Una flotta di colossali navi cisterna, cariche fino all’inverosimile, galleggia a poca distanza dalle coste iraniane. Immobile. È un fenomeno insolito nelle acque del Golfo Persico registrato nelle ultime settimane dai radar che monitorano il traffico marittimo globale. Non si tratta di navi in attesa di autorizzazione per partire, ma di veri e propri magazzini galleggianti. Sta affogando nel proprio petrolio, l’Iran: è il paradosso che tocca al Paese attaccato due mesi fa da Stati Uniti e Israele. Nonostante le enormi riserve sotterranee e la capacità industriale, la Repubblica Islamica non ha più un posto dove mettere il greggio che continua a estrarre, a causa del blocco navale statunitense che ha quasi azzerato le sue esportazioni.
È alla metà di aprile che si è attivato il meccanismo di crisi, quando Donald Trump ha imposto una chiusura al traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani, come ritorsione per le tensioni militari nello Stretto di Hormuz. Prima Teheran riusciva a vendere circa due milioni di barili al giorno, mantenendo in piedi un’economia già indebolita da anni di sanzioni. Oggi quel flusso si è ridotto di oltre il settanta per cento: le spedizioni sono crollate a poco più di cinquecentomila barili al giorno, secondo le stime più recenti.
Perché non chiudere i giacimenti, allora, almeno temporaneamente? Questo direbbe il buon senso. Il problema è che i pozzi non funzionano come un rubinetto di casa: fermare la produzione significa rischiare di danneggiare in modo irreparabile le infrastrutture e i macchinari, specialmente quelli più vecchi che l’Iran non ha potuto ammodernare a causa del suo abrutimento tecnologico.
Per evitare il disastro tecnico di uno stop totale, il regime di Teheran ha iniziato una corsa contro il tempo per inventarsi nuovi spazi di stoccaggio. Oltre alle petroliere trasformate in depositi offshore, che ospitano ormai oltre sessanta milioni di barili, le autorità hanno dato ordine di riutilizzare vecchi serbatoi abbandonati da decenni. Sono siti che i funzionari locali chiamano depositi spazzatura, strutture spesso fatiscenti o pericolose che erano state messe fuori servizio perché considerate non più sicure. In alcune zone del Sud del paese, come Ahvaz e Asaluyeh, si è arrivati a utilizzare container improvvisati e cisterne di fortuna pur di non interrompere l’estrazione. Persino i depositi delle raffinerie nel Nord, solitamente riservati ai prodotti lavorati, sono stati riconvertiti per ospitare greggio non raffinato.
Tra le via d’uscita alternative che però sanno di disperazione è il tentativo di spedire il petrolio verso la Cina utilizzando la rete ferroviaria che collega Teheran alle città cinesi di Yiwu e Xi’an. Una soluzione logisticamente complessa e molto meno economica rispetto al trasporto via mare, perché le cosiddette “raffinerie teiera” della Cina orientale, che sono i principali acquirenti del petrolio iraniano sanzionato perché attratte dai forti sconti, potrebbero non essere disposte a coprire i costi elevatissimi del trasporto su rotaia.
Mentre Teheran cerca di non affondare sotto il peso del proprio oro nero, il resto della regione si sta muovendo per riposizionarsi in un mercato energetico che la guerra sta rendendo imprevedibile. L’Arabia Saudita, storico rivale dell’Iran, sta accelerando i suoi progetti di espansione logistica per occupare gli spazi lasciati vuoti dal blocco. Il porto di Jeddah, sulla costa del Mar Rosso, è diventato il fulcro di nuovi servizi di spedizione che lo collegano direttamente ai mercati di Shanghai e della Malesia. Questa mossa non ha solo una valenza commerciale, ma serve a consolidare il ruolo di Riad come hub logistico globale, capace di garantire flussi sicuri in un momento in cui le rotte tradizionali sono minacciate dal conflitto.
La pressione non è però distribuita in modo uniforme e anche i Paesi vicini che dipendono dal sostegno saudita stanno cercando di mettere in sicurezza le proprie finanze. Il Pakistan, ad esempio, ha recentemente annunciato di aver rimborsato debiti miliardari grazie all’intervento diretto della monarchia saudita. Questo incrocio di prestiti, depositi bancari e forniture energetiche agevolate dimostra quanto la stabilità del Medio Oriente sia oggi appesa a un filo sottile fatto di petrolio e diplomazia finanziaria. Se l’Iran dovesse essere costretto a chiudere i suoi pozzi per mancanza di spazio, il danno economico per Teheran sarebbe incalcolabile, ma le onde d’urto arriverebbero fino alle pompe di benzina europee e americane, dove i prezzi sono già sensibilmente aumentati.
Gli analisti interpellati dal Wall Street Journal prevedono che l’Iran raggiungerà il limite massimo della sua capacità di stoccaggio a terra entro pochi giorni. A quel punto, l’unica opzione rimasta sarà quella di riversare il greggio nelle petroliere rimaste ancora libere, ammesso che ce ne siano. Se il blocco navale dovesse resistere oltre la metà di maggio, la Repubblica Islamica sarà obbligata a tagliare la produzione di almeno un milione e mezzo di barili al giorno. Sarebbe un punto di non ritorno per un’industria che rappresenta il cuore pulsante e l’unica vera fonte di valuta estera del paese. La scommessa di Washington è che l’asfissia logistica costringa Teheran a tornare al tavolo delle trattative, ma il rischio è che un regime con le spalle al muro e i serbatoi troppo pieni possa decidere di reagire in modo ancora più imprevedibile per rompere l’assedio che lo sta soffocando.
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