Nulla di fatto per la crisi iraniana nel corso della visita di Trump in Cina. Permane lo stallo. Uno stallo che in un post Trump descrive come “la calma prima della tempesta“. Minacce necessitate dal momento che, appena terminato il tour cinese, Trump ha ricevuto la telefonata di Netanyahu, la cui fretta di contattarlo denota certa preoccupazione.

Evidentemente temeva che nel segreto avesse trovato davvero qualche convergenza con Xi Jinping per sbloccare i negoziati con l’Iran. E, dal momento che Netanyahu è a capo di una nazione con una delle intelligence più pervasive del mondo e ha rapporti privilegiati con l’inner circle del presidente Usa, è probabile che tale timore fosse alimentato da qualche informazione in tal senso.
Così ieri Trump, incalzato dal padrone mediorientale, è tornato a minacciare, facendo eco ai tamburi di guerra che risuonano alti e forti sui media mainstream americani e israeliani. Spicca, tra questi, il New York Times, secondo il quale le bombe ricominceranno a piovere a breve.

Così il media: “Due funzionari mediorientali, che hanno parlato a condizione di anonimato per interloquire su questioni operative, hanno affermato che gli Stati Uniti e Israele sono impegnati in intensi preparativi – i più massivi da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco – per una possibile ripresa degli attacchi contro l’Iran già dalla prossima settimana”. Righe di cui incuriosiscono le fonti… “mediorientali” (israeliani?).
E, però, nella stessa nota si riferisce che, pur se il Pentagono è pronto a dar fuoco alle polveri, il segretario della Guerra Pete Hegseth ha comunicato anche che “sono previsti piani per il rientro in patria degli oltre 50.000 soldati attualmente dispiegati in Medio Oriente”.
Ma non tranquillizza il fatto che, subito dopo la telefonata con Trump, Netanyahu abbia convocato il Consiglio di sicurezza ristretto. Mentre, in parallelo, Trump ha convocato in Virginia, presso un golf club di sua proprietà, il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il direttore della CIA John Ratcliffe e l’inviato speciale Steve Witkoff. Location invero insolita per un summit, sul quale evidentemente il presidente voleva il riserbo più assoluto (la Casa Bianca è piena di spifferi).

Di per sé tale segretezza non dà alcun indizio sulle possibili prospettive: può significare bombe, ma anche no. La presenza di Witkoff, che svolge solo funzioni diplomatiche, segnala che non è stata presa ancora alcuna decisione. Più che probabile che Trump abbia convocato l’assise per esaminare la nuova proposta di pace iraniana, inviata da Teheran questo fine settimana.
Tale ipotesi sembra trovare conferme nelle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei, secondo il quale le parti stanno lavorando sulle rispettive proposte. Il dialogo prosegue.
Ciò non esclude l’eventualità che tutto precipiti, avendo gli States attaccato l’Iran per ben due volte con i negoziati in corso, ma va comunque registrato con qualche timida speranza. Anche perché tanto è cambiato da allora, sia per la dimostrazione di forza dell’Iran che per la pressione sull’economia globale causata dal blocco di Hormuz (a tale proposito, oggi Teheran ha ufficializzato la nascita di un organismo iraniano preposto a controllare il transito attraverso lo Stretto).
In attesa, a movimentare lo stallo sono arrivate le rivelazioni esplosive sulla visita segreta di Netanyahu negli Emirati arabi nel corso della conflitto; visita che sarebbe stata seguita e/o preceduta da quella del Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir e da quella del capo del Mossad David Barnea. Gli incontri sarebbero serviti a coordinare l’attacco all’Iran, al quale avrebbe partecipato attivamente anche Abu Dhabi.

Gli Emirati hanno negato recisamente. Davvero troppo imbarazzante che un Paese arabo si coordini con Israele per colpire Teheran; ma anche perché teme che l’eventuale ripresa del conflitto li veda vieppiù nel mirino iraniano.
Ma non c’è pace per gli emiri, dal momento che, secondo un’altra indiscrezione, all’inizio della guerra questi avrebbero esortato Arabia saudita e Qatar a unirsi alla crociata anti-iraniana, ottenendo un secco rifiuto.
Mentre, oggi, si registra l’attacco a una sua centrale nucleare di Abu Dhabi, aggressione condannata da tutti i Paesi del Golfo e oltre. Possibile che sia un avvertimento dell’Iran all’inaffidabile vicino, ma è anche vero che Teheran sta cercando di evitare frizioni con i Paesi arabi, ai quali era ovvio che un attacco del genere sarebbe risultato più che irritante. Da cui la possibilità che si sia trattato di un escamotage dei partner più o meno occulti di Abu Dhabi per risollevarne l’immagine devastata dalle rivelazioni di cui sopra. La nazione vittima è stata riabbracciata nell’ecumene arabo, partita chiusa (o forse no…).

Nessuna certezza, ovvio, anche perché attorno a questo conflitto si è scatenata una campagna alzo zero per intorbidire le acque, com’è accaduto per l’attacco di tre droni misteriosi contro obiettivi sauditi. Sarebbero partiti dall’Iraq, geolocalizzazione immaginaria che accrediterebbe, di fatto, l’iniziativa alle milizie sciite irachene.
Bagdad nega ogni responsabilità dello Stato e delle milizie in questione, rispondendo che non presta il suo territorio a simili avventure; né si vede perché le milizie filo-iraniane dovrebbero colpire un Paese che rifiuta di intrupparsi nell’asse israelo-americano.
Insomma, un altro mistero di questa guerra, che va a sommarsi a quello delle due basi segrete israeliane scovate nel proprio territorio dalle autorità irachene e che sarebbero state utilizzate contro l’Iran nel corso del conflitto. Le ha scoperte per caso un pastore, che poi è stato ucciso per ritorsione.
Misteri, disinformazione, attacchi fantasma… Le Agenzie del caos stanno lavorando attivamente per seminare confusione nella regione e mettere i Paesi arabi l’uno contro l’altro. Già di per sé fragili, la rinnovata e pericolosa incertezza li potrebbe spingere di nuovo sotto l’ombrello protettivo americano – almeno questo sembra il disegno – venuto meno o messo in discussione nel corso del conflitto. Con tutto quel che consegue per quanto riguarda la crisi iraniana. Divide et impera.
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