Trentaquattro capi d’accusa gravano su Donald Trump. L’ex presidente è il primo nella storia degli Usa ad essere incriminato. Il procuratore distrettuale di Manhattan, Alvin Bragg, un Democratico (la pubblica accusa, negli Stati Uniti, è elettiva) ha riaperto un caso vecchio di sette anni, già indagato e archiviato più volte, tanto che nei corridoi in molti lo chiamavano “caso Zombie“. Si tratta di un’accusa abbastanza fragile per un processo storico come quello che si prospetta, in pieno clima elettorale. Trump non solo è il primo ex presidente che va alla sbarra, ma è anche il candidato di punta nelle prossime elezioni primarie dei Repubblicani, quindi, con tutta probabilità, sarà ancora lui il candidato presidente.

Il caso, come è ormai noto a tutti, è quello dei soldi versati sul conto di Stormy Daniels, per comprare il suo silenzio. La pornostar avrebbe avuto una presunta relazione con l’allora magnate dell’edilizia (e non ancora in politica) Donald Trump nel 2006, quando questi era già sposato con Melania, futura first lady. Nell’ottobre del 2016, quando la storia rischiava di finire sui tabloid popolari a un mese dalle elezioni presidenziali, il candidato Trump avrebbe pagato la Daniels 130mila dollari (una mancetta, a cospetto del suo patrimonio) per comprare il suo silenzio. L’accusa non riguarda tanto l’atto del pagamento in sé, ma le sue modalità. Infatti, a pagarla sarebbe stato l’avvocato Michael Cohen, sotto forma di contributo elettorale, mentre Trump lo avrebbe rimborsato a rate, con assegni mensili da 35mila dollari. Contabilizzando il tutto, sui libri contabili della Trump Organization, come “rimborso delle spese legali”.

L’ex procuratore distrettuale di Manhattan, che era nientemeno che Cyrus Vance Jr, figlio dell’omonimo segretario di Stato di Jimmy Carter, aveva aperto il caso nel 2018. Poi aveva interrotto l’indagine perché era iniziata un’indagine federale su Michael Cohen. I procuratori federali (dunque ad un livello superiore al procuratore distrettuale), hanno ritenuto che quello alla Daniels fosse un contributo illegale alla campagna elettorale, perché lo scopo principale di “influenzare le elezioni” e non per evitare di rovinare il matrimonio con Melania o proteggere la propria reputazione. Con Cohen che si è poi dichiarato colpevole per aver violato i limiti federali sui contributi alle campagne elettorali.

Dopo la condanna di Cohen, tuttavia, si è fermato tutto. Il procuratore Vance non è andato avanti nella sua indagine, ripresa nel 2019 e poi chiusa. Il dipartimento di Giustizia non ha mai pensato di incriminare Trump. La Commissione Elettorale Federale, direttamente interessata (visto che si tratterebbe della violazione della legge elettorale) nel maggio 2021 ha ufficialmente chiuso il caso.

Resta da capire, dunque, perché riaprirlo e perché proprio ora, con un tempismo da campagna elettorale. La falsificazione dei documenti aziendali, per rimborsare Cohen, secondo la legge dello Stato di New York, è un’infrazione e non un reato. L’infrazione diverrebbe un reato, punibile fino a quattro anni di carcere, quando l’intento dell’imputato di frodare “include l’intento di commettere un altro reato o di aiutare o nascondere la commissione dello stesso”. In pratica si deve dimostrare che Trump abbia commesso un illecito ai fini di compiere una frode elettorale. Però, come abbiamo visto, finora non era mai stato accusato di ciò.

Nessuno, per ora, è in grado di anticipare la conclusione del processo che si aprirà prossimamente. Né se al caso Daniels si uniranno altre cause. La stessa procura di Manhattan sta anche esaminando il pagamento di 150mila dollari ricevuto dalla modella Karen McDougal, sempre per lo stesso motivo (sospetta relazione con Trump da nascondere sotto le elezioni presidenziali), versato dall’editore del National Enquirer, alleato di Trump. E c’è anche un altro caso su cui sta indagando la procura di Atlanta, stavolta completamente diverso: “estorsione e cospirazione”, per il suo presunto tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni del 2020, in particolar modo la pressione che fece sul segretario di Stato Brad Raffersberger per “trovare i voti”. Quest’ultimo appare più come un processo alle intenzioni, considerando che il voto non venne affatto ribaltato, né annullato.

Di qui al 2024 potremo ancora vederne, di cause, dopo il Russiagate (presunta collusione con i servizi segreti russi) e ben due impeachment, anche qui un caso unico nella storia americana. Per non parlare della Commissione sui fatti del 6 gennaio, al Congresso, che ha chiesto al dipartimento di Giustizia di incriminare Trump per aver avuto parte attiva all’assalto al Campidoglio. E tutto, finora, è finito regolarmente nel nulla. Un osservatore esterno, disinteressato alla politica americana, potrebbe trarre la conclusione che si punta ad accusare Trump, più volte possibile, a prescindere dalla solidità delle prove e delle testimonianze che si hanno in mano.