Germania divisa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Che cosa serve per un compromesso</h2>



<p>La Russia, inoltre, continua a non costituire da sola il principale competitore sistemico degli Stati Uniti. I limiti economici della Federazione ne riducono la capacità di sostenere una competizione globale di lungo periodo. <strong>Il vero confronto strutturale di Washington rimane quello con la Cina. </strong>Anche per questo motivo appare eccessivo interpretare l&#8217;attuale convergenza russo-cinese come un&#8217;alleanza priva di contraddizioni. La crescente penetrazione economica di Pechino nello spazio centroasiatico interessa infatti aree che Mosca considera tradizionalmente parte della propria sfera d&#8217;influenza, aprendo inevitabili elementi di competizione.</p>



<p>La prosecuzione della guerra dipenderà quindi anche dal modo in cui gli Stati Uniti ridefiniranno il proprio calcolo strategico. <strong>Se il conflitto continuerà a produrre benefici geopolitici superiori ai costi, Washington manterrà probabilmente il sostegno a Kiev. </strong>Se invece tali costi dovessero aumentare oppure l&#8217;attenzione americana dovesse concentrarsi prioritariamente sull&#8217;Indo-Pacifico, potrebbero rafforzarsi le pressioni per una soluzione negoziale.</p>



<p>Una simile soluzione, tuttavia, non dipenderebbe esclusivamente dalla volontà americana. Sarebbe necessario il formarsi di un equilibrio internazionale sufficientemente ampio da indurre tanto Mosca quanto Kiev ad accettare un compromesso. In altre parole, occorrerebbe una convergenza tra le principali potenze interessate affinché nessuna delle parti percepisca maggiori vantaggi nella prosecuzione della guerra.</p>



<p>Anche gli episodi apparentemente periferici confermano la natura sistemica del conflitto. I recenti segnali di riavvicinamento diplomatico tra Kiev e Teheran mostrano come <strong>persino due Paesi collocati su fronti opposti possano mantenere margini di dialogo quando ciò risponde ai rispettivi interessi. </strong>L&#8217;Iran occupa una posizione geografica decisiva: controlla uno spazio che collega il Golfo Persico al Mar Caspio, proiettandosi verso il Caucaso, l&#8217;Asia centrale, l&#8217;Afghanistan e il Pakistan. Si tratta di uno dei principali snodi energetici e geopolitici dell&#8217;Eurasia. Anche per questo motivo nessun attore internazionale può permettersi di ignorarne la stabilità.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La coesione interna</h2>



<p>La stessa guerra evidenzia inoltre come nessuna società impegnata in un conflitto di lunga durata rimanga perfettamente coesa. L&#8217;Ucraina continua a mostrare un elevato grado di mobilitazione nazionale, ma le tensioni legate alla leva, alla gestione dei coscritti e alla distribuzione dei sacrifici stanno assumendo un peso crescente nel dibattito interno. Le recenti modifiche ai vertici politici e militari riflettono anche queste difficoltà. Fenomeni analoghi interessano la Russia, dove le modalità di reclutamento mettono in luce profonde differenze territoriali e sociali. In entrambi i casi, tuttavia, <strong>tali contraddizioni non sembrano ancora mettere in discussione la prosecuzione dello sforzo bellico.</strong></p>



<p>Anche l&#8217;evoluzione delle operazioni militari appare coerente con questa logica. Gli attacchi ucraini contro infrastrutture energetiche, impianti industriali e nodi logistici della Federazione Russa non puntano soltanto a ridurre le capacità materiali dell&#8217;avversario. Essi cercano anche di aumentare il costo economico della guerra, coinvolgendo <strong>segmenti della società russa finora relativamente protetti dagli effetti diretti del conflitto. </strong>Colpire interessi economici, filiere produttive e gruppi imprenditoriali significa introdurre nuove variabili nella formazione del consenso interno, esercitando pressioni differenti rispetto a quelle derivanti dalle perdite sul campo.</p>



<p>Da parte russa permane invece l&#8217;obiettivo di logorare progressivamente la capacità militare, economica e demografica dell&#8217;Ucraina, mantenendo l&#8217;iniziativa strategica senza assumere rischi tali da compromettere la stabilità interna della Federazione.</p>



<p>La guerra resta dunque sospesa tra due logiche. Da un lato il tentativo di modificare gli equilibri sul terreno; dall&#8217;altro la costruzione delle condizioni politiche per una futura trattativa. È probabile che nessuna delle due dimensioni prevalga completamente sull&#8217;altra. <strong>Ogni offensiva, ogni attacco in profondità, ogni negoziato riservato rappresentano tasselli di un medesimo processo.</strong></p>



<p>La Russia, inoltre, non sembra intenzionata a concentrare tutte le proprie risorse militari sul fronte ucraino. Mosca deve infatti tenere conto della possibilità, per quanto non ritenuta imminente, che possano aprirsi nuove aree di crisi o ulteriori fronti di confronto. Per questa ragione è costretta a preservare una quota significativa delle proprie capacità militari come riserva strategica, evitando di impegnare integralmente uomini e mezzi nel teatro ucraino. La gestione del conflitto, dunque, risponde non solo alle esigenze operative del fronte, ma anche alla necessità di mantenere margini di flessibilità rispetto a possibili sviluppi del quadro internazionale.</p>
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