La NIdiL (Nuove Identità di Lavoro), struttura sindacale della CGIL che si occupa dal 1998 dei lavoratori somministrati (gli ex interinali), atipici, parasubordinati, partite IVA, collaboratori, tirocinanti e disoccupati, volgarmente detti precari, ha da poco pubblicato un rapporto intitolato La condizione di lavoro dei rider del food delivery.
I contenuti dello studio, articolato in circa ottanta pagine, si collegano inevitabilmente con la vicenda dei lavoratori impiegati nella società di delivery del colosso spagnolo Glovo, e restituisce un quadro a dir poco sconfortante: sotto la maschera del lavoro autonomo si cela una nuova forma di dipendenza, quella digitale, meglio ancora dagli algoritmi, che si sostanzia in nuove forme di lavoro sottopagato e prive di diritti.
Il documento traccia il profilo del rider italiano: uomo (quasi il 92%), di età compresa tra i 21 e i 39 anni (63,4 %); per quanto oltre la metà del campione preso in esame riguardi cittadini italiani (54,8%), quasi un terzo è costituito da cittadini originari di Paesi extra-Ue. Non è un caso, visto che molti degli operatori provengono da contesti di marginalità lavorativa e/o irregolarità documentale, terreno fertile per le imprese che praticano il (e lucrano sul) cosiddetto caporalato digitale.
Tra 2 e 4 euro a consegna
Se l’assenza di diritti e tutele, comprese quelle contro gli infortuni, diviene spesso la regola, non va meglio sul terreno retributivo, visto che molti dei rider lavorano a cottimo, in pratica vedendo il proprio compenso dipendere dal numero delle consegne effettuate e dalla tempistica delle stesse, con paghe bassissime: oltre la metà di loro (circa il 56%) guadagna tra i 2 e i 4 euro a consegna, compenso che include anche i tempi di viaggio, quelli cosiddetti “morti”, gli oneri per la manutenzione e il carburante, oltre che quelli telefonici. La quasi totalità dei rider utilizza il proprio mezzo di trasporto e cellulare, con costi fissi mensili che si aggirano sui duecento euro; non sono infrequenti i furti del mezzo di trasporto, segnalati in circa un terzo dei casi.
Occorre poi considerare i tempi di attesa da parte della struttura che predispone cibarie – mediamente tra i dieci e i venti minuti – che risultano integralmente a carico del lavoratore, che in pratica non viene pagato quando deve aspettare la preparazione dei prodotti. Non a caso, in oltre la metà dei casi vengono rifiutate consegne dal valore troppo basso, semplicemente perché non convengono, mentre per sopravvivere e mettere da parte una paga decente si è costretti a lavorare fino a dieci ore al giorno e per tutta la settimana (festivi inclusi).
Ai lavoratori non viene garantita nessuna formazione, se non online, che oltretutto essendo spesso esclusivamente in lingua italiana crea non pochi problemi a chi non padroneggia l’idioma. E va molto peggio sul versante della sicurezza e tutela contro gli infortuni sul lavoro, visto che solo uno su quattro dei rider riceve un dispositivo di protezione individuale, mentre dei quattro su dieci che dichiarano di aver subito un incidente, solo il 17,6% ha percepito qualche forma di indennizzo o risarcimento, in un contesto nel quale la condizione di precariato spesso disincentiva qualunque forma di denuncia, nel timore dell’esclusione. I dati pubblicati dall’INAIL, riferiti al triennio 2021–2023, confermano che oltre la metà degli infortunati era nata all’estero.
E poi c’è la predominanza dell’algoritmo, che praticamente blocca l’account del rider senza alcuna spiegazione in quasi l’80% dei casi: in altri termini, un licenziamento arbitrario e senza motivazione, in spregio alla direttiva UE 2024/2831, dedicata al lavoro tramite piattaforme, che tra le altre cose impone che una decisione automatizzata sia spiegata e riesaminabile da un umano, norme non recepite nel nostro ordinamento. E non mancano episodi di vero e proprio caporalato digitale, con affitto di account, vendita di profili falsi, violenze e minacce che possono costare la metà dei guadagni.
Oltre la logica del cottimo
Le richieste degli operatori sono molto semplici: da compensi a bonus più consistenti, fino alla previsione di rimborsi per oneri di trasporto e telefonici, oltre a tutele contro infortuni ed eventi personali (malattia, maternità, etc.), superando la logica del cottimo e dei tempi morti, oltre che eliminare ogni forma di abuso, a cominciare da quello digitale.
In attesa degli auspicati interventi normativi, già diversi tribunali hanno riconosciuto i rider come lavoratori dipendenti, e non autonomi, garantendo il rispetto di una serie di tutele normative ed economiche, in mancanza delle quali il modello di consegna di alimenti a domicilio, letteralmente esploso in questi ultimi anni, rischia di continuare a fondarsi su un lavoro povero, senza tutele ed estremamente rischioso. Indispensabile il recepimento delle direttive unionali che sancendo una serie di principi – come la presunzione di subordinazione, la trasparenza degli algoritmi e reali tutele – andrebbero nella direzione auspicata.
A non voler dire, che la tentazione di estendere precariato e carenza di tutele per favorire il mercato – e magari per garantire al consumatore prezzi più bassi – rischia di scatenare la ben nota guerra tra poveri, oltre a creare i presupposti per un’espansione a macchia d’olio di fenomeni che alla lunga rischiano di penalizzare molte altre categorie, comprese quelle che oggi magari beneficiano di costi inferiori, a spese (in tutti i sensi) dei lavoratori meno garantiti.

