Esiste già, di fatto, un blocco sino-russo. La Russia ha invaso l’Ucraina con il beneplacito della Cina. Pechino tuttora sta fornendo all’alleato materie prime, materiali dual use e chip, aiutandone di fatto lo sforzo bellico. Il nuovo libro di Federico Giuliani ed Emanuel Pietrobon, L’Orso e il Dragone – Russia e Cina, un’intesa per cambiare il mondo, descrive genesi e motivazioni di questa alleanza “empia”, tattica, rivolta contro l’Occidente. Come mai gli Usa non se ne sono accorti? Il riavvicinamento fra le due potenze è iniziato nel 1999, secondo i due autori ed è stato formalizzato la prima volta nel 2001. Effettivamente, basta guardare i voti all’Onu, per accorgersi che Mosca e Pechino, nell’ultimo ventennio, hanno sempre parlato con una sola voce. E allora perché gli Usa si sono fatti cogliere impreparati?

Dall’11 settembre 2001, gli Usa hanno considerato solo la guerra al terrorismo e si sono preparati, nella peggiore delle ipotesi, a scontrarsi con “rogue states”. Lo scenario più grave a cui gli Usa pensavano era quello di un eventuale conflitto con l’Iran, o con la Corea del Nord. Il Pentagono non si è attrezzato per un confronto mondiale contro due potenze continentali. Non sono mai stati varati, negli ultimi trent’anni, nuovi programmi paragonabili a quelli della Guerra fredda con l’Urss. Il deterrente nucleare è ridotto ai minimi termini e si basa ancora sui vecchi armamenti della Guerra fredda. Il nuovo scudo anti-missile potrebbe intercettare, al massimo, poche decine di ordigni (dalla Corea del Nord, eventualmente dall’Iran). Le forze convenzionali, limitate e altamente professionalizzate, sono utili a combattere piccole guerre lontane.  Il punto è che, fino a tempi recentissimi, le amministrazioni Usa non hanno mai considerato seriamente la Russia e la Cina come potenziali nemici.

Dopo la fine del confronto ideologico con l’Urss, gli Usa hanno cercato di costruire un ordine internazionale liberale basato sulla sicurezza collettiva, sui diritti umani e su regole condivise, nel quale inserire, una volta riformate, sia la Cina che la Russia. Ed hanno considerato queste ultime come potenze “in transizione” dal comunismo alla democrazia liberale, dunque integrabili in futuro.

Il blocco sino-russo nasce da un duplice fallimento della democrazia che non è stato compreso in tempo. Il primo è il fallimento della rivoluzione in Cina, il 4 giugno 1989: mentre in Polonia si votava per la prima volta in un sistema multi-partitico, a Pechino i carri armati schiacciavano la protesta di studenti e operai che chiedevano la democrazia. La Cina è rimasta comunista: il Partito ha saputo adattarsi ai tempi nuovi, adottando elementi di economia di mercato, pur mantenendo le leve del potere politico. Il secondo è il fallimento della transizione della Russia dal comunismo al liberalismo, dopo la dissoluzione dell’Urss. Il processo riformatore si arrestò bruscamente con la crisi costituzionale dell’autunno 1993, la lotta fra potere presidenziale e parlamentare conclusasi con il cannoneggiamento del parlamento. Eltsin, il presidente riformatore filo-occidentale, vinse la battaglia contro il blocco parlamentare nazional-comunista, ma si rese conto che non avrebbe potuto permettersi una guerra civile e da allora in poi rallentò le riforme che avrebbero dovuto traghettare la Russia fuori dal sistema sovietico. La classe dirigente nostalgica dell’Urss riprese il sopravvento in men che non si dica.

Nonostante la retorica del Cremlino sulle “umiliazioni” occidentali, gli Usa hanno sempre aiutato la Russia post-sovietica a completare la sua transizione: incoraggiandone le riforme, sostenendola economicamente, ammettendola nel G7 (pur non avendo un’economia all’altezza) e considerandola come partner per la sicurezza sia nella firma del Nato-Russia Founding Act (1997), sia soprattutto nella fondazione del Nato-Russia Council (2002). Gli Usa chiusero un occhio di fronte alla massiccia violazione di diritti umani in Cecenia, così come sulla svolta autoritaria del governo, diventata evidente soprattutto sotto Putin. Le mosse più “aggressive”, come l’accoglimento nella Nato dei Paesi dell’ex Patto di Varsavia e poi tre della stessa ex Urss (Estonia, Lettonia e Lituania), sono state compiute in modo da evitare di provocare Mosca: fino al 2014, non sono neppure state stanziate truppe alleate nei nuovi territori, tuttora non vi sono schierate armi nucleari. L’intervento della Nato nel Kosovo, nel 1999, era inteso come il primo esperimento di sicurezza collettiva europea, per prevenire un nuovo bagno di sangue quando la memoria del massacro di Srebrenica (1995) era ancora viva. L’opposizione russa all’intervento non venne vista come una “nuova guerra fredda”, ma solo come una divergenza politica risolvibile pacificamente.

L’ottimismo americano sulla transizione russa crollò solamente nel 2008, quando, ad una prima apertura della Nato a Georgia e Ucraina, Putin rispose invadendo la Georgia. Tuttavia, il presidente Barack Obama già dall’anno successivo varò una politica di distensione (il “reset” e “restart”) dando ancora credito alla volontà russa di entrare a far parte del mondo delle democrazie. La Russia divenne una potenza avversaria, agli occhi degli Stati Uniti, solo nel 2014, quando alla rivoluzione del Maidan in Ucraina, Putin rispose con l’annessione della Crimea e con l’appoggio della guerriglia separatista nel Donbass.

Per quanto riguarda la Cina, gli Usa furono ancora più ottimisti: credettero di renderla più incline alle riforme solamente inserendola nelle istituzioni dell’economia internazionale. Dopo il massacro di piazza Tienanmen, nel 1989, l’amministrazione Bush aveva imposto dure sanzioni, ma il successore Bill Clinton iniziò a lavorare, sin da subito, per introdurre il regime di Pechino nei salotti buoni della globalizzazione. Il culmine di questa politica, ereditata dalla prima amministrazione Bush, fu l’ammissione della Repubblica Popolare nel Wto, nel 2001. Come la Russia non avrebbe avuto il diritto di entrare nel G7, nemmeno la Cina aveva i numeri per entrare nel Wto, non essendo neppure un’economia di mercato.

Nell’arco del decennio successivo divenne abbastanza chiaro che la Cina avrebbe sfruttato l’arricchimento della globalizzazione, non per riformarsi in senso democratico, ma per rilanciare la sua potenza militare e di farlo a scapito degli Stati Uniti. Nonostante nel mondo accademico si parlasse sempre più frequentemente della “guerra fredda del futuro”, il mondo della politica americana continuò a trattare la Cina come un partner, al massimo come un concorrente economico. Nemmeno il “Pivot to Asia” di Obama (2011), dunque il ri-orientamento della politica estera e di sicurezza statunitense verso il Pacifico, produsse un sensibile aumento della presenza militare americana per il contenimento della Cina. Solo con l’amministrazione Trump, nel 2017, si incominciò a vedere qualcosa di simile ad una nuova alleanza militare, con il Quad (dialogo quadrilaterale, con Giappone, India e Australia) per contenere l’espansionismo di Pechino.

L’assertività della Cina divenne evidente con la repressione di Hong Kong. L’ex colonia britannica, restituita alla Cina nel 1997, avrebbe dovuto mantenere piena autonomia fino al 2047, ma, violando i patti, la Cina l’ha assorbita nel 2019. A nulla servirono le proteste oceaniche dei poveri abitanti della ricca città portuale, passati di colpo dal vivere in un angolo britannico in Asia al regime comunista cinese. Per Taiwan si teme tuttora l’aggressione militare. Al processo di centralizzazione segue anche un inasprimento della repressione interna, soprattutto ai danni della minoranza degli uiguri e una retorica ideologica e bellicosa che non ha precedenti nella Cina post-maoista. Di fronte a questi sviluppi gli americani stanno appena incominciando a prepararsi ad un confronto con Pechino. Ma in Asia orientale non esiste alcun equivalente della Nato.

Russia e Cina sono rimaste questioni separate agli occhi di tutte e cinque le amministrazioni che hanno governato nell’ultimo trentennio. A Washington, fino a tempi recentissimi, nessuno le ha considerate come un “blocco” militare avversario. La Russia, appunto, è stata inserita nell’agenda di politica europea come problema di transizione dal comunismo alla democrazia. La Cina nell’agenda economica come concorrente di primo piano e (forse) anche avversario militare, ma solo nel futuro.

Sicuramente, nessun presidente del passato ha mai pianificato una strategia per contenere, su due fronti, un “blocco sino-russo”. Uno scenario simile non è mai esistito, neppure nella fiction. Biden sarà in grado di cambiare passo? Lo vuole fare?

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