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“Se la squadra arbitrale non mi dà ragione, allora aggiungiamo altri arbitri”. È questo il senso della proposta democratica di riforma della Corte Suprema. Dopo tre sentenze (sull’aborto, sulle armi e sull’ambiente) particolarmente sfavorevoli all’opinione progressista, torna la proposta di portare il numero dei giudici supremi da 9 a 13, aggiungendone 4 nominati dal presidente Biden. La maggioranza si avrebbe con 7 giudici e non più con i 5 attuali.

I Democratici fanno sul serio? Parrebbe di sì, anche se non hanno i numeri per portare a termine la riforma e il tempo stringe, prima che le elezioni di metà mandato cambino la composizione del Congresso. Il 14 luglio, sentendo il pressing della maggioranza, i Repubblicani hanno provato a far passare una risoluzione alla Camera per introdurre un emendamento costituzionale che fissi a 9 il numero dei giudici supremi. La risoluzione, promossa dal deputato Dusty Johnson (del South Dakota) è stata però bocciata con il voto contrario di 218 Democratici. “Quando Washington cambia le regole solo per guadagnare potere o per mantenerlo, erode la fiducia del popolo nelle istituzioni che tengono assieme gli americani”, aveva spiegato il deputato repubblicano, spiegando perché riformare la Corte Suprema, adesso, sia solo un abuso di potere.

Dalla parte dei Democratici, invece, è ricominciata la sfida per cambiare le regole del gioco. Nell’aprile del 2021 era stato portato alla Camera il progetto di legge per la riforma della Corte Suprema promosso dal deputato democratico Hank Johnson (della Georgia), partendo dalla considerazione che “la Corte Suprema è in conflitto con se stessa e con la nostra democrazia”, perché “le libertà fondamentali sono sotto attacco” da parte dell’attuale maggioranza, conservatrice, dei giudici supremi. Samuel Alito, nominato da George W. Bush nel 2005, ha 72 anni. Ma Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, le tre nomine di Donald Trump, sono cinquantenni ed è prevedibile che costituiscano ancora il nocciolo della maggioranza conservatrice ancora per decenni. I Democratici, in particolare, non accettano che Trump “governi” ancora, su tutte le questioni fondamentali.

Lo si deduce da dichiarazioni pubbliche veramente fuori dalle righe rilasciate da politici democratici. L’ultima, in ordine di tempo, è stata la deputata Susan Wild (della Pennsylvania) che ha paragonato la sentenza che permette ad un allenatore di pregare in pubblico dopo aver ottenuto una vittoria “a quel che avviene nelle teocrazie”. Perché renderebbe “il cristianesimo la legge di questa terra”. Ma anche lo stesso presidente Joe Biden, di fronte alle sentenze del massimo organo giudiziario del suo Paese, ha dichiarato cose come: “Un’altra decisione devastante che mira a rendere più arretrato il nostro Paese” riguardo la sentenza sull’agenzia per l’ambiente, o, ancor più grave: “Oggi la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberatamente eliminato un diritto costituzionale del popolo americano”, per quanto riguarda la sentenza sull’aborto. Tuttavia, Biden, sia in campagna elettorale che nel suo primo anno e mezzo di presidenza, è sempre rimasto volutamente ambiguo sulla riforma della Corte Suprema. Non l’ha mai caldeggiata apertamente, né, però, l’ha mai esclusa tassativamente.

Il 18 luglio, un gruppo di deputati democratici ha ripresentato il progetto di legge del 2021 per la riforma della Corte Suprema, con una conferenza stampa tenuta presso la sede del “Take Back the Court Action Fund” (“Riprendiamoci la Corte”) un gruppo di pressione il cui scopo dichiarato è spiegato in questi termini: “Non possiamo ripristinare la democrazia americana o risolvere grandi sfide nazionali come il cambiamento climatico, la giustizia razziale, l’accesso a cure sanitarie a prezzi accessibili e la disuguaglianza economica se non ci riprendiamo la Corte”. “Ripristinare la democrazia” (restore democracy) è un termine usato per indicare le operazioni di “nation building” in Stati falliti. Già solo questo incipit permette di comprendere con quale spirito i progressisti affrontino la riforma del massimo organo giudiziario del Paese. Il resto (cambiamento climatico, giustizia razziale, sanità pubblica ed egualitarismo economico) è un programma sociale. Significa che se la Costituzione, interpretata dai giudici conservatori (che sono più fedeli al testo originario) impedisce di realizzare questo programma sociale, allora vanno cambiati i giudici.

L’opinione pubblica di sinistra è d’accordo con il presidente e con i suoi rappresentanti. Secondo l’ultimo sondaggio Heartland/Rasmussen, il 53% degli elettori democratici vorrebbe addirittura abolire la Corte Suprema, per sostituirla con un nuovo organismo elettivo. Una forte minoranza di elettori democratici, il 39%, è favorevole a un emendamento costituzionale per permetterebbe alle Nazioni Unite di invalidare le sentenze della Corte Suprema. E la maggioranza del 64% di interpellati, è d’accordo con la proposta di riforma che porterebbe a 13 il numero dei giudici supremi. Questi numeri indicano una radicalizzazione dell’opinione pubblica di sinistra, ma non dell’opinione pubblica americana in generale: il 51% di tutti gli elettori americani si oppone alla riforma, il 53% si oppone all’abolizione della Corte e solo il 29% vorrebbe un intervento dell’Onu.

I precedenti ci sono e sono abbastanza numerosi: la Corte ha cambiato la sua composizione per ben sette volte in passato. Quando si riunì a New York (allora la capitale) nel 1790, aveva un giudice supremo e 5 associati. La composizione attuale risale al 1869, quattro anni dopo la fine della Guerra Civile. Il precedente più simile risale al 1937, quando fu Franklin Delano Roosevelt che provò a cambiare la posizione della Corte perché la maggioranza dei giudici riteneva incostituzionale il New Deal, il pacchetto di riforme economiche e sociali varato per uscire dalla Grande Depressione. Il presidente voleva riservarsi il diritto di nominare altri giudici, uno per ogni 70enne nella Corte, fino a un massimo di sei. La sua proposta di riforma, però, venne però bocciata al Congresso.

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