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I numeri dell’ISTAT relativi al 2024 confermano il trend negativo delle nascite: l’anno scorso sono nati poco meno di 370.000 bambini, circa 10mila in meno rispetto all’anno precedente; il numero più basso registrato dall’Unità d’Italia. La fecondità, allo stesso modo, è stimata in 1,18 figli per donna, inferiore al precedente minimo storico di 1,19 registrato nel 1995. Tra il 2008 e il 2010, invece, era 1,44. Ma perché non facciamo più figli? 

Sarebbe molto facile puntare immediatamente il dito contro i cambiamenti sociali e culturali degli ultimi decenni. Dagli anni Ottanta ad oggi, in effetti, sono cambiate tante cose. Le ondate femministe, il progresso scientifico, migliori diritti, l’avvento di un capitalismo sempre più sfrenato che ha reso la società molto più individualista. Tutto ciò ha significato un cambiamento anche nel concetto di famiglia. Avere dei figli, o più in generale il concetto di “mettere su famiglia”, oggi non è più considerato un obbligo sociale ma una scelta individuale

Secondo uno studio pubblicato dalla Federal Reserve Bank of St Louis, il tasso di fertilità della generazione dei Millennial è destinato ad essere il più basso di tutte le altre generazioni mai studiate. Questi ultimi, secondo una ricerca del Pew Research Center, fanno figli molto più tardi rispetto alle generazioni precedenti e un numero sempre maggiore dichiara di non volerne affatto. Ma i mutamenti della società spiegano solo una parte di questo fenomeno, in cui convergono fattori socio-culturali, economici, politici e demografici. In Italia, condizioni particolari di questo periodo storico fanno sì che i giovani-adulti smettano di percepire i bambini come un valore aggiunto e piuttosto li considerino un peso costoso e ingombrante. 

Simo un Paese poco giovane che non tutela i giovani

Sappiamo bene che l’Italia è il Paese più “vecchio” dell’UE, con un’età media della popolazione tra le più alte a livello globale. E sappiamo anche che i giovani si sentono poco rappresentati e poco stimolati dalle opportunità che il Paese offre (l’anno scorso espatriavano 156.000 persone, di cui il 70% giovani tra i 18 e i 35 anni). I salari stagnanti, l’aumento del costo della vita, il lavoro sempre più precario, rendono difficile immaginare e progettare un futuro familiare stabile. Secondo una stima di MoneyFarm, società specializzata in consulenza finanziaria, ad oggi in Italia crescere un figlio da 0 a 18 anni comporta una spesa compresa tra i 107.000 e i 205.000 euro, per una media di circa 156.000 euro, e un esborso di oltre 8.500 euro all’anno. Nelle grandi città, poi, i numeri sarebbero anche più alti: Moneyfarm segnala che a Milano la spesa per un solo figlio può arrivare ad incidere sul 30% del reddito familiare. 

Cifre che nelle condizioni attuali, pochi giovani riuscirebbero a coprire. Lo dicono i dati ISTAT relativi al 2024, che sottolineano una preoccupante instabilità occupazionale tra i giovani e un aumento della disoccupazione giovanile (nel mezzogiorno, siamo a 53,4% di giovani disoccupati). La diffusione di contratti atipici, a tempo determinato, part-time e collaborazioni discontinue impediscono di pensare a progetti futuri, di accedere a mutui e pianificare spese a lungo termine. Per questo, scelte come comprare una casa, sposarsi o fare un figlio vengono ritardate o saltate del tutto. 

Tanto da fare, poco aiuto

A pesare è anche la scarsità dei servizi. Gli asili nidi coprono solo il 28% dei bambini sotto i tre anni, con forti differenze territoriali e di prezzo. Non a caso, il rapporto di Save The Children, “Le Equilibriste – La Maternità in Italia nel 2024”, sottolinea come 1 donna su 5 sia costretta a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio. Al Sud, la situazione è peggiore: due madri su tre non lavorano e non cercano lavoro. Il rapporto delinea un quadro in cui le differenze di genere nella cura dei figli sono ancora troppo grandi. Andando oltre il tasso di occupazione femminile, molto più basso rispetto alla media europea, la differenza nel tasso di occupazione tra uomini e donne è di 17,9 punti, accentuata se ci sono figli di mezzo. Secondo gli ultimi dati EIGE (European Institute for Gender Equality), nella fascia 25-49 anni, il 20,5 % delle donne dedica oltre 10 ore al giorno (7 giorni su 7) alla cura dei figli, mentre solo il 6 % degli uomini fa lo stesso. 

Non è il lavoro, o una società tendenzialmente più emancipata, a far diminuire la voglia di fare figli, ma la mancanza di strumenti e servizi adatti a conciliare la maternità con la carriera, elemento a cui le nuove generazioni di donne non sono più disposte a rinunciare. Se in Paesi come la Finlandia congedi e bonus hanno ridistribuito il carico familiare e dato un input maggiore alle nascite, in Italia siamo ancora troppo legati a misure temporanee e poco pensate, oltre che ad un’idea della famiglia ancorata al passato. Il report di Save the Children propone alcune soluzioni concrete come l’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio per tutti i lavoratori (non solo i dipendenti), riconoscere una retribuzione adeguata per i congedi parentali e lanciare campagne di sensibilizzazione calibrate sulle varie generazioni per diffondere una visione più paritaria del ruolo di uomini e donne nella coppia genitoriale. 

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