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	<title>Sara Collovà Archives - InsideOver</title>
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	<title>Sara Collovà Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Emilia-Romagna e Calabria: un patto sanitario che racconta delle fragilità dell&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 11:08:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso mese, le Giunte Regionali della Calabria e dell’Emilia-Romagna hanno approvato un accordo per gestire la mobilità sanitaria interregionale. L’intesa, in vigore dal 1° novembre 2025 fino al 31 dicembre 2027, è pensata per risolvere il problema della spesa per la mobilità passiva, ovvero le somme che la regione Calabria è costretta a rimborsare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/emilia-romagna-e-calabria-un-patto-sanitario-che-racconta-delle-fragilita-dellitalia.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/emilia-romagna-e-calabria-un-patto-sanitario-che-racconta-delle-fragilita-dellitalia.html">Emilia-Romagna e Calabria: un patto sanitario che racconta delle fragilità dell&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/12/OVERCOME_20251203120701803_eeebf626530ccc1f60a0572479227412-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso mese, le<strong> Giunte Regionali della Calabria e dell’Emilia-Romagna</strong> hanno approvato un <strong>accordo </strong>per gestire la mobilità sanitaria interregionale. L’intesa, in vigore dal 1° novembre 2025 fino al 31 dicembre 2027, è pensata per risolvere il problema della <strong>spesa per la mobilità passiva</strong>, ovvero le somme che la regione Calabria è costretta a rimborsare ogni volta che un suo cittadino si cura in un ospedale dell’Emilia-Romagna.</p>



<p>Il <strong>peso economico</strong> di questa spesa è enorme: nel 2022, il saldo passivo totale della Regione Calabria per la mobilità sanitaria è stato di circa <strong>&#8211;</strong> <strong>€ 304,8 milioni</strong>, secondo il <a href="https://www.avis.it/wp-content/uploads/2025/03/Report_Osservatorio_GIMBE_2025.01_Mobilita_sanitaria_2022.pdf">Report</a> della Fondazione GIMBE. L’Emilia-Romagna, insieme a <a href="https://it.insideover.com/economia/austerita-italia-prima-in-europa-per-tagli-alla-spesa-pubblica.html">Lombardia e Veneto&nbsp;</a>è tra le regioni che accolgono più pazienti da altre ragioni, soprattutto per le prestazioni sanitarie complesse come la cardiochirurgia, l’onco-ematologia, i trapianti, l’ortopedia avanzata, ma anche per la terapia delle malattie croniche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché dalla Calabria si scappa per curarsi</h2>



<p>I dati parlano di un <strong>fenomeno strutturale</strong>, aggravato negli anni da un indebolimento progressivo dell’offerta pubblica. Nel 2024, secondo l’ultimo <a href="https://www.osservatoriosalute.it/rapporto-2024">Rapporto</a> di Osservasalute, <strong>un calabrese su dieci</strong> ha rinunciato a curarsi, principalmente a causa delle lunghe liste d&#8217;attesa e alle difficoltà economiche. Nel 2023, il <strong>25,7%</strong> dei residenti in Calabria si è spostato in altre regioni per curarsi: un dato che colloca la Calabria al terzo posto in Italia, dopo Molise e Basilicata, per mobilità sanitaria.</p>



<p>Secondo il <a href="https://pne.agenas.it/assets/documentation/report/agenas_pne_report_2024.pdf">rapporto</a> di AGENAS sulla performance di ASL e Aziende Ospedaliere, la Calabria nel 2024 ha continuato a registrare le peggiori performance d’Italia in alcuni punti fondamentali, tra cui le attese in pronto soccorso, gli screening oncologici, il tempo di arrivo delle ambulanze e la programmazione di interventi chirurgici. Poco dopo la firma dell’accordo, l’ennesimo episodio riporta alla luce le enormi criticità del sistema sanitario calabrese: un 57enne muore di infarto tra le braccia del figlio dopo aver atteso l’ambulanza per mezz’ora e che all’arrivo, tra l’altro, non aveva nessun medico a bordo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Gli obiettivi dell’Intesa</h2>



<p>L’accordo, come si precisa anche al suo interno, viene firmato da due Regioni con sistemi sanitari molto diversi per dimensioni e caratteristiche. Gli obiettivi imposti mirano a risolvere infatti diverse questioni esistenti:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Riduzione Attiva della Mobilità: </strong>le due Regioni si impegnano formalmente a ridurre il flusso dei pazienti in uscita dalla Calabria;</li>



<li><strong>La Calabria si impegna a rafforzare la propria offerta pubblica</strong>, per rispondere al fabbisogno dei cittadini; mentre <strong>l’Emilia-Romagna si impegna a stabilire dei meccanismi per rindirizzare i pazienti verso strutture della loro regione d’origine</strong> dopo una prima valutazione in strutture emiliano-romagnole;</li>



<li><strong>L’impatto del Commissariamento sulla Calabria</strong>: valutazione del commissariamento sanitario che ha gravato sulla regione Calabria dal 2010 circa fino al 2022, con effetti gravissimi tra cui la riduzione del 24% degli addetti e tetti di spesa rigidissimi che non hanno permesso di investire e acquistare macchinari;</li>
</ul>



<p>Nell&#8217;accordo, vengono introdotti:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>tetti massimi per alcune prestazioni</strong> e <strong>regressione tariffaria:</strong> un limite massimo di pazienti provenienti da altre regioni, oltre il quale l’erogatore non riceverà un rimborso pieno previsto dal SSN, ma calibrato su una progressiva regressione (art. 8-quinquies d.lgs. 502/1992).&nbsp;</li>



<li>l’istituzione di una <strong>Commissione paritetica: </strong>incaricata di monitorare flussi, rimborsi e congruità delle prestazioni, con l’obiettivo di garantire trasparenza.</li>
</ul>



<h2 class="wp-block-heading">Le critiche</h2>



<p>Le critiche che sono state mosse all’accordo si inseriscono nel contesto della più <strong>profonda crisi del Servizio Sanitario della regione Calabria</strong>. Una crisi che va avanti da anni. Nel suo <a href="https://www.salviamo-ssn.it/attivita/osservatorio/report-regionalismo-differenziato">Rapporto</a> “L’autonomia differenziata in sanità”, la Fondazione GIMBE aveva già sottolineato come nel decennio 2010-2019, la Calabria risultasse inadempiente sui LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Da tempo rappresentanti di CGIL e CISL condannano le fragilità organizzative, ma soprattutto i fenomeni di illegalità diffusa che gravano sui servizi sanitari calabresi.</p>



<p>La <a href="https://www.avvisopubblico.it/home/home/cosa-facciamo/informare/osservatorio-parlamentare/attivita-dinchiesta/attivita-dinchiesta-xvii/commissione-bicamerale-antimafia/relazione-conclusiva-della-commissione-antimafia-quadro-generale/">relazione</a> della Commissione Antimafia del 2019 ha parlato, senza mezzi termini, della sanità in Calabria come “bacino elettorale e finanziario per le cosche”, un “meccanismo perverso” di appalti, accreditamenti, flussi finanziari, favoritismi. Esempi ce ne sono anche troppi, tra i più eclatanti: il <strong>Sistema Cosenza,</strong> con 15 persone tra dirigenti ASP e dirigenti regionali accusati di aver costruito per anni un sistema basato su <strong>falsificazione di bilanci e doppi pagamenti di fatture</strong> che hanno drenato le risorse della regione; fino all’<strong>Operazione Inter-nos</strong>, condotta dalla magistratura e dalla Guardia di Finanza, che ha portato alla luce l’infiltrazione della ‘ndrangheta in appalti di pulizie, sanificazione e forniture, coinvolgendo dirigenti, imprenditori, un consigliere regionale, con sequestri per un valore di oltre 12 milioni di euro.</p>



<p>In questo contesto, c’è chi sostiene che le scelte politiche continuino a concentrarsi esclusivamente sugli <strong>incrementi di finanziamenti</strong> al SSN, senza affrontare i nodi strutturali: l’erosione dei servizi essenziali, la disomogeneità delle prestazioni tra le regioni, un sistema territoriale spesso inesistente nel Mezzogiorno. L’esponente del PD Guccione ha parlato dell’accordo come di una mossa “puramente mediatica”, e, come anche Bombardieri di UIL Calabria, ha messo in guardia da un sistema che potrebbe scoraggiare ulteriormente i cittadini calabresi dal curarsi, citando la violazione dei principi costituzionali di eguaglianza e di tutela della salute (Art. 3 e 32).</p>
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		<item>
		<title>Quando il lavoro uccide: la morte di un altro operaio a Napoli riaccende il dibattito sulla sicurezza</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/quando-il-lavoro-uccide-la-morte-di-un-altro-operaio-a-napoli-riaccende-il-dibattito-sulla-sicurezza.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Oct 2025 04:56:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="lavoro" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-600x337.jpg 600w" sizes="(max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>Una questione istituzionale e culturale: il 74% delle aziende ispezionate nel 2024 presentava gravi irregolarità nella sicurezza sul lavoro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/quando-il-lavoro-uccide-la-morte-di-un-altro-operaio-a-napoli-riaccende-il-dibattito-sulla-sicurezza.html">Quando il lavoro uccide: la morte di un altro operaio a Napoli riaccende il dibattito sulla sicurezza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1129" height="635" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="lavoro" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro.jpg 1129w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/10/lavoro-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1129px) 100vw, 1129px" /></p>
<p>Questo martedì a Napoli, in provincia di Trecase, è morto <strong>Francesco De Simone</strong>, un carpentiere di 61 anni. Secondo le prime ricostruzioni dei carabinieri, l’uomo sarebbe stato colpito alla testa da una trave in muratura durante i lavori di ristrutturazione di una villetta e sarebbe deceduto sul colpo. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Prime ipotesi</strong></h2>



<p>Sempre secondo i primi accertamenti del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, pare che l’uomo <strong>lavorasse in nero, senza caschetto o dispositivi di protezione individuale</strong>, e che <strong>il cantiere</strong>, ora sotto sequestro, <strong>fosse sprovvisto di autorizzazioni</strong>. In particolare era sprovvisto di SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), una dichiarazione sostitutiva che permette di iniziare attività edilizie. Nei prossimi giorni continueranno le indagini da parte dei carabinieri, mentre la Procura di Torre Annunziata ha&nbsp;<strong>aperto un fascicolo.&nbsp;</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’ennesima “morte bianca”&nbsp;</strong></h2>



<p>A luglio, un operaio 64enne è morto a Fiumicino, cadendo dal tetto di un’officina. A fine mese, un altro operaio schiacciato da un muletto. Altri due, a Bari, caduti da un ponteggio. Quella di De Simone si aggiunge alle cosiddette <strong>“morti bianche”,</strong> quelle che avvengono silenziosamente tra un macchinario e l’altro, sotto il sole di un cantiere tra turni sfiancanti, per poi finire dentro quei numeri e quelle statistiche che forse (se si tratta di lavoratori in regola) leggiamo sui siti ufficiali.&nbsp;</p>



<p>In effetti, secondo i dati INAIL aggiornati a fine agosto, i morti sul lavoro quest’anno ammontano già a <strong>674,</strong> di cui 488 sul luogo di lavoro e 186 in itinere (nel tragitto fino al lavoro). Ma i dati del <a href="https://cadutisullavoro.blogspot.com/">Report</a> de L’Osservatorio Nazionale di Bologna Morti sul Lavoro sono molto diversi, e molto più allarmanti: oltre <strong>1.100 morti</strong>, di cui <strong>736 sul luogo di lavoro </strong>e <strong>360 in itinere</strong> e per altre cause. L’Osservatorio ad oggi è il primo e unico ente che monitora e registra <strong>tutti </strong>i morti sul lavoro, anche quelli non assicurati o con assicurazione diversa dall’INAIL. E chiarisce senza troppo giri di parole che dall’inizio del 2025, ogni 6 ore e qualche minuto <strong>è morto</strong> <strong>un lavoratore. </strong>E i numeri non tendono a diminuire.&nbsp;</p>



<p>Nel <strong>primo semestre del 2025</strong>, sono stati registrati <strong>502 decessi</strong>, con un aumento del 7% rispetto allo stesso semestre del 2024. Ad entrare nella zona rossa (quella dove l’incidenza è superiore alla media nazionale) quest’estate sono state <strong>Basilicata, Umbria, Campania, Sicilia e Calabria</strong>. La fascia d’età più colpita è quella degli over-65, (il 32,5% del totale). I lavoratori stranieri hanno un rischio di morte sul lavoro di più del doppio (29,8%) rispetto agli italiani (13,4%).&nbsp;</p>



<p>Non è strano che tra le due statistiche ci sia una discrepanza così grande &#8211; in Italia il <strong>lavoro in nero praticamente costituisce lo scheletro del mercato del lavoro</strong>, specialmente nei settori dell’Edilizia, dell’Agricoltura, delle Attività Manifatturiere e dei Trasporti. Non si tratta di incidenti occasionali, ma di una mentalità diffusa nel nostro Paese che spinge i datori di lavoro a risparmiare sulla sicurezza a scapito dei lavoratori.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Un problema istituzionale e culturale</strong></h2>



<p>Un fenomeno che è prima di tutto <strong>istituzionale</strong>. Secondo l’Osservatorio, il cambiamento normativo voluto dal  <strong>Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini</strong> nel giugno del 2023 sugli <strong>appalti a cascata</strong> ha causato un ulteriore aumento del 15% dei decessi, soprattutto in edilizia e negli appalti pubblici. In pratica, un appalto viene suddiviso in più subappalti, e il subappaltatore originario, anziché eseguire direttamente il lavoro, può eventualmente decidere di trasferire parte o l&#8217;intera responsabilità a un altro soggetto. Così si crea una catena di responsabilità per cui diventa difficile stabilire chi è responsabile della sicurezza dei lavoratori, il che a sua volta <strong>facilita il lavoro in nero o irregolare</strong> (specialmente nei subappalti di più “basso livello”), oltre che una <strong>mancanza di controllo</strong> da parte di committente e direttore dei lavori.&nbsp;</p>



<p>L’ultimo <a href="https://www.ispettorato.gov.it/files/2025/03/Rapporto-annuale-2024.pdf">rapporto</a> annuale delle attività di tutela e vigilanza in materia di <a href="https://it.insideover.com/economia/irpef-e-contributi-i-salari-bassi-mettono-a-rischio-la-previdenza.html">lavoro</a> e legislazione sociale, redatto dall’Ispettorato nazionale del lavoro, riporta che oltre il 74% delle aziende ispezionate nel 2024 presentava irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro. Nel <strong>Sud Italia</strong>, il numero di aziende ispezionate risultate irregolari sale <strong>all’83,2%.</strong> Non stupisce che il numero dei decessi sia così alto e &#8211; nonostante la mancanza di dati ufficiali che tengano conto anche dei lavoratori in nero &#8211; in continua crescita. Parliamo di appalti frammentati, lavoro in nero e precario e una cultura del lavoro tutta italiana che insegna che il profitto è al di sopra della vita dei lavoratori.&nbsp;</p>



<p>La morte di Francesco e le altre tragedie degli ultimi mesi sono sintomo di un problema strutturale e non devono diventare solo parte di numeri e statistiche. Dopo ogni morte ci sono promesse: maggiori controlli, fondi stanziati, inasprimento delle sanzioni. La stessa premier Meloni aveva annunciato lo stanziamento di 650 milioni di euro per la sicurezza sul lavoro, mai concretamente assegnati né utilizzati. Quello che serve, prima di tutto, è un <strong>cambiamento culturale</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading">La sfida della sicurezza</h2>



<p>Nel 2024 l’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Parma ha stilato una proposta in <a href="https://ordingparma.it/2024/05/21/lavorare-non-e-morire-la-proposta-dellordine-degli-ingegneri-di-parma">5 punti</a>, intitolata “<strong>Lavorare non è morire</strong>”, originata dai dati sempre più allarmanti. Il primo punto parla delle valutazioni dei rischi, che dovrebbero essere <strong>concrete e coinvolgere direttamente i lavoratori</strong>. Il secondo si focalizza tutto sulla <strong>formazione</strong>, che dovrebbe diventare un momento concreto di apprendimento, con docenti esperti e tirocini qualificanti per fornire ai lavoratori una vera e propria <strong>cultura della sicurezza</strong>.&nbsp;</p>



<p>Il terzo si riferisce al sistema legislativo, che dovrebbe comprendere <strong>meccanismi premianti</strong> oltre che sanzioni, e <strong>linee guida chiare e dirette</strong>. Il quarto suggerisce la creazione di una <strong>banca dati nazionali</strong> con informazioni sulle aziende, sui lavoratori ma anche sui tecnici predisposti ai controlli, per facilitare i datori di lavoro. Il quinto e ultimo punto suggerisce agli ispettori di adottare non solo un approccio rigido, ma anche di <strong>consiglio e di indicazione pratica</strong>, per aiutare aziende, datori e lavoratori a mettere in atto norme di sicurezza in maniera reale ed efficace.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/quando-il-lavoro-uccide-la-morte-di-un-altro-operaio-a-napoli-riaccende-il-dibattito-sulla-sicurezza.html">Quando il lavoro uccide: la morte di un altro operaio a Napoli riaccende il dibattito sulla sicurezza</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Gli italiani non fanno più figli: nel 2024 il tasso di natalità più basso dall’Unità. Ecco perché</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/gli-italiani-non-fanno-piu-figli-nel-2024-il-tasso-di-natalita-piu-basso-dallunita-ecco-perche.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 23:34:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Confermato il trend negativo delle nascite in Italia: l'anno scorso sono nati poco meno di 370.000 bambini.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/gli-italiani-non-fanno-piu-figli-nel-2024-il-tasso-di-natalita-piu-basso-dallunita-ecco-perche.html">Gli italiani non fanno più figli: nel 2024 il tasso di natalità più basso dall’Unità. Ecco perché</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Italia" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/italia-2-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>I numeri dell&#8217;ISTAT relativi al 2024 confermano il <strong>trend negativo delle nascite</strong>: l&#8217;anno scorso sono nati poco meno di 370.000 bambini, circa 10mila in meno rispetto all&#8217;anno precedente; il numero più basso registrato dall’Unità d’Italia. La fecondità, allo stesso modo, è stimata in <strong>1,18 figli per donna</strong>, inferiore al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995. Tra il 2008 e il 2010, invece, era 1,44. Ma perché non facciamo più figli?&nbsp;</p>



<p>Sarebbe molto facile puntare immediatamente il dito contro i cambiamenti sociali e culturali degli ultimi decenni. Dagli anni Ottanta ad oggi, in effetti, sono cambiate tante cose. Le ondate femministe, il progresso scientifico, migliori diritti, l’avvento di un capitalismo sempre più sfrenato che ha reso la società molto più individualista. Tutto ciò ha significato un cambiamento anche nel concetto di<strong> famiglia</strong>. Avere dei figli, o più in generale il concetto di “mettere su famiglia”, oggi non è più considerato un obbligo sociale ma <strong>una scelta individuale</strong>. </p>



<p>Secondo uno <a href="https://www.stlouisfed.org/publications/review/2021/10/18/work-leisure-and-family-from-the-silent-generation-to-millennials/">studio</a> pubblicato dalla Federal Reserve Bank of St Louis, il tasso di fertilità della generazione dei <em>Millennial</em> è destinato ad essere il più basso di tutte le altre generazioni mai studiate. Questi ultimi, secondo una ricerca del <a href="https://www.pewresearch.org/social-trends/2020/05/27/as-millennials-near-40-theyre-approaching-family-life-differently-than-previous-generations/">Pew Research Center</a>, fanno figli molto più tardi rispetto alle generazioni precedenti e un numero sempre maggiore dichiara di non volerne affatto. Ma i mutamenti della società spiegano solo una parte di questo fenomeno, in cui convergono fattori socio-culturali, economici, politici e demografici. In Italia, condizioni particolari di questo periodo storico fanno sì che i giovani-adulti smettano di percepire i bambini come un valore aggiunto e piuttosto li considerino un peso costoso e ingombrante.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Simo un Paese poco giovane che non tutela i giovani</h2>



<p>Sappiamo bene che l’Italia è il Paese più “vecchio” dell’UE, con <strong>un’età media della popolazione tra le più alte a livello globale.</strong> E sappiamo anche che i giovani si sentono poco rappresentati e poco stimolati dalle opportunità che il Paese offre (l’anno scorso espatriavano 156.000 persone, di cui il 70% giovani tra i 18 e i 35 anni). <strong>I salari stagnanti, l’aumento del costo della vita, il lavoro sempre più precario</strong>, rendono difficile immaginare e progettare un futuro familiare stabile. Secondo una stima di <a href="https://blog.moneyfarm.com/it/economia-mercati/essere-genitori-oggi-costa-156mila-euro/">MoneyFarm</a>, società specializzata in consulenza finanziaria, ad oggi in Italia crescere un figlio da 0 a 18 anni comporta una spesa compresa tra i 107.000 e i 205.000 euro, per una<strong> media di circa 156.000 euro</strong>, e un esborso di oltre 8.500 euro all&#8217;anno. Nelle grandi città, poi, i numeri sarebbero anche più alti: Moneyfarm segnala che a Milano la spesa per un solo figlio può arrivare ad incidere sul 30% del reddito familiare. </p>



<p>Cifre che nelle condizioni attuali, pochi giovani riuscirebbero a coprire. Lo dicono i dati ISTAT relativi al 2024, che sottolineano una preoccupante <strong>instabilità </strong>occupazionale tra i giovani e un aumento della disoccupazione giovanile (nel mezzogiorno, siamo a 53,4% di giovani disoccupati). La diffusione di contratti <strong>atipici, </strong>a tempo determinato, part-time e collaborazioni discontinue impediscono di pensare a progetti futuri, di accedere a mutui e pianificare spese a lungo termine. Per questo, scelte come comprare una casa, sposarsi o fare un figlio vengono ritardate o saltate del tutto.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tanto da fare, poco aiuto</h2>



<p>A pesare è anche la scarsità dei servizi. Gli asili nidi coprono solo il 28% dei bambini sotto i tre anni, con forti differenze territoriali e di prezzo. Non a caso, il <a href="https://www.savethechildren.it/press/save-children-diffonde-il-rapporto-le-equilibriste-la-maternita-italia-2023">rapporto</a> di Save The Children, “Le Equilibriste &#8211; La Maternità in Italia nel 2024”, sottolinea come <strong>1 donna su 5 sia costretta a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio</strong>. Al Sud, la situazione è peggiore: <strong>due madri su tre non lavorano e non cercano lavoro. </strong>Il rapporto delinea un quadro in cui le differenze di genere nella cura dei figli sono ancora troppo grandi. Andando oltre il tasso di occupazione femminile, molto più basso rispetto alla media europea, la differenza nel tasso di occupazione tra uomini e donne è di 17,9 punti, accentuata se ci sono figli di mezzo. Secondo gli ultimi <a href="https://eige.europa.eu/about/projects/survey-gender-gaps-unpaid-care-individual-and-social-activities-care-1st-wave">dati EIGE</a> (European Institute for Gender Equality), nella fascia 25-49 anni, <strong>il 20,5 % delle donne</strong> dedica <strong>oltre 10 ore al giorno</strong> (7 giorni su 7) alla cura dei figli, mentre solo <strong>il 6 % degli uomini</strong> fa lo stesso. </p>



<p>Non è il lavoro, o una società tendenzialmente più emancipata, a far diminuire la voglia di fare figli, ma <strong>la mancanza di strumenti e servizi adatti a conciliare la maternità con la carriera, </strong>elemento a cui le nuove generazioni di donne non sono più disposte a rinunciare. Se in Paesi come la Finlandia congedi e bonus hanno ridistribuito il carico familiare e dato un input maggiore alle nascite, in Italia siamo ancora troppo legati a misure temporanee e poco pensate, oltre che ad un’idea della famiglia ancorata al passato. Il report di Save the Children propone alcune soluzioni concrete come l’introduzione di un <strong>congedo di paternità obbligatorio </strong>per tutti i lavoratori (non solo i dipendenti), riconoscere una retribuzione adeguata per i congedi parentali e lanciare campagne di sensibilizzazione calibrate sulle varie generazioni per diffondere una visione più paritaria del ruolo di uomini e donne nella coppia genitoriale. </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/gli-italiani-non-fanno-piu-figli-nel-2024-il-tasso-di-natalita-piu-basso-dallunita-ecco-perche.html">Gli italiani non fanno più figli: nel 2024 il tasso di natalità più basso dall’Unità. Ecco perché</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Ia, Schiaffo ad Anthropic: 1,5 miliardi di dollari di multa per il copyright</title>
		<link>https://it.insideover.com/tecnologia/ia-schiaffo-ad-anthropic-15-miliardi-di-dollari-di-multa-per-il-copyright.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Sep 2025 16:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Anthropic]]></category>
		<category><![CDATA[Intelligenza artificiale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1078" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-768x431.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-1536x862.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi giorni, la battaglia legale che ha coinvolto l’azienda Anthropic e migliaia di autori statunitensi ha vissuto un nuovo colpo di scena. Il giudice federale William Alsup ha deciso di respingere l’accordo da 1,5 miliardi proposto dall’azienda e formalmente accettato dai legali degli autori. Il motivo, secondo Alsup, sarebbe una proposta “incompleta” e “poco &#8230; <a href="https://it.insideover.com/tecnologia/ia-schiaffo-ad-anthropic-15-miliardi-di-dollari-di-multa-per-il-copyright.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1078" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-300x168.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-1024x575.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-768x431.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-1536x862.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-334x188.jpg 334w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/pexels-pixabay-270404-600x337.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Negli ultimi giorni, la <strong>battaglia legale</strong> che ha coinvolto l’azienda <strong>Anthropic</strong> e migliaia di autori statunitensi ha vissuto un nuovo colpo di scena. Il giudice federale William Alsup ha deciso di respingere l’accordo da 1,5 miliardi proposto dall’azienda e formalmente accettato dai legali degli autori. Il motivo, secondo Alsup, sarebbe una proposta “incompleta” e “poco trasparente”, che non garantisce agli autori gli strumenti adeguati per far valere i propri diritti nel disordine burocratico e amministrativo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un passo indietro: chi è Anthropic</h2>



<p><strong>Anthropic </strong>è una start-up statunitense fondata nel 2021 da ex ricercatori di OpenAI, con l’obiettivo di creare modelli di intelligenza artificiale più sicuri e trasparenti. <strong><em>Claude </em></strong>è il suo sistema di intelligenza artificiale, recentemente aperto al mercato globale (Italia inclusa). Claude non è altro che un classico chatbot: un po’ come Chatgpt o Gemini, risponde all’utente quando riceve un prompt o un comando, è in grado di analizzare immagini e file di testo, di tradurre, codificare e semplificare. La differenza con altri suoi simili, secondo i due fondatori, i fratelli italo-americani <strong>Daniela e Dario Amodei</strong>, sarebbe quella di riuscire ad evitare la generazione automatica di dati sbagliati o fuorvianti, le cosiddette <em>allucinazioni. </em>Inoltre, secondo i creatori, sarebbe dieci volte più capace di difendersi dai <em>jailbreak</em>, cioè i tentativi di aggirare le misure di protezione insegnate all&#8217;IA durante l&#8217;addestramento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché la class action </h2>



<p>Il 19 agosto dello scorso anno, un gruppo di autori &#8211; tra cui Andrea Bartz e Charles Graeber &#8211; decide di intraprendere una class action contro Anthropic. Secondo questi ultimi, l’azienda avrebbe utilizzato illegalmente i loro libri &#8211; scaricandoli da siti piratati &#8211; per addestrare i suoi modelli di IA, tra cui il chatbot <strong>Claude</strong>.</p>



<p>Già nel 2023, un gruppo di autori &#8211; tra cui il giornalista Ta-Nehisi Coates &#8211; aveva fatto <a href="https://www.theguardian.com/technology/2025/jun/26/meta-wins-ai-copyright-lawsuit-as-us-judge-rules-against-authors">causa a Meta</a>, accusandolo similmente di aver violato i loro diritti d’autore, scaricando milioni di libri da siti piratati per addestrare modelli linguistici. Il caso, conosciuto come <strong>Kadrey vs Meta, </strong>si è concluso in positivo per l’impresa: secondo il giudice Vince Chabria, infatti, l’uso di quei libri rientrava nel <strong>“fair use”</strong> in quanto pensato non per leggerli o venderli, ma per addestrare un modello linguistico. Inoltre, secondo Chabria, i querelanti non avevano presentato prove sufficienti per dimostrare che l&#8217;uso dei loro libri da parte di Meta costituisse un danno.</p>



<p>Nel giugno di quest’anno, il giudice Alsup emette una sentenza parziale che arriva più o meno alla stessa conclusione: riconosce che l’addestramento di modelli IA utilizzando libri protetti può rientrare nel “fair use”. Tuttavia, stabilisce anche che Anthropic ha commesso un’infrazione che non rientrerebbe nell’uso lecito, ovvero aver conservato i suddetti libri (si parla di milioni) in un archivio centrale, senza pagarne i diritti. Così, la questione viene rimandata a giudizio, e nel frattempo Anthropic si assicura di formulare un accordo impossibile da rifiutare: 1,5 miliardi di dollari. circa 3.000 per libro coinvolto, oltre alla promessa di distruggere tutti i libri piratati. Ma Alsup rimanda anche l’approvazione dell’accordo, evidenziando la mancanza di alcuni dettagli, come ad esempio quali opere saranno incluse e come gli autori verranno informati. L’udienza successiva è prevista per il 25 settembre.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un caso emblematico, non isolato</h2>



<p>Questa class action, molto più ingente di quella intrapresa contro Meta da pochi autori anni fa, potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. Intanto Anthropic è coinvolta anche in un’altra causa intentata da un gruppo di etichette discografiche, tra cui Universal Music Group, per aver apparentemente utilizzato testi protetti da copyright e per aver scaricato illegalmente canzoni da BitTorrent per addestrare Claude.</p>



<p>Da anni ormai autori, editori, musicisti e artisti sostengono che l’intelligenza artificiale abbia contribuito ad acuire le difficoltà di un lavoro già pieno di rischi come quello creativo, creando una concorrenza sleale, aggirando copyright e consenso. Negli Stati Uniti si discute spesso della troppa flessibilità della dottrina del fair use, laddove le aziende tech riescono a nascondere l’utilizzo di migliaia di opere protette senza autorizzazione dietro lo scudo della “<strong>trasformatività</strong>”. In poche parole, non sono perseguibili in determinati casi perché le loro azioni, seppur illegali, implementano la creatività e promuovono il progresso scientifico. Il fair use diventa una difesa legale fondamentale per le aziende tecnologiche e la decisione di Alsup potrebbe essere la prima a scardinarla nel contesto dell’IA generativa.</p>



<p>L’Unione Europea, invece, ha un approccio molto più restrittivo e regolatorio. Nel luglio di quest’anno infatti ha reso pubblico il <a href="https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/codice-gpai-come-leuropa-tutela-il-copyright-nellera-dellia/">codice GPAI</a> (General Purpose-AI), nell’ambito dell’AI Act, che, seppur non obbligatorio, può diventare per le aziende una sicurezza a livello legale e amministrativo. Nel codice sono inclusi elementi come la <strong>disciplina alla trasparenza, </strong>(gli sviluppatori dovranno provare la correttezza dei dati raccolti attraverso la compilazione di moduli), il <strong>rispetto del diritto d’autore </strong>e <strong>misure preventive per garantire la protezione contro abusi e vulnerabilità.</strong></p>



<p>Il caso Anthropic riaccende il dibattito su come l’intelligenza artificiale stia <strong>ridefinendo il rapporto tra creatività e tecnologia</strong>. Non è praticabile attuare un approccio troppo permissivo, che incoraggia la sperimentazione ma rischia di svalutare le opere dell’essere umano. Allo stesso tempo, avere regole più rigide tutela il consenso esplicito dei creatori ma rischia di soffocare lo sviluppo dell’IA, che ha il potenziale di generare enormi benefici per l’umanità. La vera domanda da porsi è: fino a che punto possiamo attingere dal patrimonio culturale e umano esistente per costruire le tecnologie del futuro, senza rischiare di distruggerlo per sempre?</p>
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		<title>La guerra non ci spaventa più: Il risultato del mindless scrolling è la desensibilizzazione collettiva</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/la-guerra-non-ci-spaventa-piu-il-risultato-del-mindless-scrolling-e-la-desensibilizzazione-collettiva.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Sep 2025 13:42:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Ne parlavano già grandi pensatori del secolo scorso, perciò non dovremmo sorprenderci. Gli apocalittici di Eco teorizzavano una decadenza collettiva dell’individuo, che nella società del consumo sempre più si avvicinava e si appigliava ai mass media. Il bombardamento continuo della pubblicità, della televisione, della radio e dei giornali, per il semiologo, non poteva che risultare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/la-guerra-non-ci-spaventa-piu-il-risultato-del-mindless-scrolling-e-la-desensibilizzazione-collettiva.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280.jpg 1280w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/09/iphone-410311_1280-600x400.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></p>
<p>Ne parlavano già grandi pensatori del secolo scorso, perciò non dovremmo sorprenderci. Gli <em>apocalittici </em>di Eco teorizzavano una <strong>decadenza collettiva</strong> dell’individuo, che nella società del consumo sempre più si avvicinava e si appigliava ai mass media. Il bombardamento continuo della pubblicità, della televisione, della radio e dei giornali, per il semiologo, non poteva che risultare in una <em>anestetizzazione </em>collettiva, un’umanità che avrebbe perso la sua naturale capacità di distinguere tra il bene e il male, il giusto e il vero, o che semplicemente non ne avrebbe più avuto voglia. Negli <em>Scritti Corsari, </em>Pasolini canalizzava il suo astio nelle immagini televisive, accusate di normalizzare il degrado del post guerra e di educare gli italiani all<strong>&#8216;oblio</strong>. Stanley Cohen, invece, lo ha chiamato <em>“State of denial”,</em> un assoluto stato di negazione per cui intere comunità e nazioni evitano di riconoscere <strong>sofferenze, ingiustizie</strong> o <strong>atrocità</strong>, nonostante ne siano a conoscenza. Ad amplificare questo fenomeno, secondo il sociologo, concorrono meccanismi psicologici, linguistici e istituzionali che rendono possibile ignorare eventi scomodi anche quando sono sotto i nostri occhi.</p>



<p>E se è vero che mai come oggi abbiamo accesso a quantità impensabili di notizie e di informazione &#8211; il 68% della popolazione globale ha accesso ad internet &#8211; è anche vero che tutta questa informazione <strong>non sappiamo bene come gestirla</strong>. Tutti ci saremo chiesti, negli ultimi anni, <strong>perché non riusciamo ad interessarci di cosa sta succedendo a Gaza</strong>, in <strong>Congo</strong>, in <strong>Sudan</strong>, o nello <strong>Yemen</strong>? O meglio, perché il pensiero ci divora la testa per qualche minuto e poi viene spostato, quasi inconsciamente, in qualche luogo recondito della nostra mente? Vediamo un post, una storia. Leggiamo un breve articolo, guardiamo un video. Mettiamo like. Forse lo ricondividiamo pure. Abbiamo fatto la nostra parte. Poi, di nuovo compare un video di un bambino tra le macerie, che con le lacrime sul viso ci chiede di dedicargli un po’ della nostra attenzione, donare, parlare degli orrori della guerra, ricordare le vittime. E di nuovo ci sentiamo impotenti, quasi ci vergogniamo dell’esserci compiaciuti per la nostra piccola condivisione. E così, cadiamo in un <em>loop</em>.&nbsp;</p>



<p>Tra i banchi di scuola e quelli dell&#8217;università, leggevamo dell&#8217;Olocausto, delle bombe nucleari del &#8217;45, della guerra in Vietnam, delle vittime del napalm, e pensavamo: &#8220;<strong>Dov&#8217;era l&#8217;umanità?</strong> Perché hanno permesso che accadesse?&#8221;. Eppure, paradossalmente, eccoci qui a permetterlo di nuovo. Oggi guardiamo inermi le immagini e i video di luoghi geograficamente lontani ma emotivamente più vicini che mai &#8211; intere città rase al suolo, corpi senza vita dilaniati dalle bombe e grigi per la polvere, madri e padri che si abbandonano a pianti disperati, <a href="https://www.instagram.com/p/DB6ggRAsjiS/">soldati che fanno esplodere interi edifici</a> per l&#8217;ilarità collettiva di un popolo. Allora, la stessa domanda potrebbe essere posta a noi: <strong>perché non facciamo nulla per fermarlo? Perché stiamo fermi a guardare?</strong>&nbsp;</p>



<p><strong>Cos’è la desensibilizzazione collettiva e da dove deriva</strong></p>



<p>Per fortuna, o purtroppo, non siamo in pochi a sentirci così. Sociologi e filosofi contemporanei hanno cercato di spiegarlo, e forse, guardando alle dinamiche sociali degli ultimi 50 anni, ci sono riusciti: si parla di <strong>desensibilizzazione collettiva</strong>. In poche parole, il fatto di essere costantemente esposti a tutto e quindi sempre più a conoscenza dei fatti, paradossalmente ci <strong>allontana emotivamente</strong> da essi. Ci abituiamo, e col tempo, reagiamo con sempre meno shock. Passiamo da una compilation di gattini a nude e crude immagini della guerra, e poi di nuovo a qualche utente che balla su una canzone discutibile. Tutto si confonde indistintamente in questo <strong>flusso</strong>di video e foto. Così, poco a poco, le persone smettono di essere tali e scatta il meccanismo della <strong>de-umanizzazione</strong>: le vittime diventano una lista di nomi, i morti diventano dei numeri, gli edifici distrutti probabilmente generati con l’AI. La realtà perde i suoi contorni, il senso critico si offusca e la <strong>compassione</strong> si spegne. Ciò che è <strong>distante geograficamente</strong>, non ci riguarda.&nbsp;</p>



<p>Dopo il bombardamento, a fine giugno, di alcune basi nucleari iraniane da parte degli Stati Uniti, l’hashtag<strong> #guerra</strong> è entrato in trending su X, con congetture varie e spiegazioni sul perchél<strong>’Iran</strong> avrebbe dovuto avere interessi nel colpire l’Italia o qualche altro paese europeo. Il mondo ha cominciato a chiedersi se quell’attacco avrebbe segnato l’inizio di una terza guerra mondiale. Eppure, l’utente medio di X e di Tiktok non si è preoccupato tanto delle cause o delle conseguenze geopolitiche della guerra, ma ha pensato, piuttosto, a “come avrebbe dovuto vestirsi”. Difficile spiegare a chi è nato prima degli anni ’90 la visceralità del <strong>dark humor</strong> intrinsecamente Gen-Z, che non deriva propriamente da una mancanza di empatia, ma forse dall’utilizzo dell’umorismo come <em>coping mechanism </em>per emozioni a cui non si riesce a dare spiegazioni. I video più virali su Tiktok con l’hashtag WW3 (World War 3) sono stati video di missili nei cieli notturni con “<em>We’re gonna Die Young” </em>in sottofondo, o ancora meglio, un collage di vestiti in stile militare con scritto “<em>WW3 Outfit Ideas</em>”. I commenti più popolari: “Will this delay my Temu order?” (<em>Quindi il mio ordine di Temu arriverà in ritardo?); </em>“My first World War, kinda nervous guys” (<em>è la mia prima guerra mondiale, sono un po’ nervoso ragazzi); </em>“Are we still gonna have wifi tho?” (<em>Avremo ancora il wifi, vero?). </em>Qualcuno condivide una clip del video musicale di Bad Blood di Taylor Swift e scrive: “speriamo che la terza guerra mondiale sia così”.&nbsp;</p>



<p>Inserire link: <a href="https://vm.tiktok.com/ZNd49ovSW/">https://vm.tiktok.com/ZNd49ovSW/</a> User Eva Meganosova su Tiktok: ww3 outfit inspos.&nbsp;</p>



<p>Potremmo dire di essere completamente <em>fritti </em>(dal gergo social,<em> cooked, fried). </em>Nel vero senso della parola. Oppure che tutto ciò è risultato inevitabile di una società ipermediatizzata, dove la realtà è costantemente frammentata e spettacolarizzata. Spesso, nel mondo scientifico, si parla di <em>social media fatigue, </em>la stanchezza e la confusione mentale che sperimentiamo quando passiamo troppo tempo a<strong> scorrere dei contenuti</strong>. Secondo uno <a href="https://www.visualcapitalist.com/cp/visualizing-the-daily-scroll-of-the-average-social-media-user/">studio</a> di Made Visual del 2024, 5 miliardi di persone nel mondo usano i social media e passano circa due ore e mezza al giorno online. L’utente medio, secondo il rapporto, scorre distrattamente circa 90 metri di contenuti (<em>300 feet</em>), che è più o meno l’altezza della Statua della Libertà. Lo <em>scrolling </em>è un atto così semplice e leggero che non ci rendiamo neanche conto della quantità di contenuti che consumiamo in qualche ora. Questo avviene perché le piattaforme social sono progettate proprio per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. Algoritmi sofisticati curano contenuti iper-personalizzati e danno priorità ai contenuti che possono massimizzare il coinvolgimento, facendo leva su trigger psicologici come la novità o la ricompensa, e spingendoci all’<strong>utilizzo compulsivo</strong>. Nei momenti di noia, in situazioni sociali di disagio, quando siamo soli o imbarazzati, sentiamo l’istinto di prendere il telefono e scrollare, per trovare quel contenuto che inneschi il rilascio di una bella dose di <strong>dopamina</strong>.&nbsp;</p>



<p>Degli effetti collaterali dell’uso spropositato dei social ne abbiamo sentito parlare fin troppo. Sembra quasi di leggere il foglietto illustrativo di un medicinale: depressione, ansia, insonnia, attitudini alimentari disfunzionali, rabbia, bassa autostima e così via.&nbsp; Ma l’effetto che hanno sulla nostra capacità di empatizzare è ancora poco conosciuto. Qualcuno ha parlato di <em>empathic distress </em>(disagio empatico), l’esperienza di sentirsi così <strong>sopraffatti</strong> o turbati <strong>dalle sofferenze altrui</strong>, al punto da innescare un burnout emotivo e un conseguente <strong>desiderio di chiuderci in noi stessi</strong>. Secondo un <a href="https://www.pewresearch.org/wp-content/uploads/sites/20/2024/03/PRC_2024.3.21_Israel-Hamas_REPORT.pdf">report</a> del Pew Research Center del 2024, la maggioranza degli adulti statunitensi (circa l’83% dei partecipanti all’analisi) ha affermato che leggere e sentire costantemente notizie sulla guerra in Palestina li fa sentire tristi, mentre due terzi (65%) dichiarano di essere arrabbiati e la metà (51%) ammette di provare <strong>stanchezza </strong>o<strong> esaurimento</strong>. Di questa metà, la maggior parte sono adulti sotto i 30 anni.&nbsp;</p>



<p><strong>Cosa possiamo fare nel concreto?&nbsp;</strong></p>



<p>Sentirsi <strong>impotenti</strong> di fronte ad eventi di questa portata, geograficamente lontani da noi, è normale. La frenesia delle infinite possibilità di connessione e della continua interazione con ciò che avviene nel mondo può essere sconfortante e può portarci ad uno stato di sovraccarico emotivo. Ogni <strong>notifica</strong> può inconsciamente funzionare da <strong>trigger</strong> per il nostro sistema nervoso, che per proteggersi si chiude in una forma di distacco emotivo o di colpevolizzazione passiva. Ci sentiamo inadeguati perché non facciamo abbastanza, ma allo stesso tempo non sappiamo bene cosa fare. Ma alcuni passi concreti che possiamo attuare nel nostro piccolo ci sono.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Informarsi in modo critico</strong>. Scegliere le giuste fonti. Evitare i sensazionalismi e i contenuti decontestualizzati. Approfondire le radici dei problemi, senza soffermarsi solo sui fatti superficiali.  </li>



<li><strong>Parlare, condividere, sensibilizzare</strong>. Ogni occasione è buona per parlare di questioni, anche se scomode, con amici, familiari, colleghi. Perché il silenzio è la più potente arma di normalizzazione. </li>



<li><strong>Usare i social (anche) a scopo critico</strong>. Il brainrot è allettante, perché ci consente di staccare la mente da ciò che percepiamo emotivamente pesante. Ma i social media nascono proprio per stimolare discussioni e dibattiti, entrare in contatto con punti di vista altri e aprire la mente. </li>



<li><strong>Donare</strong>. Donazioni, anche piccole, a organizzazioni umanitarie affidabili, verificandone sempre la trasparenza. </li>



<li><strong>Sostenere la cultura</strong> <strong>e la memoria</strong>. La cultura è umanizzazione. Leggere libri, guardare film, partecipare ad eventi, mostre e incontri che trattano il tema in questione. Anche la narrazione è resistenza. </li>
</ul>



<p>È vero, non possiamo salvare il mondo da soli. Ma possiamo smettere di essere spettatori passivi. Ogni azione individuale, anche se piccola, ha un suo peso e può fare la differenza. La desensibilizzazione collettiva non è una colpa, ma una conseguenza. In un periodo storico sempre più polarizzato, in cui il dolore altrui scorre su un feed accanto a video ricette, <strong>restare umani è un atto di resistenza</strong>.&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/la-guerra-non-ci-spaventa-piu-il-risultato-del-mindless-scrolling-e-la-desensibilizzazione-collettiva.html">La guerra non ci spaventa più: Il risultato del mindless scrolling è la desensibilizzazione collettiva</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Nostalgia del passato o ribellione moderna? Il ritorno della trad-wife </title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/nostalgia-del-passato-o-ribellione-moderna-il-ritorno-della-trad-wife.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaele Riccardo Buccolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Aug 2025 15:16:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[tradwife]]></category>
		<category><![CDATA[wife]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="998" height="668" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife.jpg 998w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-600x402.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 998px) 100vw, 998px" /></p>
<p>Grembiule sempre addosso, capelli in piega perfetta, sorriso smagliante... è la trad-wife, o come molti l’hanno definita, la casalinga 2.0.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/nostalgia-del-passato-o-ribellione-moderna-il-ritorno-della-trad-wife.html">Nostalgia del passato o ribellione moderna? Il ritorno della trad-wife </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="998" height="668" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife.jpg 998w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-768x514.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/wife-600x402.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 998px) 100vw, 998px" /></p>
<p>Grembiule sempre addosso, capelli in piega perfetta, sorriso smagliante e un’infinità di ricette casarecce. Sono queste le coordinate della moglie perfetta, l’angelo del focolare protagonista delle migliori pubblicità del secolo scorso:  <em>Un matrimonio perfetto inizia in cucina!,</em> recita una pubblicità di Pyrex degli anni Sessanta. A distanza di decenni da simili slogan su cartelloni che oggi troviamo quasi <em>vintage, </em>per non dire misogini, queste coordinate si rimescolano in un composto di elementi tradizionali e moderni, dando nuova vita alla figura della <strong><em>trad-wife</em></strong><em>, </em>o come molti l’hanno definita, la <strong>casalinga 2.0</strong>. Negli anni più intensi della pandemia, e ancora di più nei mesi passati, figure come <strong>Alena Kate Pettitt</strong>, <strong>Ballerina Farm</strong> (Hannah Neeleman), <strong>Nara Smith</strong> o <strong>Estee Williams</strong>, hanno reso quello delle trad-wife un vero e proprio movimento (oltre che un trend virale) di donne che scelgono di dedicarsi alla loro “vocazione” di mogli e madri. </p>



<p>Il concetto di trad-wife (abbreviazione di <em>traditional wife</em>, cioè moglie tradizionale) ha radici culturali e storiche complesse, che attraversano varie epoche e che rimandano ad un’idea di famiglia e di cultura domestica propria del passato. Per intenderci, è con l’avvento dell’agricoltura (circa 6.000 a.C) che i ruoli di genere prendono forma e diventano tratti distintivi delle strutture patriarcali, con l’uomo che lavora nei campi e la donna che svolge i lavori domestici e si occupa dei figli.</p>



<p>Negli anni Cinquanta, la “casalinga felice” è il tropo preferito da spot pubblicitari e case cinematografiche, che ne fanno <strong>modello di femminilità</strong> ed esempio di pazienza ed eleganza. Fino ad arrivare alle ondate femministe degli anni Sessanta in poi, che rifiutano l’imposizione di un modello che le vede passive e assoggettate alla figura maschile all’interno della casa. Dopo decenni di lotte sulla parità di salario, il divorzio, le opportunità di studio e di carriera, la figura della trad-wife è tornata ad esercitare un certo fascino, partendo dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Chi sono oggi le trad-wife?</h2>



<p>La<strong> trad-wife </strong>è essenzialmente una donna che si riconfigura sui <strong>ruoli di genere convenzionali</strong>, che rifiuta l’idea del lavoro all’esterno delle mura domestiche e si accontenta della semplicità della vita casalinga: cucina per il marito e per i figli (rigorosamente <strong>tutto fatto in casa</strong>), pulisce, gioca, lava e si dedica completamente alla famiglia. Il ruolo è accompagnato anche da una certa estetica che come abbiamo detto prima può essere considerata <em>vintage, </em>− <strong>vestiti medio-lunghi a pois tipici della metà del secolo scorso, fiocchetti nei capelli, capelli corti con le punte in sù </strong>− ma che possono variare da un’influencer all’altra. Ma estetica a parte, queste donne spesso condividono un background cristiano conservatore e un certo scetticismo per le istanze femministe moderne, oltre al fatto di essere per il 99% donne bianche. </p>



<p>Secondo il <a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2023/may/31/white-supremacy-trad-wives-far-right-feminist-politics">Guardian</a>, la genealogia culturale del movimento può essere fatta risalire al forum <strong>Red Pill Women, </strong>fondato nel 2013 su Reddit. Una <em>manosphere </em>al femminile, uno spazio virtuale in cui le donne venivano incoraggiate ad abbracciare ruoli di sottomissione nei confronti dei mariti. Secondo la sociologa e ricercatrice <a href="https://primer.com.au/toad-wives-julie-ebner/">Julia Ebner</a>, all’epoca già 30.000 donne si identificavano come trad-wives, e la maggior parte di queste erano bianche e statunitensi. Chiaramente, data la natura interconnessa e globalizzata delle nostre società contemporanee, nessuna tendenza rimane confinata ad una sola area geografica molto a lungo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="905" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09-1024x905.jpg" alt="" class="wp-image-480799" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09-1024x905.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09-300x265.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09-768x679.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09-600x530.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/Screenshot-2025-08-04-alle-13.39.09.jpg 1466w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Screenshot</figcaption></figure>



<p>Nel 2020, la britannica <strong>Alena Kate Pettitt,</strong> si mostra in un’<a href="https://www.youtube.com/watch?v=ZwT-zYo4-OM">intervista</a> con BBC News tra panni da lavare e cena da cucinare, perché per lei si tratta di “<em>sottomettersi e viziare suo marito come se fosse il 1959”, </em>oltre che di tornare allo “<em>stile di vita e ai valori tradizionali inglesi</em>”. E per sostenere questo ritorno, Pettitt gestisce un canale Youtube e una Newsletter dal nome <strong><em>Darling Academy</em></strong> pensato proprio per le donne che vogliono tornare a rifarsi alla <em>british etiquette. </em>Con le sue seguaci condivide sicuramente una certa nostalgia per il periodo del dopoguerra, che ritiene essere “<em>l’ultima volta in cui le casalinghe sono state apprezzate e celebrate”.</em> &nbsp;</p>



<p>Negli ultimi anni, a <strong>svecchiare il concetto di trad-wife</strong> e a renderlo più <em>relatable</em> anche per le generazioni di giovani ragazze, sono le due star del momento: <a href="https://www.instagram.com/ballerinafarm/">Ballerina Farm</a> (Hannah Neeleman) e <a href="https://www.instagram.com/naraaziza/">Nara Smith</a>. Neeleman è madre di 8 figli, vive in una fattoria nello Utah e fa parte della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (LDS). Mostrando le sue ricette <em>from scratch </em>(da zero) con ingredienti freschi e auto-prodotti, <strong>ha raggiunto 10 milioni di followers su Instagram e su Tiktok.</strong> Nei video, rigorosamente ambientati nella sua cucina rustica, si mostra quasi sempre con i capelli raccolti un po’ arruffati e indossa abiti e gonne lunghe o grembiuli a quadretti, puliti e impeccabili anche di fronte alle portate più complesse. Gli scenari delle giornate che mostra sui social sono scanditi da quella <em>bucolica lentezza </em>tipica della vita in campagna, dai momenti dei pasti, dai giochi dei piccoli in mezzo alle radure e dal ritorno a casa del papà. </p>







<p>Hannah Neeleman e Nara Smith rispettivamente sui loro profili Tiktok.</p>



<p>Nara Smith è tutto un altro caso. Originaria del Sud Africa, cresciuta in Germania e ora residente negli Stati Uniti, <strong>è una modella ed influencer madre di 3 figli</strong>. A portarla alla popolarità sono, anche in questo caso, le video-ricette con prodotti strettamente bio. I video più famosi, replicati ed entrati a far parte anche della cultura meme, riguardano marmellate, chewing-gum, gelati e <em>donuts </em>realizzati rigorosamente da zero, in una cucina curata al dettaglio e un doppiaggio perfetto con voce dolce e soffusa, che richiama lo stile ASMR. A differenza di Neeleman, Smith si è più volte definita una <em>working mom</em> a tutti gli effetti, dato che il suo lavoro da modella la porta ad accettare vari sponsor e a viaggiare per il mondo. </p>



<p>Ma l’estetica dei suoi video e i contesti mostrati rimangono quelli di una moglie totalmente <strong>dedicata al lavoro domestico e all’adorazione per il marito</strong> − il modello Lucky Blue Smith − con cui si è sposata all’età di 18 anni. Entrambe le donne, oltre all’approvazione di milioni di seguaci, hanno ricevuto varie critiche per aver <strong>romanticizzato i ruoli di genere</strong>. Neeleman in particolare è stata rimproverata per non aver mostrato pubblicamente i dipendenti della fattoria e per non aver riconosciuto apertamente i <strong>privilegi economici</strong> della sua famiglia, che le permettono di mantenere questo stile di vita. </p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché questo stile di vita è problematico</h2>



<p>Restare a casa senza lavorare e dedicarsi esclusivamente alla casa e alla famiglia (per quanto questo sia un lavoro a tutti gli effetti) <strong>non è sempre questione di scelta, ma piuttosto di privilegio</strong>. In molte famiglie, specialmente nella società contemporanea, è impensabile pensare di arrivare a fine mese senza due stipendi. Qualcuno, alla fine, dovrà pur pagare affitto, bollette e pannolini. E nella maggior parte dei casi di questo movimento così sfacciatamente anti-femminista, a portare il pane a casa sono gli uomini. Il messaggio veicolato da questo trend, dalle gonne <em>longuette </em>alle cucine ispirate al <em>cottagecore</em>, rischia di sminuire o di distruggere completamente un elemento necessario per cui si è combattuto per decenni: <strong>l’indipendenza economica femminile</strong>. </p>



<p>Disporre di un reddito, di una carta di credito, di una forma concreta di autonomia è una necessità, specialmente in caso di separazione o divorzio. E più il movimento prende piede, più è probabile che anche gli uomini si convincano dell’idea che le donne devono adempiere ad un preciso ruolo di genere (come se non bastassero tutti i contenuti di podcaster e sedicenti influencer a cui siamo esposti, alla stregua di Andrew Tate).  </p>



<p>Il punto di attrito della questione <em>trad-wife</em> è una falla all’interno del <strong>pensiero femminista post-moderno</strong>, figlio di quell’ondata degli anni Novanta-Duemila tutta incentrata sul concetto di <em>empowerment</em> e di libertà di scelta. La maggior parte di queste influencer infatti puntano i piedi su uno slogan femminista tipico degli ultimi anni, “my body, my choice”. Come per dire, se femminismo vuol dire che possiamo scegliere, allora noi scegliamo di essere questo. Libera scelta anche quando ciò significa scegliere di dipendere economicamente dal partner e rischiare di finire in una situazione di violenza domestica o economica. </p>



<p>Ed è qui che si apre la contraddizione più grande: il modello trad-wife si presenta come una scelta personale, ma si inserisce ancora una volta in <strong>un sistema che da secoli chiede alla donna di rinunciare alla propria autonomia</strong>. Viene offerto come attraente alternativa alle pressioni del femminismo neoliberale, alle <em>girl boss, </em>alle <em>corporate girlies </em>e alle difficoltà della vita moderna e lavorativa. Ma entrambe le figure &#8211; le tradwives e le girl boss &#8211; rischiano di diventare <strong>modelli rigidi</strong>, venduti alle nuove generazioni come libere scelte ma imposti da un contesto culturale, sociale ed economico che continua a chiedere alle donne di <strong><em>performare </em>un certo tipo di femminilità</strong>.  </p>



<p>Prendiamo il caso di Hannah Neeleman, ad esempio. Per molti membri della comunità LDS, lo stile di vita trad-wife non è semplicemente una scelta, ma un’aspettativa di natura religiosa e culturale: adottarlo può significare conformarsi a delle pressioni sociali o religiose. Secondo un <a href="https://gnet-research.org/2023/07/07/tradwives-the-housewives-commodifying-right-wing-ideology/">rapporto</a> del 2023 del Global Network on Extremism and Technology, creatori e seguaci di questo trend tendono ad avere ideologie di ordine patriarcale e conservatore che includono xenofobia, nazionalismo, sfiducia verso le istituzioni e rifiuto della scienza. Il rapporto conclude che le trad-wives, pur non avendo un’agenda politica esplicita, attraverso la rappresentazione di <strong>valori</strong> “in dichiarata <strong>opposizione all’ordine moderno</strong>” legati ad agende di destra o estrema destra, contribuiscono a normalizzarli e a diffonderli.&nbsp;</p>



<p>Le tradwives hanno creato uno spazio alternativo in cui promuovono una controcultura anti-femminista e uno stile di vita tradizionalmente eteronormativo. E lo hanno fatto in un periodo di incertezze sociali senza precedenti, tra instabilità geopolitica e numerose sfide ambientali e sociali. La stabilità, il ritorno nostalgico ad un passato migliore e ad un ordine prestabilito inneggiati dal conservatorismo hanno sempre fatto gola nei momenti più bui. Così il movimento rischia di diventare una forma di <em>soft power</em> culturale delle destre: apparentemente innocuo, esteticamente curato ma profondamente conservatore nei contenuti. E davvero un ritorno al mitizzato comfort degli anni del boom economico che ci salverà dall<strong>’instabilità sociale e politica</strong> del mondo contemporaneo?&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/nostalgia-del-passato-o-ribellione-moderna-il-ritorno-della-trad-wife.html">Nostalgia del passato o ribellione moderna? Il ritorno della trad-wife </a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Vietato Morire</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/societa/vietato-morire.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luigi Paoletti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2025 13:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1180" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-600x369.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-1024x629.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-768x472.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-1536x944.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p> Lo spopolamento di un piccolo borgo alle pendici della Sila che cerca di opporsi ad un destino che sembra ineluttabile </p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/vietato-morire.html">Vietato Morire</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1180" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-600x369.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-1024x629.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-768x472.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/cover-e1719312618712-1536x944.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><div
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                        12.05.2025
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                <h1 class="article__title">
                    Vietato Morire
                </h1>

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                         Lo spopolamento di un piccolo borgo alle pendici della Sila che cerca di opporsi ad un destino che sembra ineluttabile 
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                Sara Collovà
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<p>A Sellia, in provincia di Catanzaro, è vietato morire. È quello che si legge in un’ordinanza risalente al <strong>2015</strong>, in cui il sindaco ha espressamente vietato agli abitanti di <strong>ammalarsi o di morire</strong>. Seppur in modo provocatorio, l’ordinanza tenta di far fronte al progressivo spopolamento che, come molti altri paesi del Sud Italia, sta vivendo <strong>Sellia</strong> nell’ultimo decennio. Un borgo ricco di storia e tradizione religiosa, ma che non ha più niente da offrire ai giovani, che preferiscono la città.</p>



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<p>Infatti, in questo paesino di meno di 400 abitanti, rinchiuso tra le montagne della pre-sila, il tempo si è fermato da un pezzo. Per arrivarci bisogna percorrere una serie di strade isolate e malmesse, curve insidiose alle pendici delle montagne, che diventano simbolo della sua lontananza geografica quanto sociale. Una linea ben definita separa la parte <strong>nuova</strong>, ancora abitata, seppur scarsamente, dalla parte <strong>vecchia</strong>, scrigno del vecchio cuore pulsante del paese. Quest’ultima, abbandonata dopo il terremoto del XIX secolo e l’alluvione del ‘43, è stata lasciata completamente allo sbaraglio. Qui <strong>passato </strong>e<strong> presente </strong>si incontrano e si scontrano ogni giorno.</p>



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<p>Come spesso succede nei paesi piccoli e difficilmente raggiungibili, il <strong>medico</strong> ha giorni e fasce orarie limitate, perché si occupa di più paesi contemporaneamente. Queste limitazioni, per una popolazione di fascia d’età compresa tra i 60-70 anni, spesso significano doversi <strong>spostare</strong> all’ospedale di Catanzaro, o negli ambulatori di paesi più grandi, con tutta la fatica che rappresenta spostarsi per over 60.</p>



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<p>Le fotografie diventano allora lo sfondo dello scenario critico del Mezzogiorno, <strong>abbandonato dal governo</strong> in balìa dei suoi problemi sociali e strutturali. Il <strong>Sud</strong> della desolazione ma anche della comunità. Della <strong>vita lenta </strong>ma anche della frustrazione. La frustrazione di chi ha lasciato tutto senza mai guardare indietro, senza mai chiedersi <em>“e se fossi rimasta?”. </em>Ma i protagonisti sono il simbolo di un Paese che tenta di r<strong><em>esistere</em></strong>.</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="682" data-id="426411" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-426411" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11-1536x1023.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/06/5f6a05ed-0c3c-42c3-a44e-489bb58a3f11.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



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                                    Sara Collovà
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<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/reportage/societa/vietato-morire.html">Vietato Morire</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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Object Caching 59/554 objects using Redis
Page Caching using Disk: Enhanced 
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