La protesta contro la riforma della giustizia, voluta dal governo Netanyahu, ha coinvolto anche le forze armate israeliane. Il momento culminante dello sciopero e dei blocchi è giunto in seguito al licenziamento del ministro della Difesa, il generale Yoav Gallant. L’esercito israeliano, dunque, è sceso in campo in politica? Ed è contro il governo Netanyahu?

Non ne è convinto il generale Amir Avivi. In pensione dopo trent’anni di servizio, ha fondato e presiede l’Israel’s Defense and Security Forum, a cui sono iscritti 17mila riservisti, fra cui anche molti ufficiali, un’associazione che si occupa di “far sentire la voce delle forze armate” sui temi inerenti la sicurezza di Israele. Lo fa con programmi di ricerca, con un’attività di consulenza ai politici, attraverso i media, programmi per scuole e università. Ha dunque il polso della situazione nell’esercito.

Una delle ragioni della protesta è stato il licenziamento del ministro della Difesa, Yoav Gallant. Perché Gallant aveva parlato di una volontà di scioperare e anche del rischio di diserzione, non solo dei riservisti, ma anche di soldati in servizio attivo. Quanto stima che sia vasta questa protesta nell’esercito?

La situazione non è affatto grave nelle forze di terra. Parlando della riserva: in Israele, la riserva conta potenzialmente su mezzo milione di persone, poco meno della metà sono attivi. Quindi l’esercito di terra dispone di una riserva molto vasta, non così la marina, perché sono tutti in servizio attivo. Il problema con cui abbiamo a che fare riguarda soprattutto le riserve dell’aviazione, dell’intelligence e delle operazioni speciali i cui membri sono iscritti nella riserva fino a tarda età. Fra questi, alcuni hanno dichiarato che non si presenteranno volontariamente. Solo che, sul piano pratico cambia poco o nulla.

Quanto al generale Gallant, lo conosco personalmente, lo stimo, sono stato sotto il suo comando tre volte e per questo è con molto rammarico che devo dire che spettava al ministro della Difesa e allo Stato Maggiore affrontare questa situazione. Non possiamo accettare la politicizzazione delle forze armate. Si doveva reagire alla protesta nell’esercito, in modo rapido e risoluto e non lo si è fatto. Comunque, abbiamo contattato i comandi di tutte le unità e ci hanno assicurato che sono operative al 100%.

Con il Paese paralizzato per giorni dalle proteste, comunque, una possibile mobilitazione rapida sarebbe stata più difficile e lo sarà ancora quando dovesse esserci un’altra protesta di massa. Sarebbe possibile allora un attacco a sorpresa da parte dei nemici di Israele, come all’inizio della Guerra dello Yom Kippur del 1973?

I nemici di Israele interpretano la situazione attuale come un collasso della nostra società. Non credo che sia così, però questo è ciò che loro pensano. In Iran e fra gli Hezbollah sappiamo che siano in corso dibattiti molto seri sul da farsi. I loro moderati ritengono che una guerra contro di noi porterebbe ad una nostra riunificazione, di fronte a un nemico comune. Pensano che sia meglio attendere che ci distruggiamo fra noi. Ma i falchi pensano che sia arrivato il momento giusto per colpirci, perché ritengono che le nostre forze non siano nel pieno delle capacità di combattere. Non sappiamo quale delle due parti prevarrà. Una guerra come quella dello Yom Kippur è irripetibile. Una grande guerra convenzionale, condotta da masse di forze corazzate, richiede molta preparazione, molto tempo e avremmo modo di scoprirlo in anticipo, perché non puoi nascondere i preparativi. Occorrono settimane per concentrare le forze necessarie. È impossibile non vederle. Anche nel 1973 vedevamo tutto, semplicemente quei segnali furono interpretati male.

La sfida, oggi, è diversa: è costituita da migliaia di razzi, missili e droni e forze speciali al confine, tutti strumenti che il nemico può mobilitare in poche ore, in meno di un giorno. Ed è molto difficile prevenirli. Faccio un esempio recente: Hamas ha iniziato l’ultimo conflitto a Gaza lanciando razzi su Gerusalemme. Contro la nostra capitale. Il lancio ha colto Israele completamente di sorpresa, nonostante la protezione della capitale sia un compito prioritario per l’intelligence. Un’ora di preavviso, semplicemente, non è sufficiente per organizzare una reazione. Non è abbastanza, non puoi fare nulla in così poco tempo.

Se il pericolo è così forte, come mai tanta parte dell’élite, politica, mediatica, economica israeliana continua a proiettare un’immagine di debolezza di Israele, come se il rischio di guerra non esistesse?

Perché evidentemente hanno altre priorità. La protesta israeliana non riguarda solo la riforma della giustizia. Sono ben altri gli interessi in ballo. Quello principale è uno scontro di potere. Tutto il potere reale è sempre stato nelle mani della sinistra che è dominante nei media, nella cultura, nell’esercito, nei sindacati. La sinistra, soprattutto il Partito Laburista ha sempre agito in modo da avere i suoi nelle posizioni chiave, in tutti i settori. La destra vince le elezioni, democraticamente, ma poi si ritrova con le mani legate, regolarmente. La sinistra non vuole che la destra governi, l’accusa di essere nazionalista, ortodossa, votata e rappresentata da ebrei che arrivano dal Nord Africa, da persone che vivono lontane da Tel Aviv. Ma per la prima volta abbiamo un governo che non dipende per nulla dal consenso della sinistra. È un governo completamente di destra e vuole governare sul serio, seguendo il suo programma. Di qui l’inizio di una lotta politica senza quartiere che probabilmente influenzerà Israele per decenni.

In cambio della sospensione della riforma, il ministro degli Interni Ben Gvir, della destra sionista ortodossa, ha ottenuto la formazione della Guardia Nazionale, sotto il controllo del suo ministero. Sarà un corpo armato politico?

In realtà non si tratta di una promessa fatta adesso, da Netanyahu, in cambio della sospensione della riforma. Questa è una decisione già presa dal precedente governo Bennett, sostenuto da una maggioranza di cui faceva parte anche la sinistra. E la mia organizzazione è molto attiva nella costituzione del nuovo corpo. Perché una Guardia Nazionale? Perché, sin da prima dell’indipendenza, le comunità ebraiche sono sempre state attaccate o minacciate dai vicini arabi. Da una parte dobbiamo fronteggiare nemici esterni (oggi, soprattutto, Hamas a Gaza ed Hezbollah nel Libano meridionale), dall’altra dobbiamo fronteggiare un terrorismo interno. E la polizia non basta.

Una prima opzione era quella di costituire un altro corpo militare, controllato dall’esercito, sotto il comando del Fronte Interno. Ma le forze armate erano già sovraccariche di lavoro, primo perché devono difendere le frontiere da attacchi esterni e poi perché devono provvedere alla sicurezza delle strade e delle vie di comunicazione, che sono essenziali per la mobilitazione. E le forze armate, inoltre, non avevano alcuna volontà di aprire un nuovo fronte nelle città israeliane, in mezzo a cittadini israeliani. Quindi è la polizia che si è presa questo incarico. E sarà da una costola della polizia di frontiera, già attrezzata e addestrata per questo compito, che nascerà la Guardia Nazionale. Il premier Bennett ha dunque ottenuto l’accordo del comando della polizia di frontiera, che risponde al Ministero dell’Interno. Oggi il ministro competente è Ben Gvir. Ma stiamo parlando di una decisione già presa in passato, non sarà la “polizia di Ben Gvir” come si sente dire.

Ma pensa però che la riforma della giustizia voluta da Netanyahu sia accantonata?

Non penso, perché dopo la protesta massiccia del 26 e 27 marzo, entrambe le parti hanno deciso di fermarsi e parlarne. Si dovrà attendere che si calmino gli animi e la maggioranza cercherà di convincere la sinistra che la riforma è necessaria. E penso che la parte più consistente dell’opposizione (che è molto divisa al suo interno) accetterà di sedersi a un tavolo per trattare. Già convincere l’opposizione al dialogo è un successo per il governo. E molto probabilmente, in tutto o in parte, la riforma sarà portata a termine entro l’estate.