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	<title>Economy Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 15 Sep 2026 04:50:25 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Economy Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Dall&#8217;Italia alla Cina, l&#8217;Indonesia compra da tutti e riscrive le regole del procurement militare</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/dallitalia-alla-cina-lindonesia-compra-da-tutti-e-riscrive-le-regole-del-procurement-militare.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 04:50:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1284" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-1024x685.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-1536x1027.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Giacarta usa il procurement come leva per affermarsi come lo "swing state" definitivo dell'Indo-Pacifico, rifiutando alleanze esclusive. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/dallitalia-alla-cina-lindonesia-compra-da-tutti-e-riscrive-le-regole-del-procurement-militare.html">Dall&#8217;Italia alla Cina, l&#8217;Indonesia compra da tutti e riscrive le regole del procurement militare</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1284" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-1024x685.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-1536x1027.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/05/garibaldi-600x401.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 28 aprile 2026 il Parlamento italiano ha approvato la cessione a titolo gratuito della <strong>portaerei Giuseppe Garibaldi</strong>, ormai in disarmo. L’unità navale arriverà a Giacarta per il 5 ottobre, in tempo per l&#8217;anniversario delle forze armate indonesiane. Non si tratta di una semplice dismissione: l&#8217;Indonesia sta per diventare il primo e unico Paese del Sud-Est asiatico a schierare una portaerei, ricevuta <strong>in regalo</strong> da Roma. Ma il dono italiano rappresenta soltanto la punta dell&#8217;iceberg di una strategia ben più complessa. Negli stessi mesi, Giacarta ha rilanciato con Fincantieri la cooperazione per fregate e sottomarini, ha chiuso un contratto con Leonardo per <strong>12 caccia leggeri M346F</strong> ed elicotteri AW149, e ha ricevuto missili supersonici <strong>BrahMos dall&#8217;India</strong>. Contestualmente, mentre incassa i caccia Rafale dalla Francia, flirta con la Turchia per il programma Kaan e stacca un assegno da <strong>9 miliardi di dollari alla Cina</strong> per i jet J-10C, valutando l&#8217;uscita dal programma sudcoreano KF-21. <strong>Una spesa militare multilaterale che ridefinisce le regole del procurement globale.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La mappa dei contratti: dall&#8217;Occidente al gigante cinese</strong></h2>



<p>I dati più recenti mostrano un tabellario di acquisizioni impressionante. Dalla Francia sono arrivati <strong>42 Dassault Rafale F4</strong>, con le prime consegne a Pekanbaru previste a inizio anno, accompagnati dai sottomarini Scorpène. Sul fronte statunitense, il <strong>Major Defense Cooperation Partnership</strong> firmato in primavera ha aperto alla sigla di un intesa per 24 Boeing F-15EX, con la promessa di trasferire in loco fino all&#8217;85% della produzione, anche se l&#8217;approvazione di Washington richiederà del tempo. Ancora più aggressiva la spinta verso i mercati emergenti. Con Ankara, l&#8217;Indonesia ha siglato un accordo da <strong>10 miliardi di dollari</strong> per 48 caccia Kaan e una flotta di droni Baykar. </p>



<p>Ma la vera scossa geopolitica riguarda la Cina: la firma per <strong>42 caccia cinesi J-10C</strong> per un valore di 9 miliardi segna la prima grande breccia di Pechino nelle dotazioni aeree indonesiane, finora dominate da sistemi occidentali o russi. A completare il quadro c&#8217;è la fornitura dei missili <strong>BrahMos da Nuova Delhi</strong>, che rende Giacarta il terzo acquirente al mondo di questo sistema d&#8217;arma.</p>



<p><strong>Il pivot italiano e il nodo strategico della Garibaldi</strong></p>



<p>In questa fitta rete, l&#8217;asse con l&#8217;Italia è forse il più articolato. Oltre agli addestratori e agli elicotteri di Leonardo, <a href="https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/perche-litalia-regalera-nave-garibaldi-allindonesia/">Fincantieri ha stretto una joint venture con il gruppo locale <strong>Republikorp</strong> per fabbricare in loco fregate, corvette e sottomarini, valorizzando contratti già attivi da oltre un miliardo di euro</a>. Sullo sfondo restano aperti i dossier per i mini-sottomarini italiani <strong>Drass classe DGK</strong> e i velivoli da pattugliamento ATR-72. E poi c&#8217;è la Garibaldi. Ceduta ai sensi dell&#8217;articolo 311 del codice militare, ovvero come materiale obsoleto, la nave verrà trasferita priva dei sistemi d&#8217;arma principali ma con <strong>propulsione, ponte di volo e strutture di comando intatte</strong>. Giacarta ha già inviato circa 100 marinai in addestramento in Italia per apprendere le manovre, su un equipaggio previsto di circa 500 uomini. L&#8217;operazione non è estemporanea: già nell&#8217;agosto 2025 il governo indonesiano aveva predisposto una linea di credito per dotarsi di una portaerei. L&#8217;offerta italiana si è incastrata in un piano strategico già tracciato. Non solo: il 7 agosto 2026, nei cantieri <strong>PT PAL di Surabaya</strong>, è stata posata la prima lamiera d&#8217;acciaio per una nuova unità navale, a riprova che l&#8217;obiettivo finale è l&#8217;autonomia industriale attraverso il <strong>trasferimento tecnologico</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;<strong>azzardo della dottrina &#8220;bebas aktif&#8221;</strong></h2>



<p>Cosa spinge un Paese a comprare armi da attori in aperto contrasto tra loro come Washington, Pechino e Nuova Delhi? La risposta risiede nella dottrina storica indonesiana del <strong>&#8220;bebas aktif&#8221;</strong> (libero e attivo). Giacarta usa il <em>procurement </em>come leva per affermarsi come lo <em>&#8220;swing state&#8221;</em> definitivo dell&#8217;Indo-Pacifico, rifiutando alleanze esclusive per estorcere concessioni a tutti. In un sistema internazionale anarchico, le rassicurazioni diplomatiche contano meno delle <strong>capacità materiali visibili</strong>: sottomarini in pattugliamento, batterie missilistiche e portaerei in bacino. D&#8217;altra parte, anche per i fornitori il tornaconto è evidente. Per l&#8217;Italia, cedere gratuitamente la Garibaldi è un&#8217;operazione di <em>&#8220;loss leader&#8221;</em>: si azzerano i costi di demolizione della nave e si spalancano le porte per commesse milionarie in manutenzioni, elicotteri e sistemi navali collegati. Per Pechino il J-10C rappresenta l&#8217;accesso a un mercato tradizionalmente ostile, mentre per la Turchia si tratta di validare i propri programmi d&#8217;armamento all&#8217;estero.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra efficienza operativa e incubo logistico</strong></h2>



<p>Se questo approccio garantisce un&#8217;innegabile rendita politica, dal punto di vista strettamente militare i rischi sono elevatissimi. In uno scenario ottimale, l&#8217;Indonesia riuscirà a integrare le diverse tecnologie, trasformando la Garibaldi in una piattaforma flessibile per la sorveglianza marittima e la risposta alle calamità naturali, sfruttando i cantieri di Surabaya per far crescere l&#8217;industria navale domestica. Nel caso peggiore, gestire contemporaneamente velivoli e sistemi d&#8217;arma <strong>americani, francesi, russi, cinesi, turchi e italiani</strong> originerà un incubo logistico. I costi di manutenzione e le difficoltà di integrazione rischiano di prosciugare un bilancio della difesa che fatica a superare l&#8217;1% del PIL. Il precedente del caccia sudcoreano KF-21, segnato da <strong>ritardi e arretrati nei pagamenti</strong>, dimostra come Giacarta possa trovarsi in difficoltà finanziaria di fronte a troppi impegni paralleli. Inoltre, la stessa Garibaldi senza una componente aerea imbarcata ben strutturata rischia di trasformarsi in un costoso mulino a vento burocratico.</p>



<p><a href="https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/perche-litalia-regalera-nave-garibaldi-allindonesia">https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/perche-litalia-regalera-nave-garibaldi-allindonesia</a></p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Gu1F7HYvrK"><a href="https://it.insideover.com/difesa/la-portaerei-garibaldi-verso-lindonesia-quando-un-regalo-rende-piu-di-una-vendita.html">La portaerei Garibaldi verso l’Indonesia: quando un regalo rende più di una vendita</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;La portaerei Garibaldi verso l’Indonesia: quando un regalo rende più di una vendita&#8221; &#8212; InsideOver" src="https://it.insideover.com/difesa/la-portaerei-garibaldi-verso-lindonesia-quando-un-regalo-rende-piu-di-una-vendita.html/embed#?secret=S4Qp5tKJXp#?secret=Gu1F7HYvrK" data-secret="Gu1F7HYvrK" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><a href="https://www.open.online/2026/03/07/cessione-nave-garibaldi-taranto-accordo-indonesia">https://www.open.online/2026/03/07/cessione-nave-garibaldi-taranto-accordo-indonesia</a></p>
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		<item>
		<title>La tentazione dei fondi russi: l&#8217;Europa tra aiuto all&#8217;Ucraina e suicidio finanziario</title>
		<link>https://it.insideover.com/economy/la-tentazione-dei-fondi-russi-leuropa-tra-aiuto-allucraina-e-suicidio-finanziario.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 03:31:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Qualsiasi sortita nei confronti del capitale russo rischia di infliggere all'Europa un danno superiore a quello dell'avversario.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="russia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/06/russia-banche-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il dibattito geopolitico e finanziario sui beni sovrani della Federazione Russa in Europa ha raggiunto una fase d’inflessione critica. Al centro delle cancellerie dell&#8217;Unione Europea si consuma uno scontro che va ben oltre la diplomazia formale, toccando le fondamenta del diritto internazionale, della stabilità monetaria e della protezione della proprietà privata<a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/09/02/spunta-ipotesi-di-trasferire-gli-asset-russi-da-euroclear-a-uno-strumento-ue-2_72634c62-0a8f-4961-9f2a-1d6a11707156.html">. La riapertura del dossier sull&#8217;impiego delle riserve della Banca centrale russa (CBR) da parte di Stati come Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Svezia ha riportato in primo piano una distinzione contabile e giuridica fondamentale: quella tra capitale e rendita</a>. La percezione pubblica, spesso alimentata da una narrazione semplificata, <strong>tende a sovrapporre l&#8217;immobilizzazione dei beni alla loro confisca. </strong>Tuttavia, l&#8217;architettura normativa edificata dalle istituzioni comunitarie dimostra un approccio estremamente cauto. L&#8217;Unione ha sancito il divieto di transazione sulle riserve sovrane russe, congelandole nei fatti, ma senza operare alcun trasferimento di titolarità del capitale. Il <strong>principal</strong> della Banca centrale russa rimane intatto e legalmente iscritto al suo proprietario originale, pur essendo sottratto alla sua disponibilità operativa. L&#8217;escalation terminologica maschera quindi un nodo ben più profondo: la trasformazione di un congelamento cautelativo in un&#8217;appropriazione indebita ai sensi del diritto internazionale di pace.<br></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Monetizzare la rendita senza toccare il capitale</strong></h2>



<p>Incapace di trovare una copertura legale unanime per la confisca diretta del capitale, la diplomazia economica di Bruxelles ha sviluppato un raffinato meccanismo di ingegneria finanziaria. La linea di demarcazione operativa è stata tracciata con precisione: la separazione contabile tra la massa patrimoniale originaria e i proventi straordinari generati dalla gestione della liquidità. Con l&#8217;entrata in vigore dei provvedimenti che impongono ai depositari centrali di titoli di accantonare i cosiddetti <strong>windfall profits</strong>, l&#8217;Unione Europea ha iniziato a estrarre valore economico dagli asset congelati. Le giacenze di cassa derivanti da titoli giunti a scadenza e non reinvestibili dalla Banca centrale russa producono interessi rilevanti nell&#8217;attuale contesto di tassi. </p>



<p>Questi extra-profitti netti sono stati separati dal capitale primario, sottoposti a tassazione e prelievo, e <strong>infine destinati al finanziamento dell&#8217;assistenza militare e della ricostruzione in Ucraina.</strong> Questo meccanismo ha consentito all&#8217;Europa di trasformare i beni russi in una fonte attiva di sostentamento finanziario per Kyiv. Tuttavia, questa architettura poggia su un equilibrio precario. Il regime vigente sfrutta la gestione della liquidità senza estinguere la pretesa creditoria di Mosca sul <strong>principal</strong>, mantenendosi in una zona grigia che rispetta formalmente il diritto di proprietà, ma spinge al limite la funzione del sistema finanziario multilaterale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il bastione di Euroclear</strong></h2>



<p>La cautela manifestata da Paesi come il Belgio non nasce da un&#8217;esitazione politica, ma da una concreta esposizione finanziaria e sistemica. Il baricentro degli asset sovrani russi congelati a livello globale è spaventosamente concentrato in Europa e, nello specifico, presso il depositario centrale <strong>Euroclear</strong>, con sede a Bruxelles. <strong>Custodendo oltre 180 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa,</strong> il depositario belga si trova in prima linea di fronte alle inevitabili ritorsioni legali e patrimoniali della Federazione Russa. Le controversie giudiziarie già pendenti dinanzi ai tribunali di Mosca prefigurano uno scenario di forte instabilità: qualora le corti russe dovessero disporre il sequestro dei beni di Euroclear presenti sul territorio russo o in giurisdizioni terze pronte a riconoscere tali sentenze, <strong>il depositario belga subirebbe un impatto patrimoniale devastante. </strong>La trattenuta di una quota di utili a titolo di riserva di capitale e di gestione del rischio, prevista dalle stesse direttive europee, conferma che l&#8217;infrastruttura di mercato europea sta accumulando passività potenziali immensi. Un&#8217;eventuale confisca del capitale esporrebbe l&#8217;entità a controversie sistemiche, costringendo lo Stato belga, o in alternativa l&#8217;intera Unione, a un salvataggio finanziario da miliardi di euro per evitare il collasso del regolamento dei titoli a livello globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La minaccia alla credibilità dell&#8217;Eurozona</strong></h2>



<p>L&#8217;argomentazione secondo cui un sequestro di riserve sovrane non troverebbe precedenti nella storia moderna, neppure nei momenti più bui del Novecento, merita un&#8217;attenta precisazione giuridica. Sebbene durante la Seconda guerra mondiale e nei conflitti successivi beni appartenenti a Stati nemici o a loro cittadini siano stati oggetto di esproprio o liquidazione, il caso delle riserve della Banca centrale russa presenta tratti di assoluta eccezionalità. Si tratta del congelamento e della potenziale confisca di riserve valutarie appartenenti a una banca centrale sovrana da parte di Paesi che non sono formalmente belligeranti e <strong>in assenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.</strong> Un&#8217;azione di forza sul <strong>principal</strong> incrinerebbe il principio dell&#8217;immunità giurisdizionale degli Stati, uno dei pilastri dell&#8217;ordine giuridico globale. </p>



<p>L&#8217;effetto sistemico per l&#8217;Eurozona potrebbe rivelarsi controproducente: le banche centrali dei Paesi terzi, in particolare del Global South, vedrebbero nell&#8217;Euro e nelle infrastrutture di pagamento europee un luogo finanziariamente insicuro e politicamente condizionato. La frammentazione delle riserve globali e la fuga verso giurisdizioni alternative accelererebbero i<strong>l processo di de-dollarizzazione e de-euroizzazione dei mercati,</strong> compromettendo la reputazione dell&#8217;Unione come santuario neutrale del capitale istituzionale. Nel breve e medio periodo, la tenuta del blocco europeo dipenderà dalla capacità di elaborare soluzioni di compromesso che evitino lo strappo definitivo sulla confisca e, al tempo stesso, non lascino i singoli Stati esposti alle ritorsioni di Mosca. </p>



<p>Le opzioni sul tavolo per l&#8217;imminente futuro non contemplano un&#8217;appropriazione d&#8217;imperio del capitale, bensì un&#8217;ulteriore evoluzione degli strumenti di leva finanziaria. L&#8217;ipotesi più plausibile riguarda la creazione di prestiti garantiti dai futuri flussi di rendita generati dagli asset russi, o l&#8217;emissione di debito comune europeo assistito da garanzie incrociate tra gli Stati membri. Per superare le resistenze del Belgio e dei Paesi più cauti, l&#8217;Unione Europea dovrà necessariamente formalizzare un meccanismo di <strong>mutualizzazione dei rischi</strong>, trasferendo le potenziali passività legali e i costi di soccorso per Euroclear dai bilanci nazionali a quello comunitario. Se la priorità politica resta il sostegno alle capacità difensive ed economiche di Kyiv, <strong>la priorità sistemica dell&#8217;Eurozona deve rimanere la salvaguardia della certezza del diritto. </strong>Senza una ripartizione trasparente dei rischi giuridici ed economici tra tutti i Paesi partner, qualsiasi sortita nei confronti del capitale sovrano russo rischia di infliggere all&#8217;architettura finanziaria dell&#8217;Europa un danno superiore a quello che si vorrebbe causare all&#8217;avversario.</p>



<p><a href="https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/09/02/spunta-ipotesi-di-trasferire-gli-asset-russi-da-euroclear-a-uno-strumento-ue-2_72634c62-0a8f-4961-9f2a-1d6a11707156.html">https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/09/02/spunta-ipotesi-di-trasferire-gli-asset-russi-da-euroclear-a-uno-strumento-ue-2_72634c62-0a8f-4961-9f2a-1d6a11707156.html</a></p>



<p><a href="https://www.giornaledibrescia.it/italia-e-estero/spunta-ipotesi-di-trasferire-gli-asset-russi-da-euroclear-a-uno-strumento-ue-h98fonms">https://www.giornaledibrescia.it/italia-e-estero/spunta-ipotesi-di-trasferire-gli-asset-russi-da-euroclear-a-uno-strumento-ue-h98fonms</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economy/la-tentazione-dei-fondi-russi-leuropa-tra-aiuto-allucraina-e-suicidio-finanziario.html">La tentazione dei fondi russi: l&#8217;Europa tra aiuto all&#8217;Ucraina e suicidio finanziario</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>L’Iran sfida le sanzioni e ridisegna il Caucaso: la nuova arteria strategica da Yerevan a Tbilisi</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/liran-sfida-le-sanzioni-e-ridisegna-il-caucaso-la-nuova-arteria-strategica-da-yerevan-a-tbilisi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 05:21:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1254" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-1536x1003.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La competizione per il controllo dei corridoi eurasiatici si conferma uno dei principali terreni di scontro della geopolitica contemporanea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/liran-sfida-le-sanzioni-e-ridisegna-il-caucaso-la-nuova-arteria-strategica-da-yerevan-a-tbilisi.html">L’Iran sfida le sanzioni e ridisegna il Caucaso: la nuova arteria strategica da Yerevan a Tbilisi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1254" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="iran" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-1024x669.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-768x502.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-1536x1003.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/iran-600x392.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La risposta della Repubblica Islamica dell’Iran all’inasprimento delle sanzioni occidentali e alla costante minaccia di isolamento economico si sta formalizzando attraverso una complessa architettura di proiezione geopolitica. Teheran ha intrapreso una chiara ridefinizione delle proprie direttrici logistiche, spostando il baricentro dell’attenzione verso la sponda settentrionale. Il perno di questa manovra non risiede unicamente nel consolidamento dei legami con l&#8217;Asia centrale, come dimostra la cooperazione strutturale avviata con il Tagikistan, ma trova <strong>il suo vero epicentro operativo nel quadrante del Caucaso meridionale.</strong> L’obiettivo della diplomazia persiana è la costruzione di un canale di transito terrestre capace di garantire sbocchi commerciali continui verso il Mar Nero, attenuando la dipendenza dalle rotte marittime dello Stretto di Hormuz, storicamente esposte a tensioni militari e blocchi navali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il consolidamento dell’asse con l’Armenia</strong></h2>



<p>L’infrastruttura simbolo di questo nuovo assetto logistico è la <strong>galleria di Kajaran</strong>, un segmento cruciale dell’autostrada Nord-Sud armena. <a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/iran-teheran-guarda-a-russia-e-asia-centrale-per-aggirare-le-sanzioni-americane/">Con un valore complessivo che sfiora i quattrocento milioni di dollari, ripartiti tra fondi statali di Yerevan e il sostegno finanziario dell’Eurasian Development Bank, l’opera prevede lo scavo di circa sette chilometri di tunnel e la contestuale riqualificazione degli snodi viari adiacenti.</a> Il progetto permetterà di superare i vincoli orografici del valico di Meghri, abbattendo i tempi di percorrenza di oltre mezza ora e mettendo in sicurezza i flussi di merci da eventuali crisi confinarie. L’assegnazione dei lavori al gigante ingegneristico iraniano Tunnel Sadd Ariana conferma <strong>la piena convergenza di interessi tra Teheran e Yerevan,</strong> ponendo le basi per un cantiere la cui conclusione è prevista entro il prossimo decennio. </p>



<p>Oltre alle grandi opere civili, la cooperazione tra i due Paesi si declina in <strong>un rafforzamento dei dossier energetici e commerciali.</strong> I recenti incontri tra i vertici del ministero dell’Economia armeno e i rappresentanti della diplomazia iraniana hanno portato sul tavolo delle trattative la realizzazione di un secondo ponte transfrontaliero sul fiume Aras, la garanzia di forniture stabili a lungo termine di gasolio e gas liquido, e il pieno sfruttamento delle opzioni commerciali garantite dall’accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica. A completamento di questo intreccio istituzionale si aggiunge la riattivazione dei <strong>collegamenti aerei diretti tra Tabriz e Yerevan </strong>operati dalla compagnia Pouya Air, misura che riallaccia i contatti con uno dei nuclei storici della diaspora armena in territorio persiano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La neutralità pragmatica della Georgia </strong></h2>



<p>L’ambizione iraniana trova la sua naturale estensione geografica nella rete infrastrutturale della Georgia. Tbilisi costituisce l’elemento di raccordo fondamentale tra la sponda caspica e il bacino del Mar Nero, trasformandosi in una piattaforma contesa dalle principali potenze regionali e globali. <strong>Il territorio georgiano ospita direttrici internazionali di primaria importanza</strong>, tra cui la tratta ferroviaria Baku-Tbilisi-Kars e la rotta di trasporto transcaspica, polarizzando gli investimenti di Pechino e delle nazioni dell’Asia centrale volti all’ampliamento dei terminal portuali di Batumi e Poti. </p>



<p>La leadership georgiana, condizionata dall’eredità del conflitto con la Russia e determinata a tutelare la propria stabilità interna, sta perseguendo una condotta di rigorosa neutralità operativa. La sospensione dei colloqui per l’ingresso nell’Unione Europea e la posizione espressa dalle forze di governo, contrarie all’adozione automatica del pacchetto sanzionatorio occidentale nei confronti di Teheran, evidenziano la volontà di <strong>anteporre l’interesse economico nazionale ai vincoli di blocco.</strong> Tale assetto fornisce all’Iran un punto di approdo indiretto ma costante per indirizzare i propri flussi commerciali verso le sponde europee.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La dottrina del passaggio a Nord</strong></h2>



<p>La proiezione verso il Caucaso si inserisce nella più ampia dottrina strategica definita dalle autorità persiane come sguardo a Nord. Per arginare le contromisure finanziarie minacciate dalle amministrazioni statunitensi, l’Iran sta cercando di strutturare una maglia integrata di collegamenti marittimi, ferroviari e stradali che <strong>attraversa il Mar Caspio per saldarsi con i mercati di Russia, Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan. </strong>Sebbene le rotte settentrionali comportino costi gestionali superiori e tempi di percorrenza prolungati rispetto ai tragitti marittimi classici, l’elevata frammentazione dei punti di controllo doganale e il ricorso a reti di intermediari locali rendono complessa la tracciabilità dei beni importati, inclusi macchinari industriali e tecnologie a duplice uso civile e militare. </p>



<p>In questo quadro di finanza pubblica e geopolitica energetica, <strong>la Russia si configura come l’interlocutore primario della strategia di Teheran.</strong> La comune condizione di isolamento dai circuiti finanziari dominati dal dollaro spinge i due governi a incentivare sistemi di pagamento alternativi e a promuovere corridoi multilaterali come il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud. Tuttavia, l’intesa strategica non elimina la competizione sui mercati energetici orientali, dove sia Mosca sia Teheran cercano di collocare le rispettive quote di idrocarburi, aumentando il peso contrattuale russo nelle trattative bilaterali. I Paesi dell’Asia centrale, dal canto loro, si muovono lungo un crinale estremamente delicato. Pur attratti dall’opportunità di incassare proventi di transito e rafforzare le proprie reti commerciali, governi come quello di Astana e Tashkent devono evitare l’applicazione di sanzioni secondarie da parte del Tesoro americano, salvaguardando i rapporti economico-finanziari con i partner europei e cinesi. Sullo sfondo rimane il ruolo della Cina, acquirente primario del greggio persiano, per la quale le direttrici terrestri settentrionali rappresentano un utile canale integrativo per l’export di manufatti tecnologici attraverso la triangolazione caucasica e centroasiatica. <strong>La competizione per il controllo dei corridoi eurasiatici si conferma così uno dei principali terreni di scontro della geopolitica contemporanea.</strong></p>



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		<item>
		<title>Via libera UE a 3,2 miliardi per i Patriot per l&#8217;Ucraina. Ora, però, gli Usa devono produrli</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/via-libera-ue-a-32-miliardi-per-i-patriot-per-lucraina-ora-pero-gli-usa-devono-produrli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 22:41:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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<p>Tra l'approvazione di Bruxelles e l'arrivo dei missili c'è di mezzo la capacità produttiva dell'industria americana. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/via-libera-ue-a-32-miliardi-per-i-patriot-per-lucraina-ora-pero-gli-usa-devono-produrli.html">Via libera UE a 3,2 miliardi per i Patriot per l&#8217;Ucraina. Ora, però, gli Usa devono produrli</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>La Commissione europea ha <strong>approvato 3,2 miliardi di euro</strong> per l&#8217;acquisto di missili Patriot destinati a Kyiv. La decisione sblocca la prima tranche operativa del maxi-prestito da 90 miliardi di euro. Ora la partita reale non si gioca più nei corridoi di Bruxelles. Il vero scoglio diventa la <strong>capacità industriale degli Stati Uniti</strong> e la burocrazia del Pentagono.</p>



<p>Il pacchetto complessivo garantito dall&#8217;Unione europea copre il biennio 2026-2027. <a href="https://www.linkiesta.it/2026/08/kyjiv-sta-cercando-di-fermare-i-missili-di-putin-prima-che-partano/">La struttura finanziaria divide i fondi tra sostegno macroeconomico e spesa per la difesa. Per l&#8217;anno in corso sono già accessibili <strong>28,3 miliardi per gli approvvigionamenti militari</strong></a>. La richiesta ucraina non attinge quindi all&#8217;intero montepremi, ma va a impattare direttamente sulla quota destinata alle armi. Kyiv ha scelto di sacrificare altre opzioni per dare priorità assoluta alla copertura dei propri cieli.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La clausola che permette di comprare armi USA</strong></h2>



<p>La normativa europea prevede in linea teorica la priorità per i produttori del continente. L&#8217;industria della difesa dell&#8217;Unione non possiede però un&#8217;alternativa equivalente pronta alla consegna. Per questa ragione è scattata una <strong>deroga per urgenza operativa</strong>. Le regole del prestito consentono di acquistare fuori dai confini comunitari quando la produzione interna non soddisfa i tempi. La clausola cita esplicitamente i <strong>sistemi di difesa antimissile</strong> tra le categorie prioritarie. Senza questo cavillo legale, l&#8217;operazione finanziaria si sarebbe piantata ancora prima di partire.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Perché Kyiv pretende proprio i missili PAC-3</strong></h2>



<p>La guerra aerea in Ucraina è cambiata radicalmente negli ultimi mesi. Gli attacchi russi non usano solo droni e missili da crociera. La minaccia principale è rappresentata dai <strong>vettori balistici ad alta velocità</strong>. Gli intercettori PAC-3 MSE sono sviluppati da Lockheed Martin con tecnologia ad <strong>impatto diretto</strong>. Distruggono il bersaglio per energia cinetica pura e non con una semplice esplosione di prossimità. Sono gli unici in grado di neutralizzare i missili Iskander con percentuali di successo elevate. Kyiv ha un disperato bisogno di queste munizioni specifiche per proteggere le infrastrutture critiche e i centri urbani. L&#8217;approvazione politica di Bruxelles non equivale alla consegna immediata sul campo. Gli Stati Uniti soffrono di una <strong>saturazione delle linee produttive</strong>. Lockheed Martin produce attualmente circa 500 intercettori PAC-3 all&#8217;anno, con l&#8217;obiettivo di salire a 650 nei prossimi anni. La domanda globale supera di gran lunga l&#8217;offerta. I contratti americani devono servire la difesa degli Stati Uniti, gli ordini di Taiwan, dei Paesi NATO e del Medio Oriente. Inserire una <strong>commessa da 3,2 miliardi</strong> significa scavalcare una lista d&#8217;attesa lunghissima. Servono autorizzazioni speciali per l&#8217;esportazione firmate dal Dipartimento di Stato e dal Congresso.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra scorte USA e nuovi contratti</strong></h2>



<p>L&#8217;Ucraina non può attendere i tempi di fabbricazione dei nuovi lotti industriale. La strategia di Kyiv si muove per questo su <strong>due binari distinti</strong>. Da un lato si firmano contratti a lungo termine utilizzando il denaro europeo. Dall&#8217;altro si spingono i partner ad attingere immediatamente dai propri magazzini. I governi europei che dispongono di batterie Patriot sono chiamati a cedere le proprie riserva strategicche. In cambio, questi Paesi utilizzeranno i fondi per riordinare i missili sostitutivi negli Stati Uniti. La Germania ha già indicato la disponibilità a trasferire intercettori dalle proprie dotazioni, ma la copertura rimane limitata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una tensione strutturale per la difesa europea</strong></h2>



<p>L&#8217;intera vicenda mette a nudo la <strong>dipendenza strategica dell&#8217;Europa</strong>. Il blocco comunitario finanzia la guerra con miliardi di euro, ma deve trasferire queste risorse direttamente all&#8217;industria bellica americana. Bruxelles vuole costruire una sovranità industriale nel settore militare, ma l&#8217;urgenza del fronte impone di comprare all&#8217;estero. I 3,2 miliardi approvati rappresentano una vittoria politica per il governo ucraino. La trasformazione di questi fondi in <strong>missili pronti al lancio</strong> richiede però passaggi complessi. Tra l&#8217;approvazione del bilancio a Bruxelles e l&#8217;arrivo dei container sulle rampe di lancio c&#8217;è di mezzo la capacità produttiva di Dallas e la volontà politica di Washington.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Nbb2AHf9DH"><a href="https://www.linkiesta.it/2026/08/kyjiv-sta-cercando-di-fermare-i-missili-di-putin-prima-che-partano/">Kyjiv sta cercando di fermare i missili di Putin prima che partano</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Kyjiv sta cercando di fermare i missili di Putin prima che partano&#8221; &#8212; Linkiesta.it" src="https://www.linkiesta.it/2026/08/kyjiv-sta-cercando-di-fermare-i-missili-di-putin-prima-che-partano/embed/#?secret=aRfnzezwi8#?secret=Nbb2AHf9DH" data-secret="Nbb2AHf9DH" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><a href="https://www.vietnam.vn/it/iran-danh-them-2-3-ngay-la-my-can-sach-ten-lua-patriot">https://www.vietnam.vn/it/iran-danh-them-2-3-ngay-la-my-can-sach-ten-lua-patriot</a></p>
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		<title>La fine dell&#8217;impero: il fragile potere marittimo Usa e l&#8217;ascesa navale e portuale della Cina</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/la-fine-dellimpero-il-fragile-potere-marittimo-usa-e-lascesa-navale-e-portuale-della-cina.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 04:26:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran. La portaerei Gerald Ford arriva nel Mediterraneo" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La crescita della marina cinese certifica il definitivo tramonto della supremazia unilaterale americana sui mari del globo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/la-fine-dellimpero-il-fragile-potere-marittimo-usa-e-lascesa-navale-e-portuale-della-cina.html">La fine dell&#8217;impero: il fragile potere marittimo Usa e l&#8217;ascesa navale e portuale della Cina</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran. La portaerei Gerald Ford arriva nel Mediterraneo" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/02/OVERCOME_20260221152849563_3cfec58670d3ee6bc45c1deb4764064f-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In un sistema globale dove la stragrande maggioranza delle merci viaggia lungo le rotte oceaniche, gli Stati Uniti rappresentano ormai un evidente paradosso geopolitico e finanziario. Washington tenta di agire come l&#8217;unico garante della navigazione planetaria, mentre le fondamenta economiche della sua egemonia si sgretolano sotto il peso di insanabili contraddizioni finanziarie. Per mantenere undici gruppi da battaglia incentrati sulle portaerei e una complessa rete di basi militari a presidio dei punti di strozzatura strategici, il Pentagono sostiene costi monumentali. <strong>Solo per il Dipartimento della Marina il bilancio ha superato la cifra</strong> <strong>di 257 miliardi di dollari</strong>, una voce di spesa titanica finanziata quasi interamente attraverso un debito pubblico federale che ha oltrepassato l&#8217;astronomica soglia dei 39 mila miliardi di dollari. <strong>L&#8217;emissione di titoli di Stato con tassi prossimi al cinque per cento trasforma la proiezione di potenza navale in un carico finanziario soffocante </strong>per la stabilità interna del paese. La garanzia della sicurezza dei mari, anziché consolidare la supremazia americana, ne erode costantemente la sostenibilità fiscale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tra flotta da guerra e commercio mercantile</strong></h2>



<p>La contraddizione stridente del modello americano emerge con forza quando si analizza la natura del traffico marittimo protetto dai cacciatorpediniere della US Navy. Le navi portacontainer che attraversano in sicurezza i bacini internazionali non battono quasi mai la bandiera a stelle e strisce, poiché <strong>la flotta mercantile degli Stati Uniti è ormai ridotta a un&#8217;ombra irrilevante del passato.</strong> Il controllo del trasporto merci globale risiede nelle mani di armatori europei, greci, giapponesi e cinesi, guidati da colossi della logistica come <strong>MSC, Maersk e COSCO</strong>. A questo profondo divario tra la capacità militare e la proprietà reale dei flussi commerciali si aggiunge la strategia infrastrutturale aggressiva ideata da Pechino. Attraverso il progetto della Nuova Via della Seta, la Cina ha acquisito il controllo diretto o partecipazioni rilevanti in <strong>oltre cento porti strategici situati nei punti chiave del pianeta,</strong> dal Pireo europeo fino ai terminal commerciali dell&#8217;Africa e del Sud America.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La conquista cinese delle banchine logistiche </strong></h2>



<p>Questa asimmetria strutturale trasforma la superiorità navale americana in <strong>un gigante dalle basi estremamente fragili. </strong>Mentre i gruppi d&#8217;attacco statunitensi pattugliano le acque internazionali, Pechino assume il controllo delle banchine, dei software gestionali, delle gru e dei terminal di arrivo e partenza. Il presidio militare delle rotte diventa sostanzialmente sterile se le infrastrutture di snodo rispondono all&#8217;influenza economica e politica della <strong>Cina.</strong> L&#8217;industria americana si trova così sottomessa a una realtà dove la produzione navale e la logistica mondiale sono state ciecamente delegate ai propri rivali sistemici. Se il dominio degli oceani non viene supportato da una solida marina mercantile nazionale e da una rete portuale sicura, le risorse finanziarie di Washington serviranno unicamente a proteggere un&#8217;architettura commerciale che deposita i suoi proventi nelle casse della superpotenza concorrente. <strong>Questo scollamento indebolisce ulteriormente la centralità del dollaro </strong>come valuta di riferimento negli scambi internazionali, accelerando la frammentazione dell&#8217;ordine globale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La rivoluzione tecnologica della portaerei Fujian</strong></h2>



<p>Parallelamente al dominio delle infrastrutture terrestri, <strong>la Cina ha compiuto un salto di qualità decisivo nella capacità di proiezione bellica marittima.</strong> <a href="https://it.euronews.com/2026/08/14/trump-ordina-alla-marina-usa-di-tornare-alle-catapulte-a-vapore-sulle-portaerei">Le immagini recenti dei test condotti sulla portaerei Fujian mostrano il decollo del caccia imbarcato <strong>J-15T armato con un pesante carico di missili antinave YJ-83K</strong>.</a> Questo vettore, dal peso di circa ottocento chilogrammi e con un raggio d&#8217;azione compreso tra centottanta e duecentocinquanta chilometri, è capace di volare a un&#8217;altitudine di crociera di venti metri per poi scendere a soli cinque metri dalla superficie nella fase di attacco finale. L&#8217;impiego di questo assetto operativo dimostra l&#8217;efficacia della catapulta elettromagnetica installata sulla Fujian, in grado di lanciare velivoli ad alto peso al decollo senza le rigide limitazioni imposte dai tradizionali trampolini delle portaerei precedenti come la Liaoning. Con la tecnologia del lancio assistito, l&#8217;aviazione navale di Pechino incrementa in modo drastico il potenziale offensivo dei propri gruppi da battaglia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;evoluzione dell&#8217;ingegneria navale di Pechino </strong></h2>



<p><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/sempre-piu-pesantemente-armati-i-caccia-imbarcati-cinesi-j-15t/">Lo sviluppo del caccia J-15 evidenzia la straordinaria capacità dell&#8217;industria bellica cinese di rielaborare e superare le tecnologie straniere.</a> Il progetto originale deriva dall&#8217;ingegneria inversa condotta sul prototipo sperimentale T-10K-3 dell&#8217;era sovietica, acquistato dall&#8217;Ucraina all&#8217;inizio degli anni Duemila. La <em>Shenyang Aircraft Corporation </em>ha studiato la cellula e le alette canard, ma ha completamente sostituito la componentistica interna con tecnologia nazionale di ultima generazione. Il nuovo J-15T integra infatti motori WS-10, radar AESA e avanzati comandi di volo, risultando compatibile con i missili antiradar YJ-91 progettati per neutralizzare il sistema Aegis delle navi statunitensi. Inoltre, la variante biposto J-15D è stata sviluppata per la guerra elettronica e la soppressione delle difese aeree nemiche, equiparando le capacità dell&#8217;americano EA-18G Growler. <strong>L&#8217;integrazione tra il controllo dei nodi commerciali terrestri e la crescita di una marina militare di altissimo livello tecnologico</strong> certifica il definitivo tramonto della supremazia unilaterale americana sui mari del globo.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-analisi-difesa wp-block-embed-analisi-difesa"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="4EHksoDBx5"><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/sempre-piu-pesantemente-armati-i-caccia-imbarcati-cinesi-j-15t/">Sempre più pesantemente armati i caccia imbarcati cinesi J-15T</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Sempre più pesantemente armati i caccia imbarcati cinesi J-15T&#8221; &#8212; Analisi Difesa" src="https://www.analisidifesa.it/2026/08/sempre-piu-pesantemente-armati-i-caccia-imbarcati-cinesi-j-15t/embed/#?secret=2QQDGt4P4W#?secret=4EHksoDBx5" data-secret="4EHksoDBx5" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p><a href="https://it.euronews.com/2026/08/14/trump-ordina-alla-marina-usa-di-tornare-alle-catapulte-a-vapore-sulle-portaerei">https://it.euronews.com/2026/08/14/trump-ordina-alla-marina-usa-di-tornare-alle-catapulte-a-vapore-sulle-portaerei</a></p>
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		<title>Ucraina, la guerra presenta il conto all’Occidente: armi, debito e industria hanno un limite</title>
		<link>https://it.insideover.com/economy/ucraina-la-guerra-presenta-il-conto-alloccidente-armi-debito-e-industria-hanno-un-limite.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 16:46:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Quanto potrebbe costare l'aiuto militare e finanziario all'Ucraina nei prossimi cinque o dieci anni? Questa la domanda cruciale. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ucraina" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/08/ucraina-2-600x338.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La guerra in Ucraina sta entrando nella fase in cui la variabile decisiva potrebbe non essere più soltanto <strong>militare</strong>, ma soprattutto <strong>economica</strong>. Kyiv continua a dipendere da trasferimenti finanziari, armi, munizioni e sistemi di difesa prodotti all’estero, mentre gli Stati europei devono sostenere contemporaneamente welfare, debito pubblico, energia e riarmo. Il problema non è dunque soltanto quanto a lungo l’Ucraina possa combattere, ma <strong>quanto a lungo i suoi sponsor possano permettersi di finanziarne lo sforzo bellico</strong> senza sacrificare altri interessi strategici.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La guerra che diventa una questione di bilancio</strong></h2>



<p>Per comprendere il limite occidentale occorre uscire dalla contabilità dei singoli pacchetti di aiuti. La questione è strutturale: sostenere una guerra industriale per anni richiede <strong>produzione militare, capacità fiscale, energia, materie prime, personale e credito</strong>. <a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/">L’Unione europea ha appena predisposto per il 2026-2027 un prestito fino a <strong>90 miliardi di euro</strong> destinato all&#8217;Ucraina: circa 60 miliardi per la difesa e 30 per il sostegno di bilancio</a>. &nbsp;Non è un dettaglio contabile. È la dimostrazione che il finanziamento della guerra è ormai diventato una componente permanente della politica finanziaria europea. Il punto è che <strong>il denaro preso a prestito non equivale a ricchezza disponibile</strong>. Significa trasferire nel futuro una parte del costo presente, utilizzando il bilancio europeo come garanzia. E mentre Bruxelles aumenta l&#8217;impegno verso Kyiv, i governi nazionali devono finanziare pensioni, sanità, infrastrutture, interessi sul debito e contemporaneamente aumentare la spesa militare.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Mancano anche le armi</strong></h2>



<p>La contraddizione emerge ancora più chiaramente sul piano industriale. L&#8217;Occidente può stanziare miliardi, ma non può trasformare immediatamente quei miliardi in <strong>missili, intercettori e munizioni</strong>. Il caso dei Patriot è emblematico. Nell&#8217;attacco russo contro Kyiv del 19-20 agosto, la scarsità di intercettori ha nuovamente rappresentato un problema centrale per la difesa ucraina. Reuters ha riferito che Zelensky ha accusato i ritardi nelle forniture di Patriot di contribuire alle perdite ucraine.  Il <em>Wall Street Journal </em>segnala inoltre che le scorte occidentali sono sotto pressione anche a causa delle necessità generate dai conflitti in Medio Oriente.  Qui emerge il vero limite della strategia occidentale: <strong>la capacità finanziaria e la capacità produttiva non coincidono</strong>. Anche disponendo delle risorse per acquistare nuovi sistemi, occorrono anni per ampliare le linee produttive, assicurarsi componenti e ricostituire le scorte.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il riarmo, una spirale finanziaria</strong></h2>



<p>L&#8217;Europa ha quindi imboccato una strada apparentemente inevitabile: più la guerra si prolunga, più aumenta la necessità di <strong>riarmarsi</strong>; più aumenta il riarmo, maggiori diventano le risorse sottratte ad altri capitoli di spesa oppure finanziate attraverso nuovo debito. La stessa Commissione europea indica per il solo 2026 fino a <strong>45 miliardi di euro</strong> di sostegno all&#8217;Ucraina, dei quali 28,3 miliardi destinati alle capacità industriali della difesa. &nbsp;Questo meccanismo può essere sostenibile per un periodo limitato. Diventa molto più problematico quando viene trasformato in una <strong>politica permanente</strong>. Il paradosso è evidente: l&#8217;Europa aumenta la spesa militare per prepararsi a una guerra potenziale con la Russia mentre deve contemporaneamente finanziare una guerra già in corso. Il risultato è una competizione interna per risorse pubbliche sempre più scarse.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Kyiv sopravvive grazie al finanziamento esterno</strong></h2>



<p>L&#8217;Ucraina, dal canto suo, non può sostenere autonomamente il costo della guerra. Il sostegno internazionale non è quindi un elemento accessorio, ma una <strong>condizione di funzionamento dello Stato</strong>. Anche il programma del Fondo monetario internazionale riflette questa dipendenza: nel luglio 2026 il board dell&#8217;FMI ha autorizzato un ulteriore esborso di circa 690 milioni di dollari nell&#8217;ambito dell&#8217;accordo quadriennale da 8,1 miliardi. &nbsp;La domanda strategica diventa allora inevitabile: <strong>per quanto tempo i finanziatori occidentali saranno disposti a trasformare il sostegno all&#8217;Ucraina in un impegno finanziario pluriennale?</strong> Finché la risposta sarà positiva, Kyiv potrà continuare a combattere. Ma ciò non significa che la strategia stia diventando economicamente più sostenibile. Significa piuttosto che il costo viene progressivamente trasferito dai bilanci ucraini a quelli occidentali.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La perdita del margine strategico</strong></h2>



<p>È questo il punto che spesso sfugge alla propaganda bellica. Una guerra non viene necessariamente persa quando finiscono i soldati o quando cade una città. Può essere persa quando <strong>le opzioni disponibili diventano progressivamente più costose</strong>. L&#8217;Ucraina deve contemporaneamente difendere il fronte terrestre, proteggere le città, preservare la rete energetica, mantenere le esportazioni, produrre droni e sostenere un esercito sottoposto a enormi esigenze di personale e materiali. Ma anche l&#8217;Occidente deve scegliere. Ogni Patriot inviato a Kyiv è un sistema che non può essere immediatamente destinato alla ricostituzione delle scorte americane o europee. Ogni miliardo destinato alla difesa ucraina è un miliardo che deve essere finanziato attraverso <strong>tassazione, debito, tagli ad altre spese o crescita economica</strong>. E la crescita è proprio la variabile che non può essere data per scontata.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Economicamente insostenibile o militarmente impossibile</strong>?</h2>



<p>Questo non significa che l&#8217;Occidente sia già incapace di finanziare l&#8217;Ucraina. Sarebbe una conclusione eccessiva: l&#8217;UE continua a mobilitare risorse considerevoli e ha costruito strumenti finanziari pluriennali. &nbsp;Significa però che <strong>il costo marginale della guerra aumenta</strong> mentre diminuisce la possibilità di ottenere risultati decisivi attraverso ulteriori trasferimenti. È qui che gli sponsor iniziano inevitabilmente a porsi la domanda più scomoda: non «quanto costa sostenere l&#8217;Ucraina oggi?», ma <strong>quanto costerà sostenerla ancora per altri tre, cinque o dieci anni?</strong> La risposta determina il vero limite della strategia occidentale. Perché se il conflitto non produce una soluzione politica e richiede contemporaneamente sempre più denaro, armi e debito, prima o poi il problema smette di essere esclusivamente ucraino. Diventa <strong>un problema di finanza pubblica occidentale</strong>. E quando una guerra comincia a competere con pensioni, sanità, infrastrutture, energia e sicurezza nazionale per le stesse risorse, la questione non è più soltanto quanto si vuole combattere. È <strong>quanto ci si può ancora permettere di farlo</strong>.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="vwg17VwUdb"><a href="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/">Il prezzo della frattura: la guerra russo-ucraina e il conto pagato dall’economia europea</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Il prezzo della frattura: la guerra russo-ucraina e il conto pagato dall’economia europea&#8221; &#8212; Analisi Difesa" src="https://www.analisidifesa.it/2026/08/il-prezzo-della-frattura-la-guerra-russo-ucraina-e-il-conto-pagato-dalleconomia-europea/embed/#?secret=CKSKJfHduc#?secret=vwg17VwUdb" data-secret="vwg17VwUdb" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="Quo9kcc5kT"><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-i-costi-della-guerra-36924">Ucraina: i costi della guerra</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Ucraina: i costi della guerra&#8221; &#8212; ISPI" src="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ucraina-i-costi-della-guerra-36924/embed#?secret=SRFpnYmuWU#?secret=Quo9kcc5kT" data-secret="Quo9kcc5kT" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BfP9QNrPn4"><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/oltre-quattro-anni-di-guerra-il-costo-umano-e-strategico-dellinvasione-russo-putiniana-dellucraina-la-tragedia-oltre-la-tragedia/">Oltre quattro anni di guerra: il costo umano e strategico dell&#8217;invasione russo &#8211; putiniana dell&#8217;Ucraina. La tragedia oltre la tragedia</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Oltre quattro anni di guerra: il costo umano e strategico dell&#8217;invasione russo &#8211; putiniana dell&#8217;Ucraina. La tragedia oltre la tragedia&#8221; &#8212; Notizie Geopolitiche" src="https://www.notiziegeopolitiche.net/oltre-quattro-anni-di-guerra-il-costo-umano-e-strategico-dellinvasione-russo-putiniana-dellucraina-la-tragedia-oltre-la-tragedia/embed/#?secret=jV3pMY9FxU#?secret=BfP9QNrPn4" data-secret="BfP9QNrPn4" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>L&#8217;Italia e il riarmo: miliardi per la difesa ma il know-how strategico è sotto controllo estero</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/litalia-e-il-riarmo-miliardi-per-la-difesa-ma-il-know-how-strategico-e-sotto-controllo-estero.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 10:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Un Paese può acquistare un sistema missilistico ma diventare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia necessaria.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/difesa/litalia-e-il-riarmo-miliardi-per-la-difesa-ma-il-know-how-strategico-e-sotto-controllo-estero.html">L&#8217;Italia e il riarmo: miliardi per la difesa ma il know-how strategico è sotto controllo estero</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2026/03/OVERCOME_2026030616070499_5f278df22d57aac67bc0ba1f48da928c-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Italia si prepara a mobilitare nuove risorse per la <strong>difesa</strong>, ma proprio mentre il Paese discute come finanziare il riarmo europeo emerge una contraddizione industriale difficile da ignorare: alcune competenze considerate strategiche continuano a passare sotto controllo straniero. Il caso più recente è quello di <strong>Tekne</strong>, società con base operativa a Ortona attiva nell’ingegneria della difesa, nei veicoli speciali e militari, nella guerra elettronica e nei sistemi anti-drone. Il 5 agosto 2026 il governo italiano ha autorizzato, attraverso il <strong>Golden Power</strong>, l’acquisizione del 70% da parte della statunitense NUBURU, imponendo prescrizioni. Il piano industriale prevede per Tekne circa <strong>565 milioni di euro di ricavi cumulati tra 2026 e 2030</strong> e circa 370 nuovi posti di lavoro. Non si tratta quindi di una normale operazione industriale. La stessa procedura di Golden Power dimostra che lo Stato considera quelle attività collegate a interessi strategici nazionali. La normativa italiana consente infatti al governo di intervenire sulle operazioni riguardanti imprese e asset rilevanti per <strong>difesa e sicurezza nazionale</strong>.</p>



<p><strong>Il prezzo del controllo industriale</strong></p>



<p>L&#8217;accordo definitivo delinea una valutazione pre-money di circa <a href="https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla"><strong>52 milioni di euro</strong>, attraverso conversione di finanziamenti soci, aumento di capitale, acquisto di quote dagli azionisti storici ed eventuale earn-out legato ai ricavi. NUBURU aveva già immesso oltre 16 milioni di euro di finanziamenti nella società.</a> Qui occorre però evitare una semplificazione: non è corretto confrontare automaticamente la valutazione di un&#8217;impresa in difficoltà con il valore futuro del suo piano industriale. I 565 milioni indicati sono <strong>ricavi prospettici</strong>, non valore dell&#8217;azienda né profitto. Inoltre l&#8217;investitore assume rischi finanziari e industriali che lo Stato potrebbe non voler assumere. La domanda strategica rimane tuttavia intatta: <strong>chi deve possedere il know-how necessario alla difesa nazionale?</strong></p>



<p><strong>SAFE e la contraddizione italiana</strong></p>



<p>La questione diventa ancora più significativa alla luce di <strong>SAFE</strong>, lo strumento europeo che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro di prestiti a lunga scadenza per rafforzare la base industriale e tecnologica della difesa europea attraverso appalti comuni. Tra i settori ammissibili figurano proprio <strong>droni, sistemi anti-drone, guerra elettronica, intelligenza artificiale e protezione delle infrastrutture critiche</strong>. L&#8217;Italia ha indicato una richiesta fino a <strong>14,9 miliardi</strong>, ma il punto politico è che quella cifra rappresenta un tetto, non necessariamente l&#8217;importo che verrà effettivamente utilizzato. La decisione finale sull&#8217;impiego delle risorse dovrà essere inserita nel percorso politico e finanziario nazionale. Il paradosso è evidente: Bruxelles offre capitale agevolato per rafforzare l&#8217;industria europea della difesa mentre, contemporaneamente, imprese italiane che operano proprio nei segmenti tecnologici prioritari possono essere acquisite da gruppi extraeuropei.</p>



<p><strong>Non basta comprare armi</strong></p>



<p>Il problema è soprattutto concettuale. <strong>Difesa non significa soltanto acquistare sistemi d&#8217;arma</strong>. Significa possedere competenze, brevetti, software, capacità produttive, laboratori, catene di approvvigionamento e personale qualificato. Un Paese può acquistare un sistema missilistico sofisticato, ma diventare strategicamente dipendente se non controlla più la tecnologia necessaria per aggiornarlo, ripararlo o produrne componenti essenziali. È proprio questa la logica alla base delle regole SAFE: per gli acquisti finanziati dallo strumento europeo, il costo dei componenti provenienti da Paesi esterni all&#8217;UE, allo Spazio economico europeo, all&#8217;EFTA e all&#8217;Ucraina non può superare, in linea generale, il <strong>35%</strong>. Per alcune capacità più sensibili sono inoltre previste condizioni più rigorose sulla possibilità di modificare e far evolvere il prodotto senza restrizioni esterne. La direzione europea è quindi abbastanza chiara: <strong>spendere per creare capacità industriale</strong>, non soltanto per aumentare gli ordinativi.</p>



<p><strong>Il precedente Piaggio</strong></p>



<p>Il caso Tekne non è isolato. Nel giugno 2025 il governo autorizzò con Golden Power la cessione di <strong>Piaggio Aerospace</strong> alla turca Baykar. L&#8217;operazione riguardava una società storica dell&#8217;aerospazio italiano, da anni sottoposta ad amministrazione straordinaria. Baykar ha poi completato l&#8217;acquisizione, annunciando l&#8217;intenzione di utilizzare gli stabilimenti italiani anche come hub europeo per la produzione dei propri sistemi senza pilota. La vicenda mostra che il controllo straniero non equivale automaticamente a perdita di capacità nazionale. Se investimenti, occupazione, produzione e competenze rimangono in Italia, l&#8217;operazione può generare vantaggi industriali. Ma è proprio qui che dovrebbe concentrarsi la <strong>politica industriale</strong>: non sul passaporto dell&#8217;azionista in sé, bensì sulla conservazione delle capacità decisive.</p>



<p><strong>Golden Power e Parlamento</strong></p>



<p>C&#8217;è poi una questione istituzionale. Il <strong>Golden Power non è una nazionalizzazione</strong>: è uno strumento regolatorio attraverso il quale l&#8217;esecutivo può autorizzare, condizionare o bloccare determinate operazioni. La disciplina prevede inoltre forme di comunicazione alle commissioni parlamentari competenti. Questo significa che non ogni acquisizione strategica richiede un voto parlamentare preventivo. Ma quando si sommano <strong>riarmo, debito pubblico, tecnologia militare e trasferimento del controllo industriale</strong>, la discussione parlamentare assume un peso politico difficilmente eludibile. Il tema non è dunque impedire agli investitori stranieri di entrare nell&#8217;economia italiana. È stabilire quali condizioni debbano accompagnare l&#8217;ingresso del capitale quando l&#8217;asset ceduto incorpora una capacità essenziale per la sicurezza dello Stato.</p>



<p><strong>La vera sovranità</strong></p>



<p>L&#8217;Italia rischia altrimenti di confondere due piani: <strong>spesa militare e autonomia strategica</strong>. Sono collegati, ma non coincidono. Spendere miliardi per carri armati, missili, droni o sistemi elettronici aumenta le capacità operative delle Forze armate. Ma se una parte crescente della proprietà industriale e del know-how necessario alla loro progettazione e manutenzione dipende da soggetti esteri, la spesa può rafforzare la potenza militare senza aumentare nella stessa misura la <strong>sovranità tecnologica</strong>. La sfida del nuovo ciclo europeo del riarmo è quindi più complessa di quanto suggerisca la sola dimensione finanziaria. SAFE può diventare un&#8217;occasione per consolidare imprese italiane ed europee, favorire aggregazioni, finanziare ricerca e sviluppo e trattenere competenze strategiche. Il caso Tekne dovrebbe essere letto in questa prospettiva. Non come una semplice vendita di un&#8217;azienda, ma come una domanda sulla <strong>strategia industriale dello Stato</strong>. Se l&#8217;Italia prende a prestito miliardi per rafforzare la difesa, la questione decisiva sarà capire dove finiranno quei miliardi: <strong>nelle sole piattaforme che compriamo oppure anche nelle competenze che ci permettono di progettarle, produrle e controllarle?</strong> È in questa differenza che passa il confine tra un Paese che <strong>spende per la difesa</strong> e un Paese che costruisce una propria <strong>capacità strategica</strong>.</p>



<p><a href="https://www.avvenire.it/politica/il-governo-ha-deciso-di-utilizzare-safe-per-il-riarmo-ora-parola-al-parlamento_111417">https://www.avvenire.it/politica/il-governo-ha-deciso-di-utilizzare-safe-per-il-riarmo-ora-parola-al-parlamento_111417</a></p>



<p><a href="https://it.investing.com/news/stock-market-news/in-riarmo-europa-frammentato-settore-spaziale-italiano-affronta-prova-di-crescita-3516784">https://it.investing.com/news/stock-market-news/in-riarmo-europa-frammentato-settore-spaziale-italiano-affronta-prova-di-crescita-3516784</a></p>



<p><a href="https://www.rainews.it/articoli/2026/07/difesa-tajani-abbiamo-deciso-di-chiedere-safe-per-149-miliardi-entro-la-fine-dellanno-b6200268-cfc5-414a-a30b-88e0f3bea9d6.html">https://www.rainews.it/articoli/2026/07/difesa-tajani-abbiamo-deciso-di-chiedere-safe-per-149-miliardi-entro-la-fine-dellanno-b6200268-cfc5-414a-a30b-88e0f3bea9d6.html</a></p>



<p><a href="https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla">https://ilmanifesto.it/i-miliardi-vanno-al-riarmo-mentre-lindustria-crolla</a></p>
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		<title>Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/energia-e-difesa-italia-sovrana-a-meta-quanto-possiamo-spendere-e-per-cosa-si-decide-a-bruxelles.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 12:33:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Difesa]]></category>
		<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea (Ue)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1799" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-600x562.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-300x281.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1024x959.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-768x720.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/03/OVERCOME_20250307110523845_3135307189792413914cee5e291a6f62-1536x1439.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il "vincolo esterno" è cambiato. Non riguarda soltanto quanto possiamo spendere, ma sempre più spesso per cosa possiamo spendere.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/ambiente/energia-e-difesa-italia-sovrana-a-meta-quanto-possiamo-spendere-e-per-cosa-si-decide-a-bruxelles.html">Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p></p>



<p>Il <strong>5 agosto 2026</strong> il Parlamento italiano ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla richiesta di flessibilità europea per finanziare <strong>energia e difesa</strong>: <a href="https://parlamento19.openpolis.it/votazioni?main_vote_type=is_key_vote&amp;ordering=-date&amp;page=1&amp;page_size=12#scrollNext">181 voti favorevoli alla Camera, 126 contrari e 12 astensioni; al Senato 98 sì, 60 no e 2 astensioni.</a> Non era ancora un’autorizzazione di spesa, ma il passaggio politico necessario per chiedere l’attivazione degli spazi previsti dalle regole europee. Il paradosso è evidente: su due funzioni essenziali dello Stato — <strong>sicurezza energetica e difesa nazionale</strong> — il Parlamento deve muoversi dentro un perimetro europeo prima di poter decidere pienamente sul bilancio nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Trentasei miliardi dentro un recinto</strong></h2>



<p>La posta in gioco indicata dal governo è di circa <strong>36 miliardi in tre anni</strong>, con 14,4 miliardi destinati all’energia e 21,7 alla difesa. <a href="https://www.liberacr.it/news/ultime-notizie/103329/sovranita-alimentare-chi-decide-davvero-tra-roma-e-bruxelles.html">Ma non significa che Roma abbia ottenuto 36 miliardi aggiuntivi: si tratta di margini di flessibilità sul percorso della spesa, subordinati alle condizioni del quadro europeo</a>. Ed è qui che la politica deve smettere di usare la parola “sovranità” come slogan. L’Italia conserva la propria capacità di bilancio, ma la esercita dentro <strong>regole comuni che ha sottoscritto</strong> e che prevedono procedure di sorveglianza, valutazione e coordinamento. La Commissione ha confermato che la procedura per disavanzo eccessivo italiana è sospesa dopo la valutazione delle azioni efficaci, ma l’Italia continua formalmente a figurare tra i Paesi interessati dalla procedura.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il decimale che racconta la dipendenza</strong></h2>



<p>Il dato decisivo è il deficit: <strong>3,1% del Pil nel 2025</strong>, dopo il 3,4% del 2024. La Commissione prevede per il 2026 e il 2027 un disavanzo al 2,9%. Un Paese con un debito pubblico enorme non può naturalmente comportarsi come se il vincolo finanziario non esistesse. La vera questione è però politica: quando l’Europa chiede maggiore capacità militare e resilienza energetica, dovrebbe anche riconoscere che questi investimenti hanno una natura strategica diversa dalla spesa corrente. Il rischio è costruire una <strong>Europa della sicurezza</strong> che pretende più difesa dagli Stati mentre continua a giudicarne gli investimenti quasi esclusivamente attraverso la grammatica del consolidamento fiscale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La flessibilità non è sovranità</strong></h2>



<p>La clausola di salvaguardia è stata concepita proprio per consentire agli Stati di aumentare determinate spese in circostanze eccezionali, in particolare quelle per la difesa. Nel 2026 il perimetro è stato esteso anche a misure energetiche orientate a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una scelta razionale, ma rivela un problema: <strong>non tutto ciò che l’Italia considera strategico diventa automaticamente finanziabile</strong> attraverso la flessibilità europea. Il tipo di investimento, la sua finalità e la sua coerenza con gli obiettivi comuni determinano l’ammissibilità. La sovranità, dunque, non scompare. Ma viene <strong>condizionata dalla cornice europea</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prima perdi una fonte, poi finanzi la sostituzione</strong></h2>



<p>La questione energetica rende il problema ancora più evidente. L’Italia ha dovuto modificare radicalmente il proprio sistema di approvvigionamento dopo la rottura dei rapporti energetici con Mosca. Il gas russo è stato sostituito da forniture provenienti da altri Paesi e dal <strong>GNL</strong>, aumentando il valore strategico delle infrastrutture di rigassificazione e delle rotte marittime. Ora Bruxelles incentiva investimenti destinati a ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una strategia coerente con la transizione energetica europea. Ma il risultato politico è che <strong>una parte delle opzioni nazionali viene prima resa meno praticabile dalle scelte comuni e poi sottoposta a ulteriori criteri comuni quando si tratta di finanziarla</strong>. La dipendenza energetica, insomma, non è necessariamente scomparsa: può semplicemente cambiare geografia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>SAFE: il debito europeo della difesa</strong></h2>



<p>Lo stesso schema emerge con <strong>SAFE</strong>, lo strumento europeo da 150 miliardi di euro in prestiti per gli acquisti congiunti nel settore della difesa. La Commissione indica per l’Italia una richiesta di 14,9 miliardi. Il vantaggio è evidente: ottenere risorse per accelerare il riarmo e sostenere l’industria europea. Ma SAFE non è un regalo. Sono <strong>prestiti</strong>, quindi debito, destinati soprattutto ad acquisti coerenti con le priorità industriali e strategiche europee. Il punto non è dunque essere “pro” o “contro” l’Europa. È stabilire se l’Italia sappia usare questi strumenti senza trasformarsi in un semplice acquirente dentro una catena finanziaria e industriale progettata altrove.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il vero problema è il vincolo esterno</strong></h2>



<p>Per decenni il <strong>vincolo esterno</strong> è stato il modo italiano di disciplinare la finanza pubblica: attribuire all’Europa il compito di imporre decisioni che la politica nazionale non riusciva o non voleva assumersi. Oggi quel vincolo è cambiato. Non riguarda soltanto <strong>quanto</strong> possiamo spendere, ma sempre più spesso <strong>per cosa</strong> possiamo spendere. È qui che la discussione sulla sovranità diventa seria. L’Italia non deve scegliere tra autarchia e subordinazione. Deve invece battersi per un’Europa nella quale <strong>la difesa, l’energia e gli investimenti strategici siano considerati beni comuni</strong>, senza cancellare la disciplina dei conti. Il problema non è avere regole europee. È avere regole europee che chiedono agli Stati di diventare più forti mentre, simultaneamente, ne comprimono gli strumenti finanziari per farlo. La vera sovranità italiana, allora, non consiste nel fingere che Bruxelles non esista. Consiste nell&#8217;avere abbastanza peso politico, credibilità finanziaria e capacità industriale da <strong>sedersi al tavolo europeo non per chiedere eccezioni, ma per contribuire a scrivere le regole</strong>.</p>
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		<title>Bab el-Mandeb: la Cina tratta con gli Houthi e cambia le regole della sicurezza energetica globale</title>
		<link>https://it.insideover.com/economy/bab-el-mandeb-la-cina-tratta-con-gli-houthi-e-cambia-le-regole-della-sicurezza-energetica-globale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 05:01:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Politics]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1496" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-300x234.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-1024x798.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-768x598.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-1536x1197.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/05/stretto-al-Mandab-la-presse-2048x1596.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La Cina ha individuato una soluzione pragmatica: negoziare con chi esercita il controllo senza riconoscerne formalmente la sovranità. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economy/bab-el-mandeb-la-cina-tratta-con-gli-houthi-e-cambia-le-regole-della-sicurezza-energetica-globale.html">Bab el-Mandeb: la Cina tratta con gli Houthi e cambia le regole della sicurezza energetica globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Per decenni <strong>Bab el-Mandeb</strong> è stato considerato uno dei pilastri della libertà di navigazione internazionale, uno stretto nel quale il diritto del mare e la deterrenza militare garantivano il passaggio delle merci indipendentemente dalla nazionalità delle navi. <a href="https://www.2duerighe.com/esteri/202250-bab-el-mandeb-il-secondo-fronte-degli-stretti.html">Oggi questo paradigma appare sempre più fragile. Le informazioni emerse nelle ultime settimane indicano infatti un&#8217;evoluzione molto più profonda di una semplice trattativa per mettere al sicuro alcune petroliere: mostrano la nascita di un sistema nel quale il transito non dipende più soltanto dal diritto internazionale, ma dalla capacità di ottenere una <strong>autorizzazione politica</strong></a>. Secondo ricostruzioni giornalistiche basate su fonti diplomatiche e marittime, funzionari cinesi avrebbero avviato contatti diretti con il movimento <strong>Houthi</strong> per garantire il passaggio di petroliere cariche di <strong>greggio saudita</strong> destinate alle raffinerie della Repubblica Popolare. La distinzione è tutt&#8217;altro che marginale: non si parla genericamente di prodotti petroliferi o petrolchimici, bensì di petrolio greggio, ossia della materia prima che alimenta la sicurezza energetica cinese.</p>



<p><strong>Il lasciapassare sostituisce il diritto</strong></p>



<p>Il dato strategicamente più rilevante non riguarda tanto il numero delle petroliere coinvolte quanto il principio che emerge da questa dinamica. Se una nave attraversa lo stretto perché ha ottenuto una <strong>clearance</strong> negoziata con un attore armato non statale, il concetto stesso di libertà di navigazione cambia natura. La sicurezza diventa selettiva. Bandiera, equipaggio, compagnia armatrice, società che ha noleggiato la nave, porto di carico e destinazione finale assumono un valore politico oltre che commerciale. La nave non rappresenta più soltanto un mezzo di trasporto, ma un&#8217;identità complessa che può essere classificata come autorizzata oppure ostile. <strong>È una trasformazione destinata ad avere effetti molto più vasti del teatro yemenita,</strong> perché introduce un precedente che potrebbe essere replicato in altri <strong>chokepoint</strong> strategici.</p>



<p><strong>La vulnerabilità dell&#8217;Arabia Saudita</strong></p>



<p>Per <strong>Riyadh</strong> il problema va ben oltre la protezione di alcune esportazioni. L&#8217;Arabia Saudita ha costruito negli ultimi anni una rete logistica pensata proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Attraverso l&#8217;oleodotto <strong>East-West Pipeline</strong>, il greggio può raggiungere il terminale di <strong>Yanbu</strong>, sul Mar Rosso, evitando il Golfo Persico. Questa infrastruttura costituisce la principale assicurazione energetica saudita contro eventuali blocchi nello stretto controllato militarmente dall&#8217;Iran. Se però anche <strong>Bab el-Mandeb</strong> diventa vulnerabile o soggetto a un regime di autorizzazioni selettive, la ridondanza strategica saudita viene fortemente ridimensionata. L&#8217;intero sistema logistico costruito negli ultimi decenni rischia così di perdere gran parte della propria efficacia.</p>



<p><strong>La strategia cinese: proteggere gli interessi senza assumere responsabilità</strong></p>



<p>La posizione di <strong>Pechino</strong> appare particolarmente sofisticata. La Cina dipende ancora in misura significativa dal petrolio mediorientale e non può permettersi interruzioni prolungate delle forniture. Allo stesso tempo non intende trasformarsi nel garante militare della sicurezza del Mar Rosso. <a href="https://www.vietnam.vn/it/vung-vinh-ky-vong-trung-quoc-giai-cau-do-hormuz">Da qui nasce una strategia fondata sulla <strong>deconfliction</strong>, cioè sulla gestione preventiva del rischio attraverso il dialogo con tutti gli attori coinvolti. Si tratta di un approccio coerente con la tradizionale politica estera cinese: proteggere gli interessi economici senza assumere gli oneri politici e militari della sicurezza collettiva.</a> In questo schema la diplomazia sostituisce la portaerei, mentre la trattativa risulta meno costosa di un intervento navale permanente.</p>



<p><strong>Gli Houthi cercano una legittimazione internazionale</strong></p>



<p>Per il movimento <strong>Ansar Allah</strong> il vantaggio non consiste soltanto nell&#8217;evitare uno scontro con il principale partner economico dell&#8217;Iran. <strong>Ogni nave autorizzata al transito rappresenta infatti una forma implicita di riconoscimento politico. </strong>Se una grande potenza negozia direttamente con gli Houthi per ottenere garanzie, questi ultimi cessano di apparire soltanto come un&#8217;organizzazione armata e assumono progressivamente il ruolo di soggetto capace di disciplinare uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. È un passaggio fondamentale nella trasformazione della forza militare in <strong>potere regolatorio</strong>. Colpire le navi significa esercitare coercizione; autorizzarne il passaggio significa invece iniziare a esercitare una forma embrionale di governance.</p>



<p><strong>L&#8217;Iran rafforza la propria profondità strategica</strong></p>



<p>Dietro questo equilibrio resta evidente il ruolo di <strong>Teheran</strong>. L&#8217;Iran continua a utilizzare gli Houthi come elemento fondamentale della propria strategia regionale, pur lasciando loro ampi margini di autonomia operativa. La possibilità di mantenere sotto pressione contemporaneamente <strong>Hormuz</strong> e <strong>Bab el-Mandeb</strong> moltiplica infatti il peso geopolitico iraniano senza rendere necessaria una chiusura totale delle rotte commerciali. Per Teheran il semplice aumento del rischio è spesso sufficiente a incrementare i costi sostenuti dagli avversari, mettendo in difficoltà Arabia Saudita, Stati Uniti ed economie occidentali senza arrivare a un confronto diretto.</p>



<p><strong>La sicurezza diventa un vantaggio competitivo</strong></p>



<p>Questa evoluzione produce effetti significativi anche sul mercato dello shipping. Le grandi compagnie sostenute da Stati forti dispongono infatti di canali diplomatici, intelligence commerciale e capacità finanziarie che consentono loro di negoziare condizioni di sicurezza irraggiungibili per operatori più piccoli. La protezione delle rotte diventa così un fattore di competitività industriale. Non è soltanto il premio assicurativo a fare la differenza, ma l&#8217;accesso alle informazioni e alle relazioni politiche necessarie per ottenere il lasciapassare. In altre parole, la <strong>sicurezza marittima</strong> diventa essa stessa una risorsa economica.</p>



<p><strong>Il nuovo ordine dei corridoi energetici</strong></p>



<p>L&#8217;episodio dimostra come la competizione geopolitica contemporanea non riguardi più soltanto il controllo territoriale, ma soprattutto la gestione delle infrastrutture attraverso cui scorrono energia, commercio e finanza. La Cina sembra aver individuato una soluzione pragmatica: negoziare con chi esercita il controllo effettivo senza riconoscerne formalmente la sovranità. Gli Houthi, invece, tentano di trasformare la capacità di interdizione in una forma stabile di autorità politica. L&#8217;Arabia Saudita si trova a dipendere da un meccanismo che non controlla, mentre l&#8217;Iran consolida indirettamente la propria influenza regionale. Il risultato è che <strong>Bab el-Mandeb</strong> rischia di non essere più semplicemente uno stretto internazionale. Sta diventando un <strong>corridoio ad accesso selettivo</strong>, nel quale il diritto di passaggio viene progressivamente sostituito dalla negoziazione politica. Se questa dinamica dovesse consolidarsi, il principio della libertà di navigazione universale, pilastro del commercio globale dalla fine della Seconda guerra mondiale, potrebbe lasciare il posto a un sistema nel quale saranno gli equilibri geopolitici, e non più il diritto internazionale, a stabilire chi può attraversare il mare in sicurezza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economy/bab-el-mandeb-la-cina-tratta-con-gli-houthi-e-cambia-le-regole-della-sicurezza-energetica-globale.html">Bab el-Mandeb: la Cina tratta con gli Houthi e cambia le regole della sicurezza energetica globale</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Produrre l&#8217;energia non basta, bisogna farla circolare: Energy Highways, perché le reti decidono il futuro dell&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/economy/produrre-lenergia-non-basta-bisogna-farla-circolare-energy-highways-perche-le-reti-decidono-il-futuro-delleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Renzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 04:47:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economy]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2048" height="1362" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387-600x399.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/05/OVERCOME_20250502085349584_TECNAVIA_PHOTO_GENERALE_137387-1536x1022.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Nel XXI secolo non sarà sufficiente produrre energia rinnovabile a basso costo. Sarà decisivo poterla distribuire rapidamente. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economy/produrre-lenergia-non-basta-bisogna-farla-circolare-energy-highways-perche-le-reti-decidono-il-futuro-delleuropa.html">Produrre l&#8217;energia non basta, bisogna farla circolare: Energy Highways, perché le reti decidono il futuro dell&#8217;Europa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Per oltre vent&#8217;anni il dibattito sulla <strong>sicurezza energetica</strong> europea si è concentrato sulla disponibilità di gas, petrolio e sulle rotte di approvvigionamento. La guerra in Ucraina ha accelerato la corsa verso le <strong>energie rinnovabili</strong>, modificando profondamente il paradigma strategico del continente. Oggi, tuttavia, il problema non consiste più soltanto nel produrre elettricità pulita, bensì nel riuscire a trasportarla rapidamente verso i luoghi dove viene richiesta. È in questo passaggio che nasce la nuova competizione geopolitica europea. Le infrastrutture di rete stanno assumendo un valore strategico paragonabile a quello che, negli ultimi decenni, hanno avuto i grandi gasdotti internazionali. Chi controllerà la capacità di trasmissione dell&#8217;elettricità controllerà anche una parte rilevante della competitività industriale europea.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La Spagna dimostra che l&#8217;energia abbondante non basta</strong></h2>



<p>Il caso spagnolo rappresenta probabilmente il laboratorio più significativo della nuova transizione energetica. Grazie agli investimenti in <strong>fotovoltaico</strong> ed <strong>eolico</strong>, <a href="https://lightbox.terna.it/it/sfide/grids-package-eu">Madrid dispone oggi di una delle produzzioni rinnovabili più competitive d&#8217;Europa. In numerose giornate dell&#8217;anno il prezzo dell&#8217;elettricità sul mercato all&#8217;ingrosso si avvicina allo zero, mentre in alcune fasce orarie diventa addirittura negativo. Potrebbe sembrare un successo assoluto. In realtà racconta anche un limite strutturale</a>. Quando la produzione supera la domanda interna e le interconnessioni con il resto d&#8217;Europa risultano insufficienti, una parte consistente dell&#8217;energia deve essere ridotta oppure non viene valorizzata economicamente. In altre parole, <strong>produrre molta energia non significa automaticamente poterla utilizzare o vendere</strong>. Il collo di bottiglia resta rappresentato dalle limitate connessioni elettriche attraverso i Pirenei, che ancora oggi impediscono alla penisola iberica di trasformarsi in uno dei principali esportatori energetici europei.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le Energy Highways ridisegnano la geografia del potere europeo</strong></h2>



<p>È proprio per superare queste frammentazioni che la Commissione europea ha individuato otto grandi <strong>Energy Highways</strong>, considerate infrastrutture strategiche continentali. Non si tratta semplicemente di nuovi elettrodotti. Il progetto comprende interconnessioni elettriche, cavi sottomarini, reti dedicate all&#8217;idrogeno, collegamenti offshore e sistemi destinati a rendere il mercato energetico europeo realmente integrato. L&#8217;obiettivo strategico è duplice. Da un lato ridurre le differenze di prezzo tra i diversi mercati nazionali; dall&#8217;altro aumentare la <strong>resilienza energetica</strong> dell&#8217;Unione, diminuendo la vulnerabilità rispetto a crisi geopolitiche, eventi climatici estremi o interruzioni delle forniture. La logica è semplice: una rete europea interconnessa rende molto più difficile che uno Stato membro resti isolato durante una crisi energetica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un investimento da oltre 1.200 miliardi</h2>



<p>La costruzione della nuova rete continentale richiederà investimenti superiori ai <strong>1.200 miliardi di euro</strong> entro il 2040. La cifra riguarda principalmente il rafforzamento delle reti di <strong>trasmissione</strong> e soprattutto della <strong>distribuzione</strong>, cioè quella parte dell&#8217;infrastruttura che collega direttamente famiglie, imprese, comunità energetiche, mobilità elettrica e industria. Mai prima d&#8217;ora la politica energetica europea aveva richiesto una mobilitazione finanziaria di queste dimensioni. Diventa quindi inevitabile affrontare una questione di <strong>finanza pubblica</strong>: chi sosterrà realmente questi costi? Le risorse europee potranno coprire soltanto una parte degli investimenti. Il resto dovrà essere finanziato attraverso operatori di rete, capitale privato, prestiti della Banca europea per gli investimenti, fondi nazionali e tariffe regolamentate. La sfida non sarà soltanto tecnica, ma eminentemente politica.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il vero conflitto sarà la distribuzione dei costi</strong></h2>



<p>Le nuove infrastrutture producono benefici che spesso interessano l&#8217;intera Europa, mentre i costi ricadono inizialmente su territori molto specifici. È questo il principale nodo della futura governance energetica europea. Una linea ad alta tensione può abbassare i prezzi dell&#8217;elettricità in più Paesi contemporaneamente, ma attraversa comuni, province e regioni che devono gestirne l&#8217;impatto ambientale e amministrativo. Senza un efficace sistema di <strong>cost allocation</strong>, il rischio è che proprio le opere più strategiche diventino le più difficili da realizzare. Il consenso territoriale diventa così un elemento di sicurezza nazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Le reti diventano infrastrutture critiche della sicurezza europea</strong></h2>



<p>La nuova geopolitica dell&#8217;energia non riguarda soltanto produzione e prezzi. Una rete fortemente digitalizzata aumenta infatti la dipendenza da <strong>trasformatori</strong>, <strong>semiconduttori</strong>, software di gestione, sistemi di controllo e componentistica avanzata. Ciò introduce nuove vulnerabilità. Cyberattacchi, sabotaggi, interruzioni della supply chain e dipendenze industriali assumono oggi un peso crescente nella pianificazione strategica europea. La sicurezza energetica si fonde progressivamente con la <strong>sicurezza industriale</strong>, la <strong>cybersecurity</strong> e la politica delle materie prime critiche. L&#8217;infrastruttura elettrica diventa così parte integrante della strategia di difesa economica dell&#8217;Unione.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;Italia può diventare il ponte energetico del </strong>Mediterraneo</h2>



<p>In questo scenario l&#8217;Italia occupa una posizione geografica potenzialmente privilegiata. La penisola rappresenta naturalmente il punto di collegamento tra Europa continentale, Balcani e Mediterraneo, potendo intercettare sia le future reti elettriche sia i corridoi dedicati all&#8217;idrogeno. Tuttavia il vantaggio geografico non basta. Servono investimenti nella rete nazionale, procedure autorizzative più rapide, maggiore capacità di distribuzione e un rafforzamento delle infrastrutture interne. Diversamente, il rischio è che l&#8217;Italia rimanga semplicemente un territorio di transito, senza trasformare questa posizione in un reale vantaggio competitivo.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La nuova sovranità europea passa dai cavi elettrici</strong></h2>



<p>La transizione energetica sta modificando il concetto stesso di potere. Nel XXI secolo non sarà sufficiente produrre energia rinnovabile a basso costo. Sarà decisivo poterla distribuire rapidamente, proteggerla da minacce fisiche e informatiche e renderla disponibile all&#8217;industria europea nei momenti di maggiore domanda. Le <strong>Energy Highways</strong> rappresentano quindi molto più di un progetto infrastrutturale: costituiscono il tentativo dell&#8217;Unione europea di costruire una nuova architettura della propria <strong>autonomia strategica</strong>. Se questo piano riuscirà, l&#8217;Europa potrà trasformare la frammentazione energetica in un mercato realmente integrato, rafforzando competitività industriale e sicurezza continentale. Se invece le reti continueranno a crescere più lentamente della produzione rinnovabile, il continente rischierà un paradosso geopolitico: disporre di energia abbondante ma non riuscire a utilizzarla dove serve. Ed è proprio in questa sottile differenza che si giocherà una parte decisiva del futuro economico e strategico europeo.</p>
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