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Lo scorso mese, le Giunte Regionali della Calabria e dell’Emilia-Romagna hanno approvato un accordo per gestire la mobilità sanitaria interregionale. L’intesa, in vigore dal 1° novembre 2025 fino al 31 dicembre 2027, è pensata per risolvere il problema della spesa per la mobilità passiva, ovvero le somme che la regione Calabria è costretta a rimborsare ogni volta che un suo cittadino si cura in un ospedale dell’Emilia-Romagna.

Il peso economico di questa spesa è enorme: nel 2022, il saldo passivo totale della Regione Calabria per la mobilità sanitaria è stato di circa € 304,8 milioni, secondo il Report della Fondazione GIMBE. L’Emilia-Romagna, insieme a Lombardia e Veneto è tra le regioni che accolgono più pazienti da altre ragioni, soprattutto per le prestazioni sanitarie complesse come la cardiochirurgia, l’onco-ematologia, i trapianti, l’ortopedia avanzata, ma anche per la terapia delle malattie croniche.

Perché dalla Calabria si scappa per curarsi

I dati parlano di un fenomeno strutturale, aggravato negli anni da un indebolimento progressivo dell’offerta pubblica. Nel 2024, secondo l’ultimo Rapporto di Osservasalute, un calabrese su dieci ha rinunciato a curarsi, principalmente a causa delle lunghe liste d’attesa e alle difficoltà economiche. Nel 2023, il 25,7% dei residenti in Calabria si è spostato in altre regioni per curarsi: un dato che colloca la Calabria al terzo posto in Italia, dopo Molise e Basilicata, per mobilità sanitaria.

Secondo il rapporto di AGENAS sulla performance di ASL e Aziende Ospedaliere, la Calabria nel 2024 ha continuato a registrare le peggiori performance d’Italia in alcuni punti fondamentali, tra cui le attese in pronto soccorso, gli screening oncologici, il tempo di arrivo delle ambulanze e la programmazione di interventi chirurgici. Poco dopo la firma dell’accordo, l’ennesimo episodio riporta alla luce le enormi criticità del sistema sanitario calabrese: un 57enne muore di infarto tra le braccia del figlio dopo aver atteso l’ambulanza per mezz’ora e che all’arrivo, tra l’altro, non aveva nessun medico a bordo.

Gli obiettivi dell’Intesa

L’accordo, come si precisa anche al suo interno, viene firmato da due Regioni con sistemi sanitari molto diversi per dimensioni e caratteristiche. Gli obiettivi imposti mirano a risolvere infatti diverse questioni esistenti:

  • Riduzione Attiva della Mobilità: le due Regioni si impegnano formalmente a ridurre il flusso dei pazienti in uscita dalla Calabria;
  • La Calabria si impegna a rafforzare la propria offerta pubblica, per rispondere al fabbisogno dei cittadini; mentre l’Emilia-Romagna si impegna a stabilire dei meccanismi per rindirizzare i pazienti verso strutture della loro regione d’origine dopo una prima valutazione in strutture emiliano-romagnole;
  • L’impatto del Commissariamento sulla Calabria: valutazione del commissariamento sanitario che ha gravato sulla regione Calabria dal 2010 circa fino al 2022, con effetti gravissimi tra cui la riduzione del 24% degli addetti e tetti di spesa rigidissimi che non hanno permesso di investire e acquistare macchinari;

Nell’accordo, vengono introdotti:

  • tetti massimi per alcune prestazioni e regressione tariffaria: un limite massimo di pazienti provenienti da altre regioni, oltre il quale l’erogatore non riceverà un rimborso pieno previsto dal SSN, ma calibrato su una progressiva regressione (art. 8-quinquies d.lgs. 502/1992). 
  • l’istituzione di una Commissione paritetica: incaricata di monitorare flussi, rimborsi e congruità delle prestazioni, con l’obiettivo di garantire trasparenza.

Le critiche

Le critiche che sono state mosse all’accordo si inseriscono nel contesto della più profonda crisi del Servizio Sanitario della regione Calabria. Una crisi che va avanti da anni. Nel suo Rapporto “L’autonomia differenziata in sanità”, la Fondazione GIMBE aveva già sottolineato come nel decennio 2010-2019, la Calabria risultasse inadempiente sui LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Da tempo rappresentanti di CGIL e CISL condannano le fragilità organizzative, ma soprattutto i fenomeni di illegalità diffusa che gravano sui servizi sanitari calabresi.

La relazione della Commissione Antimafia del 2019 ha parlato, senza mezzi termini, della sanità in Calabria come “bacino elettorale e finanziario per le cosche”, un “meccanismo perverso” di appalti, accreditamenti, flussi finanziari, favoritismi. Esempi ce ne sono anche troppi, tra i più eclatanti: il Sistema Cosenza, con 15 persone tra dirigenti ASP e dirigenti regionali accusati di aver costruito per anni un sistema basato su falsificazione di bilanci e doppi pagamenti di fatture che hanno drenato le risorse della regione; fino all’Operazione Inter-nos, condotta dalla magistratura e dalla Guardia di Finanza, che ha portato alla luce l’infiltrazione della ‘ndrangheta in appalti di pulizie, sanificazione e forniture, coinvolgendo dirigenti, imprenditori, un consigliere regionale, con sequestri per un valore di oltre 12 milioni di euro.

In questo contesto, c’è chi sostiene che le scelte politiche continuino a concentrarsi esclusivamente sugli incrementi di finanziamenti al SSN, senza affrontare i nodi strutturali: l’erosione dei servizi essenziali, la disomogeneità delle prestazioni tra le regioni, un sistema territoriale spesso inesistente nel Mezzogiorno. L’esponente del PD Guccione ha parlato dell’accordo come di una mossa “puramente mediatica”, e, come anche Bombardieri di UIL Calabria, ha messo in guardia da un sistema che potrebbe scoraggiare ulteriormente i cittadini calabresi dal curarsi, citando la violazione dei principi costituzionali di eguaglianza e di tutela della salute (Art. 3 e 32).

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