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	<title>Stefano Magni Archives - InsideOver</title>
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	<title>Stefano Magni Archives - InsideOver</title>
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		<title>&#8220;Vi racconto tutti i rischi delle proteste in Israele&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/vi-racconto-tutti-i-rischi-delle-proteste-in-israele.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Apr 2023 17:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La protesta contro la riforma della giustizia, voluta dal governo Netanyahu, ha coinvolto anche le forze armate israeliane. Il momento culminante dello sciopero e dei blocchi è giunto in seguito al licenziamento del ministro della Difesa, il generale Yoav Gallant. L’esercito israeliano, dunque, è sceso in campo in politica? Ed è contro il governo Netanyahu? &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/vi-racconto-tutti-i-rischi-delle-proteste-in-israele.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230402172838644_ff72acbcde0ea57856d1330cf5a8e574-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La protesta contro la riforma della giustizia, voluta dal governo Netanyahu, ha coinvolto anche le forze armate israeliane. Il momento culminante dello sciopero e dei blocchi è giunto in seguito al licenziamento del ministro della Difesa, il generale Yoav Gallant. L’esercito israeliano, dunque, è sceso in campo in politica? Ed è contro il governo Netanyahu?</p>



<p>Non ne è convinto il generale Amir Avivi. In pensione dopo trent’anni di servizio, ha fondato e presiede l’Israel’s Defense and Security Forum, a cui sono iscritti 17mila riservisti, fra cui anche molti ufficiali, un’associazione che si occupa di “far sentire la voce delle forze armate” sui temi inerenti la sicurezza di Israele. Lo fa con programmi di ricerca, con un’attività di consulenza ai politici, attraverso i media, programmi per scuole e università. Ha dunque il polso della situazione nell’esercito.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" width="400" height="400" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/LfXuCerf_400x400.jpg" alt="" class="wp-image-391007" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/LfXuCerf_400x400.jpg 400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/LfXuCerf_400x400-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/LfXuCerf_400x400-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>
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<p><strong>Una delle ragioni della protesta è stato il licenziamento del ministro della Difesa, Yoav Gallant. Perché Gallant aveva parlato di una volontà di scioperare e anche del rischio di diserzione, non solo dei riservisti, ma anche di soldati in servizio attivo. Quanto stima che sia vasta questa protesta nell’esercito?</strong></p>



<p>La situazione non è affatto grave nelle forze di terra. Parlando della riserva: in Israele, la riserva conta potenzialmente su mezzo milione di persone, poco meno della metà sono attivi. Quindi l’esercito di terra dispone di una riserva molto vasta, non così la marina, perché sono tutti in servizio attivo. Il problema con cui abbiamo a che fare riguarda soprattutto le riserve dell’aviazione, dell’intelligence e delle operazioni speciali i cui membri sono iscritti nella riserva fino a tarda età. Fra questi, alcuni hanno dichiarato che non si presenteranno volontariamente. Solo che, sul piano pratico cambia poco o nulla. </p>



<p>Quanto al generale Gallant, lo conosco personalmente, lo stimo, sono stato sotto il suo comando tre volte e per questo è con molto rammarico che devo dire che spettava al ministro della Difesa e allo Stato Maggiore affrontare questa situazione. Non possiamo accettare la politicizzazione delle forze armate. Si doveva reagire alla protesta nell’esercito, in modo rapido e risoluto e non lo si è fatto. Comunque, abbiamo contattato i comandi di tutte le unità e ci hanno assicurato che sono operative al 100%.</p>



<p><strong>Con il Paese paralizzato per giorni dalle proteste, comunque, una possibile mobilitazione rapida sarebbe stata più difficile e lo sarà ancora quando dovesse esserci un’altra protesta di massa. Sarebbe possibile allora un attacco a sorpresa da parte dei nemici di Israele, come all’inizio della Guerra dello Yom Kippur del 1973?</strong></p>



<p>I nemici di Israele interpretano la situazione attuale come un collasso della nostra società. Non credo che sia così, però questo è ciò che loro pensano. In Iran e fra gli Hezbollah sappiamo che siano in corso dibattiti molto seri sul da farsi. I loro moderati ritengono che una guerra contro di noi porterebbe ad una nostra riunificazione, di fronte a un nemico comune. Pensano che sia meglio attendere che ci distruggiamo fra noi. Ma i falchi pensano che sia arrivato il momento giusto per colpirci, perché ritengono che le nostre forze non siano nel pieno delle capacità di combattere. Non sappiamo quale delle due parti prevarrà. Una guerra come quella dello Yom Kippur è irripetibile. Una grande guerra convenzionale, condotta da masse di forze corazzate, richiede molta preparazione, molto tempo e avremmo modo di scoprirlo in anticipo, perché non puoi nascondere i preparativi. Occorrono settimane per concentrare le forze necessarie. È impossibile non vederle. Anche nel 1973 vedevamo tutto, semplicemente quei segnali furono interpretati male. </p>



<p>La sfida, oggi, è diversa: è costituita da migliaia di razzi, missili e droni e forze speciali al confine, tutti strumenti che il nemico può mobilitare in poche ore, in meno di un giorno. Ed è molto difficile prevenirli. Faccio un esempio recente: Hamas ha iniziato l’ultimo conflitto a Gaza lanciando razzi su Gerusalemme. Contro la nostra capitale. Il lancio ha colto Israele completamente di sorpresa, nonostante la protezione della capitale sia un compito prioritario per l’intelligence. Un’ora di preavviso, semplicemente, non è sufficiente per organizzare una reazione. Non è abbastanza, non puoi fare nulla in così poco tempo.</p>



<p><strong>Se il pericolo è così forte, come mai tanta parte dell’élite, politica, mediatica, economica israeliana continua a proiettare un’immagine di debolezza di Israele, come se il rischio di guerra non esistesse?</strong></p>



<p>Perché evidentemente hanno altre priorità. La protesta israeliana non riguarda solo la riforma della giustizia. Sono ben altri gli interessi in ballo. Quello principale è uno scontro di potere. Tutto il potere reale è sempre stato nelle mani della sinistra che è dominante nei media, nella cultura, nell’esercito, nei sindacati. La sinistra, soprattutto il Partito Laburista ha sempre agito in modo da avere i suoi nelle posizioni chiave, in tutti i settori. La destra vince le elezioni, democraticamente, ma poi si ritrova con le mani legate, regolarmente. La sinistra non vuole che la destra governi, l’accusa di essere nazionalista, ortodossa, votata e rappresentata da ebrei che arrivano dal Nord Africa, da persone che vivono lontane da Tel Aviv. Ma per la prima volta abbiamo un governo che non dipende per nulla dal consenso della sinistra. È un governo completamente di destra e vuole governare sul serio, seguendo il suo programma. Di qui l’inizio di una lotta politica senza quartiere che probabilmente influenzerà Israele per decenni.</p>



<p><strong>In cambio della sospensione della riforma, il ministro degli Interni Ben Gvir, della destra sionista ortodossa, ha ottenuto la formazione della Guardia Nazionale, sotto il controllo del suo ministero. Sarà un corpo armato politico?</strong></p>



<p>In realtà non si tratta di una promessa fatta adesso, da Netanyahu, in cambio della sospensione della riforma. Questa è una decisione già presa dal precedente governo Bennett, sostenuto da una maggioranza di cui faceva parte anche la sinistra. E la mia organizzazione è molto attiva nella costituzione del nuovo corpo. Perché una Guardia Nazionale? Perché, sin da prima dell’indipendenza, le comunità ebraiche sono sempre state attaccate o minacciate dai vicini arabi. Da una parte dobbiamo fronteggiare nemici esterni (oggi, soprattutto, Hamas a Gaza ed Hezbollah nel Libano meridionale), dall’altra dobbiamo fronteggiare un terrorismo interno. E la polizia non basta. </p>



<p>Una prima opzione era quella di costituire un altro corpo militare, controllato dall’esercito, sotto il comando del Fronte Interno. Ma le forze armate erano già sovraccariche di lavoro, primo perché devono difendere le frontiere da attacchi esterni e poi perché devono provvedere alla sicurezza delle strade e delle vie di comunicazione, che sono essenziali per la mobilitazione. E le forze armate, inoltre, non avevano alcuna volontà di aprire un nuovo fronte nelle città israeliane, in mezzo a cittadini israeliani. Quindi è la polizia che si è presa questo incarico. E sarà da una costola della polizia di frontiera, già attrezzata e addestrata per questo compito, che nascerà la Guardia Nazionale. Il premier Bennett ha dunque ottenuto l’accordo del comando della polizia di frontiera, che risponde al Ministero dell’Interno. Oggi il ministro competente è Ben Gvir. Ma stiamo parlando di una decisione già presa in passato, non sarà la “polizia di Ben Gvir” come si sente dire.</p>



<p><strong>Ma pensa però che la riforma della giustizia voluta da Netanyahu sia accantonata?</strong></p>



<p>Non penso, perché dopo la protesta massiccia del 26 e 27 marzo, entrambe le parti hanno deciso di fermarsi e parlarne. Si dovrà attendere che si calmino gli animi e la maggioranza cercherà di convincere la sinistra che la riforma è necessaria. E penso che la parte più consistente dell’opposizione (che è molto divisa al suo interno) accetterà di sedersi a un tavolo per trattare. Già convincere l’opposizione al dialogo è un successo per il governo. E molto probabilmente, in tutto o in parte, la riforma sarà portata a termine entro l’estate.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Il &#8220;caso Zombie&#8221; riesumato per incastrare Trump: ecco cosa non torna</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-caso-zombie-riesumato-per-incastrare-trump-ecco-cosa-non-torna.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 18:22:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/03/ilgiornale2_20230331201703771_f6bdea5ed23d686f2d667696e4802b92-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Trentaquattro capi d’accusa gravano su Donald Trump. L’ex presidente è il primo nella storia degli Usa ad essere incriminato. Il procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg, un Democratico (la pubblica accusa, negli Stati Uniti, è elettiva) ha riaperto un caso vecchio di sette anni, già indagato e archiviato più volte, tanto che nei corridoi in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-caso-zombie-riesumato-per-incastrare-trump-ecco-cosa-non-torna.html">[...]</a></p>
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<p>Trentaquattro capi d’accusa gravano su Donald Trump. L’ex presidente è il primo nella storia degli Usa ad essere incriminato. Il procuratore distrettuale di Manhattan, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-internazionale/su-trump-34-capi-daccusa-marted-sar-tribunale-foto-2133105.html">Alvin Bragg, un Democratico</a> (la pubblica accusa, negli Stati Uniti, è elettiva) ha riaperto un caso vecchio di sette anni, già indagato e archiviato più volte, tanto che nei corridoi in molti lo chiamavano &#8220;<a href="https://www.washingtonpost.com/national-security/2023/03/17/alvin-bragg-stormy-daniels-trump/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">caso Zombie</a>&#8220;. Si tratta di un’accusa abbastanza fragile per un processo storico come quello che si prospetta, in pieno clima elettorale. Trump non solo è il primo ex presidente che va alla sbarra, ma è anche il candidato di punta nelle prossime elezioni primarie dei Repubblicani, quindi, con tutta probabilità, sarà ancora lui il candidato presidente.</p>



<p>Il caso, come è ormai noto a tutti, è quello dei soldi versati sul conto di Stormy Daniels, per comprare il suo silenzio. La pornostar avrebbe avuto una presunta relazione con l’allora magnate dell’edilizia (e non ancora in politica) Donald Trump nel 2006, quando questi era già sposato con Melania, futura first lady. Nell’ottobre del 2016, quando la storia rischiava di finire sui tabloid popolari a un mese dalle elezioni presidenziali, il candidato Trump avrebbe pagato la Daniels 130mila dollari (una mancetta, a cospetto del suo patrimonio) per comprare il suo silenzio. L’accusa non riguarda tanto l’atto del pagamento in sé, ma le sue modalità. Infatti, a pagarla sarebbe stato l’avvocato Michael Cohen, sotto forma di contributo elettorale, mentre Trump lo avrebbe rimborsato a rate, <a href="https://www.wsj.com/articles/donald-trump-indictment-stormy-daniels-hush-money-coverup-3667259e">con assegni mensili da 35mila dollari</a>. Contabilizzando il tutto, sui libri contabili della Trump Organization, come “rimborso delle spese legali”.</p>



<p>L’ex procuratore distrettuale di Manhattan, che era nientemeno che Cyrus Vance Jr, figlio dell’omonimo segretario di Stato di Jimmy Carter, aveva aperto il caso nel 2018. Poi aveva interrotto l’indagine perché era iniziata un’indagine federale su Michael Cohen. I procuratori federali (dunque ad un livello superiore al procuratore distrettuale), hanno ritenuto che quello alla Daniels fosse un contributo illegale alla campagna elettorale, perché lo scopo principale di “influenzare le elezioni” e non per evitare di rovinare il matrimonio con Melania o proteggere la propria reputazione. Con Cohen che si è poi dichiarato colpevole per aver violato i limiti federali sui contributi alle campagne elettorali.</p>



<p>Dopo la condanna di Cohen, tuttavia, si è fermato tutto. Il procuratore Vance non è andato avanti nella sua indagine, ripresa nel 2019 e poi chiusa. Il dipartimento di Giustizia non ha mai pensato di incriminare Trump. La Commissione Elettorale Federale, direttamente interessata (visto che si tratterebbe della violazione della legge elettorale) nel maggio 2021 ha <a href="https://reason.com/2021/05/07/fec-drops-case-against-trump-for-alleged-hush-money-payments/">ufficialmente chiuso il caso</a>.</p>



<p>Resta da capire, dunque, perché riaprirlo e perché proprio ora, con un tempismo da campagna elettorale. La falsificazione dei documenti aziendali, per rimborsare Cohen, secondo la legge dello Stato di New York, è un’infrazione e non un reato. L’infrazione <a href="https://www.wsj.com/articles/donald-trump-indictment-stormy-daniels-hush-money-coverup-3667259e">diverrebbe un reato</a>, punibile fino a quattro anni di carcere, quando l’intento dell’imputato di frodare “include l’intento di commettere un altro reato o di aiutare o nascondere la commissione dello stesso”. In pratica si deve dimostrare che Trump abbia commesso un illecito ai fini di compiere una frode elettorale. Però, come abbiamo visto, finora non era mai stato accusato di ciò.</p>



<p>Nessuno, per ora, è in grado di anticipare la conclusione del processo che si aprirà prossimamente. Né se al caso Daniels si uniranno altre cause. La stessa procura di Manhattan sta anche esaminando il pagamento di 150mila dollari ricevuto dalla modella Karen McDougal, sempre per lo stesso motivo (sospetta relazione con Trump da nascondere sotto le elezioni presidenziali), versato dall’editore del <em>National Enquirer</em>, alleato di Trump. E c’è anche un altro caso su cui sta indagando la procura di Atlanta, stavolta completamente diverso: “estorsione e cospirazione”, per il suo presunto tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, in particolar modo la pressione che fece sul segretario di Stato Brad Raffersberger per “trovare i voti”. Quest’ultimo appare più come un processo alle intenzioni, considerando che il voto non venne affatto ribaltato, né annullato.</p>



<p>Di qui al 2024 potremo ancora vederne, di cause, dopo il Russiagate (presunta collusione con i servizi segreti russi) e ben due impeachment, anche qui un caso unico nella storia americana. Per non parlare della Commissione sui fatti del 6 gennaio, al Congresso, che ha chiesto al dipartimento di Giustizia di incriminare Trump per aver avuto parte attiva all’assalto al Campidoglio. E tutto, finora, è finito regolarmente nel nulla. Un osservatore esterno, disinteressato alla politica americana, potrebbe trarre la conclusione che si punta ad accusare Trump, più volte possibile, a prescindere dalla solidità delle prove e delle testimonianze che si hanno in mano.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/il-caso-zombie-riesumato-per-incastrare-trump-ecco-cosa-non-torna.html">Il &#8220;caso Zombie&#8221; riesumato per incastrare Trump: ecco cosa non torna</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Due pesi, due documenti segreti. Perché Biden se li tiene e non fa notizia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/due-pesi-due-documenti-segreti-perche-biden-se-li-tiene-e-non-fa-notizia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2023 19:44:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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<p>Con gran ritardo, l’opinione pubblica americana ha appreso che anche Joe Biden si era portato a casa documenti segreti dopo aver concluso il suo secondo mandato da vicepresidente, nel 2016. Sono stati trovati il 2 novembre 2022 nel suo ufficio del Penn Biden Center, Washington DC e consegnati dagli avvocati del presidente agli Archivi Nazionali, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/due-pesi-due-documenti-segreti-perche-biden-se-li-tiene-e-non-fa-notizia.html">[...]</a></p>
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<p>Con gran ritardo, l’opinione pubblica americana ha appreso che anche Joe Biden si era portato a casa documenti segreti dopo aver concluso il suo secondo mandato da vicepresidente, nel 2016. Sono stati trovati il 2 novembre 2022 nel suo ufficio del Penn Biden Center, Washington DC e consegnati dagli avvocati del presidente agli Archivi Nazionali, dove avrebbero dovuto essere custoditi da sei anni. Il presidente, stando a quanto lui stesso afferma, non era a conoscenza della presenza dei documenti nell&#8217;ufficio fino a quando i suoi avvocati personali non ne hanno segnalato l’esistenza E sarebbe anche rimasto all’oscuro del loro contenuto.</p>



<p>Spicca la differenza di trattamento fra la vicenda di Biden e quella di Donald Trump, accusato di aver tenuto documenti segreti con sé, nella residenza di Mar-a-Lago (Florida) dopo la fine del suo mandato presidenziale. Donald Trump, come è noto a tutto il mondo sin dal 9 agosto, quando si sono svolte le prime indagini, ha subito una perquisizione all’alba da parte dell’Fbi. I media hanno immediatamente dato risalto all’investigazione. Dei documenti segreti trattenuti da Joe Biden, invece, non si è saputo nulla dal 2 novembre fino a ieri. E il 2 novembre era una settimana prima delle elezioni di metà mandato. “Lo sapevano una settimana prima delle elezioni, forse il popolo americano avrebbe dovuto essere informato”, ha dichiarato Jim Jordan, deputato repubblicano dell’Ohio, a capo della Commissione Giustizia della Camera. “Sicuramente sapevano del raid a Mar-a-Lago tre mesi prima di queste elezioni, ma sarebbe stato bello se il 2 novembre il Paese avesse saputo che c’erano documenti riservati nel Biden Center”.</p>



<p>In queste ultime 24 ore abbiamo già letto diverse giustificazioni sulla disparità di trattamento riservato a queste due vicende analoghe. Il britannico <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2023/jan/11/trump-biden-classified-documents-serious-mar-a-lago">Guardian</a>, ad esempio, ritiene che il caso Trump sia più grave, perché vi sono due caratteristiche che possono spingere il Dipartimento di Giustizia ad aprire un’indagine: ostruzione della giustizia (Trump non voleva consegnare i documenti, due di essi sono stati trovati in una seconda perquisizione) e quantità dei documenti trattenuti (più di cento nel caso di Trump, una decina in quello di Biden). <a href="https://www.businessinsider.com/classified-documents-bidens-office-difference-trump-maralago-raid-2023-1?r=US&amp;IR=T">Insider</a> ritiene che gli avvocati di Biden, trovando e consegnando i documenti segreti agli Archivi Nazionali, abbiano fatto “esattamente quel che ci si attendeva da loro”. E che in generale si tratti di “routine”. Anche il più autorevole <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2023/01/10/trump-biden-classified-documents/">Washington Post</a> ritiene che le due vicende non siano la stessa cosa, con argomenti simili. E la <a href="https://edition.cnn.com/2023/01/10/politics/biden-classified-documents-trump-garland/index.html">CNN</a> avverte: “Biden sembra collaborare con gli Archivi Nazionali e il Dipartimento di Giustizia come Trump non ha fatto e, a differenza dell&#8217;ex presidente, non è indagato per possibile ostruzione della giustizia”.</p>



<p>Gli esperti che affermano come i due casi non si possano confrontare, come <a href="https://www.youtube.com/watch?v=5wble6-0CQg">Bradley Moss</a>, vicedirettore del James Madison Project, secondo il quale paragonarli è “come confrontare le mele con le pere”. Però più di un dubbio resta. In primo luogo, Biden ha smentito se stesso. In un’intervista rilasciata alla <a href="https://www.cbsnews.com/news/president-joe-biden-60-minutes-interview-transcript-2022-09-18/">CBS</a> dopo l’indagine nella residenza di Donald Trump, di fronte alle foto dei documenti segreti prelevati dall’Fbi, aveva affermato, con voce grave: “Mi chiedo come sia stato possibile tutto questo. Mi chiedo come si possa essere così irresponsabili”. Ecco, appunto.</p>



<p>Da un punto di vista legale, poi, conservare 10 documenti piuttosto che 100 non cambia la sostanza della violazione. Un vicepresidente in un caso, un presidente nell’altro, non hanno rispettato la legge che prescrive la consegna agli Archivi Nazionali di tutti i documenti segreti, allo scadere del mandato. Trump è accusato di “ostruzione”, però Biden, dopo mesi di silenzio sulla vicenda, dichiara di non sapere e non ricordare. “Una manina” ha nascosto quei documenti in un cassetto a sua insaputa?</p>



<p>La giustizia statunitense ora farà il suo corso, il procuratore generale Merrick Garland ha chiesto al procuratore di Chicago di aprire un’indagine. Si rafforza la posizione difensiva di Donald Trump, a questo punto. Perché se è vero che tracciare la posizione di documenti segreti era difficile per Biden, lo stesso vale per Trump. Se in un caso è “routine” e i documenti non erano importanti, allora lo stesso criterio vale anche per i faldoni conservati a Mar-a-Lago, a prescindere dalla quantità e dall’atteggiamento più o meno antipatico di chi se li è portati con sé.</p>
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		<title>Ron DeSantis e il &#8220;modello Florida&#8221;: così lancia la sua sfida a Trump</title>
		<link>https://it.insideover.com/senza-categoria/ron-desantis-e-il-modello-florida-cosi-lancia-la-sua-sfida-a-trump.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Nov 2022 10:13:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni midterm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/Agenzia_Fotogramma_IPA34365815-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Elezioni di metà mandato: prevedevano un’onda rossa (colore dei Repubblicani), ma benché in vantaggio, il Grand Old Party arranca e non guadagna gli Stati che poteva contendere ai Democratici. Considerando che quasi tutti i candidati avevano l’endorsement di Donald Trump, il risultato riflette, inevitabilmente, lo stato della sua popolarità calante. Mentre cresce la statura e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/senza-categoria/ron-desantis-e-il-modello-florida-cosi-lancia-la-sua-sfida-a-trump.html">[...]</a></p>
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<p>Elezioni di metà mandato: prevedevano un’onda rossa (colore dei Repubblicani), ma benché in vantaggio, il Grand Old Party arranca e non guadagna gli Stati che poteva contendere ai Democratici. Considerando che quasi tutti i candidati avevano l’endorsement di <strong>Donald Trump</strong>, il risultato riflette, inevitabilmente, lo stato della sua popolarità calante. Mentre cresce la statura e la popolarità di <strong>Ron DeSantis</strong> che ormai è quasi certamente lo sfidante delle primarie del Grand Old Party nelle <strong>presidenziali 2024</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Luci e ombre per The Donald</h2>



<p>L’umiliazione peggiore arriva dalla Georgia. Il suo candidato <strong>Herschel Walker</strong>, per il Senato, è dietro il Democratico Raphael Warnock. A spoglio ancora in corso i due scenari che si prospettano sono o la vittoria di Warnock o un ballottaggio che si terrà a dicembre se nessuno supera la soglia del 50%. In compenso vince la corsa per il governo dello Stato l’anti-Trump <strong>Brian Kemp</strong>, che nelle primarie aveva sconfitto David Perdue, il candidato sostenuto dall’ex presidente. E nella corsa (meno nota, ma importante) per il segretariato di Stato vince Bradford Jay Raffensperger, accusato da Trump di aver permesso la “frode” elettorale nel 2020. Una triplice sconfitta per “the Donald”, insomma.</p>



<p>Non è una partita del tutto perduta per il tycoon, tutt’altro, considerando che il suo candidato di punta per il Senato, lo scrittore e imprenditore <strong>JD Vance</strong> (quello per cui l’ex presidente ha tenuto l’ultimo comizio elettorale) ha vinto in Ohio con ampia maggioranza, in uno Stato tutt’altro che scontato per i Repubblicani. Ma la mancanza di sfondamento negli Stati in bilico e l’assenza di conquiste delle roccaforti democratiche non è un buon biglietto da visita per Trump che intendeva annunciare la sua ricandidatura immediatamente dopo i risultati elettorali, come lui stesso <a href="https://www.youtube.com/watch?v=R3xnd_rjWio">ha lasciato intendere</a> nei suoi ultimi comizi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;ascesa di DeSantis</h2>



<p>Le elezioni segnano invece la consacrazione di <strong><a href="https://insideover.ilgiornale.it/schede/politica/chi-e-ron-desantis%ef%bf%bc.html">Ron DeSantis</a></strong> il governatore della Florida che è stato rieletto con una vittoria a valanga anche nelle roccaforti democratiche, come quella del collegio elettorale Miami-Dade. Ha vinto il consenso delle minoranze latine. I primi rilevamenti sui flussi di voto rilevano un aumento di 17 punti percentuali in tutto lo Stato a favore del governatore. Ottimi anche i risultati di Marco Rubio per il Senato: l’ultimo dei neocon realizza un 57,7% nel suo Stato.</p>



<p>Il motivo del successo repubblicano in Florida è tutt’altro che scontato. Non è mai stata una roccaforte repubblicana, è uno Stato perennemente in bilico. Nelle elezioni del 2000 tenne l’America col fiato sospeso per settimane, perché fu proprio questo il campo di battaglia legale fra <strong>George W. Bush</strong> e <strong>Al Gore</strong> per determinare chi avesse vinto. Ed anche nelle ultime elezioni per il governatore, nel 2018 DeSantis aveva strappato una vittoria di strettissima misura (0,4 punti percentuali in più) su Andrew Gillum. Adesso invece si afferma con un netto 59,4% contro Charlie Crist.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Come funziona il &#8220;modello Florida&#8221;</h2>



<p>Il motivo di questo trionfo è proprio nel governo di DeSantis, che ha fornito un modello di sviluppo alternativo e di successo, sia durante la pandemia che nella ricostruzione. Durante la pandemia, il governatore repubblicano ha chiesto la minima prudenza indispensabile ai suoi cittadini, con un lockdown molto parziale e molto breve: dopo due settimane i floridiani potevano tornare già sulle loro spiagge tropicali. Si è sempre opposto alla chiusura delle scuole. Quando è arrivato il vaccino, pur incoraggiando la vaccinazione, DeSantis si è sempre opposto all’obbligo. I risultati ottenuti sono ottimi: il tasso di mortalità in Florida è sempre stato nella media nazionale e molto inferiore a quello di Stati che hanno imposto misure molto più draconiane, come New York. </p>



<p>In compenso, la <strong>crescita economica</strong> nella ripresa post-pandemica è stata molto più rapida che nel resto del Paese. Alla vigilia delle elezioni, la disoccupazione in Florida era ridotta al 2,5% (contro il 3,7% nazionale). I risultati della mancata chiusura delle scuole si vedranno nei prossimi anni, ma di sicuro gli studenti floridiani hanno accumulato due anni di vantaggio rispetto ai loro coetanei di New York che hanno perso due anni di scuola in Dad.</p>



<p>Anche sul fronte della <strong>guerra culturale</strong>, il governatore repubblicano è stato in prima linea contro la <em>cancel culture</em> e contro l’introduzione dei programmi scolastici <em>gender</em> nelle scuole primarie (fino alla terza elementare). Cosa per cui è stato accusato di discriminazione: “non dire gay” è il nomignolo affibbiato alla sua legge statale, che in realtà si limita a chiedere un linguaggio dell’educazione sessuale appropriato ai bambini e ridà voce in capitolo ai genitori. La <strong>Disney</strong>, patria dell’infanzia per eccellenza, ha protestato (segno dei tempi che cambiano) e per tutta risposta DeSantis ha firmato la legge, approvata a maggioranza dal Congresso locale, per abolire lo statuto speciale di cui godeva il suo territorio.</p>



<p>DeSantis si lancia quindi nella sua corsa per le primarie repubblicane, può diventare candidato presidente. I suoi sostenitori lo inneggiavano con “altri due anni!” al momento della vittoria in Florida: il mandato ne dura quattro, ma sperano che dia le dimissioni per fare il presidente di tutti gli Usa. Comunque mai fare i conti senza l’oste: se anche Trump conferma la sua decisione di <strong>ricandidarsi alle primarie</strong>, farà di tutto per affondarlo. Anzi, lo sta già facendo, alla sua solita maniera, attaccandolo personalmente, accusandolo di ipocrisia. La sfida DeSantis-Trump per conquistare l’anima del Grand Old Party inizia oggi.</p>
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		<title>Obiettivo Taiwan</title>
		<link>https://it.insideover.com/dossier/obiettivo-taiwan</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Jul 2022 14:47:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1313" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-1024x700.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-768x525.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-1536x1051.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_20220601183431756_2576d9cefe0b0d7afcd6dd66ae9aa188-2048x1401.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La tensione tra Cina e Taiwan è sempre più alta. In gioco ci sono gli equilibri globali e il rapporto con gli Stati Uniti. Cosa può succedere</p>
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		<title>Obiettivo Taiwan</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/obiettivo-taiwan.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Laura Lesevre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Jul 2022 10:19:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[taiwan]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220414201100336_fa3e3486e0bd7a7d7ab8f47e663d3167-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L'isola di Taiwan potrebbe presto diventare il terreno di scontro militare tra Cina e Stati Uniti. Dalla nascita turbolenta della Repubblica di Cina al crescente potere di Pechino, ecco tappe che hanno portato alla situazione esplosiva e cosa potrebbe succedere nelle acque turbolente del Pacifico nel prossimo futuro</p>
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<p>Per capire il presente bisogna fare un piccolo tuffo nella storia. Nel 1949, al termine di una estenuante guerra civile contro i nazionalisti del Kuomintang, Mao Zedong fondò la “nuova Cina”, la Repubblica Popolare Cinese. Agli sconfitti, guidati dal generale Chiang Kai-shek, non rimase altro da fare che fuggire a Taiwan. Da quel momento in poi nacque la Repubblica di Cina, Taiwan appunto. Lo Stato nascituro si proclamò indipendente ma, in contemporanea, fu considerato da Pechino parte integrante del proprio territorio. Prima o poi, in qualche modo, con le buone o con le cattive, la Cina si sarebbe riunificata: è stato questo, per molti anni, il pensiero di entrambe le fazioni, ciascuna delle quali sostiene di essere la legittima rappresentante del popolo cinese a spese dell’altra.</p>
<p>In una prima fase Taiwan – 24 milioni di persone e collocata a 160 chilometri dalla costa cinese – fu effettivamente riconosciuta da molti Paesi occidentali come l’unica Cina, e ottenne persino un seggio all’Onu. Il governo taiwanese si alleò con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda e divenne, di fatto, una roccaforte dell’anticomunismo. Il vento iniziò a cambiare quando la Cina di Deng Xiaoping, a metà degli anni ’70, decise di puntare sul binomio formato da riforme e apertura.</p>
<p>Taiwan iniziò così ad essere emarginata. Venne esclusa dall’Onu, allontanata dagli Stati Uniti e da quasi tutti gli altri Paesi, che preferirono riallacciare i rapporti con Pechino. Washington accettò di seguire la cosiddetta One China Policy, una politica, valida ancora oggi, che afferma sostanzialmente l’esistenza di un solo stato sovrano sotto il nome di Cina, in contrasto con l’idea che possano essercene due, la Repubblica popolare cinese e la Repubblica cinese. Detto altrimenti, gli Stati Uniti riconoscevano Pechino come depositario ufficiale della Cina ma continuavano a sostenere Taipei. Questo stratagemma diplomatico ha garantito lo status quo per almeno 70 anni. Ma la mossa statunitense ha funzionato finché la Cina era un Paese arretrato. Non appena il Dragone si è risvegliato, minacciando lo status internazionale creato dagli Stati Uniti, tutte le ambiguità sono venute al pettine.</p>
<p>Il risultato sta tutto nella citata copertina dell’<i>Economist.</i> Gli Stati Uniti temono di non esser più in grado di dissuadere la Cina dal conquistare Taiwan, mentre la Cina è sempre più convinta di voler portare a compimento l’unificazione. In mezzo ai due fuochi, Taiwan continua ad armarsi sperando nel sostegno di Washington e degli altri partner Usa. Ma il governo cinese ha dimostrato di non scherzare. Basti pensare che nel 2005 le autorità della Repubblica Popolare hanno approvato una legge anti-secessione che legittima un intervento armato di Pechino nel caso in cui Taiwan dovesse dichiarare l’indipendenza. Si stima, inoltre, che sulle coste cinesi siano piazzati oltre 500 missili puntati sull’isola.</p>
<p>La situazione, dunque, è estremamente complessa, probabilmente ancor più dello scenario ucraino. Qualora Taiwan dovesse effettivamente essere assorbita dalla Cina, gli Stati Uniti perderebbero un baluardo piazzato a metà strada tra il Mar Cinese Meridionale e Orientale, lasciando così via libera al Dragone nell’intero Indo-Pacifico. Il governo cinese continua a sottolineare l’esigenza di unificare la Cina. Le autorità taiwanesi, al contrario, ripetono che la loro isola fa parte della Cina, ma non della Repubblica Popolare Cinese.</p>
<p>In tutto ciò, gli Stati Uniti proteggono indirettamente Taiwan dall’aggressione cinese, pur riconoscendo Pechino come rappresentante. Esiste, tra l’altro, un decreto del 1979, il Taiwan Relations Act, secondo il quale gli Usa sono teoricamente chiamati a intervenire nel caso in cui la sicurezza – sociale o economica – del popolo taiwanese dovesse essere messa in pericolo. La questione taiwanese si sta insomma lentamente avvicinando alla resa dei conti finale.</p>
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		<title>L&#8217;aquila americana sorpresa dall&#8217;alleanza dell&#8217;orso col dragone</title>
		<link>https://it.insideover.com/difesa/laquila-americana-sorpresa-dallalleanza-dellorso-col-dragone.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2022 06:08:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Difesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1314" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-1024x701.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-768x526.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-1536x1051.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-2048x1401.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Esiste già, di fatto, un blocco sino-russo. La Russia ha invaso l’Ucraina con il beneplacito della Cina. Pechino tuttora sta fornendo all’alleato materie prime, materiali dual use e chip, aiutandone di fatto lo sforzo bellico. Il nuovo libro di Federico Giuliani ed Emanuel Pietrobon, L’Orso e il Dragone – Russia e Cina, un’intesa per cambiare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/difesa/laquila-americana-sorpresa-dallalleanza-dellorso-col-dragone.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1314" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-300x205.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-1024x701.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-768x526.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-1536x1051.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/04/ilgiornale2_20220421112356113_af76e6bdb3a1a81ecf9ff753b0560e0e-2048x1401.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Esiste già, di fatto, un blocco sino-russo. La <strong>Russia</strong> ha invaso l’Ucraina con il beneplacito della <strong>Cina</strong>. Pechino tuttora sta fornendo all’alleato materie prime, materiali dual use e chip, aiutandone di fatto lo sforzo bellico. Il nuovo libro di Federico Giuliani ed Emanuel Pietrobon, <em>L’Orso e il Dragone – Russia e Cina, un’intesa per cambiare il mondo</em>, descrive genesi e motivazioni di questa alleanza “empia”, tattica, rivolta contro l’Occidente. Come mai gli Usa non se ne sono accorti? Il riavvicinamento fra le due potenze è iniziato nel 1999, secondo i due autori ed è stato formalizzato la prima volta nel 2001. Effettivamente, basta guardare i voti all’Onu, per accorgersi che Mosca e Pechino, nell’ultimo ventennio, hanno sempre parlato con una sola voce. E allora perché gli Usa si sono fatti cogliere impreparati?</p>
<p>Dall’11 settembre 2001, gli Usa hanno considerato solo la <strong>guerra al terrorismo</strong> e si sono preparati, nella peggiore delle ipotesi, a scontrarsi con “rogue states”. Lo scenario più grave a cui gli Usa pensavano era quello di un eventuale conflitto con l’<strong>Iran</strong>, o con la Corea del Nord. Il Pentagono non si è attrezzato per un confronto mondiale contro due potenze continentali. Non sono mai stati varati, negli ultimi trent’anni, nuovi programmi paragonabili a quelli della Guerra fredda con l’Urss. Il deterrente nucleare è ridotto ai minimi termini e si basa ancora sui vecchi armamenti della Guerra fredda. Il nuovo scudo anti-missile potrebbe intercettare, al massimo, poche decine di ordigni (dalla Corea del Nord, eventualmente dall’Iran). Le forze convenzionali, limitate e altamente professionalizzate, sono utili a combattere piccole guerre lontane.  Il punto è che, fino a tempi recentissimi, le amministrazioni Usa non hanno mai considerato seriamente la Russia e la Cina come potenziali nemici.</p>
<p>Dopo la fine del confronto ideologico con l’Urss, gli Usa hanno cercato di costruire un ordine internazionale liberale basato sulla sicurezza collettiva, sui diritti umani e su regole condivise, nel quale inserire, una volta riformate, sia la Cina che la Russia. Ed hanno considerato queste ultime come potenze “in transizione” dal comunismo alla democrazia liberale, dunque integrabili in futuro.</p>
<p>Il blocco sino-russo nasce da un <strong>duplice fallimento della democrazia</strong> che non è stato compreso in tempo. Il primo è il fallimento della rivoluzione in Cina, il 4 giugno 1989: mentre in Polonia si votava per la prima volta in un sistema multi-partitico, a Pechino i carri armati schiacciavano la protesta di studenti e operai che chiedevano la democrazia. La Cina è rimasta comunista: il Partito ha saputo adattarsi ai tempi nuovi, adottando elementi di economia di mercato, pur mantenendo le leve del potere politico. Il secondo è il fallimento della transizione della Russia dal comunismo al liberalismo, dopo la dissoluzione dell’Urss. Il processo riformatore si arrestò bruscamente con la crisi costituzionale dell’autunno 1993, la lotta fra potere presidenziale e parlamentare conclusasi con il cannoneggiamento del parlamento. Eltsin, il presidente riformatore filo-occidentale, vinse la battaglia contro il blocco parlamentare nazional-comunista, ma si rese conto che non avrebbe potuto permettersi una guerra civile e da allora in poi rallentò le riforme che avrebbero dovuto traghettare la Russia fuori dal sistema sovietico. La classe dirigente nostalgica dell’Urss riprese il sopravvento in men che non si dica.</p>
<p>Nonostante la retorica del Cremlino sulle <strong>“umiliazioni” occidentali</strong>, gli Usa hanno sempre aiutato la Russia post-sovietica a completare la sua transizione: incoraggiandone le riforme, sostenendola economicamente, ammettendola nel G7 (pur non avendo un’economia all’altezza) e considerandola come partner per la sicurezza sia nella firma del Nato-Russia Founding Act (1997), sia soprattutto nella fondazione del Nato-Russia Council (2002). Gli Usa chiusero un occhio di fronte alla massiccia violazione di diritti umani in Cecenia, così come sulla svolta autoritaria del governo, diventata evidente soprattutto sotto Putin. Le mosse più “aggressive”, come l’accoglimento nella Nato dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e poi tre della stessa ex Urss (Estonia, Lettonia e Lituania), sono state compiute in modo da evitare di provocare Mosca: fino al 2014, non sono neppure state stanziate truppe alleate nei nuovi territori, tuttora non vi sono schierate armi nucleari. L’intervento della Nato nel Kosovo, nel 1999, era inteso come il primo esperimento di sicurezza collettiva europea, per prevenire un nuovo bagno di sangue quando la memoria del massacro di Srebrenica (1995) era ancora viva. L’opposizione russa all’intervento non venne vista come una “nuova guerra fredda”, ma solo come una divergenza politica risolvibile pacificamente.</p>
<p>L’ottimismo americano sulla transizione russa crollò solamente nel 2008, quando, ad una prima apertura della Nato a Georgia e Ucraina, Putin rispose invadendo la Georgia. Tuttavia, il presidente <strong>Barack Obama</strong> già dall’anno successivo varò una politica di distensione (il “reset” e “restart”) dando ancora credito alla volontà russa di entrare a far parte del mondo delle democrazie. La Russia divenne una potenza avversaria, agli occhi degli Stati Uniti, solo nel 2014, quando alla rivoluzione del Maidan in Ucraina, Putin rispose con l’annessione della Crimea e con l’appoggio della guerriglia separatista nel Donbass.</p>
<p>Per quanto riguarda la Cina, gli Usa furono ancora più ottimisti: credettero di renderla più incline alle riforme solamente inserendola nelle istituzioni dell’economia internazionale. Dopo il massacro di piazza Tienanmen, nel 1989, l’amministrazione Bush aveva imposto dure sanzioni, ma il successore Bill Clinton iniziò a lavorare, sin da subito, per introdurre il regime di Pechino nei salotti buoni della globalizzazione. Il culmine di questa politica, ereditata dalla prima amministrazione Bush, fu l’ammissione della Repubblica Popolare nel Wto, nel 2001. Come la Russia non avrebbe avuto il diritto di entrare nel G7, nemmeno la Cina aveva i numeri per entrare nel Wto, non essendo neppure un’economia di mercato.</p>
<p>Nell’arco del decennio successivo divenne abbastanza chiaro che la Cina avrebbe sfruttato l’arricchimento della globalizzazione, non per riformarsi in senso democratico, ma per rilanciare la sua potenza militare e di farlo a scapito degli Stati Uniti. Nonostante nel mondo accademico si parlasse sempre più frequentemente della “guerra fredda del futuro”, il mondo della politica americana continuò a trattare la Cina come un partner, al massimo come un concorrente economico. Nemmeno il “Pivot to Asia” di Obama (2011), dunque il ri-orientamento della politica estera e di sicurezza statunitense verso il Pacifico, produsse un sensibile aumento della presenza militare americana per il contenimento della Cina. Solo con l’amministrazione Trump, nel 2017, si incominciò a vedere qualcosa di simile ad una nuova alleanza militare, con il Quad (dialogo quadrilaterale, con Giappone, India e Australia) per contenere l’espansionismo di Pechino.</p>
<p>L’assertività della Cina divenne evidente con la repressione di <strong>Hong Kong</strong>. L’ex colonia britannica, restituita alla Cina nel 1997, avrebbe dovuto mantenere piena autonomia fino al 2047, ma, violando i patti, la Cina l’ha assorbita nel 2019. A nulla servirono le proteste oceaniche dei poveri abitanti della ricca città portuale, passati di colpo dal vivere in un angolo britannico in Asia al regime comunista cinese. Per Taiwan si teme tuttora l’aggressione militare. Al processo di centralizzazione segue anche un inasprimento della repressione interna, soprattutto ai danni della minoranza degli uiguri e una retorica ideologica e bellicosa che non ha precedenti nella Cina post-maoista. Di fronte a questi sviluppi gli americani stanno appena incominciando a prepararsi ad un confronto con Pechino. Ma in Asia orientale non esiste alcun equivalente della Nato.</p>
<p>Russia e Cina sono rimaste questioni separate agli occhi di tutte e cinque le amministrazioni che hanno governato nell’ultimo trentennio. A Washington, fino a tempi recentissimi, nessuno le ha considerate come un “blocco” militare avversario. La Russia, appunto, è stata inserita nell’agenda di politica europea come problema di transizione dal comunismo alla democrazia. La Cina nell’agenda economica come concorrente di primo piano e (forse) anche avversario militare, ma solo nel futuro.</p>
<p>Sicuramente, nessun presidente del passato ha mai pianificato una strategia per contenere, su due fronti, un “blocco sino-russo”. Uno scenario simile non è mai esistito, neppure nella fiction. Biden sarà in grado di cambiare passo? Lo vuole fare?</p>
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		<title>La battaglia dei dem Usa per cambiare la Corte Suprema</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-battaglia-dei-dem-usa-per-cambiare-la-corte-suprema.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jul 2022 04:01:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Suprema]]></category>
		<category><![CDATA[Joe Biden]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>&#8220;Se la squadra arbitrale non mi dà ragione, allora aggiungiamo altri arbitri&#8221;. È questo il senso della proposta democratica di riforma della Corte Suprema. Dopo tre sentenze (sull’aborto, sulle armi e sull’ambiente) particolarmente sfavorevoli all’opinione progressista, torna la proposta di portare il numero dei giudici supremi da 9 a 13, aggiungendone 4 nominati dal presidente &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-battaglia-dei-dem-usa-per-cambiare-la-corte-suprema.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1277" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-1024x681.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-1536x1022.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/ilgiornale2_20220720165126332_776e08dd720e1088a54e9fc066721ec7-2048x1363.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>&#8220;Se la squadra arbitrale non mi dà ragione, allora aggiungiamo altri arbitri&#8221;. È questo il senso della proposta democratica di riforma della Corte Suprema. Dopo tre sentenze (sull’aborto, sulle armi e sull’ambiente) particolarmente sfavorevoli all’opinione progressista, torna la proposta di portare il numero dei giudici supremi da 9 a 13, aggiungendone 4 nominati dal presidente Biden. La maggioranza si avrebbe con 7 giudici e non più con i 5 attuali.</p>
<p>I Democratici fanno sul serio? Parrebbe di sì, anche se non hanno i numeri per portare a termine la riforma e il tempo stringe, prima che le elezioni di metà mandato cambino la composizione del Congresso. Il 14 luglio, sentendo il pressing della maggioranza, i Repubblicani hanno provato a far passare una risoluzione alla Camera per introdurre un emendamento costituzionale che fissi a 9 il numero dei giudici supremi. La risoluzione, promossa dal deputato <a href="https://dustyjohnson.house.gov/media/press-releases/house-democrats-block-consideration-johnsons-keep-nine-constitutional">Dusty Johnson</a> (del South Dakota) è stata però bocciata con il voto contrario di 218 Democratici. “Quando Washington cambia le regole solo per guadagnare potere o per mantenerlo, erode la fiducia del popolo nelle istituzioni che tengono assieme gli americani”, aveva spiegato il deputato repubblicano, spiegando perché riformare la Corte Suprema, adesso, sia solo un abuso di potere.</p>
<p>Dalla parte dei Democratici, invece, è ricominciata la sfida per cambiare le regole del gioco. Nell’aprile del 2021 era stato portato alla Camera il <a href="https://www.congress.gov/bill/117th-congress/house-bill/2584/text?q=%7B%22search%22%3A%5B%22Judiciary+Act+of+2021%22%5D%7D&amp;r=1&amp;s=1">progetto di legge per la riforma della Corte Suprema</a> promosso dal deputato democratico Hank Johnson (della Georgia), partendo dalla considerazione che “la Corte Suprema è in conflitto con se stessa e con la nostra democrazia”, perché “le libertà fondamentali sono sotto attacco” da parte dell’attuale maggioranza, conservatrice, dei giudici supremi. Samuel Alito, nominato da George W. Bush nel 2005, ha 72 anni. Ma Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, le tre nomine di Donald Trump, sono cinquantenni ed è prevedibile che costituiscano ancora il nocciolo della maggioranza conservatrice ancora per decenni. I Democratici, in particolare, non accettano che Trump “governi” ancora, su tutte le questioni fondamentali.</p>
<p>Lo si deduce da dichiarazioni pubbliche veramente fuori dalle righe rilasciate da politici democratici. L’ultima, in ordine di tempo, è stata la deputata <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OmIJ_Xwzgz0">Susan Wild</a> (della Pennsylvania) che ha paragonato la sentenza che permette ad un allenatore di pregare in pubblico dopo aver ottenuto una vittoria “a quel che avviene nelle teocrazie”. Perché renderebbe “il cristianesimo la legge di questa terra”. Ma anche lo stesso presidente Joe Biden, di fronte alle sentenze del massimo organo giudiziario del suo Paese, ha dichiarato cose come: “Un’altra decisione devastante che mira a rendere più arretrato il nostro Paese” riguardo la <a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2022/06/30/statement-by-president-joe-biden-on-supreme-court-ruling-on-west-virginia-v-epa/">sentenza sull’agenzia per l’ambiente</a>, o, <a href="https://www.whitehouse.gov/briefing-room/speeches-remarks/2022/06/24/remarks-by-president-biden-on-the-supreme-court-decision-to-overturn-roe-v-wade/">ancor più grave</a>: “Oggi la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberatamente eliminato un diritto costituzionale del popolo americano”, per quanto riguarda la sentenza sull’aborto. Tuttavia, Biden, sia in campagna elettorale che nel suo primo anno e mezzo di presidenza, è sempre rimasto volutamente ambiguo sulla riforma della Corte Suprema. Non l’ha mai caldeggiata apertamente, né, però, l’ha mai esclusa tassativamente.</p>
<p>Il 18 luglio, un gruppo di deputati democratici ha ripresentato il progetto di legge del 2021 per la riforma della Corte Suprema, con una conferenza stampa tenuta presso la sede del “<a href="https://www.takebackthecourt.today/">Take Back the Court Action Fund</a>” (&#8220;Riprendiamoci la Corte&#8221;) un gruppo di pressione il cui scopo dichiarato è spiegato in questi termini: “Non possiamo ripristinare la democrazia americana o risolvere grandi sfide nazionali come il cambiamento climatico, la giustizia razziale, l&#8217;accesso a cure sanitarie a prezzi accessibili e la disuguaglianza economica se non ci riprendiamo la Corte”. “Ripristinare la democrazia” (restore democracy) è un termine usato per indicare le operazioni di “nation building” in Stati falliti. Già solo questo incipit permette di comprendere con quale spirito i progressisti affrontino la riforma del massimo organo giudiziario del Paese. Il resto (cambiamento climatico, giustizia razziale, sanità pubblica ed egualitarismo economico) è un programma sociale. Significa che se la Costituzione, interpretata dai giudici conservatori (che sono più fedeli al testo originario) impedisce di realizzare questo programma sociale, allora vanno cambiati i giudici.</p>
<p>L’opinione pubblica di sinistra è d’accordo con il presidente e con i suoi rappresentanti. Secondo l’ultimo <a href="https://www.heartland.org/news-opinion/news/heartlandrasmussen-poll-majority-of-democrats-would-abolish-supreme-court-call-it-racist-and-sexist">sondaggio Heartland/Rasmussen</a>, il 53% degli elettori democratici vorrebbe addirittura abolire la Corte Suprema, per sostituirla con un nuovo organismo elettivo. Una forte minoranza di elettori democratici, il 39%, è favorevole a un emendamento costituzionale per permetterebbe alle Nazioni Unite di invalidare le sentenze della Corte Suprema. E la maggioranza del 64% di interpellati, è d’accordo con la proposta di riforma che porterebbe a 13 il numero dei giudici supremi. Questi numeri indicano una radicalizzazione dell’opinione pubblica di sinistra, ma non dell’opinione pubblica americana in generale: il 51% di tutti gli elettori americani si oppone alla riforma, il 53% si oppone all’abolizione della Corte e solo il 29% vorrebbe un intervento dell’Onu.</p>
<p>I precedenti ci sono e sono abbastanza numerosi: la Corte ha cambiato la sua composizione per ben sette volte in passato. Quando si riunì a New York (allora la capitale) nel 1790, aveva un giudice supremo e 5 associati. La composizione attuale risale al 1869, quattro anni dopo la fine della Guerra Civile. Il precedente più simile risale al 1937, quando fu Franklin Delano Roosevelt che provò a cambiare la posizione della Corte perché la maggioranza dei giudici riteneva incostituzionale il New Deal, il pacchetto di riforme economiche e sociali varato per uscire dalla Grande Depressione. Il presidente voleva riservarsi il diritto di nominare altri giudici, uno per ogni 70enne nella Corte, fino a un massimo di sei. La sua proposta di riforma, però, venne però bocciata al Congresso.</p>
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		<title>&#8220;È anti-democratica”: il duro affondo di Soros contro la Corte Suprema (e il Gop)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2022 15:41:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Suprema]]></category>
		<category><![CDATA[George Soros]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1551" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-300x242.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-1024x827.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-768x621.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-1536x1241.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-2048x1655.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La lunga lettera aperta di George Soros, pubblicata sul Sole 24 Ore martedì 12 luglio, è rivelatrice, prima di tutto, del clima da guerra civile che si sta diffondendo negli Stati Uniti. In secondo luogo, è una curiosa contrapposizione dei valori democratici ai valori di libertà. Secondo Soros, la democrazia americana è minacciata. I nemici &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/e-anti-democratica-il-duro-affondo-di-soros-contro-la-corte-suprema-e-il-gop.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1551" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-300x242.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-1024x827.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-768x621.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-1536x1241.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/07/Agenzia_Fotogramma_IPA1051627-2048x1655.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La lunga lettera aperta di <strong>George Soros</strong>, pubblicata sul <em>Sole 24 Ore</em> martedì 12 luglio, è rivelatrice, prima di tutto, del clima da guerra civile che si sta diffondendo negli Stati Uniti. In secondo luogo, è una curiosa contrapposizione dei valori democratici ai valori di libertà.</p>
<p>Secondo Soros, la democrazia americana è minacciata. I nemici esterni sono ben visibili a tutti: la Cina di Xi Jinping e la Russia di Putin. Ma “… la minaccia a livello nazionale derivante dai nemici della democrazia è persino maggiore. Tra questi ci sono la Corte Suprema, dominata da estremisti di destra, e il Partito repubblicano di Donald Trump che ha nominato proprio gli estremisti che ora presiedono la Corte”. Questa è un’affermazione molto grave, se pronunciata da un democratico, perché implica la fine della possibilità di alternanza. Ma l’aspetto che lascia più perplessi, su una conclusione così drastica, è il motivo dell’allarme di Soros. Infatti, il filantropo progressista non menziona neppure i sospetti di collusione fra i Repubblicani e i nemici esterni degli Usa (con la Russia di Putin, in particolare), ma a suo dire il maggior sintomo di dittatura è il comportamento dei giudici conservatori della Corte Suprema.</p>
<p>La Corte, a giugno, ha ribaltato la storica sentenza <strong>Roe vs. Wade</strong>, che aveva portato, nel 1973, alla legalizzazione dell’aborto su scala nazionale. Per Soros il problema della sentenza del giugno 2022 è nel metodo, più che nel merito, per le motivazioni scritte dal giudice supremo Samuel Alito, autore dell’opinione di maggioranza: “ha basato il suo verdetto – scrive Soros &#8211; sull&#8217;asserzione secondo cui il XIV Emendamento protegge solo i diritti riconosciuti nel 1868, ovvero quando l&#8217;emendamento fu ratificato. Ma quest’argomentazione mette in pericolo molti altri diritti che sono stati riconosciuti a partire da allora come il diritto alla contraccezione, ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e i diritti Lgbtq”.</p>
<p>Mette in pericolo, in che senso? La Corte ha spiccato una sentenza secondo cui uno Stato membro degli Usa ha libertà di legiferare su queste materie. Perché queste stesse materie non sono diritti costituzionali, dunque non possono essere imposti su scala nazionale. Dunque gli Stati che vogliono continuare ad applicare leggi che permettono l’aborto (e i matrimoni dello stesso sesso) possono continuare a farlo. Semmai, sono gli Stati che vogliono vietarli che non possono essere aggrediti a colpi di denunce e sentenze che impedirebbero loro di farlo.</p>
<p>La Corte, in questo modo, sta imponendo un modello non democratico? No, semmai restituisce voce alla democrazia locale. Più precisamente, la Corte sta riaffermando un principio di libertà: gli Stati, le comunità locali, sono più liberi di decidere sulle loro regole interne, pur lasciando i cittadini a loro volta liberi di trasferirsi altrove, se, localmente, il loro comportamento non è conforme. Resta solo il problema del costo materiale per il trasferimento, ma le grandi aziende americane (per lo meno, buona parte di esse) sta già provvedendo con il pagamento dei dipendenti negli Stati anti-abortisti di tutte le spese necessarie per l’interruzione di gravidanza in altri Stati più liberal: spese di viaggio, pernottamento e ricovero.</p>
<p>Secondo esempio: “È anche evidente che questa Corte intende portare un attacco frontale al ramo esecutivo. Infatti, uno dei verdetti conseguenti della sessione appena conclusa della Corte ha negato all&#8217;Agenzia per la protezione ambientale l’autorità di emettere le regolamentazioni necessarie per contrastare il cambiamento climatico”. Ma con quella sentenza, in difesa della <strong>West Virginia</strong>, la Corte ha semplicemente posto fine a un abuso di potere. L’<strong>Epa</strong>, agenzia per l’ambiente americana, non ha il potere di legiferare in materia climatica, non può imporre a uno Stato le quote di emissioni da rispettare, senza avere alle spalle un preciso mandato del Congresso. L’Epa è una burocrazia, con vertici di nomina presidenziale: è un organo esecutivo, non può fare leggi.</p>
<p>L’unico caso in cui Soros difende i diritti degli Stati dal governo federale è sul Secondo Emendamento, perché lo Stato di New York ha vietato, con una legge locale, di portare armi in pubblico, mentre la Corte ha difeso il principio costituzionale secondo cui ogni americano ha il diritto di acquistare “e di portare” armi. Anche qui, Soros perora la causa del governo di New York nel nome di un concetto collettivista della democrazia, dove si vota per il bene della maggioranza e della sua sicurezza. Ma contro un diritto di libertà individuale, garantito sin dal 1791 quando venne introdotto il diritto di possedere e portare armi nella Carta dei Diritti: è democrazia contro libertà, ancora una volta.</p>
<p>Anche nella soluzione al problema, Soros rivela ancora la sua natura di centralista democratico: “C’è solo un modo per tenere a freno la Corte Suprema, ovvero delegittimare il Partito repubblicano con una vittoria schiacciante. Ciò permetterebbe al Congresso di proteggere i diritti che erano stati affidati alla tutela della Corte Suprema grazie alle leggi”. In soldoni: fare leggi, a colpi di maggioranza, contro le sentenze di una Corte suprema che non fa altro che applicare testualmente la Costituzione (a differenza dei giudici progressisti che la interpretavano sulla base dello “spirito dei tempi”).</p>
<p>Nella sua difesa al sistema democratico, Soros accusa i Repubblicani di voler sovvertire le regole del voto. E lo fa con toni complottisti, degni dei suoi nemici che lo accusano delle peggiori operazioni occulte. Ad esempio, delle nuove norme elettorali locali dice: “Se da un lato queste leggi si focalizzano sul privare gli afroamericani, altre minoranze e i giovani del diritto di voto, dall&#8217;altro il loro obiettivo ultimo è quello di sostenere i repubblicani alle elezioni”. Perché? Molto semplicemente (al di là del dibattito sui confini dei distretti elettorali, che poco importa perché chiunque sia nella posizione giusta li ridisegna a proprio vantaggio) queste norme introducono maggiori controlli sull’identità della persona che vota. Se questo sia di svantaggio per gli afroamericani non è affatto detto, a meno che non si dia per scontato che votino tutti senza documenti in regola. E, ancora più a monte, poi, dando per scontato che tutti gli afroamericani votino per i Democratici. Ebbene, per Soros, queste norme elettorali e le sentenze della Corte sono: “Una parte di un piano attentamente delineato per trasformare gli Stati Uniti in un regime repressivo”. E chi è il più complottista, adesso?</p>
<p>Quel che Soros non accetta, pur essendo presidente della fondazione “Società Aperta” è proprio l’essenza della società aperta: l’esistenza di una competizione fra istituzioni e individui liberi di decidere per i loro valori. Vorrebbe, al contrario, un unico Stato democratico, centralista, che decide per tutti allo stesso modo.</p>
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		<title>La grande fuga dei brand dalla Russia: il caso di Nike</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-grande-fuga-dei-brand-dalla-russia-il-caso-di-nike.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Magni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2022 05:12:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-1536x864.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-2048x1152.jpg 2048w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/06/ilgiornale2_20220627201245262_f119b2973ee98cb38ae2540e108529a7-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le sanzioni alla Russia saranno efficaci o no? Non lo possiamo sapere, considerando che Mosca ha imposto la censura sui dati macro-economici. Molto semplicemente, dalla fine di aprile, lo Stato russo ha smesso di divulgare le statistiche sul debito, sul commercio, sulla produzione di petrolio, mentre la Banca centrale ha limitato la pubblicazione delle informazioni &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-grande-fuga-dei-brand-dalla-russia-il-caso-di-nike.html">[...]</a></p>
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<p>Sappiamo però quante aziende se ne stanno andando dalla Russia, cessando di erogare servizi alla clientela locale e chiudendo sedi e negozi su tutto il territorio nazionale. Aveva fatto scalpore la fuga di McDonald’s che aveva aperto il suo primo ristorante a Mosca il 31 gennaio 1990, provocando una delle code di clienti più lunghe della storia e divenendo involontariamente il simbolo del disgelo e della fine della guerra fredda. Meno simbolica, ma altrettanto efficace per far comprendere la situazione, è la partenza di un altro marchio iconico dell’Occidente: la Nike leva le tende dalla Russia per non tornare mai più. L’annuncio è stato <a href="https://www.reuters.com/business/exclusive-nike-make-full-exit-russia-2022-06-23/">diffuso il 23 giugno</a> dopo tre mesi di sospensione “temporanea” di tutte le attività nel Paese. “Nike ha preso la decisione di lasciare il mercato russo. La nostra priorità è quella di assicurare che sosteniamo pienamente i nostri impiegati, mentre responsabilmente ridurremo le nostre operazioni nei prossimi mesi”.</p>
<p>Il marchio famoso in tutto il mondo per l’abbigliamento sportivo, si unisce alla lunga lista di circa mille multinazionali che si sono già ritirate, fin dai primi giorni di conflitto. Apple, Google, Netflix, Amazon, Disney, Lego, Ikea, H&amp;M, Bp, Shell, Maersk, Volvo… tutte le sigle e i nomi che caratterizzano la nostra vita quotidiana, in Russia non ci sono già più.</p>
<p>La Nike gestiva direttamente 50 negozi, la metà dei quali già chiusi nei mesi scorsi. Quelli che vendevano in franchise erano altri 37 e da maggio il colosso americano sta chiudendo tutti i contratti con loro. Per la Nike si tratta di una perdita leggera, considerando che la Russia e l’Ucraina assieme costituivano circa l’1% della sua clientela globale.</p>
<p>Assieme a Nike, anche Cisco System (informatica) annuncia la chiusura di tutte le sue attività in Russia e in Bielorussia. Aveva interrotto le vendite e i servizi già da marzo, ma, come la Nike, il 23 giugno ha annunciato la sua uscita definitiva dal mercato russo.</p>
<p>Il motivo della fuga, oltre alla guerra, è anche la previsione di nuove leggi punitive che la Duma sarebbe in procinto di votare, contro le compagnie straniere che decidono di lasciare il mercato nazionale. Secondo fonti della <a href="https://www.reuters.com/markets/europe/russia-prepares-seize-western-firms-looking-leave-2022-05-26/">Reuters</a> la nuova normativa darà allo Stato “ampi poteri per intervenire dove c&#8217;è una minaccia per i posti di lavoro o l&#8217;industria locali, rendendo più difficile per le aziende occidentali districarsi rapidamente a meno che non siano pronte a subire un grosso contraccolpo finanziario”. La legge permetterebbe alle autorità di nominare nuovi amministratori per le compagnie di Paesi “ostili” (un lungo elenco che include quasi tutte le democrazie occidentali, Italia inclusa), se queste mostrano la volontà di lasciare il Paese in conseguenza del conflitto in Ucraina. Di fatto, Mosca si prepara a nazionalizzare chiunque voglia andarsene. Come ha fatto con quel che resta di McDonald’s, che è diventato Zio Vanja.</p>
<p>In questo modo, una Russia sempre più lontana dall’Occidente cerca di trattenere le aziende e salvare posti di lavoro soprattutto, oltre che punire i proprietari. Ma quel che sta ottenendo è un’accelerazione della fuga degli investitori. La Nike era una di quelle compagnie che erano rimaste nel limbo, con le attività sospese, ma non chiuse. Ora se ne andrà per sempre. E un atteggiamento così nazionalista nei confronti degli imprenditori stranieri scoraggerà, molto probabilmente, anche investimenti futuri.</p>
<p>Insomma, la Russia, al di là delle illusioni autarchiche, sarà sempre più obbligata a guardare ai suoi partner asiatici, la Cina e l’India soprattutto, per la sua futura ripresa post-bellica. Anche se deve tenere conto del fatto che le stesse India e Cina vendono soprattutto sul mercato occidentale e da esso dipendono, per la loro crescita.</p>
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