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Guerra

Il dossier contro Stefanelli, così Israele colpisce i reporter indipendenti

Israele limita la libertà di stampa in Cisgiordania: il caso del fotoreporter tra respingimenti e restrizioni ai reporter indipendenti.
Israele

Che Israele vieti l’ingresso ai giornalisti stranieri a Gaza è cosa nota – com’è altrettanto noto che ne abbia uccisi almeno 260 nella Striscia. Quello che stupisce — o forse no — è che neghi l’accesso anche ad alcuni reporter indipendenti diretti in Cisgiordania. Non a tutti, naturalmente. Ma a quelli ritenuti particolarmente vulnerabili e scomodi, colpevoli di aver definito con il loro nome le politiche imposte ai palestinesi: apartheid. Alessandro Stefanelli la Cisgiordania la conosce bene. Ci ha lavorato più volte negli ultimi anni, entrando regolarmente con un visto ETA-IL rilasciato dalle autorità israeliane. Poi qualcosa cambia. Succede dopo un reportage da Masafer Yatta, area del Sud della Cisgiordania al centro delle violenze dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi. “Probabilmente è lì che sono finito sotto attenzione”, racconta Stefanelli.

Poco dopo, a luglio 2025, Israele annulla il suo visto press. Il fotoreporter prova allora a richiederne uno nuovo attraverso l’ambasciata israeliana a Roma. Ma gli appuntamenti vengono sistematicamente rinviati o negati e il nuovo visto non arriva mai. A quel punto Stefanelli decide di tentare l’ingresso in Cisgiordania passando dall’Allenby Crossing, il valico con la Giordania controllato da Israele.

“Sapevo che probabilmente non mi avrebbero fatto entrare”, racconta. “Ma era l’unico modo per ottenere finalmente una risposta da Tel Aviv sul perché non potessi più svolgere il mio lavoro”. La risposta arriva dopo ore di interrogatorio. Le autorità israeliane lo respingono in Giordania sostenendo che la sua attività giornalistica rappresenti un problema di sicurezza.

Successivamente la polizia israeliana del distretto di Giudea e Samaria — il nome con cui Israele indica la Cisgiordania occupata — produce un dossier sul fotoreporter. Il documento, firmato da Shmuel Ashkenazi, capo degli interrogatori dell’unità criminale nazionalista del distretto, raccoglie articoli, fotografie e contenuti social collegati al suo lavoro giornalistico. Tra gli elementi contestati compare anche una fotografia scattata nel campo profughi di Balata, vicino a Nablus, che ritrae un palestinese armato. Secondo le autorità israeliane, quell’immagine dimostrerebbe presunti legami con ambienti militanti palestinesi.

“Accuse ridicole”, replica Stefanelli. “Sono foto che potrebbe scattare chiunque si trovi in un campo profughi della Cisgiordania. È un’indagine superficiale, costruita in modo approssimativo e fuorviante”. Nel dossier compaiono persino articoli firmati da altri giornalisti, solo perché corredati dalle sue fotografie.

Dopo il ricorso presentato dal suo avvocato, Tamir Blank, la polizia israeliana produce ulteriore materiale: altri due articoli sulla Cisgiordania e due post pubblicati sul suo profilo Instagram. Blank ha accusato la polizia israeliana di colpire la libertà di stampa, sostenendo che le autorità stiano monitorando articoli e contenuti social di un giornalista per motivi politici. Secondo l’avvocato, questo approccio avvicina pericolosamente Israele a una “polizia del pensiero”.

Alessadro Stefanelli, fotoreporter indipendente, respinto da Israele a gennaio 2025.
Alessandro Stefanelli. Fotografo e giornalista attualmente membro della VII Community e della FADA Network, e beneficiario di una borsa Journalismfund Europe per il giornalismo investigativo ambientale.
Le sue fotografie e i suoi reportage sono stati pubblicati a livello internazionale su The Atlantic, Libération, Revista 5W, La Stampa, Le Soir, La Repubblica e Il Manifesto, tra gli altri.

Nel mirino i reporter indipendenti

Ma il caso Stefanelli apre anche un’altra questione: quella della libertà di stampa in Cisgiordania. Impedire a reporter indipendenti di lavorare nei territori occupati rappresenta un precedente significativo, soprattutto in una fase in cui il controllo sull’informazione appare sempre più stretto. “Ora è toccato a me e ad altri freelance”, dice Stefanelli. “Noi siamo sicuramente più liberi di fare informazione senza linee editoriali. Ma siamo anche meno tutelati”. E questo Israele lo sa.

Negli ultimi anni molti giornali internazionali — dal New York Times a El País, passando per Haaretz — hanno descritto apertamente come apartheid le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania. Israele ha contestato quelle ricostruzioni, ma non ha potuto impedirne la pubblicazione. Più semplice, invece, è colpire un reporter freelance, con meno protezioni e meno strumenti per difendersi. “Dopo di noi”, aggiunge Stefanelli, “il prossimo passo potrebbe riguardare i corrispondenti delle testate straniere di base in Israele. Poi potrebbe essere la volta delle voci critiche israeliane”.

Del resto, la stretta nei confronti della stampa non nasce oggi. Negli ultimi anni gli indicatori internazionali sulla libertà di stampa mostrano un progressivo arretramento di Israele, mentre aumentano le pressioni contro giornalisti, reporter indipendenti e media critici verso l’occupazione dei territori palestinesi.

Haaretz: “Israele teme lo sguardo esterno”

Il dossier costruito contro Stefanelli apparirebbe quasi grottesco, se il monitoraggio sistematico del lavoro giornalistico non fosse una questione così seria. Articoli, fotografie e post social vengono trattati come elementi sospetti, trasformando un’attività giornalistica ordinaria in qualcosa da sorvegliare e contenere. Negli ultimi mesi altri giornalisti, attivisti e operatori umanitari sono stati respinti o esclusi da Israele e dalla Cisgiordania dopo aver espresso posizioni critiche verso il governo israeliano. Nel frattempo resta in vigore il divieto imposto ai reporter stranieri di entrare nella Striscia di Gaza.

“Una scelta che finisce per produrre l’effetto opposto a quello dichiarato”, scrive oggi Haaretz in un editoriale. Perché impedire ai giornalisti di raccontare ciò che accade “non protegge l’immagine di Israele: rafforza piuttosto l’idea di uno Stato che teme lo sguardo esterno e che considera il controllo dell’informazione parte integrante della gestione del conflitto”.

Le violenze dei coloni, l’apartheid imposta da Israele ai palestinesi della Cisgiordania, e il genocidio di Gaza non scompaiono vietando l’ingresso ai reporter. Continuano a esistere. Anche quando nessuno può fotografarli.

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