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Società

Nostalgia del passato o ribellione moderna? Il ritorno della trad-wife 

Grembiule sempre addosso, capelli in piega perfetta, sorriso smagliante... è la trad-wife, o come molti l’hanno definita, la casalinga 2.0.

Grembiule sempre addosso, capelli in piega perfetta, sorriso smagliante e un’infinità di ricette casarecce. Sono queste le coordinate della moglie perfetta, l’angelo del focolare protagonista delle migliori pubblicità del secolo scorso: Un matrimonio perfetto inizia in cucina!, recita una pubblicità di Pyrex degli anni Sessanta. A distanza di decenni da simili slogan su cartelloni che oggi troviamo quasi vintage, per non dire misogini, queste coordinate si rimescolano in un composto di elementi tradizionali e moderni, dando nuova vita alla figura della trad-wife, o come molti l’hanno definita, la casalinga 2.0. Negli anni più intensi della pandemia, e ancora di più nei mesi passati, figure come Alena Kate Pettitt, Ballerina Farm (Hannah Neeleman), Nara Smith o Estee Williams, hanno reso quello delle trad-wife un vero e proprio movimento (oltre che un trend virale) di donne che scelgono di dedicarsi alla loro “vocazione” di mogli e madri. 

Il concetto di trad-wife (abbreviazione di traditional wife, cioè moglie tradizionale) ha radici culturali e storiche complesse, che attraversano varie epoche e che rimandano ad un’idea di famiglia e di cultura domestica propria del passato. Per intenderci, è con l’avvento dell’agricoltura (circa 6.000 a.C) che i ruoli di genere prendono forma e diventano tratti distintivi delle strutture patriarcali, con l’uomo che lavora nei campi e la donna che svolge i lavori domestici e si occupa dei figli.

Negli anni Cinquanta, la “casalinga felice” è il tropo preferito da spot pubblicitari e case cinematografiche, che ne fanno modello di femminilità ed esempio di pazienza ed eleganza. Fino ad arrivare alle ondate femministe degli anni Sessanta in poi, che rifiutano l’imposizione di un modello che le vede passive e assoggettate alla figura maschile all’interno della casa. Dopo decenni di lotte sulla parità di salario, il divorzio, le opportunità di studio e di carriera, la figura della trad-wife è tornata ad esercitare un certo fascino, partendo dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. 

Chi sono oggi le trad-wife?

La trad-wife è essenzialmente una donna che si riconfigura sui ruoli di genere convenzionali, che rifiuta l’idea del lavoro all’esterno delle mura domestiche e si accontenta della semplicità della vita casalinga: cucina per il marito e per i figli (rigorosamente tutto fatto in casa), pulisce, gioca, lava e si dedica completamente alla famiglia. Il ruolo è accompagnato anche da una certa estetica che come abbiamo detto prima può essere considerata vintage, vestiti medio-lunghi a pois tipici della metà del secolo scorso, fiocchetti nei capelli, capelli corti con le punte in sù − ma che possono variare da un’influencer all’altra. Ma estetica a parte, queste donne spesso condividono un background cristiano conservatore e un certo scetticismo per le istanze femministe moderne, oltre al fatto di essere per il 99% donne bianche. 

Secondo il Guardian, la genealogia culturale del movimento può essere fatta risalire al forum Red Pill Women, fondato nel 2013 su Reddit. Una manosphere al femminile, uno spazio virtuale in cui le donne venivano incoraggiate ad abbracciare ruoli di sottomissione nei confronti dei mariti. Secondo la sociologa e ricercatrice Julia Ebner, all’epoca già 30.000 donne si identificavano come trad-wives, e la maggior parte di queste erano bianche e statunitensi. Chiaramente, data la natura interconnessa e globalizzata delle nostre società contemporanee, nessuna tendenza rimane confinata ad una sola area geografica molto a lungo. 

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Nel 2020, la britannica Alena Kate Pettitt, si mostra in un’intervista con BBC News tra panni da lavare e cena da cucinare, perché per lei si tratta di “sottomettersi e viziare suo marito come se fosse il 1959”, oltre che di tornare allo “stile di vita e ai valori tradizionali inglesi”. E per sostenere questo ritorno, Pettitt gestisce un canale Youtube e una Newsletter dal nome Darling Academy pensato proprio per le donne che vogliono tornare a rifarsi alla british etiquette. Con le sue seguaci condivide sicuramente una certa nostalgia per il periodo del dopoguerra, che ritiene essere “l’ultima volta in cui le casalinghe sono state apprezzate e celebrate”.  

Negli ultimi anni, a svecchiare il concetto di trad-wife e a renderlo più relatable anche per le generazioni di giovani ragazze, sono le due star del momento: Ballerina Farm (Hannah Neeleman) e Nara Smith. Neeleman è madre di 8 figli, vive in una fattoria nello Utah e fa parte della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (LDS). Mostrando le sue ricette from scratch (da zero) con ingredienti freschi e auto-prodotti, ha raggiunto 10 milioni di followers su Instagram e su Tiktok. Nei video, rigorosamente ambientati nella sua cucina rustica, si mostra quasi sempre con i capelli raccolti un po’ arruffati e indossa abiti e gonne lunghe o grembiuli a quadretti, puliti e impeccabili anche di fronte alle portate più complesse. Gli scenari delle giornate che mostra sui social sono scanditi da quella bucolica lentezza tipica della vita in campagna, dai momenti dei pasti, dai giochi dei piccoli in mezzo alle radure e dal ritorno a casa del papà. 

Hannah Neeleman e Nara Smith rispettivamente sui loro profili Tiktok.

Nara Smith è tutto un altro caso. Originaria del Sud Africa, cresciuta in Germania e ora residente negli Stati Uniti, è una modella ed influencer madre di 3 figli. A portarla alla popolarità sono, anche in questo caso, le video-ricette con prodotti strettamente bio. I video più famosi, replicati ed entrati a far parte anche della cultura meme, riguardano marmellate, chewing-gum, gelati e donuts realizzati rigorosamente da zero, in una cucina curata al dettaglio e un doppiaggio perfetto con voce dolce e soffusa, che richiama lo stile ASMR. A differenza di Neeleman, Smith si è più volte definita una working mom a tutti gli effetti, dato che il suo lavoro da modella la porta ad accettare vari sponsor e a viaggiare per il mondo.

Ma l’estetica dei suoi video e i contesti mostrati rimangono quelli di una moglie totalmente dedicata al lavoro domestico e all’adorazione per il marito − il modello Lucky Blue Smith − con cui si è sposata all’età di 18 anni. Entrambe le donne, oltre all’approvazione di milioni di seguaci, hanno ricevuto varie critiche per aver romanticizzato i ruoli di genere. Neeleman in particolare è stata rimproverata per non aver mostrato pubblicamente i dipendenti della fattoria e per non aver riconosciuto apertamente i privilegi economici della sua famiglia, che le permettono di mantenere questo stile di vita. 

Perché questo stile di vita è problematico

Restare a casa senza lavorare e dedicarsi esclusivamente alla casa e alla famiglia (per quanto questo sia un lavoro a tutti gli effetti) non è sempre questione di scelta, ma piuttosto di privilegio. In molte famiglie, specialmente nella società contemporanea, è impensabile pensare di arrivare a fine mese senza due stipendi. Qualcuno, alla fine, dovrà pur pagare affitto, bollette e pannolini. E nella maggior parte dei casi di questo movimento così sfacciatamente anti-femminista, a portare il pane a casa sono gli uomini. Il messaggio veicolato da questo trend, dalle gonne longuette alle cucine ispirate al cottagecore, rischia di sminuire o di distruggere completamente un elemento necessario per cui si è combattuto per decenni: l’indipendenza economica femminile.

Disporre di un reddito, di una carta di credito, di una forma concreta di autonomia è una necessità, specialmente in caso di separazione o divorzio. E più il movimento prende piede, più è probabile che anche gli uomini si convincano dell’idea che le donne devono adempiere ad un preciso ruolo di genere (come se non bastassero tutti i contenuti di podcaster e sedicenti influencer a cui siamo esposti, alla stregua di Andrew Tate).  

Il punto di attrito della questione trad-wife è una falla all’interno del pensiero femminista post-moderno, figlio di quell’ondata degli anni Novanta-Duemila tutta incentrata sul concetto di empowerment e di libertà di scelta. La maggior parte di queste influencer infatti puntano i piedi su uno slogan femminista tipico degli ultimi anni, “my body, my choice”. Come per dire, se femminismo vuol dire che possiamo scegliere, allora noi scegliamo di essere questo. Libera scelta anche quando ciò significa scegliere di dipendere economicamente dal partner e rischiare di finire in una situazione di violenza domestica o economica.

Ed è qui che si apre la contraddizione più grande: il modello trad-wife si presenta come una scelta personale, ma si inserisce ancora una volta in un sistema che da secoli chiede alla donna di rinunciare alla propria autonomia. Viene offerto come attraente alternativa alle pressioni del femminismo neoliberale, alle girl boss, alle corporate girlies e alle difficoltà della vita moderna e lavorativa. Ma entrambe le figure – le tradwives e le girl boss – rischiano di diventare modelli rigidi, venduti alle nuove generazioni come libere scelte ma imposti da un contesto culturale, sociale ed economico che continua a chiedere alle donne di performare un certo tipo di femminilità.  

Prendiamo il caso di Hannah Neeleman, ad esempio. Per molti membri della comunità LDS, lo stile di vita trad-wife non è semplicemente una scelta, ma un’aspettativa di natura religiosa e culturale: adottarlo può significare conformarsi a delle pressioni sociali o religiose. Secondo un rapporto del 2023 del Global Network on Extremism and Technology, creatori e seguaci di questo trend tendono ad avere ideologie di ordine patriarcale e conservatore che includono xenofobia, nazionalismo, sfiducia verso le istituzioni e rifiuto della scienza. Il rapporto conclude che le trad-wives, pur non avendo un’agenda politica esplicita, attraverso la rappresentazione di valori “in dichiarata opposizione all’ordine moderno” legati ad agende di destra o estrema destra, contribuiscono a normalizzarli e a diffonderli. 

Le tradwives hanno creato uno spazio alternativo in cui promuovono una controcultura anti-femminista e uno stile di vita tradizionalmente eteronormativo. E lo hanno fatto in un periodo di incertezze sociali senza precedenti, tra instabilità geopolitica e numerose sfide ambientali e sociali. La stabilità, il ritorno nostalgico ad un passato migliore e ad un ordine prestabilito inneggiati dal conservatorismo hanno sempre fatto gola nei momenti più bui. Così il movimento rischia di diventare una forma di soft power culturale delle destre: apparentemente innocuo, esteticamente curato ma profondamente conservatore nei contenuti. E davvero un ritorno al mitizzato comfort degli anni del boom economico che ci salverà dall’instabilità sociale e politica del mondo contemporaneo? 

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